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Ogni giorno, in Italia, si rinviano 7 processi penali su dieci. Vuoi perché manca l’imputato o perché non ci sono aule dove celebrarli. A volte non si trovano i fascicoli dei procedimenti, altre volte mancano il giudice o il pubblico ministero, mentre in altri casi serve prendere tempo per generiche “esigenze difensive” o per consentire all’avvocato di seguire un’udienza di un’altra causa, che si svolge in contemporanea. E non mancano, poi, gli errori nelle notifiche degli atti processuali o l’elevato numero di udienze in una sola giornata che rende impossibile seguirle tutte o, più banalmente, l’assenza dell’interprete o del perito, senza i quali non si può svolgere alcuna attivitÃ
Basta questo per dire che l’istantanea sulla giustizia italiana è a tinte fosche. E gli elementi sono contenuti in un’indagine svolta dall’Eurispes in collaborazione con l’Unione camere penali.
Il tema era già stato sviluppato lo scorso anno, ma soltanto nella Capitale, e grazie alla collaborazione della Camera penale romana. Oggi l’osservazione svolta riguarda 12.918 schede, ognuna delle quali corrisponde ad un processo penale monitorato. Si va in ordine alfabetico, da Ancona a Venezia, passando per Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Catanzaro, Firenze, Lucca, Macerata, Melfi, Milano, Modena, Modica, Monza, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Roma, Salerno, Sassari, Torino, Trani, Trieste, Varese. Le proporzioni tra udienze collegiali (8%) e monocratiche (92%) monitorate sono sostanzialmente rispettose del rapporto percentuale tra processi monocratici e collegiali quotidianamente celebrati in Italia - si spiega. Dalla rilevazione è emerso, come dato generale, che la durata media della trattazione di un processo in udienza è di 18 minuti per i processi celebrati dinanzi al giudice monocratico (a Roma si arriva a 12,51 minuti) e di 52 minuti per quelli celebrati dinanzi al collegio (32 nella Capitale).
Perché si rinviano ogni giorno 7 processi su dieci? L’analisi delle ragioni di rinvio dei processi (69,3% sul totale) distingue tra cause di rinvio di carattere generale, che riguardano la totalità dei processi monitorati, e cause di rinvio proprie dell’istruttoria dibattimentale, che rilevano ciò che accade oltre la fase preliminare della udienza, quando tutto è pronto per lo svolgimento (parziale o conclusivo) della istruttoria dibattimentale (esame testi e consulenti, svolgimento di perizie ed esperimenti giudiziali, esame dell’imputato e delle parti offese, confronti).
Il legittimo impedimento dell’imputato determina il rinvio del 2,6% dei processi. Non di molto superiore (5%) la percentuale dei rinvii dovuti al legittimo impedimento del difensore. I rinvii “per esigenze difensive”, che non derivano da norme processuali che li legittimino e li impongano al giudice, quanto piuttosto determinati da necessità processuali contingenti, rappresentano il 6,6% del totale. Significativamente alta invece la percentuale dei processi rinviati per problemi tecnico-logistici, 6,8% (si tratta di ragioni quali, ad esempio: indisponibilità dell’aula, indisponibilità del trascrittore, assenza dell’interprete di lingua straniera, ma anche, con frequenza tutt’altro che marginale, per mancanza del fascicolo del pm e, in alcuni casi, del fascicolo del dibattimento).
Dal rapporto emerge, poi, come funzionino ancora poco i riti cosiddetti alternativi al giudizio ordinario, in particolare rito abbreviato e patteggiamento. Nel 90% dei casi monitorati, infatti, il dibattimento si svolge nelle forme del rito ordinario, mentre solo nel 5,4% dei casi con il rito abbreviato e nel 4% con il patteggiamento.
Analizzando poi il dato complessivo del rapporto tra udienze che si concludono con sentenza ed udienze che si concludono con un rinvio, non sorprende che il Sud sfiori la media dell’80% dei rinvii, mentre il Nord-Ovest (62,9%) e il Nord-Est (60,5%) si assestino sulla percentuale di circa il 60% o di poco superiore. Anche al Centro si registra un dato considerevole (70,5%). Per quanto riguarda le ragioni dei rinvii, si registrano indicatori “a macchia di leopardo” in tutte le aree geografiche considerate.
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Con la politica in vacanza, d’estate, tra convegni feste di partito, dibattiti e incontri è la giustizia a tenere banco.
