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Sepolto sotto la frana delle norme urgenti sulla giustizia volute da Silvio Berlusconi, e delle intercettazioni telefoniche spuntate ad hoc contro il premier (ed altre sono in attesa di pubblicazione), il dialogo tra governo e opposizione, il rapporto nuovo tra Pdl e Pd per quella che doveva essere una legislatura costituente, in questo momento è in coma. Eppure non è ancora morto. Vediamo qual è la situazione.
Innanzi tutto i fatti. All’inizio della legislatura nessuno, probabilmente neppure nello stesso Partito democratico, avrebbe immaginato che i problemi giudiziari e telefonici del Cavaliere sarebbero tornati prepotentemente al centro della ribalta. L’unico che ci aveva scommesso è stato Antonio Di Pietro, forse più informato di altri. Il processo Mills e le raccomandazioni di attrici e attricette hanno prodotto specularmente l’emendamento taglia-processi e il lodo Maccanico-Schifani-Alfano. Oggi siamo al punto che ciò che resta del dialogo è un eventuale, difficilissimo scambio tra emendamento e lodo. Pare sia un’ipotesi non sgradita al Quirinale; nel governo ci punta il ministro della Giustizia Angelino Alfano tra la diffidenza di palazzo Chigi.
Ma non è stato solo il ritorno alla via giudiziaria della politica a far smarrire il filo del dialogo. Basta dare un’occhiata ai sondaggi. L’ultimo, dell’Ispo di Renato Mennheimer per il Corriere della Sera, segnala un crollo di consensi per i Democratici di Veltroni e un impennata per il Pdl di Berlusconi. I primi al 28%, circa cinque punti in meno rispetto alle elezioni. Il Pdl al 44,6, cioè 7,2 punti in più. Secondo l’Ispo, oggi il differenziale tra Pdl e Pd sarebbe di 16,6 punti, un margine che neppure la Dc dei tempi d’oro ha avuto. In questa situazione non c’è dialogo che tenga.
Anche perché è in crisi l’altro partito dialogante, l’Udc, mentre la linea dura di Di Pietro viene, a quanto pare, premiata: un balzo di tre punti, al 7,4%. Ma attenzione: oggi l’ex pm ha deciso di rappresentare in Parlamento (più o meno credibilmente, magari) anche le parole d’ordine della sinistra massimalista esclusa dalle Camere. E sommando la fiducia per l’Italia dei Valori a quella per la Sinistra Arcobaleno arriviamo intorno al 10%, il bacino storico delle minoranze protestatarie.
Questa situazione - l’escalation giudiziaria e il successo di Di Pietro che l’ha cavalcata - ha completamente spiazzato Veltroni. Il quale non è stato in grado di opporvi nessun’altra linea se non quella, negli ultimi giorni, di mettersi a inseguire le intemperanze dipietriste.
La riprova? Oggi un messaggio non trascendentale di Berlusconi alla Federazione tabaccai (”Farò ogni sforzo perché l’interesse di pochi non prevalga su quello di quasi tutti”) ha ricevuto una risposta sproporzionata da Veltroni (”Berlusconi ha assestato un colpo mortale al confronto”), ma soprattutto da un esponente di punta dell’ala dalemiana del Pd come Pier Luigi Bersani: “Io che cosa significa dialogo non l’ho mai capito. A noi tocca fare un’opposizione seria e netta”.
Se si aggiunge che a proporsi come paciere è addirittura Umberto Bossi, preoccupato che ci vada di mezzo la riforma che più sta a cuore alla Lega, il federalismo, si capisce quale sia lo stato dei rapporti tra Berlusconi e opposizione. Dialogo ormai morto, dunque, come certificano le parole di Veltroni: “Berlusconi prende in giro gli italiani; ora basta, il dialogo è finito”? In realtà una rottura può soddisfare alcune necessità immediate; ma alla lunga non conviene a nessuno dei contendenti.
Dal punto di vista di Berlusconi, è comprensibile che non si fidi dei suoi interlocutori, né nell’opposizione né al Quirinale, su argomenti come la magistratura e le intercettazioni telefoniche. Difficile giocare di fioretto quando c’è chi usa la mannaia. Quanto a Veltroni pensa, alzando i toni, di recuperare un po’ di consensi lasciati a Di Pietro, e soprattutto di rafforzarsi nel Pd, dove si prepara una dura resa dei conti.
