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Se i super ricchi dicono: più tasse per noi

Luca Cordero di Montezemolo a Cortina Incontra (ANSA)

Luca Cordero di Montezemolo a Cortina Incontra (ANSA)

L’ultima moda dell’aristocrazia economica in Europa e Stati Uniti è chiedere di pagare più tasse. Chi l’avrebbe mai detto che i campioni del meno Stato e più mercato si ritrovassero un giorno a dare ragione al compianto ministro Padoa Schioppa? Continua

Brunetta sulle orme di Tps: “Bamboccioni? Fuori di casa a 18 anni, per legge”

Renato Brunetta

E i bamboccioni tornano al centro delle polemiche.
Polemiche che durano da tempo: come un fiume carsico hanno viaggiato nascoste, in questi anni. Continua

Redditi, vince il Cavaliere: è il più ricco della Camera

[i]Roma, 29 febbraio 2008[/i] - Conferenza stampa di Silvio Berlusconi per presentare  il programma elettorale del Pdl.<br /> [i](©Photo by Massimo Di Vita)[/i]

Vince Silvio Berlusconi. Sul fronte del reddito imponibile, in Parlamento è il Cavaliere il politico più ricco. Il leader del Pdl, e candidato premier alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile, ha dichiarato per il 2006 ben 139.245.570 euro: quasi cinque volte in più rispetto al reddito del 2005 che era stato di 28.033.122. I più poveri alla Camera, invece: l’attuale segretario del Prc, Franco Giordano (124.802 e dichiarati) e l’ex segretario dei Ds, Piero Fassino (124.292 euro)
Nella classifica dei leader di Montecitorio, Berlusconi è seguito, ma a lunghissima distanza, da Daniela Santanché de La Destra (237.665), e dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti (233.195). Il leader de La Sinistra-L’Arcobaleno batte di poche migliaia di euro il presidente del Senato, Franco Marini. Bertinotti, infatti, dichiara 233.195 euro, mentre Marini si ferma a 229.659. Quest’ultimo, inoltre, dichiara di aver venduto la sua automobile, una Volvo, e di aver acquistato il 50 per cento della sua abitazione a Roma. Tra i leader ci sono poi Francesco Nucara (Pri) (223.412), il presidente del Consiglio Romano Prodi (217.221), Pier Ferdinando Casini (176.009), Antonio Di Pietro (175.137) e il Verde, Alfonso Pecoraro (173.999). A seguire, in classifica figurano Francesco Rutelli (159.527), Roberto Maroni della Lega (150.158), Gianfranco Fini (147.814), Lorenzo Cesa (132.540), Oliviero Diliberto (Pdci) (128.464) e il socialista Enrico Boselli (126.254).
Tra i ministri del governo Prodi, il più ricco è Tommaso Padoa-Schioppa; la più povera, invece risulta Livia Turco. Il ministro dell’Economia ha dichiarato 552.211 Euro; il ministro della Sanità invece chiude la top list dei redditi tra i ministri con soli 119.150 euro di imponibile. Padoa Schioppa soffia il primo posto in classifica fra i ministri a Giuliano Amato, che lo deteneva per i redditi del 2005. Nel 2006 il ministro dell’Interno ha dichiarato 414.220 euro. Romano Prodi è solo ottavo con 217.221 euro. Il presidente del Consiglio, comunque, ha fatto meglio dell’anno precedente: nel 2005 aveva dichiarato solo 89.514 euro. L’ex Guardasigilli Clemente Mastella è il terzo in classifica con 312.378 euro. Ben piazzati anche i ministri Lanzillotta (306.408), Parisi (229.876), De Castro (255.191) e il neo ministro della giustizia Luigi Scotti con 274.257 euro annui. Più “modesti” i redditi di Cesare Damiano e Paolo Ferrero, rispettivamente 25mo e 26mo in classifica: per il ministro del Lavoro 147mila 134 euro, mentre il titolare della Solidarietà sociale dichiara 127.001 euro. Il portavoce del governo Silvio Sircana dichiara 126.395 euro.