Maggioranza e opposizione si confrontano sui media, si criticano e invocano il dialogo, ma per capire cosa stia davvero bollendo in pentola si dovrà aspettare almeno la prossima settimana quando il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il ministro della Giustizia Angelino Alfano dovrebbero incontrarsi per fare il punto della situazione.
Nel frattempo, il ministro dell’Interno Roberto Maroni non ha dubbi e, da Cortina, dichiara che la riforma della Giustizia va fatta e che ogni magistrato dovrebbe essere considerato responsabile delle azioni che compie arrivando a radiare chi consente la liberazione di un mafioso solo perchè magari deposita la sentenza in ritardo.
Si parla tanto di giustizia invece, secondo l’ex pm e leader dell’Idv Antonio Di Pietro, solo per evitare di affrontare le vere emergenze che sono l’economia e il caro-vita. Di Pietro, replica a stretto giro il capogruppo vicario del Pdl alla Camera Italo Bocchino, è l’unico a non essersi accorto che in Italia esiste davvero un problema giustizia” perchè ci sono i processi più lunghi d’Europa e perchè l’unica “carcerazione esistente è quella preventiva”.
È vero, sottolinea il presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno, i problemi sul fronte giustizia non mancano e per risolverli servirebbe “una doppia, contestuale riforma”: sia per velocizzare i processi, sia per formare meglio i giudici e separare le carriere.
Ma non è solo continuando a parlare di separazione delle carriere e di doppio Csm (invocato più volte dal deputato del Pdl e legale del premier Niccolò Ghedini) che si risolvono i problemi, osserva il presidente della commissione Giustizia del Senato Filippo Berselli. La “vera riforma che si dovrebbe fare”, sostiene, è quella che riguarda la competenza dei giudici di pace. In poche parole, spiega il senatore del Pdl, si dovrebbero depenalizzare i reati ora di competenza dei giudici di pace e si dovrebbero affidare a questi ultimi tutti quei reati che “ingolfano” i Tribunali e che sono diventati ‘minorì ‘graziè al decreto sicurezza del governo che ha indicato quali sono i processi che debbono avere priorità . I giudici di pace, per adeguarsi a queste nuove incombenze, però, dovrebbero seguire corsi di aggiornamento e superare test di selezione.
“Mi sembra una proposta azzardata”, commenta il ministro della Giustizia del governo-ombra Lanfranco Tenaglia, perchè tra i cosiddetti reati minori ce ne sono alcuni “gravissimi” che “non possono diventare di competenza dei giudici di pace”. L’idea di Berselli, che alla ripresa dei lavori si dovrebbe trasformare in ddl, non dispiace invece a Giampiero D’Alia (Udc) e a Gaetano Pecorella (Pdl), mentre scatena la reazione di Di Pietro, che la definisce “l’ennesimo colpo di spugna”. E la Lega? “Se ne parli, siamo disponibili”, dice Roberto Cota, capogruppo della Lega alla Camera, ad Affaritaliani.it, esponendo la proposta della Lega in materia. “Facendo riferimento alle norme volute da Falcone” dice “Berlusconi ha iniziato con il piede giusto. Ci sono tante cose di cui dover parlare, è un argomento complesso. Per esempio c’è il tema della giustizia civile, perché un imprenditore che non ha tempi certi per il soddisfacimento dei suoi crediti va in difficoltà . Inoltre? “Noi siamo sempre stati a favore della separazione delle carriere. Si discuterà di tutto”. Anche di elezione dei pm? “È una nostra vecchia idea” aggiunge “secondo me ottima in prospettiva. Bossi lo ha sempre sostenuto. L’importante e’ partire, si discute di tutto e poi si arriva a una conclusione. Ma in questo momento - ribadisce - noi siamo concentrati sul federalismo”.
Sono 20 anni che se ne parla, risponde Ghedini, ma ogni volta gli animi si inaspriscono. Comunque: “La proposta è interessante e meritevole di approfondimento” sul quale, a suo tempo, già “le Camere Penali si sono esercitate. E molto se ne è discusso anche al nostro interno”. Ma, ha precisato il deputato, una riforma in questo senso richiederebbe “un cambio culturale completo, perché non è facile italianizzare un istituto come quello dell’elezione del pubblico ministero”. Negli Stati Uniti, infatti, dove l’elezione dei pm è in vigore, “il procuratore capo si sceglie i suoi sostituti, che prende tra i migliori avvocati. Ha anche un budget” ha spiegato Ghedini “con il quale paga questi sostituti e ha un budget cui far fronte per tutte le spese di giustizia. Quindi è un modello completamente diverso dal nostro. Però è un sistema che dà delle garanzie interessanti”.