Ma se un giorno si uscirà da questa emergenza i fili del dialogo dovranno essere riannodati. La situazione economica, disastrosa in tutto il mondo, non permette un clima di scontro sociale. E soprattutto per due rirome si è messo in moto il conto alla rovescia: quella sul federalismo, appunto; e quella elettorale. Non dimentichiamo che tra meno di un anno si riproporrà il referendum, dunque Pdl e Pd dovranno studiare una soluzione, possibilmente condivisa, che salvi il bipartitismo ed eviti la consultazione.
In realtà il terreno al quale il dialogo sarebbe più utile è proprio la giustizia. Peccato che sia diventato anche il campo di battaglia, come da 14 anni a questa parte.
Il VIDEO servizio:
“Tante polemiche strumentali finiscono con il mettere in secondo piano l’interesse collettivo”. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in un messaggio inviato alla Federazione italiana tabaccai in occasione di un convegno nazionale, torna sul tema della giustizia, sottolineando che il governo farà ogni “sforzo perché l’interesse di pochi non prevalga su quello di quasi tutti, continuando” scrive il premier “nella direzione che era indicata nei nostri programmi e si incarna nella nostra azione”.
Il governo, sottolinea Berlusconi, “ha scelto di mettere la sicurezza e l’ordine pubblico tra le priorità della propria azione, compresa la volontà di ridare efficienza e forza credibile ad una giustizia che, troppo spesso delude le aspettative in essa legittimamente riposte”.
Immediata la reazione dell’Italia dei Valori. “Che Berlusconi parli di interesse collettivo è quasi una barzelletta” afferma Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv alla Camera. “E pure di cattivo gusto, visto che da quando è stato eletto ha solo pensato ai suoi affari personali e mai alla situazione del Paese, sempre più drammatica soprattutto dal punto di vista economico”. “Una situazione molto grave” conclude “che richiede la più ferma e decisa opposizione, in Parlamento e nelle piazze”.
E anche il Pd si fa sentire: le parole del premier non convincono Walter Veltroni. Che accusa “le iniziative di governo e presidente del Consiglio” di aver dimenticato l’interesse generale, “dando di nuovo priorità a vicende legate ad interessi particolari e personali e assestando un colpo mortale a quel bisogno di confronto alto tra diversi schieramenti sulle riforme e la modernizzazione delle istituzioni e della politica”. Il leader Pd aggiunge che “non torneremo mai più al clima rissoso e paralizzante di questi ultimi quindici anni” e ammonisce che “si illude chi spera di trascinarci indietro e di diminuire così le nostre potenzialità di espansione, le nostre possibilità di parlare agli italiani e di guadagnare nel tempo la loro fiducia”.
A fare da paciere ci prova “addirittura” il leader della Lega Umberto Bossi: a “Silvio” dirà “di darsi una calmata”. Poi parlerà con Veltroni “per ricucire il dialogo”, perché “per fare le riforme c’è bisogno di tutti, anche dell’opposizione”. Nell’insolita veste di “pompiere” tra Pd e Pdl, il Senatur spiega, in un’intervista sulla Stampa che è pronto a fare di tutto “per portare a casa il federalismo”. La materia, a lui che di questa riforma è il ministro, interessa molto al popolo del Carroccio. E Bossi assicura: il testo “è quasi pronto” dice ancora il ministro “e sarà collegato alla finanziaria”. La base su cui discutere con le Regioni, aggiunge, sarà “lasciare loro l’80% dell’Iva e il 15% dell’Irpef”. Ma in una fase così “decisiva per imboccare il percorso verso le riforme” è necessario ritornare al dialogo con il Partito democratico: “Il Paese è al collasso se si rompe il dialogo” spiega “per rialzarsi l’Italia ha bisogno di riforme vere, non di chiacchiere o beghe politiche”. Per questo il Senatur vuole “parlare con Veltroni, per fargli capire che dialogare serve a tutti, anche a loro. Perché tutti gli elettori, anche quelli del Pd, staranno meglio con il federalismo fiscale”. Due parole, però, le dirà anche al premier: “Sulla magistratura cerco di fermare Silvio Berlusconi. Anche se capisco che fa così, perché i giudici lo stanno legnando inutilmente”.