Ecco, di seguito, la classifica dei redditi per il 2006 dei leader di partito eletti alla Camera dei Deputati, secondo quanto si evince dalle dichiarazioni dei redditi per il 2006 (valori in Euro):
Berlusconi 139.245.570
Santanché 237.665
Bertinotti 233.195
Nucara 223.412
Prodi 217.221
Casini 176.009
Di Pietro 175.137
Pecoraro 173.999
D’Alema 166.989
Rutelli 159.527
Maroni 150.158
Fini 147.814
Cesa 132.540
Diliberto 128.464
Boselli 126.254
Giordano 124.802
Fassino 124.292.

Ed ecco la top ten del Senato:
Ghedini (FI): 1.223.463
Fruscio (Lega): 1.102.799
Barba (FI): 824.166
Scarabosio (FI): 812.227
Calvi (Pd): 751.863
Ciampi: 720.851
Casoli (Fi): 711.405
Costa (Fi): 640.277
Pininfarina: 582.209
Dini: 554.925

Il VIDEO servizio:

Parla il Generale: E ora vi racconto una verità molto Speciale

Il Gen. Roberto Speciale, ex comandante della GdF
di Gianluigi Nuzzi

“Sono stato fatto fuori perché combattevo apertamente un disegno subdolo che preconizzava la smilitarizzazione della Guardia di finanza o il suo smembramento a favore dell’Agenzia delle entrate. La richiesta di trasferire l’intera gerarchia della Lombardia nell’estate del 2006, in piena inchiesta Unipol, va quindi interpretata come un campanello d’allarme della fase iniziale di un progetto più ampio e inquietante. Che passava prima nel commissariamento politico delle fiamme gialle, ‘congelando’ il suo comandante, affidato a generali di corpo d’armata amici, e poi via via nel ridurre lo spettro d’influenza e d’azione della Gdf. Del resto il fatto che il gip di Roma abbia disposto un supplemento di indagine nell’inchiesta su Visco dimostra che in questa vicenda rimangono troppe zone d’ombra”. Rimosso dal comando da Tommaso Padoa-Schioppa, reintegrato dal Tar del Lazio e dimissionario per scelta di contropiede, l’ex comandante della Guardia di finanza, Roberto Speciale, legge in tutta la sua storia, iniziata con i durissimi scontri del luglio 2006 con Vincenzo Visco che gli intimava di rimuovere da Milano senza motivo quattro ufficiali, il naufragio di un progetto per mettere la Finanza nell’angolo.
Generale, sono accuse gravi, può dimostrarle?
Già da articoli e dichiarazioni subito dopo l’insediamento di questo governo, ho assistito a tentativi striscianti e talvolta anche palesi di mettere in sofferenza la Gdf rispetto a tutte le altre articolazioni del ministero dell’Economia.
La maggioranza invece l’accusa di aver creato una gestione personalistica e persino deviata della Finanza…
Leggo tante bugie. Prenda i risultati della Guardia di finanza nella lotta all’evasione fiscale, sbandierati da questo governo pochi giorni fa. Tutti dimenticano che la direttiva per la lotta all’evasione seguita dai finanzieri nel 2007 è firmata da Roberto Speciale. Direttiva che a oggi non è stata modificata in nessuna delle sue parti. Strano, anche Romano Prodi ha perso la memoria.
Che c’entra il presidente del Consiglio?
Quando si insediò ci incontrammo e mi chiese con determinazione una mano nel recupero dell’evasione. Diceva che era fondamentale per il suo governo. Bene, al giuramento degli allievi a Bergamo, a fine primavera 2007, mi ringraziò personalmente per i brillanti risultati conseguiti. Poi è sparito. Deve essere un vezzo: dimenticano i complimenti e voltano le spalle. Eppure, nel centrosinistra avevo molti amici.
Lei è stato scelto dal centrodestra alla guida della Guardia di finanza.
Sì, però con il gradimento di tutti.
Ma non è stato Niccolò Pollari, ex numero uno del Sismi, a sostenere la sua candidatura a comandante della Guardia di finanza?
Pollari e io siamo entrambi siciliani, quasi dello stesso paese ma con carriere distinte e distanti. Ci lega un’amicizia fraterna e una stima incommensurabile, ma mai le nostre carriere si sono intersecate o hanno interferito. A volere fortemente la mia nomina fu Giulio Tremonti.
In questo suo scontro istituzionale cosa le ha pesato di più: l’accusa di usare elicotteri o aerei come taxi, di guidare la Gdf come un corpo deviato…
La interrompo subito: io respingo tutte le accuse giornalistiche di aver utilizzato mezzi del corpo a fini personali. I documenti lo dimostrano. Ma la sofferenza maggiore è il silenzio assordante di tutti gli amici dei Ds. O meglio di tutti coloro che consideravo tali. Penso a Massimo D’Alema, Marco Minniti, Anna Finocchiaro. Una parola da loro me la sarei aspettata.