Per l’ex presidente della Camera Luciano Violante infine è semplicemente inapplicabile a Costituzione invariata e anche negli Usa non si è rivelata una carta vincente perché il pm si targa politicamente e perché c’è il “rischio-corruzione”.
Discutine sul FORUM: Berlusconi: “ed ora riformiamo la giustizia…”
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Ieri, stando ai resoconti dei quotidiani (qui, qui e qui), il premier Berlusconi avrebbe così sospirato, con sollievo, per il varo del lodo Alfano e la promulgazione da parte del Quirinale: “Vi ringrazio per il lavoro che avete fatto” avrebbe detto ai senatori del Pdl, incontrati ieri sera a Palazzo Madama. “Sono felice perché finalmente i magistrati non potranno più perseguitarmi e potrò passare il sabato a lavorare alla politica invece che a parlare con i miei avvocati. Ora non verrò più perseguitato, da quando sono sceso in politica ho dovuto far fronte a 2.502 udienze”.
Ventiquattro ore dopo, il premier torna a parlare della giustizia e del lodo Alfano: “Ho già detto che non mi sarei avvalso della clausola contenuta nel dl sicurezza. È stata chiamata legge bloccaprocessi e salvapremier, invece era esattamente il contrario”. Così ha risposto il Cavaliere ai giornalisti che gli chiedevano se si sarebbe avvalso del lodo Alfano.
La conferenza stampa di oggi è arrivata dopo un incontro fra Berlusconi e il suo omologo maltese Lawrence Gonzi. Al centro, ancora i temi della Giustizia. Secondo il premier, il lodo Alfano è “il minimo che una democrazia possa apprestare a difesa della propria libertà ”, quando “si verificano cose come in Italia con una parte della magistratura che si è data il compito di sovvertire il risultato delle elezioni”. E ha continuato: “Dal 30 giugno al 15 luglio il Presidente del Consiglio, a seguito della persecuzione che subisce da 14 anni, avrebbe dovuto partecipare ad udienze un giorno sì ed un giorno no”. Poi: “Quando arrivano le assoluzioni nessuno ne parla. Voglio vedere se nessun telegiornale dirà che dopo dieci anni di persecuzione e di fango gettato addosso a me, ai miei uomini e al mio gruppo, fango gettato addosso internazionalmente in processi spagnoli, tutti coloro che erano nel processo sono stati assolti dalla Corte di Cassazione spagnola con formula piena perché il fatto non sussiste”. E ancora: “Mi domando chi risarcirà l’immagine sporcata in 10 anni, chi risarcirà le spese per gli avvocati e di trasporto, chi risarcirà le spese di trasferta. La risposta è: nessuno. Spero che qualcuno venga a chiedere scusa, ma so che non sarà così”.
Le parole del premier fanno sobbalzare l’Italia dei valori. Dopo l’affondo di ieri di Di Pietro (”Napolitano ha firmato una legge immoral”), ecco la replica del capogruppo al Senato Felice Belisario: “Questa norma” dice, in riferimento al Lodo Alfano “getta un’ombra di discredito sulle nostre istituzioni perchè non rispetta il principio fondamentale della democrazia secondo cui tutti, anche Berlusconi, devono essere uguali agli altri davanti alla legge”.
Ma l’opposizione è divisa. Mentre l’Unità , nell’editoriale del direttore Antonio Padellaro, esprime il proprio disagio per la firma apposta dal Capo dello Stato su una legge che rende “quattro cittadini più uguali degli altri”, Walter Veltroni frena le critiche nei confronti del Colle. “Sono convinto che il Presidente Napolitano” scrive il segretario Pd in una nota “in tutta la vicenda del cosiddetto lodo Alfano abbia svolto con il consueto equilibrio il suo compito in una fase certamente non facile. Così come penso che, dopo l’approvazione delle Camere, la firma del provvedimento sia stata un atto dovuto”. “Manteniamo questa ferma convinzione sull’operato del Presidente, senza con questo rinunciare” chiarisce Veltroni “in alcun modo al nostro giudizio negativo sul lodo Alfano, e anche all’idea che, una materia di questa delicatezza, la maggioranza avrebbe fatto bene ad affrontarla con una legge costituzionale e non con un provvedimento ordinario fatto approvare in maniera tanto frettolosa da apparire autoritaria”.