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Passi indietro? Nessuno. Scuse? Neanche a parlarne. Antonio di Pietro non ci pensa proprio a pentirsi. Anzi, dice che dovrebbe essere Silvio Berlusconi a scusarsi con gli italiani. Parlando delle nuove intercettazioni pubblicate dall’Espresso, il leader Idv, aveva detto che al governo “più che statisti abbiamo dei magnaccia”. E non intende indirizzato a lui il richiamo del Capo dello Stato nel giorno del suo 83esimo compleanno a una maggiore concordia tra i due schieramenti.
L’ex pm stavolta utilizza sia l’ultimo appuntamento della stagione di Lucia Annunziata, In mezz’ora, sia il cliccatissimo blog di Grillo per sostenere che è il Cavaliere a doversi “scusare con gli italiani, perché in campagna elettorale ha detto che si sarebbe attivato per farli stare bene. E invece sta obbligando il Parlamento a fare leggi che servono a lui per suo interesse”.
In ogni caso l’ex magistrato non si pente di averlo paragonato a un magnaccia per i suoi colloqui al telefono con il direttore di Rai Fiction Agostino Saccà, intercettate e poi pubblicate, sui giornali. Quella parola “magnaccia” non è piaciuta a molti. Non solo tra la fila della maggioranza (con Ghedini che conferma: “Molteplici processi per diffamazione che verranno immediatamente intentati”); ma anche a sinistra.
Ma l’ex ministro delle Infrastrutture non si fa problemi di linguaggio forbito: “Il mio sarà pure un linguaggio crudo” aggiunge Di Pietro “ma il suo è un insulto agli italiani perché quando ha un processo in corso si fa una legge per farsi salvare”.
Incontenibile, l’ex pm ruba a tutti la scena. Anche agli alleati del Pd. E Veltroni, parlando con Repubblica, conferma che “in queste condizioni il dialogo è finito”, il Cavaliere “è tornato a essere ciò che è, lui sa procedere solo a strappi”. E così, il segretario Pd irrita non poco la maggioranza. Che infatti interviene.
Per Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl, “Veltroni e il Pd hanno responsabilità rilevanti nell’imbarbarimento dipietrista”. Addio Walter, senza rimpianti: “Andremo avanti per la nostra strada come ci chiedono gli elettori”, scrolla le spalle Paolo Bonaiuti. Maroni conferma: “I voti li abbiamo, approveremo le leggi da soli senza di loro”.
Insomma, nulla fa sperare che ci libereremo in fretta delle liti sulla giustizia. Anzi, il clima di queste ore fa prevedere che un futuro prossimo ancora più da scontro. Martedì 1 il Csm metterà il timbro sul parere che dichiara anti-costituzionali le norme blocca-processi. Mercoledì 2 la Camera dovrà pronunciarsi sulla loro costituzionalità. Martedì 8 luglio, in piazza Navona a Roma, in contemporanea con l’iter di approvazione della legge sulle intercettazioni, l’Italia dei valori manifesterà “per la libertà di espressione e per la giustizia“. Intanto, a Montecitorio per l’intero mese di luglio si prevede un corpo a corpo, senza esclusione di colpo. Tanto che il capogruppo Pd Antonello Soro ipotizza un ostruzionismo massiccio nella speranza di affondare il decreto, che la maggioranza deve convertire entro giovedì 24.
Se il blocca-processi supererà lo scoglio, la guerra a quel punto si sposterà sul cosiddetto “lodo Alfano” (processi sospesi per le quattro più alte cariche dello Stato). In base al calendario parlamentare, la rissa sforerà largamente nel mese di agosto. Che, a questo punto, si prospetta più caldo del solito.
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Il Consiglio dei ministri ha dato via libera al disegno di legge sull’immunità delle più alte cariche istituzionali, il cosiddetto “lodo Schifani bis”. Lo si apprende da fonti governative.
Secondo il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, si tratta “di un disegno di legge, non chiamiamolo lodo, perchè il lodo implica la partecipazione di tutti e non so se sarà così”.