Il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema
Che rapporto aveva con D’Alema?
Splendido, di stima reciproca. Quando arrivai al comando generale, fu il primo a telefonarmi. Ricordo ancora le sue frasi di apprezzamento per il mio discorso di insediamento. Mi sono sempre ritenuto un interlocutore dei Ds. Molti di loro mi consultavano quando c’erano leggi che interessavano le Forze armate. Un esempio? Ricordo ancora contatti e riunioni quando doveva essere varata la trasformazione dell’esercito di leva in esercito professionale. Mi chiedevano pareri Minniti, il senatore Gianni Nieddu… persino Luciano Violante.
Per la riforma che ha rivoluzionato i servizi segreti?
Esattamente. È stato davvero cortese. Un giorno mi chiese se poteva sentirmi sulla riforma e gli risposi: “Presidente, prendo l’auto e vengo a trovarla subito”. E lui di rimando: “No, vengo io al comando generale”. E così è stato. Oggi in alcuni punti di quella riforma ritrovo il mio pensiero. Infatti ho insistito perché fosse più stringente il coordinamento del servizio segreto centrale, l’ex Cesis, sul braccio civile e su quello militare. Poi se Gian Carlo Caselli afferma che non mi vorrebbe avversario in una partita di scacchi, battuta che mi ha ripetuto ieri mattina Francesco Cossiga al telefono, significa che apprezza implicitamente il mio rispetto delle regole. Che negli scacchi sono cristalline.
È normale che un comandante coltivi rapporti con i politici?
Il comandante generale non è un politico ma una figura istituzionale e quindi può essere amico di tutti.
Oggi quali politici apprezza?
Le dico i pochi della maggioranza. Fausto Bertinotti e Franco Marini per la loro equità, Antonio Di Pietro perché è un legalitario. Giuliano Amato e lo stesso Violante. Fuori da ogni coro Cossiga.
E nel centrodestra?
Non faccio mistero delle mie simpatie per la Casa delle libertà. E quindi Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e Roberto Castelli. Ma stimo moltissimo anche un antimilitarista come Daniele Capezzone: autentico liberale negli ideali e nei comportamenti.
Non sono un po’ troppi? Lancia messaggi per la sua discesa in politica?
Ora penso alla mia famiglia naturale, con la quale mi devo scusare perché per 42 anni ho pensato solo alla mia seconda famiglia, ovvero l’Esercito, e per altri quattro alla terza, ossia la Finanza. E mi scuso con mia moglie, unica consorte di un comandante della Guardia di finanza a finire sui giornali solo perché è stata madrina di eventi sulle nevi esattamente come tutte le mogli dei precedenti comandanti. Comunque, se dovessi un domani fare politica, scenderei in campo a difesa delle persone in divisa, in servizio e in quiescenza. Immagino un ruolo politico che metta al servizio del Paese le mie competenze in sicurezza e difesa.
Insomma, già studia per un incarico di governo?
Ogni studente nutre la legittima ambizione di conseguire la laurea con il massimo dei voti.
Da politico quale priorità individuerebbe?
È sempre più urgente la razionalizzazione delle forze armate e delle forze di polizia, oggi afflitte da sovrapposizioni, diseconomie, risparmiando così risorse a beneficio del personale. Il panorama delle forze armate è infatti sbilanciato. Ci sono forze come l’Esercito che sono sottovalutate negli impegni operativi e nella pianificazione delle risorse.
Quando annuncerà con chi farà politica?
Ancora non ho deciso. Ogni giorno ricevo proposte che preferisco declinare. Stamattina mi ha tirato giù dal letto Francesco Storace chiedendomi di entrare nel suo partito.
Lei è comunque un generale che gode di giudizi controversi. A iniziare da quelli di ex amici come il suo successore, Cosimo D’Arrigo, che l’accusa di avere compiuto un gesto fuori dalla realtà, quando ha chiesto che la sua lettera di dimissioni fosse inoltrata a tutte le fiamme gialle.
L’ho chiesto perché la sentenza del tar parla chiaro. Annulla con effetto immediato la rimozione dall’ufficio e dispone il ripristino dello status quo ante 1º giugno 2007. Altro che pensione! Il giudice mi ha riportato in servizio. Lo status quo ante non ammette altre interpretazioni.