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Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha promulgato il “Lodo Alfano”, la legge, varata ieri dal Senato, che sospende i processi nei confronti dei vertici dello Stato.
Così la nota del Quirinale: “Già il 2 luglio in riferimento alla autorizzazione alla presentazione alle Camere del disegno di legge si era reso noto che punto di riferimento per la decisione del Capo dello Stato è stata la sentenza n. 24 del 2004 con cui la Corte costituzionale dichiarò l’illegittimità costituzionale dell’art. 1 della legge n. 140 del 20 giugno 2003 che prevedeva la sospensione dei processi che investissero le alte cariche dello Stato.
A un primo esame, quale compete al Capo dello Stato in questa fase - prosegue la nota - il disegno di legge approvato il 27 giugno dal Consiglio dei ministri è risultato corrispondere ai rilievi formulati in quella sentenza. La Corte, infatti, non sancì che la norma di sospensione di quei processi dovesse essere adottata con legge costituzionale. Giudicò inoltre un interesse apprezzabilè la tutela del bene costituito dalla “assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche”, rilevando che tale interesse “può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale, e stabilendo a tal fine alcune essenziali condizioni”. Insomma, nessun ostacolo di natura costituzionale impedisce la promulgazione del Lodo Alfano, spiega il comunicato del Quirinale. Che prosegue: non essendo intervenute, in sede parlamentare, modifiche all’impianto del provvedimento, salvo una integrazione al comma 5 dell’articolo unico diretta a meglio delimitarne l’ambito di applicazione - conclude la nota -, il presidente della Repubblica ha ritenuto, sulla base del medesimo riferimento alla sentenza della Corte costituzionale, di procedere alla promulgazione della legge.
Forte del pronunciamento del Parlamento e del “nulla osta” del Colle, il ministro Alfano ha voluto tornare sulla necessità di una riforma della giustizia: “I cittadini hanno bisogno di una risposta in tempi certi quando chiedono allo Stato giustizia, così non è e lo dimostrano le condanne dell’Europa circa i tempi lunghi dei processi italiani. Partiremo da questo mettendo al centro i cittadini”, ha detto il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, partecipando a Palazzo Giustiniani alla presentazione del rapporto del Censis sullo stato della giustizia in Italia. “La nostra riforma della giustizia avrà come punto cardine la accelerazione dei processi”, ha aggiunto il Guardasigilli facendo sapere che è fermamente intenzionato nel coinvolgere l’opposizione avviando il dialogo sulla riforma del sistema giudiziario. Secondo il titolare del dicastero di via Arenula, potrebbe infatti esservi con il centrosinistra un accordo su più punti: “Vi sono punti di condivisione che vanno valorizzati, speriamo in un confronto senza pregiudizi che ponga al centro le esigenze dei cittadini e non l’ottica di parte”. Secondo Alfano, ci sono i presupposti per una discussione serena anche con la magistratura dal momento che il governo ritiene che “i problemi della giustizia siano talmente grandi e sotto gli occhi di tutti che solo chi non vuole non può confrontarsi”.
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“Non sarebbe fuor d’opera rafforzare con una legge costituzionale una legge ordinaria. L’ho sempre detto”. All’indomani dell’approvazione definitiva del Lodo Alfano il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, ribadisce il suo punto di vista: per garantire l’immunità alle alte cariche dello stato per un periodo temporaneo richiede una legge costituzionale.
Mancino ricorda di aver sempre sostenuto, anche da senatore: “Che la legge Schifani sarebbe stata travolta dalla Corte Costituzionale”, dice prima di iniziare il plenum a Palazzo dei Marescialli. “Qualcuno” aggiunge “ha insinuato il sospetto che avessi collegamenti con la Consulta. Non era vero allora e non è vero neanche adesso”. Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura si dice poi amareggiato per le critiche ricevute, sia all’epoca che di recente: “Ora mi sono imposto un periodo di tregua; alla ripresa, a settembre, non penso che ci sarà la guerra. Ma mi chiedo: è legittimo esprimere una opinione in un Paese democratico?”.
