Leggi tutte le notizie su:
tommaso-padoa-schioppa
- Tags: Anci, casa, Confedilizia, estimi-catastali, finanziaria-2008, Ici, immobili, legge, manovra, misure, mutui, Nomisma, tommaso-padoa-schioppa
-

di Daniele Martini
Con una mano do e con l’altra riprendo, possibilmente con gli interessi. Si ispira a questo elementare criterio di condotta la politica per la casa del governo di Romano Prodi. Mercoledì 7 novembre al Senato era il momento dell’elargizione: la maggioranza ha votato l’articolo della Legge finanziaria con cui viene ridotta l’Ici, l’imposta comunale sugli immobili, provvedimento voluto con tenacia dal vicepremier Francesco Rutelli e visto fino all’ultimo come il fumo negli occhi dall’associazione dei comuni (Anci).
La detrazione sulla prima casa è stata in pratica raddoppiata, tanto che al momento del pagamento Ici 2008 i proprietari potranno usufruire di uno sgravio fino a un massimo di 200 euro (finora erano 103). Non è roba da poco né per i contribuenti né per i comuni, che proprio con l’incasso dell’imposta sugli immobili (10 miliardi di euro l’anno in totale) tengono in piedi i loro bilanci. E non è un’inezia nemmeno per lo Stato centrale, che in un momento di ristrettezze finanziarie si impegna a coprire direttamente i minori gettiti locali attraverso la fiscalità generale.
A ben vedere, in mezzo a tanto miele, la maggioranza ha voluto inserire una punta di veleno escludendo dal beneficio delle detrazioni le abitazioni di lusso, operazione per certi versi ragionevole, ma finendo per considerare lussuose anche le case classificate A1 che spesso sono solo di tipo signorile, e ignorando un decreto legge specifico per la corretta individuazione delle dimore super.
Chiusa la votazione Ici, però, il governo ha immediatamente abbandonato la linea della prodigalità per tornare sulla strada consueta della spremitura, che per quanto riguarda gli immobili si basa su tre punti. Primo: la revisione degli estimi catastali affidata ai comuni, operazione che secondo un accurato studio della Confedilizia sulle scelte di 105 capoluoghi di provincia è il presupposto di una futura stangata. Secondo: la possibilità che grazie a questa revisione il catasto italiano sia radicalmente trasformato da reddituale in patrimoniale. E infine la mancata incentivazione fiscale a favore del sistema degli affitti.
L’operazione catasto del governo sta passando alla fase finale, ma procede come uno schiacciasassi da mesi con la maggioranza tutta intenta a camuffarne i contenuti sostenendo che avverrà a parità di gettito, cioè senza un aggravio per i contribuenti. Una buona intenzione che cozza con la natura stessa della manovra imperniata sul trasferimento del potere di imposizione dal centro a una miriade di soggetti periferici. L’idea di fondo è proprio quella di passare le funzioni catastali ai comuni lasciando che siano questi ultimi a scegliere in prima battuta se accettarle o meno e una volta ottenuta risposta affermativa concedendo agli enti locali una seconda possibilità di scelta sulla base di tre opzioni. Le prime due opzioni, A e B, consentono ai comuni di trattare le pratiche e collaborare con lo Stato, in particolare l’Agenzia del territorio, alla determinazione finale degli estimi; l’opzione C introduce, invece, uno sconvolgimento nel sistema in quanto sottrae totalmente allo Stato centrale la fissazione degli estimi per concederla agli enti locali.
Non è una differenza da poco perché in questo modo alle città viene lasciata carta bianca non solo per le aliquote, così come già oggi avviene sulla base di minimi e massimi imposti dallo Stato, ma anche per la determinazione della base imponibile. Il governo, in pratica, mentre da una parte abbassa l’Ici dall’altra spinge i comuni ad aumentarla. Le entrate di moltissime città dipendono in larga misura dagli immobili, in alcuni casi più del 50 per cento del gettito comunale complessivo proviene proprio da lì. È quindi ovvio che gli enti locali, pressati dalle ristrettezze e tentati dalla possibilità di migliorare i conti, alla fine cedano alla tentazione modellando l’imposta a loro uso e consumo, considerando l’Ici come un bancomat e infilandosi in un conflitto di interessi di proporzioni gigantesche.