E le accuse di D’Arrigo che prende le distanze?
L’unica nota positiva in questa vicenda era costituita dalla scelta del mio successore, appunto D’Arrigo, a cui mi legano da sempre sentimenti di stima e d’amicizia, ovviamente ricambiati. Va da sé che questi sentimenti non potranno mutare anche a seguito delle dichiarazioni poco felici che ha rilasciato o che meglio gli hanno suggerito di rilasciare.
Dopo le inchieste aperte dalla procura militare e dalla Corte dei conti sui viaggi da lei compiuti con aerei ed elicotteri del corpo e sull’uso dei fondi riservati era normale che l’attuale comandante prendesse le distanze.
Se io ho una colpa, è quella di avere voluto presenziare, per il bene della Gdf, a tutte le cerimonie, nessuna esclusa, che riguardavano il corpo. È una colpa? Ma questi che mi accusano di uso personale si sono mai immaginati il film di una giornata da comandante generale, la mole di impegni giornalieri?
E non lo trova uno spreco di denaro impiegare mezzi da 6 mila euro l’ora?
Presenziare a quegli appuntamenti significa essere vicini al personale con il vertice che si sposta ovunque nel Paese. Non è dispendioso, ne valeva la pena. Tra l’altro la somma investita è contemplata dalle procedure di impiego dei mezzi aerei della Gdf.
Scusi, ma quando andava e tornava da Capri mica era per le feste del corpo…
Io ho sempre raggiunto Capri con mezzi privati e credo che persone come l’imprenditore Roberto Russo lo possano testimoniare, visto che era lui ad accompagnare me e i miei familiari con la sua barca.
È andata sempre così?
Solo una volta con il mare grosso il compianto generale Giovanni Mariella, comandante della Campania, mi mise a disposizione un mezzo per rientrare su Roma per impegni di servizio.
Dai tabulati risulta invece che lei ha usato spesso l’elicottero a Ferragosto.
Perché dovevo presenziare come capo di una forza di polizia alla riunione che ogni 15 agosto fissa il ministro dell’Interno.
Non poteva tornare a Capri con mezzi propri, in auto e poi in traghetto?
E perché mai, scusi? Se per esigenze di servizio richiamo dalla licenza un finanziere semplice devo pagare la missione e il viaggio di andata e ritorno. Perché invece il comandante generale deve essere penalizzato?
Eppure sono pendenti due inchieste, della Corte dei conti e della procura militare…
Con testimoni pronti a ricostruire la verità. Guardi, chi mi diffama si è inventato che io andavo a queste cerimonie il fine settimana, non sapendo che queste celebrazioni venivano programmate proprio al sabato per non interferire con il ciclo scolastico. Io rientravo in giornata subito dopo la cerimonia. Basta controllare, è agli atti. Così ho querelato. Di nuovo.
L’accusano anche di avere fatto portare in montagna, a Passo Rolle, casse di spigole da mangiare con amici e mogli.
Ah quella storia… satira pura e altra querela. Quelle spigole e frutti di mare, in tutto 20 chili, li ho comprati a mie spese per regalarli ai militari della Scuola alpina di Predazzo che non mangiano mai pesce, solo patate, polenta e würstel. “Se non vi offendete ve li offro io”. Così ho fatto arrivare il pesce all’aeroporto di Pratica di Mare. Le cassette sono finite nella stiva dell’aereo che doveva tornare comunque a Bolzano a riprendermi. Così è stato: a Bolzano il pesce è stato scaricato e io mi sono imbarcato. Non l’ho nemmeno assaggiato.
Il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa in Senato
E la gestione dei fondi riservati?
Chi può pensare che mi intascavo 2 mila euro al mese quando ho rinunciato allo stipendio di tutto riguardo che mi veniva offerto dalla Corte dei conti?
Come vengono gestiti questi fondi?
La Gdf come ogni forza di polizia dispone di 8-900 mila euro destinati alle spese per fini istituzionali, come il pagamento delle fonti informative. Ricordo ancora quando una fonte qualificata, subito dopo l’insediamento del governo Prodi, chiese 5 milioni di euro per la cattura di Bernardo Provenzano. La coltivammo per mesi…
E come andò a finire?
E chi li aveva 5 milioni di euro? Segnalammo la cosa a chi di dovere e non ne abbiamo saputo più nulla.
Vuol dire che è stata pagata questa somma per trovare Provenzano?
Questo lo dice lei. Noi abbiamo seguito la legge. Come sempre.