Ma a Mancino replica il senatore del Pdl Giuseppe Valentino: “La norma che è stata votata dal Parlamento non prevede innovazioni che riguardino l’immunità , ma si limita a prevedere la mera sospensione dei processi per le ‘alte cariche’ per la durata della funzione e per una sola volta”, dice. “Il codice di rito regola poi altri casi di sospensione del processo per condizioni sopravvenute e tutto ciò senza scomodare la Costituzione. D’altronde” spiega ancora Valentino “se i termini di prescrizione sono sospesi, se il processo può riprendere da dove è stato interrotto, ci troviamo di fronte ad una semplice posticipazione che non deve implicare assolutamente alcuna modifica costituzionale. E così è stato!”.
Chiusa la vicenda Lodo, va avanti il dibattito più complessivo sulla giustizia e sulla sua riforma, annunciata dal Guardasigilli Alfano per il prossimo autunno. Nel dibattito interviene il presidente del Senato Renato Schifani. “Ad ogni ritardo, inadeguatezza e inefficacia del sistema della giustizia corrisponde il disagio e la pena di una persona umana”, ha detto partecipando a Palazzo Giustiniani, alla presentazione del rapporto del Censis “L’avvocatura ripensa al sistema della giustizia” promosso dal Consiglio nazionale forense, dalla fondazione dell’Avvocatura italiana e dall’Associazione italiana giovani avvocati. “Il parlamento e la politica nel suo insieme devono quindi considerare la priorità dell’intervento di questa delicatissima materia per ciò che effettivamente è: non una riforma contro qualcuno o qualcosa, ma prima di tutto una riforma a favore del cittadino, che in questo caso è, quasi sempre, un cittadino che soffre”.
“Quando si leggono le statistiche sulla durata dei provvedimenti” ha aggiunto Schifani “sull’arretrato degli uffici, sugli errori giudiziari va sempre tenuto presente che ad ogni fascicolo, ad ogni provvedimento corrisponde la vicenda umana di una persona che dal sistema della giustizia attende la tutela del proprio diritto o la giusta pena per l’errore commesso”. Secondo il presidente del Senato “il livello di fiducia dei cittadini sull’amministrazione della giustizia, coincide in gran parte con i livelli di fiducia nei confronti dello Stato: rispondere con chiarezza e coerenza su questo terreno costituisce per la politica un’occasione preziosa di recuperare all’apparenza civile quei tanti cittadini che la fiducia mostrano di averla ormai perduta”.

Questioni di agenda. Di calendario. E di priorità .
Quelle del Cavaliere e del ministro Alfano si conoscono: far partire a settembre la riforma ab imis della giustizia. Quelle della Lega invece prevedono altri punti in programma: federalismo e riforma costituzionale, in primis. Da fare magari con un accordo con l’opposizione.
E allora capita che il ministro “taglia leggi” Roberto Calderoli, sostenga che per riuscire a trovare un buco in cui inserire la questione della giustizia in un mese di settembre già troppo pieno per il Parlamento, diventa difficile. Di fatto sulla riforma prima annunciata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e poi messa in programma, proprio alla ripresa dei lavori parlamentari, dal Guradasigilli Angelino Alfano, la Lega frena.
Con queste parole: sulle riforme “abbiamo fatto una tabella temporale” e quella della giustizia “in questa tabella non c’è”. Il coordinatore delle segreterie del Carroccio nonché titolare del dicastero per la semplificazione reputa quindi difficile che si possa fare una riforma della giustizia a partire da settembre, come auspicato ieri dal ministro e collega Alfano. Certo, Calderoli non chiude del tutto all’ipotesi di rivedere la normativa giudiziaria italiana, ma nel cortile di Montecitorio è piuttosto categorico. “Abbiamo fatto una tabella temporale delle riforme e quella della giustizia non c’è. Questo non vuol dire che la riforma non si fa ma che si fa dopo”. Per la ripresa, infatti, “abbiamo il federalismo fiscale, il codice delle autonomie e la Finanziaria. Poi c’è la riforma Costituzionale. Quella della Giustizia” ha concluso Calderoli “ci può anche stare, ma il 2008 è un anno che mi sembra pieno”.
Dietro la frenata del Carroccio alcuni leggono il timore che uno scontro con l’opposizione sulla giustizia, genererebbe un muro contro muro in grado di mettere a rischio il dialogo sul federalismo, tanto voluto da Bossi e seguaci.