Quindi, “in disegno di legge”, ha detto il ministro della Giustizia Angelino Alfano nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi “verrà immediatamente sottoposto al Parlamento”. Dove “Immaginiamo” ha aggiunto “possa avere, per austerità di contenuto e per la scrittura che non ha lasciato spazio a eccessi (il Ddl contiene un solo articolo e otto commi, di cui l’ultimo è l’entrata in vigore”), un largo consenso parlamentare”. Secondo il Guardasigilli, infatti, “queste diposizioni verso le alte cariche dello Stato sono utili al buon funzionamento delle istituzioni e che non vi sia nessun nesso tra queste disposizione e le norme contenute nel decreto sicurezza”. Alfano è convinto che “questa iniziativa legislativa possa portare verso un più ordinato e sereno equilibrio tra i poteri dello Stato. Abbiamo fatto un lavoro serio di intervento in riferimento ai punti deboli del ‘lodo Schifani’, quelli individuati come incostituzionali dalla Corte. Crediamo inoltre di aver riaffermato i principi che invece erano stati valutati positivamente e non è detto che la Consulta debba pronunciarsi nuovamente sul provvedimento”. Infatti, secondo il ministro Guardasigilli: “Se nessuno eccepirà la costituzionalità di questa legge - ha spiegato - la Corte non avrà motivo di pronunciarsi e la legge dispiegherà i suoi effetti senza passare nuovamente al vaglio della Corte”.
Eccoli, i punti salienti del disegno legge: “La sopensione non è reiterabile, l’imputato ci può rinunciare”, ha spiegato il titolare di via Arenula spiegando il provvedimento approvato in Consiglio dei ministri. “Sono sospesi dalla data di assunzione fino alla cessazione della carica i processi nei confronti del Presidente della Repubblica, del presidente della Camera, del presidente del Senato e del presidente del Consiglio dei ministri”, ha proseguito Alfano. E ancora: “Se Silvio Berlusconi diventasse, in questa o in una prossima legislatura, Presidente della Repubblica si applicherebbe il ddl (che comunque deve ancora diventare legge) approvato oggi dal Cdm che prevede l’immunità per le alte cariche dello Stato”.
E sul ddl si sono poi espressi i rappresentanti dell’opposizione. “Qualunque discussione su un procedimento di questo genere deve vedere prima il ritiro della norma sulla sospensione dei processi”, ha risposto al ministro Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato del Partito democratico. “Le condizioni per il consenso parlamentare si creano. Noi abbiamo posto condizioni assolutamente di buon senso. L’immunità per le alte cariche dello Stato deve valere dalla prossima legislatura, altrimenti avremo un sistema in cui si legifera ancora una volta nell’interesse personale del presidente del Consiglio. Ciò è più rischioso per Berlusconi di quanto non sarebbe affrontare serenamente un processo di primo grado. La cosa che non è possibile fare è imporre questo testo nel giro di poche settimane, avendo prima introdotto una norma sulla sospensione del processo. Inoltre non è possibile che questo venga imposto da un presidente del Consiglio che ha un procedimento a suo carico pendente e per impedire che a ottobre vada a sentenza”.
Al solito duro, il leader Idv, Antonio Di Pietro. Che contesta il metodo e merito del nuovo lodo sulla sospensione dei processi per le alte cariche: “Si tratta, in sostanza , di non far processare Berlusconi quando il processo è già arrivato alla fine”. Di Pietro ha ribadito che il suo partito proporrà un referendum abrogativo non appena il disegno di legge sarà approvato dal Parlamento.
Le norme su sollecitazione del governo e per decisione della Conferenza dei capigruppo di Montecitorio, approderanno infatti nell’Aula della Camera lunedì 28 luglio.
Parola d’ordine: raffreddare gli animi. All’insegna di questo auspicio è trascorsa la giornata al Csm, il giorno dopo le tensioni del week-end seguite alle anticipazioni della bozza di parere al dl sicurezza, in particolare quel giudizio di incostituzionalità sulla norma che sospende i processi per i reati puniti con meno di 10 anni che ha provocato l’intervento del Quirinale.
Ragioni di “opportunità” hanno spinto, così, ad una doppia mossa. Innanzitutto, a rinviare di 24 ore la discussione in Sesta Commissione sul documento al quale finora hanno lavorato “soltanto” due relatori. Il confronto con i colleghi non è neppure iniziato, meglio - è stata la scelta unanime - aspettare il voto del Senato sul dl per discutere pacatamente su una materia “complessa e delicata”, facendo di tutto per arrivare ad una soluzione il più possibile condivisa.