gianluigi.nuzzi at mondadori.it)

Affaire Visco-Speciale: dal generale l’ultimo scacco al Governo

Il Gen. Roberto Speciale, ex comandante della Guardia di Finanza
Con una lettera al Presidente della Repubblica, inviata per conoscenza al presidente del Consiglio e ai ministri dell’Economia e della Difesa, il generale Roberto Speciale ha rassegnato le sue dimissioni “dalle funzioni di comandante generale della Guardia di Finanza”. Un’irrituale missiva per rinunciare ad un comando dal quale il Governo lo aveva rimosso, tra infuocate polemiche, il primo giugno scorso: eppure una sentenza di due giorni fa del Tar aveva dichiarato illegittima quella rimozione. Quello di Speciale è un atto che per il premier romano Prodi “non cambia la posizione del Governo” che vedrà “nelle prossime ore gli aspetti procedurali da seguire”. Come non ferma le inchieste avviate dalla procura militare e dalla Corte di conti a carico di Speciale sull’utilizzo dei mezzi aerei delle Fiamme gialle per scopi privati.

Le dimissioni sono state rese note stamani, dopo la conclusione di un incontro a Palazzo Chigi tra Prodi e Padoa Schioppa per valutare la situazione aperta dalla sentenza del Tar, e le modalità del ricorso al Consiglio di stato. È stato lo stesso Speciale a rendere nota la sua rinuncia con una missiva al Capo dello Stato. “Sig. Presidente della Repubblica, indirizzo a Lei questa lettera non solo perché, il primo giugno scorso, è stato chiamato a controfirmare la mia rimozione.., ma soprattutto perché, allora ed oggi, Lei rappresenta questa Nazione.., al di sopra di tutto, anche della politica e del Governo. Il mio senso, immutevole, di obbedienza verso lo Stato e, dunque, verso di Lei, mi spinge a rassegnare nelle Sue mani le mie irrevocabili dimissioni dal Comando, proprio oggi che questo Comando, come le sarà certamente noto, mi è stato nuovamente restituito dai Giudici e, perciò, mi spetta di diritto”.
Il generale spiega che questo “è l’ultimo atto che, da militare, intendo fare a servizio della Guardia di Finanza e dello Stato, non desiderando più collaborare con il Governo in carica”. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha risposto con poche righe, confermando di aver ricevuto la missiva e di aver “provveduto ad investire della questione le competenti autorità di Governo”, e ricambiando gli auguri per Natale ed il nuovo anno.

Il ministro dell’Economia Padoa Schioppa ha accettato le dimissioni con una lettera resa nota in serata, informando il generale Speciale che il Governo si riserva di valutare se fare ricorso contro la sentenza del Tar. E si è appreso che l’ex comandante delle fiamme Gialle aveva chiesto al Capo di Stato maggiore della Finanza di leggere “ai reparti” il testo della sua missiva al presidente Giorgio Napolitano. Un ordine, afferma il ministro dell’Economia, “invalido” poiché “quand’anche si ritenesse immediatamente applicabile” la sentenza del Tar, “Ella avrebbe dovuto essere ricollocato in servizio, al fine di poter riprendere l’esercizio del comando”.

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Ancora una settimana Speciale per Prodi. Con poco da festeggiare

La legge Finanziaria tornerà in aula al Senato mercoledì 19, per quello che dovrebbe essere il via libera definitivo. È quasi certo che si ricorrerà alla fiducia. Subito dopo palazzo Madama dovrà votare nuovamente il protocollo sul welfare, dopo che la Camera ha imposto alcune modifiche sulla copertura. Come al solito si tratterà di appuntamenti ad alto rischio per Romano Prodi, visto il margine risicato tra i senatori. E visto che al momento del primo via libera gli esponenti di Rifondazione e dell’estrema sinistra votarono sì turandosi il naso.