Ma il premier chiarisce nuovamente le priorità . “Bisogna assolutamente riformare la giustizia e farlo in modo radicale, dalle fondamenta”, ha ripetuto Silvio Berlusconi, secondo quanto riferito da alcuni presenti, nel corso di un incontro con gli europarlamentari di Forza Italia. Al termine della riunione, però, il presidente del Consiglio non ha voluto rispondere alle domande dei giornalisti sul tema della giustizia. E allora sono le indiscrezioni a dar conto della linea che Berlusconi ha detto di essere “determinatissimo” a seguire per riformare la giustizia. Stando al resoconto di Stefano Zappalà , presidente degli eurodeputati azzurri, il premier ha detto che il nodo della giustizia è “uno dei primi argomenti da trattare” nell’azione di governo. Non sarebbero invece noti i dettagli circa la tempistica della riforma. Ma l’impressione, ha aggiunto il presidente degli europarlamentari di Fi, è che, dal tono con cui ha detto queste cose, intenda riformare la giustizia il prima possibile.
Anche circa i contenuti della riforma il premier non è sceso nello specifico. Un unico accenno alla volontà di ripartire dalla riforma presentata nel 2001 e alla necessità di mantenere l’impegno fatto con gli elettori nell’ultima campagna elettorale. Alcuni deputati hanno sollevato il problema dell’immunità parlamentare, sostenendo che bisogna uniformare il diritto italiano a quello Ue e citando il caso delle intercettazioni nei confronti dei parlamentari. Berlusconi, ha riferito Zappalà , si è limitato su questo ad ascoltare e ad annuire col capo.
A studiare i punti chiave della riforma della giustizia il premier proporrebbe, secondo quanto riferito dai presenti all’incontro, un comitato di saggi: un gruppo di lavoro composto da giuristi ed esperti che dovranno collaborare all’impostazione di una “riforma radicale” della giustizia che passi attraverso la riforma dell’obbligatorietà dell’azione penale, le modifiche ai codici e alla composizione delle funzioni del Csm.
A fianco del premier, compatto, si schiera il Pdl: “Io, da presidente del gruppo parlamentare del Popolo della Libertà , dico che c’è tempo per tutto. È lungo l’autunno. Dalla metà di settembre a Natale, con il ritmo che abbiamo e con i numeri che abbiamo, possiamo approvare un sacco di cose” dice il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri. “Organizzando bene i lavori parlamentari” sostiene Gasparri “si possono fare tutte le cose, perché abbiamo numeri forti e coesione. Non bisogna mettersi a fare le gare… attueremo tutto quello che è scritto nel programma… e poi adesso ci mettiamo a fare discussioni di questo tipo… Nel nostro programma c’è sia il federalismo fiscale sia la riforma della Giustizia”.
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Una frenata e un’accelerazione: accolta la proposta del governo, l’Aula di Montecitorio voterà il lodo Alfano (che prevede l’immunità giudiziaria per le 4 più alte cariche dello Stato e la relativa sospensione dei procedimenti giudiziari a loro carico per la permanenza della loro durata in carica) giovedì, prima del decreto sicurezza. Ed è molto probabile che la norma “blocca-processi” contenuta nel decreto venga modificata profondamente se non addirittura ritirata. È questa la conclusione di una giornata al cardiopalma sul fronte della giustizia, nella quale è saltata alla fine l’ipotesi di un’intesa tra centrodestra e opposizione. Pd e Idv hanno infatti abbandonato i lavori della commissione e il governo, sostenuto dalla maggioranza dei gruppi parlamentari (grazie anche all’astensione dell’Udc), ha deciso di andare avanti sul Lodo Alfano: la norma che punta a sospendere i procedimenti giudiziari per le quattro più alte cariche dello Stato fino alla fine del loro mandato.
Ma la vicenda del “sorpasso” in Aula tra Lodo e “blocca-processi” è piuttosto complessa soprattutto perchè si è svolta alla vigilia della manifestazione convocata dall’Idv proprio per dire basta alle leggi ad personam proposte dal governo Berlusconi. Nei giorni scorsi in molti avevano scommesso che si sarebbe potuti arrivare ad una sorta di intesa tra i poli riguardo la possibilità che il Lodo Alfano venisse discusso dall’Aula della Camera prima del decreto sicurezza. Sulla spinta anche dell’Udc che da sempre aveva dato il suo parere favorevole in linea di principio al Lodo, come confermato anche oggi da Pier Ferdinando Casini.
In cambio, però, il Pd aveva fatto capire che avrebbe chiesto il ritiro della ‘blocca-processì: la misura che avrebbe gettato lo scompiglio nei tribunali di mezza Italia come denunciato dall’Anm pronta a scendere sul piede di guerra.