Atteggiamento che ha ispirato anche le decisioni sull’altro “fronte” aperto a Palazzo dei Marescialli: la pratica a tutela dei giudici milanesi del processo Mills accusati dal presidente del Consiglio di agire “per finalità politiche”. La Prima Commissione ha deciso, su richiesta del consigliere laico del centrodestra Gianfranco Anedda, che per ora verranno acquisiti alcuni documenti: la copia del resoconto stenografico della seduta del Senato durante la quale il presidente Schifani ha dato lettura della missiva inviata da Berlusconi, l’istanza di ricusazione del giudice Nicoletta Gandus presentata il giorno dopo dai legali del premier, il parere del pg di Milano che ha giudicato “inammissibile” la ricusazione stessa. I tempi per una presa di posizione sulle accuse di Berlusconi si allungano, se ne riparlerà a fine settimana, se tutto va bene.
Ma nella “tregua” con le toghe spunta anche la decisione di presentare il “Lodo bis” (la riedizione aggiornata e corretta della proposta Schifani del giugno 2003) per bloccare i processi alle alte cariche dello Stato, su cui è al lavoro il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, intervistato dal Sole24Ore. Il provvedimento (”molto asciutto, con uno scudo per il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio e i Presidenti delle due Camere”, fa intendere il ministro) non dovrebbe tuttavia arrivare in Consiglio dei ministri questa settimana, bensì la prossima.
Una proposta che non dispiace al segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, in una intervista a La Repubblica. Fermo restando che per l’Anm “le norme che sospendono i processi devono essere espunte dal decreto” perché “si creerebbe un caos senza precedenti”, Cascini spiega che sono tre le questioni sul tavolo e devono restare separate. Da un lato c’è “la riforma della giustizia” che richiede “dialogo, ponderazione, analisi prudenti, qualche convergenza”. Poi bisogna smettere di “aggredire singoli magistrati” per tornare a una “leale collaborazione tra le istituzioni”. Infine c’è la proposta di fermare i processi per le più alte cariche dello Stato, scelta che “spetta all’autonomia della politica”, che non va confusa con “con i meccanismi che fanno funzionare i processi né può essere accompagnata da una campagna di aggressione contro alcuni magistrati”. Offre la mano al segretario dell’Anm, l’ex ministro della Giustizia, Roberto Castelli, che chiede “una tregua subito”. Castelli si dice preoccupato per lo stop al dialogo tra maggioranza e opposizione a causa degli scontri sulla giustizia. “La situazione è patologica” spiega “e nessuno nel Paese vuole più la lotta, ne va del futuro dell’Italia e della sua immagine internazionale”. Perché tutti “abbassino i toni e cerchino una soluzione politica condivisa” la strada potrebbe allora essere quella di andare avanti sul lodo Schifani, “corretto in base alle osservazioni della Consulta”, spiegando che “nessuno vuole l’immunità della ‘casta’ ma una soluzione che permetta a chi è stato eletto di governare” e di essere sottoposto a giudizio dopo.
di Roberto Martinelli e Mario Sechi
Il cortocircuito tra politica e giustizia fa scintille dall’inizio degli anni Novanta e nessun elettricista finora è stato in grado di ricollegare i cavi e far scendere l’alta tensione. Come anticipato da Panorama, il sogno del dialogo tra Pdl e Pd si è spento sul muro alzato dalla magistratura contro le riforme della maggioranza. Silvio Berlusconi pensa che il governo debba essere giudicato sul piano della sua azione politica e non per le inchieste e i processi che, dal 1994 a oggi, si sono moltiplicati, senza mai arrivare a una condanna. Per questo, tra i primi atti del governo ci sono tre punti di riforma della giustizia, scudo per le alte cariche dello Stato, corsia preferenziale per certi tipi di reato e processo, intercettazioni, che hanno un unico filo rosso: il riequilibrio del rapporto tra politica e magistratura, il bilanciamento tra accusa e difesa nella cornice del “Giusto processo”.
Scudo per le alte cariche. L’Italia a differenza della Francia e della Spagna non ha una norma che tuteli le alte cariche dello Stato da inchieste che potenzialmente possono creare un conflitto fra la giustizia e la sovranità popolare. Parigi e Madrid hanno leggi che prevedono la sospensione dei procedimenti fino alla fine del mandato. Attenzione alle parole: non l’impunità (inaccettabile sul piano giuridico perché in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione), ma la sospensione.