Ma, ancora una volta, il premier ce la dovrebbe fare. Nonostante la Finanziaria, nel suo transito a Montecitorio, abbia per esempio perso quasi cento milioni destinati all’università per finanziare, tra le altre cose, il contratto dei camionisti. E soprattutto, nonostante la crescente insofferenza per Prodi di Rifondazione e di Fausto Bertinotti in persona. Comunque, fine d’anno con brivido per il governo, che inizia la settimana con la pessima figura sul caso di Roberto Speciale, l’ex comandante della Guardia di Finanza (che dopo il reintegro del Tar ha scelto di dimettersi dall’incarico di comandante della Guardia di Finanza, spiazzando il governo), la prosegue con la decisione sulla vendita dell’Alitalia, e verosimilmente la concluderà promettendo agli alleati di sinistra e di centro le verifiche previste a gennaio.

Anche perché in contemporanea prosegue il braccio di ferro sulla legge elettorale e si avvicina (metà gennaio) la decisione della Corte costituzionale sull’ammissibilità dei referendum elettorali. C’è chi scommette che per il Professore il panettone sarà comunque indigesto. Chi invece punta sulle sue proverbiali capacità di galleggiamento: le divisioni nel centrosinistra, e ancora di più quelle nel centrodestra, giocano in fondo a suo favore. Il messaggio di Capodanno del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sarà una volta tanto un’occasione non rituale: il Quirinale non è per nulla soddisfatto della situazione, vorrebbe uno sforzo da parte di Prodi per assicurare intese bipartisan, che invece il diretto interessato osteggia.

Ma ciò che davvero preoccupa il governo, e ne mette a repentaglio la durata, sono le previsioni economiche per il 2008, tutte improntate al pessimismo. La crescita del Pil è stata ridimensionata ben al di sotto del 2 per cento, i tesoretti fiscali di quest’anno diverranno un ricordo, insomma non ci saranno torte da spartire. Ed il malumore sociale per la perdita di potere d’acquisto potrebbe risultare determinante. Una situazione, prevedono molti, simile a quella tedesca di un paio d’anni fa; difficile, anzi impossibile da gestire con governi rissosi e maggioranze ridotte all’osso. La Germania ne sta uscendo grazie ad un’alleanza tra democrtistiani e socialdemocratici, ed alla tenacia di Angela Merkel. Formule che al momento appaiono improbabili per l’Italia.

Il VIDEO servizio:

Pamphlet sul Welfare: Bamboccioni d’Italia uniti contro il bullo Tps

Il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa: sotto l'attacco di molti colleghi di governo

Il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa è il bullo di “Scuola Italia”. Così almeno lo disegna Federico Mello, già autore de L’Italia spiegata a mio nonno, nel suo cinicamente realistico pamphlet Il protocollo welfare visto dai Bamboccioni. “Se ci pensate bene,” scrive “vero e proprio atto di bullismo istituzionale si configura l’uscita infelice di TPS sui Bamboccioni“. “Bullismo Istituzionale in quanto atto di prepotenza, vera e propria spacconata tesa ad umiliare chi non rientra nel ‘modello identitario’ della classe dirigente italiana”, cioè “dei governanti in età da bocciofila e tombolate che in Italia si adoperano a tempo pieno per tenere saldamente occupate le poltrone del potere”.
E con puntualità Mello passa al setaccio il protocollo sul welfare varato da Prodi&Co, una sorta di accordo preliminare tra governo, sindacati e Confindustria, guardando al pacchetto di misure sullo stato sociale proprio dal punto di vista dei Bamboccioni, degli italiani tra i 20 e i 35 anni. “Evidentemente scrivendo questo protocollo chi sta al potere ha scelto a cuor leggero la strada dello scontro generazionale, del bullismo dei nonni sui nipoti, in luogo di politiche lungimiranti. [...] È un peccato perché mettere al centro del sistema Italia le nuove generazioni, sarebbe un gioco win-win, un gioco a somma non zero, un gioco nel quale, alla fine, vincerebbero tutti”.