Ma in giornata il filo sottilissimo che legava Pdl e Pd sul fronte di questa possibile intesa si è spezzato. Anche perché per il Pd sarebbe stato davvero difficile spiegare l’eventuale ’scambiò proprio alla vigilia della manifestazione di Di Pietro.
Così la presa di posizione del capogruppo alla Camera Antonello Soro che faceva trasparire un qualche segnale di apertura al confronto, sarebbe stata vista malissimo da un’altra parte del partito. Così, nel pomeriggio, il Pd si è visto costretto a tirare il freno a mano con il ‘nò a 360 gradi del presidente dei senatori democratici Anna Finocchiaro: “Il Lodo? Non è necessario nè urgente. E poi, solo se si fa con legge costituzionale…”.
Anche durante la seduta congiunta delle commissioni Giustizia e Affari Costituzionali c’è stata un pò di tensione nel gruppo, ma alla fine Marco Minniti ha spiegato che l’ipotesi di accordo non esisteva (”È inaccettabile”) e che la proposta di togliere la “blocca-processi”, calendarizzando prima il Lodo, altro non era se non l’ammissione che la prima non era altro “che una legge ad personam fatta su misura per il premier”. E da qui è stata un’escalation e tutti i deputati del Pd hanno deciso di abbandonare i lavori di commissione per protesta.
Nemmeno nella maggioranza tutti guardano con favore alla proposta. Il deputato del Pdl e legale del premier Niccolò Ghedini parla infatti di “baratto scellerato”. Per Ghedini, infatti, “non c’è alcun collegamento” tra i due provvedimenti. “Il primo” ha spiegato Ghedini “è un provvedimento a tutela di tutti i cittadini, mentre il lodo Maccanico-Schifani-Alfano è un provvedimento per evitare che le più alte cariche dello Stato siano soggette continuamente a processi”.
Il senatore auspica, comunque, che il processo cosiddetto Berlusconi-Mills, in corso oggi a Milano, prosegua fino alla conclusione “per dimostrare l’estraneità del presidente del consiglio alle accuse”.
Alla vigilia della manifestazione, insomma, il clima tra i poli è di nuovo tesissimo, nonostante l’ottimismo del presidente della Camera Gianfranco Fini che ha considerato l’annuncio del governo di ritirare la blocca-processi dopo il “sì” al Lodo una decisione che potrebbe creare “un clima meno infuocato”.
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Smorzare i toni, tornare al dialogo. L’ha sempre detto e sostenuto il Capo dello Stato. Soprattutto quando sul tavolo del confronto stanno i temi della giustizia. E allora, meglio ripetere una volta di più l’invito. Così Giorgio Napolitano non esita a scrivere una lettera (qui il testo) al Csm, (organo che formalmente presiede) per dire che non può esservi “dubbio o equivoco sul fatto che al Csm non spetti in alcun modo quel vaglio di costituzionalità cui, com’è noto, nel nostro ordinamento sono legittimate altre Istituzioni”.
Questo uno dei passaggi della missiva inviata dal presidente al vice Nicola Mancino, che l’ha letta nel plenum in corso nel quale dovrà essere approvato il parere sul provvedimento per la sicurezza e in particolare sull’emendamento salva-processi.
I “pareri” del Csm “sono dunque destinati a rilevare e segnalare le ricadute che le normative proposte all’esame del Parlamento si presume possano concretamente avere sullo svolgimento della funzione giurisdizionale. Così correttamente intesa l’espressione di un parere del Csm non interferisce - altra mia preoccupazione già espressa nel passato - con le funzioni proprie ed esclusive del Parlamento: anche quando, come nel caso dei decreti legge, per evidenti vincoli temporali, tale parere non abbia modo di esprimersi prima che il Parlamento abbia iniziato a discutere deliberare”. Questo uno dei passaggi della lettera del capo dello Stato.
“Confido che nell’odierno dibattito e nelle deliberazioni che lo concluderanno, non si dia adito a confusioni e quindi a facili polemiche in proposito. La distinzione dei ruoli e il rispetto reciproco, il senso del limite e un costante sforzo di leale cooperazione, sono condizioni essenziali ai fini della tutela e della valorizzazione di ciascuna istituzione, delle sue prerogative e facoltà ”.
Il FORUM: Troppo potere ai magistrati?