Al cospetto di un “buco” giuridico così grande, davanti a Berlusconi si sono presentate due strade: 1) affrontare il giudizio del caso Mills, una eventuale condanna e poi puntare a una rapida assoluzione in appello; 2) riportare sui binari istituzionali il rapporto tra politica e giustizia. Il presidente del Consiglio aveva considerato anche la prima ipotesi, ma una serie di fattori rischiava di mandare all’aria, per via giudiziaria, un governo democraticamente eletto e con una larga maggioranza.
Il primo di questi fattori riguardava i tempi dell’appello. La domanda che si sono posti a Palazzo Chigi è stata la seguente: può la presidenza del tribunale di Milano garantire lo svolgimento del processo d’appello in 3, 4 mesi, cioè in un periodo ragionevolmente breve? Cosa farà la procura generale e quanto peserà il clima di guerra che si è creato nell’Associazione nazionale magistrati? Quesiti che non hanno trovato una risposta soddisfacente. “Non possiamo dimenticare i rapporti internazionali” è stato l’altro punto critico messo a fuoco da Palazzo Chigi. Nessuno ha dimenticato il gesto sprezzante del vicepremier del Belgio, il socialista Elio Di Rupo, che nel 1994 si rifiutò di stringere la mano al ministro Giuseppe Tatarella considerandolo fascista. Figurarsi con un premier condannato.
A Palazzo Chigi si sono trovati di fronte al conflitto irrisolto tra sovranità popolare e ordine giudiziario. Soluzione? L’unica possibile e alla luce del sole: rispolverare il lodo Maccanico che prevedeva la sospensione dei processi per le cinque più alte cariche dello Stato (presidente della Repubblica, presidenti di Camera e Senato, presidente del Consiglio e presidente della Corte costituzionale) e la ripresa dei procedimenti a fine mandato.
Per farlo forse serve una legge costituzionale, certamente un disegno di legge. Tempi lunghi, ma la riforma appare non più rinviabile. Pena il caos istituzionale. Caos che nell’inchiesta sui fondi del Sisde che coinvolgeva il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro fu evitato con un escamotage che sospese il giudizio sul Quirinale. Per sempre.
Gerarchia dei processi. A questo punto, i consiglieri giuridici di Palazzo Chigi hanno considerato la circolare emanata 2 anni fa dal procuratore di Torino, Marcello Maddalena, che metteva in coda i procedimenti “azzoppati” dall’indulto, “prendeva atto dell’impossibilità di celebrare tutti i processi” e indicava quelli prioritari a partire da una certa data. I due emendamenti presentati dal governo al disegno di legge sulla sicurezza rispondono a questo principio d’efficienza, il primo interviene sulla formazione dei ruoli dell’udienza, il secondo sulla sospensione dei processi penali.
Il caso Mills ricade in queste ipotesi. Maddalena non è il solo a sostenere la necessità di corsia speciale per alcuni reati. Piero Luigi Vigna, procuratore onorario della Corte di cassazione, ricorda: “Quando ero alla Direzione nazionale antimafia, avevo proposto una scala di reati da individuare. Questo criterio era già stato adottato quando, soppresso il pretore e stabilito il giudice unico, si indicò da parte del legislatore una scala di priorità di reati”.
Intercettazioni. Auspicate da destra e da sinistra, le nuove norme hanno diviso maggioranza e opposizione e incassato la protesta della magistratura. Era prevedibile che ciò accadesse, ma prima o dopo ci si renderà conto che una riforma parziale e non organica non risolverà il problema: evitare che il processo penale italiano, da garantista qual era nell’intenzione del legislatore, rischi di diventare ancor più giustizialista di quello che lo aveva preceduto.
Che le nuove leve della magistratura, rappresentate dai vertici dell’Anm, siano contrarie a una riforma reale è naturale e anche comprensibile. In questi ultimi vent’anni non c’è stata inchiesta giudiziaria in cui non sia stata usata l’intercettazione telefonica e il vedersi privati di questo congegno le preoccupa non poco, perché la pubblica accusa rischia di dover tornare a svolgere un ruolo assai più responsabile di arbitro e controllore dell’istruttoria affidata alle indagini tradizionali di un tempo, alle moderne competenze scientifiche e, soprattutto, alla capacità degli ufficiali di polizia giudiziaria.