[i](Foto: Ansa)[/i]

E nell’analizzare con piglio tecnico e chiarezza le misure adottate ce n’è per tutti. Ce n’è per i sindacati, “che difendono tanto strenuamente le pensioni mentre sulla precarietà si fanno di nebbia come se la questione non li riguardi”. Favorendo l’abolizione dello scalone sulle pensioni, quindi permettendo un’entrata in vigore dell’età pensionabile di 61 anni solo nel 2013, e addossando però il costo di questa proroga (7,5 miliardi di euro) sugli indolenti Bamboccioni.
Ce n’è per la legge Dini, “che porta il nome di un dinosauro che inspiegabilmente ancora giganteggia nella politica italiana”, secondo la quale per chi ha iniziato a lavorare dal 1996 in avanti “è entrato in vigore il calcolo contributivo della pensione, ovvero, ‘tanto hai pagato, tanto ricevi’”.
Ce n’è per i contratti a progetto. “Anche in questo caso si arriva al capolavoro, facendo pagare ai lavoratori più deboli il costo dello scalone sulle pensioni. Praticamente viene alzata l’aliquota contributiva dei co.pro”. Con felice beffa dei “lavoratori più sfigati di tutti”, “quelli (direbbe Enzo Jannacci) che… pagano pensioni che loro no avranno mai, quelli che… non hanno diritto al sussidio di disoccupazione, quelli… a più facile rischio di licenziamento, quelli che… di fatto non hanno neanche garantite ferie e maternità, quelli che… in caso di malattia ‘il contratto si ritiene sospeso’”.
Ma, cari Bamboccioni, Federico Mello non vuole che voi vi piangiate addosso. D’altronde quella di TPS è stata “una mossa politicamente scaltra”, fatta non contro lobby, potentati, mafiosi, professionisti, fannulloni, ma contro chi potere non ne ha. Per questo bisogna cominciare a riflettere su come organizzarsi per contare qualcosa, per far sentire la propria voce, per trovare, se necessario, forme di conflitto efficaci. “Da ciò sarebbe utile partire per ricominciare a costruire il futuro” conclude Mello.