A rimetterci saranno, inevitabilmente, i proprietari di case. Su 105 comuni capoluogo interpellati dalla Confedilizia, 82 hanno scelto di assumere le funzioni catastali e più della metà, con una popolazione di circa 9,5 milioni di abitanti (il 72 per cento del totale), hanno puntato sull’opzione estrema e dal loro punto di vista favorevole. Tra questi Roma, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Cagliari, Verona.
Il trasferimento a livello locale della determinazione degli estimi, inoltre, conferisce ai comuni il potere costituzionalmente dubbio di poter incidere anche su tasse statali come quella di registro, di successione e sulle donazioni. Mentre tutto ciò avanza, procede inesorabile anche il tentativo di trasformare il catasto da reddituale a patrimoniale in base a un disegno di legge momentaneamente accantonato per dare la precedenza alla Finanziaria, ma che sarà ripreso al più presto.
Il terzo punto dell’approccio governativo alla casa riguarda gli affitti, praticamente dimenticati proprio nel momento in cui la crisi dei subprime americani, cioè dei mutui immobiliari concessi con manica larghissima a milioni di famiglie, allunga ombre inquietanti anche sui prestiti accordati in Italia, soprattutto quelli a tasso variabile. Negli Stati Uniti si calcola siano addirittura 5 milioni le famiglie costrette a rinunciare all’acquisto di un’abitazione per ripiegare sull’affitto; da noi i casi sono più limitati, secondo un rapporto Nomisma 300 mila famiglie sarebbero a rischio insolvenza, ma il fenomeno è del tutto simile.
Per il governo, però, è come se niente fosse successo. Dopo aver strologato per mesi sull’opportunità dell’introduzione di una cedolare secca sui redditi da locazione, cioè sugli incassi degli affitti, arrivata al dunque la maggioranza ha fatto cadere la proposta. La decisione è stata considerata così inopportuna dai rappresentanti dei proprietari di case che 24 organizzazioni del settore, dall’Unioncasa alla Confedilizia, dall’Associazione dei piccoli proprietari alla Federazione degli agenti immobiliari, spesso in polemica tra loro, questa volta hanno protestato con un comunicato comune fatto pubblicare come avviso a pagamento su molti quotidiani: “Perché ritorni l’affitto, con conseguente calmiere dei canoni” hanno scritto “deve ritornare la redditività dell’affitto, oggi azzerata dall’imposizione fiscale, locale ed erariale”.
- Tags: affitti, bamboccioni, casa, centrosinistra, dottor-Stranamore, fabbrica, Finanziaria, impolitico, lavoro, polemiche, precari, referendum, sanità, scuola, tasse, tommaso-padoa-schioppa, welfare
-

Adesso è certo: quelle di Tommaso Padoa-Schioppa non sono gaffe, ma rispondono a una strategia mediatica ben precisa. Il ministro dell’Economia ha infatti deciso di ripetere le gesta del dottor Stranamore; e l’indimenticato personaggio ideato da Stanley Kubrick per Peter Sellers è ciò che ci vuole, a suo avviso, per contrastare l’antipolitica e in generale per rispondere alle incertezza (per dirla alla Tps: “all’incazzatura“) dell’opinione pubblica.
Ieri erano i bamboccioni, i figlioli che non se ne vanno mai di casa. E così ti sistemo i precari alle prese con affitti da 500 euro e oltre al mese. Oggi parliamo di tasse: “Sono una cosa bellissima” trova il ministro. “Un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, salute”. Certo, come no. Infatti istruzione, sicurezza salute (temi astutamente scelti non a caso da TPS-Stranamore) girano che è una meraviglia.
Prendiamo l’assistenza sanitaria, per esempio. Il Lazio ha un buco di dieci miliardi di euro e la regione quest’anno ha portato al massimo l’addizionale Irpef per i cittadini e l’Irap per le imprese. In compenso la situazione al Policlinico è un po’ quella che è. Ebbene, da ogni famiglia e ogni azienda si alza un coro: “Ma è bellissimo!”.

