
Se in Italia la responsabilità fosse pari alla retorica non avremmo giornate come quella di ieri. E non solo nel calcio e nel mondo degli ultrà, ma in generale nella cosa pubblica, nel governo, nell’economia.
Si preferisce invece affidarsi alla retorica, ai messaggi di cordoglio fine a se stessi, ai gesti simbolici (il lutto al braccio, i dieci minuti di ritardo): tutto tranne che dire la verità e prendere decisioni conseguenti. È noto che l’unico fattore unificante degli ultrà è l’odio contro le forze dell’ordine; è altrettanto noto che dai tempi dell’uccisione di Filippo Raciti a Catania le tifoserie violente non aspettano che un pretesto per scatenarsi in tutta Italia.
Ieri uno sventurato agente della Polizia stradale ha servito questo pretesto mettendosi a sparare, senza motivo, lungo un’autostrada per una rissa tra tifosi che, a quanto pare, non meritava che da parte delle forze dell’ordine si ricorresse alla pistola. Ma più che questo poliziotto - che si spera verrà perseguito come è giusto che sia - a offrire quel pretesto su un piatto d’argento è stata tutta la catena dei suoi superiori, dal questore di Arezzo fino al vertice della Polizia, al ministro dell’Interno, ai politici ed anche ai dirigenti del calcio.
Se è colpevole fino alle estreme conseguenze che un ragazzo sia stato ucciso senza colpa ad un autogrill, è surreale che ancora nel pomeriggio inoltrato i suoi capi abbiano insistito sulla tesi dei colpi sparati in aria. Il povero Gabriele Sandri non viaggiava su un disco volante ma su una Renault. Nel merito, il tentativo di colluttazione con tifosi juventini che andavano ad assistere a un’altra partita in un’altra città non richiedeva assolutamente che un militare, dall’altra parte della carreggiata, tirasse fuori la pistola.
Ci voleva molto ad ammettere e spiegare tutto questo? A dire: abbiamo sbagliato, le colpe saranno punite, a mettersi in contatto con la famiglia di Sandri, che oltretutto non era un violento, non aveva precedenti, non viaggiava con gli ultras ma con tre amici?
Forse l’episodio sarebbe stato circoscritto, forse no. In questo caso il Viminale, se avesse saputo gestire la situazione, avrebbe dovuto chiedere alla Lega Calcio o alla Fgci di rinviare il turno di campionato. Oppure il mondo del pallone avrebbe potuto decidere autonomamente: decidere, però, non annullare due partite, far ritardare le altre dei dieci rituali minuti, soccombere alla violenza a Bergamo e Taranto. Insomma, affidarsi al caso, e diciamo che ieri è andata bene così.
Con le loro reticenze e le fughe dalla responsabilità, i capi della Polizia e del Viminale hanno (certo involontariamente) messo a repentaglio l’incolumità di centinaia di altri agenti che ieri sera, soprattutto a Roma, hanno sostenuto la rabbia prevedibile degli ultras. Non solo: interi quartieri e molti cittadini hanno rischiato di trovarsi coinvolti nella guerriglia ed è stato un miracolo che non ci siano andati di mezzo.
Con la loro pavidità i dirigenti del calcio, sempre alla ricerca di coperture politiche, governative e ministeriali, hanno esposto alle stesse conseguenze tifosi normali e calciatori. Il calcio è sempre lì a rivendicare autonomia e altro quando si tratta di soldi e diritti tv, se invece c’è da far saltare un turno di campionato è in balia degli eventi (vedi il famoso derby annullato all’Olimpico due anni fa).
Infine i politici. Walter Veltroni era a Cracovia per accompagnare una scolaresca sui luoghi dell’Olocausto. Iniziativa lodevole, che però, alle prime notizie di una capitale che rischiava di essere messa a ferro e fuoco (qui i video 1 e 2), poteva essere lasciata nelle mani di un assessore. Il sindaco, in questi casi, ha il dovere di esserci. Ancor più penose o inutili le esibizioni degli altri. Fabrizio Cicchitto non ha trovato di meglio che ricordare che il ragazzo ucciso “era un simpatizzante di Forza Italia”. Romano Prodi è apparso in tv da Bologna, come ogni domenica, all’ora dei tortelini, è si è detto “molto, molto preoccupato”. Giovanna Melandri, ministra dello sport, chiede di “fermare tutto il calcio domenica”: peccato che sia già fermo per il turno della Nazionale. Il Quirinale lancia i consueti moniti e auspici che scivolano come l’acqua.
Si sa che il vero braccio di ferro, evidentemente non risolto dai tempi di Filippo Raciti, è tra forse dell’ordine e mondo del pallone, e che la vera guerra è tra poliziotti e carabinieri da una parte, ultras dall’altra. Ieri ci ha rimesso la vita un ragazzo romano ma è stato un miracolo che non sia accaduto di peggio. Peggio, però, che è sempre dietro l’angolo: contro la violenta stupidità delle curve ci vorrebbe una classe dirigente in grado di prendere decisioni chiare e assumersi le proprie responsabilità. Purtroppo non se ne vede traccia.
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