Curzi: in Rai il Tesoro non brilla


di Denise Pardo

“Va a finire che mando Mario Landolfi a quel paese» scatta Claudio Petruccioli all’ennesimo lancio d’agenzia del presidente della Commissione di vigilanza Rai sull’illegittimità dell’allontanamento di Angelo Petroni dal cda di viale Mazzini sentenziata dal tar. Lo scatto d’ira del presidente Rai (che infila la porta e la sbatte) avviene al piano nobile del palazzo della tv pubblica, nell’ufficio del consigliere Sandro Curzi. Il silenzio cala ma questo è il clima che si respira.
Curzi, strepitoso golf fucsia non intonato all’umore, accende con calma la pipa d’avorio, mentre monta la bufera delle intercettazioni tra dirigenti Rai e dirigenti Mediaset. Racconta a Panorama l’estrema preoccupazione per il futuro della Rai, di nuovo in stato di emergenza proprio dopo il varo dell’ambizioso piano editoriale e alla vigilia del ricambio alle reti. L’ex direttore di Telekabul parla di forze non trasparenti che imbrigliano l’azienda. Dell’ombra del nuovo Pd che dovrebbe dimezzare le poltrone occupate. E del fatto che, prima di nominare chiunque, lui pretenderà curriculum, audizione e presentazione di un programma editoriale. «Lo chiederò a tutti. Anche a Giovanni Minoli, se sarà candidato a qualcosa».
Repubblica è uscita con le intercettazioni tra uomini Rai e uomini Mediaset che violerebbero le norme della concorrenza. Ritorna in ballo il conflitto d’interessi.
La vicenda è molto grave. Con la questione del conflitto d’interessi scomparso dall’agenda politica questo cda ha dovuto vedersela per due anni. Se si dimostrerà che qualcuno in Rai ha agito da infiltrato della concorrenza, comunque a favore di terzi, danneggiando il servizio pubblico, deve essere messo fuori dall’azienda senza mezzi termini.
Non c’è pace per la Rai. Non solo le intercettazioni. Ma anche: Petruccioli sfiduciato dalla Commissione di vigilanza; Petroni in odore di reintegro; Fabiano Fabiani, ballerino. Il gran pasticcio Rai, la paralisi che incombe di nuovo.
Succedono cose stravaganti al ministero dell’Economia anche rispetto alle ragioni politiche, quasi facessero capo a logiche non esplicitate, non trasparenti. Strane, molto strane sia col centrodestra che con il centrosinistra.
In una precedente intervista lei mi parlò di logiche massoniche. Si riferisce a quelle?
Non lo so. Mi attengo ai fatti. Quando era ministro Domenico Siniscalco ci fu la delegittimazione di Flavio Cattaneo. Si voleva la sua testa a tutti i costi anche se era stato voluto dalla maggioranza al governo: al tempo ero presidente facente funzioni e lui collaborò bene con me. Fu cacciato. Poi l’Economia impose Alfredo Meocci, chiaramente incompatibile. Infine, al ministero è approdato Tommaso Padoa-Schioppa. Non ha sostituito Petroni, consigliere fiduciario dell’Economia, nemmeno dopo la sentenza che condannava lui e gli altri consiglieri di centrodestra a 50 milioni di euro di multa per avere avallato la nomina di Meocci. Il ministro ha sollevato Petroni solo tardivamente e con motivazioni che sembrano fatte apposta per avallare la tesi della revoca per ragioni politiche.
La tesi del Tar.
Comprensibile. Lo stesso Padoa-Schioppa è andato in Parlamento a dire, da una parte che l’intero cda è inefficiente, e dovrebbe ancora chiedere scusa a chi come me ha sempre dato e fatto il massimo, e dall’altra che Petroni è molto bravo ed è suo amico. Tutto questo mi arrovella e non riesco a spiegarmelo. Mi colpisce il tempismo: proprio quando stiamo realizzando il piano editoriale, dopo avere approvato quello industriale. Mi domando: alla luce della sentenza, quest’ultimo sarà valido o no essendo passato con il voto determinante di Fabiani? Adesso la parola è al Consiglio di Stato.
Ci vorrà del tempo.
Ma l’azienda non può essere paralizzata. Secondo me, esaurito un breve periodo di rispettosa attesa, il cda deve riprendere a governare. Le carenze sono tante e il satellite incalza. Per esempio, noi non facciamo nemmeno un po’ di pubblicità per far sapere che nel bouquet Sky c’è Rai News 24 o Raisat. La notizia della morte di Gabriele Sandri, l’ho avuta da Sky. Alla conferenza del questore di Arezzo c’erano solo dei precari che certo non avevano l’autorità di contestare il divieto di porre domande. Nessun direttore si è dato da fare perché ci fosse una copertura decente. È stata una brutta giornata anche per l’informazione. E questo vale pure per la carta stampata.
Si dice che la maggioranza si lamenti perché l’immagine del Paese mandata in onda dalla Rai è troppo negativa.
Anch’io l’ho sentito dire da uomini del governo. Vogliono che ci sia un canale filogovernativo? La politica lo chieda. C’è il progetto di trasformare la Rai in una fondazione con il cda nominato da enti locali, Accademia dei Lincei… Sarebbe solo un esercizio di ipocrisia. Per me la forma più trasparente è rappresentata dal ruolo del Parlamento. Ma attenzione: non contano i partiti di riferimento, ma la scelta degli uomini, uomini che vogliano bene alla Rai. La verità è che su di lei si giocano interessi giganteschi.
Si riferisce alle ipotesi di privatizzazioni?
Le privatizzazioni fatte e quelle ora ventilate non mi danno grandi speranze. Sarei anche favorevole a privatizzare un canale, ma prima si deve riformare l’intero sistema tv. Ho sentito parlare di gruppi interessati all’acquisto, a condizione, però, di acquisirli senza dipendenti, scaricandoli sul pubblico. Non mi sta bene. Voglio fare chiarezza una volta per tutte. Il Pd non si faccia illusioni, dovrà affrontare questi nodi. Bisognerà comprendere cosa hanno in testa di fare della 7 i banchieri. Il Pd li appoggia, non li appoggia?
Che ripercussioni avrà il Pd sulle nomine? Nel cda quattro consiglieri sono del Pd.
Confido in Walter Veltroni: conosce bene la tv e spero mantenga le idee che ha.
Che succederà con le programmate nomine dei direttori di rete?
Questa volta non mi accontenterò della formula: il direttore generale propone il tal dei tali. Voglio un vero confronto tra candidati. Ci sono in ballo, per esempio, tra gli altri, Giovanni Minoli, Paolo Ruffini, Carlo Freccero, Fabio Fazio? Voglio esaminare biografie, conoscere i loro programmi e poi decidere. Mica siamo al centralismo democratico.

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