L’intercettazione esiste da quando il vecchio codice fascista entrò in vigore prima della Carta costituzionale. Ma nessun magistrato o funzionario di polizia, neppure durante i lunghi decenni del rito inquisitorio, aveva mai fatto uso di questo mezzo d’indagine in maniera così invasiva. A dispetto delle regole del “Giusto processo”, voluto dall’intero Parlamento italiano, poco importa se una telefonata chiama in causa un innocente quando i toni e i contenuti sono tutti da interpretare e valutare nel loro corretto significato.
Paola Severino, docente di diritto penale e vicerettore della Luiss, ha messo in guardia le istituzioni sul rischio che “una volta costruite le regole e le sanzioni” queste corrono il rischio di restare “un vuoto simulacro, destinate a una totale o parziale disapplicazione”. Le inchieste sulla violazione del segreto istruttorio non si fanno perché sconvolgerebbero l’organizzazione degli uffici che quel segreto custodiscono. Così i verbali arrivano, continueranno ad arrivare da lontani e incontrollabili centri d’ascolto e finiranno per fare la loro parte nei provvedimenti cautelari. Prima con i loro contenuti e poi con le registrazioni integrali raccolte in un apposito fascicolo destinato anch’esso a essere portato a conoscenza dell’indagato.
Questo sistema consentirà al cronista, con qualche difficoltà in più, di renderle pubbliche sulla base di un’interpretazione del codice da parte di chi confonde volutamente la “discovery” tra le parti processuali e la fine del segreto investigativo. Con questo alibi si è arrivati a sostenere che grazie a tali scelte l’opinione pubblica è venuta a conoscenza in tempo reale di gravi episodi di malcostume amministrativo e finanziario. Ma prima che le intercettazioni diventassero lo strumento principe delle inchieste, la magistratura ha condotto una lunga serie d’indagini sul malcostume amministrativo e sulla corruzione politica. Gli scandali dell’Ingic, della sanità, di Fiumicino, del Cnen e lo stesso scandalo Lockheed non furono smascherati dai centri di ascolto, ma dalla professionalità degli inquirenti e dalla determinazione dei pm di un tempo antico che consideravano la professione come una sorta di sacerdozio laico.
I giornali ebbero modo di informare i cittadini, sempre e compiutamente, facendo uso anche dell’ormai desueto strumento professionale che si chiamava giornalismo investigativo. Talvolta perfino usandolo in maniera strumentale e scorretta, come accadde quando si volle a tutti i costi coinvolgere in un’inchiesta un presidente della Repubblica, perbene e galantuomo, che fu tuttavia costretto a lasciare anzitempo il palazzo del Quirinale.
Nel giorno in cui la presentazione dell’istanza di ricusazione da parte di Silvio Berlusconi non sospende il processo a suo carico, il premier, durante un incontro con la stampa a Bruxelles, Silvio Berlusconi attacca duramente quella parte della magistratura che “con accuse false e risibili” rischia di “sovvertire il voto popolare e la democrazia in Italia”.
Il premier prende lo spunto per questo duro attacco da una domanda rivolta dai giornalisti italiani nella conferenza stampa al termine del Consiglio europeo. Il Cavaliere annuncia un incontro con i giornalisti la prossima settimana per mettere bene in chiaro questa sua posizione. “Non c’è nessuno stop, con le norme approvate si mettono da parte solo alcuni processi per consentire di far viaggiare più speditamente altri e non far uscire di galera stupratori e ladri. Mi indigna solo il fatto che si pensi che io voglio approfittare di queste norme. Ma non è così. Dico solo che il voto popolare non deve essere sovvertito da una magistratura che procede con accuse false e risibili”.
E ancora: “Nel 1994″ aggiunge il premier “ho visto sovvertire il voto popolare da una minoranza di giudici che stanno nella nostra magistratura. Ho patito 15 anni di persecuzioni per far sì che questo non possa più accadere”. Il Cavaliere sottolinea che nel ’94, come oggi, ha ricevuto accuse false e risibili con l’intento di “sovvertire il voto democraticamente espresso dal popolo”.
Al riguardo, il presidente del Consiglio ricorda che fece, quando era a palazzo Chigi due legislature fa, una conferenza stampa per spiegare la risibilità di alcune accuse che lo riguardavano, portate avanti da “pm e giudici che utilizzano il potere giudiziario per sovvertire la democrazia in Italia. Un fatto - quasi urla Berlusconi - che non posso permettere perchè, oltretutto, mi si accusa di qualcosa che non esiste. Ve lo giuro sui miei 5 figli”.
Immediata la reazione dell’Anm: “Basta con gli insulti alla magistratura che sono un danno per la democrazia e il Paese. Il premier parla di pm sovversivi? Faccia i nomi, o si continua con invettive prive di aggancio con le vicende concrete”, così il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini. Che qualifica quelle del premier come “aggressioni verbali”, “insulti”, rispetto ai quali “non si può rispondere in alcun modo, perché noi abbiamo rispetto per le istituzioni”. Il segretario dell’Anm ricorda che appena qualche giorno fa il sindacato delle toghe aveva riaffermato il principio che “chi governa il paese non può denigrare e delegittimare i giudici e l’istituzione giudiziaria”, pena compromettere la credibilità delle istituzioni e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
di Gianluca Amadori
Il presidente del tribunale di Venezia, Attilio Passannante, ha diramato un’insolita ordinanza che, secondo lui, dovrebbe evitare il collasso del palazzo di giustizia più importante del Nord-Est, in difficoltà anche perché manca un quarto dell’organico amministrativo, perché sono insufficienti gli spazi (i fascicoli vengono accatastati nei corridoi) e per le molte sedi (una quindicina). Succo dell’ordinanza: magistrati, lavorate meno.
“Solo un suggerimento al fine di organizzare meglio l’attività”, ha provato a giustificarsi Passannante poche ore dopo avere firmato l’ordine di servizio con il quale ha disposto anche una riduzione dell’apertura al pubblico delle cancellerie civili e penali. Ma la precisazione non è bastata a fermare polemiche e contestazioni.
I primi sono stati gli avvocati, che hanno minacciato di scioperare per chiedere il ritiro della circolare annunciando, dopo una tesa assemblea, la presentazione di un ricorso al tar contro l’ordinanza, accusata di “avere effetti devastanti sul funzionamento del servizio giustizia”.
Poi si è aggiunta la reazione dell’Associazione nazionale magistrati: “Di fronte a uno Stato che accumula sempre più numerose condanne per la lentezza della giustizia, come si può pensare di rallentare ancora di più i processi?” si è domandata la portavoce della giunta veneta dell’Anm, Licia Marino. “Questa è la dimostrazione che non è colpa dei magistrati se la giustizia non funziona. Serve una seria riforma strutturale e normativa”.
Il colpo di grazia sull’ordinanza tagliaudienze è arrivato dal presidente della corte d’appello, Manuela Romei Pasetti, il cui intervento ha costretto Passannante a fare marcia indietro, sospendendo il provvedimento il giorno stesso in cui sarebbe dovuto entrare in vigore, il 27 maggio: “Si tratta di una riorganizzazione del lavoro, e dunque la materia è di competenza del Consiglio giudiziario e del Consiglio superiore della magistratura” ha tagliato corto il presidente della corte.
Il presidente del tribunale non si aspettava una tale levata di scudi. Già una volta, in passato, aveva ridotto a sole 3 ore al giorno l’apertura al pubblico delle cancellerie e non era accaduto nulla. Ma difficilmente poteva passare inosservato il “suggerimento” ai magistrati di ridurre “la durata delle udienze civili e penali, ove possibile”; di ridurre “il numero di fascicoli per ciascuna udienza”; di fissare udienze “non a breve termine”, di attenersi a un criterio di priorità prestabilito nel trattamento dei fascicoli e di indicare gli “adempimenti da ritenersi urgenti”.
Disposizione nella direzione opposta a quella richiesta dai magistrati, costretti da mesi a rinviare i processi per carenza di udienze, molte “a tempo”: possono durare fino alle 14 per mancanza di cancellieri disponibili, soprattutto da quando il ministero non paga più gli straordinari. Situazione ulteriormente degenerata a causa della sospensione del servizio di stenotipia.
E il presidente degli avvocati civilisti, Paolo Chersevani, accusa: “Questo provvedimento potrà avere gravi effetti destabilizzanti sul già precario stato della giustizia veneziana”.