Vogliamo invece parlare di sicurezza? Lasciamo perdere i lavavetri, questione cheap di cui si occupano i sindaci, e magari osserviamo gli assassini in villa, o anche in condomini popolari, la droga fuori delle scuole (faccenda che si lega mirabilmente con quella dell’istruzione), gli sbarchi di clandestini, eccetera. Come direbbe TPS? “Mantenere questo po’ po’ di roba è civilissimo!”.
Ancora più sottile si rivela la strategia Padoaschioppiana esaminando gli ultimi sondaggi non sui ricchi o sul ceto medio, ma sugli operai. Vorrebbero, pensate un po’, meno tasse sulle loro stratosferiche retribuzioni. In questi giorni vanno a votare in fabbrica su welfare e dintorni, e di certo il viatico di TPS li conforta nella scelta e li rafforza nella fiducia verso il governo. Del resto è noto che anche l’”Amore è una cosa meravigliosa”: finché non ti fanno le corna è così.
Gli esegeti del centrosinistra, quelli che decifrano tutto ma proprio tutto, sostengono che Padoa-Schioppa è un impolitico, che ragiona come farebbe abitualmente nel salotto di Eugenio Scalfari o di Jean-Claude Trichet, il presidente della Bce (quest’ultimo più che per le tasse si diverte ad aumentare i tassi, così salgono i mutui: anche questo è bellissimo). Errore. Padoa-Schioppa è politicissimo, è una volpe, solo che lavora per l’altra parte: per Berlusconi, insomma. Altro che Brambilla, altro che MVB: vuoi mettere TPS?
Il VIDEO servizio:
- Tags: bamboccioni, blog, cocopro, collaborazione, contratto, Finanziaria, giovani, Legge-Biagi, mutuo, part-time, precari, tommaso-padoa-schioppa, welfare--prestito
-

di Monica Vignale
Il protocollo sul welfare non divide solo il centrosinistra. Sui blog e nei forum di discussione i lavoratori, specie precari, dibattono da settimane, arroccati su posizioni diverse e ugualmente ferree. “Se leggete bene questo protocollo, vedrete che sono state migliorate parecchie cose: ammorbidimento dello scalone, più fondi per il prepensionamento dei lavori usuranti, innalzamento contributi per cocopro. Per i giovani, onestamente, mi sembra un passo in avanti”. Ma dall’altra parte della barricata la critica è drastica: “Invito i lavoratori come me a non farsi incantare dalle sirene sindacali e a chiedersi: ‘Mi conviene?’. La risposta è ‘no’”. C’è chi va oltre: “In fondo la riforma Maroni e questo protocollo sono identici, no? Allora lasciamo le cose come stanno”.
La blogosfera ripropone la stessa frattura che spacca la maggioranza parlamentare: sinistra radicale da un lato, moderati dall’altro. “Votare no per poi ottenere che torni lo scalone Maroni, magari peggiorato? L’accordo non risolve tutto, ma migliora parecchio”. Ma i rifondaroli ribattono: “Ragionare significa smettere di cadere nella trappola per cui se uno (Prodi) è anti Berlusconi automaticamente è di sinistra”. Le accuse al decreto si moltiplicano e non salvano nulla, neppure la defiscalizzazione degli straordinari: “Così il dipendente diventa una bestia da soma”.
Nascono siti contro la firma dell’accordo del 23 luglio. Si legge su www.consultazioneprecaria.org: “Siamo movimenti, centri sociali, precari, migranti, senza casa, lavavetri, writer, senza diritti, invisibili. Ci aspettavamo che questo governo mantenesse le promesse: cancellare la precarietà, garantire tutele e nuovi diritti. Ma l’accordo non argina la precarietà dilagante”.
Molti soffiano sul dissenso che pervade la rete. “Un bel modo per mettere la generazione dei giovani contro quella dei vecchi. Un bel modo per far sì che i giovani augurino una rapida dipartita ai vecchi”.
Sul blog dei contrattisti a termine scontenti si lamenta la poca chiarezza del protocollo: “A me sembra che ci siano le solite buone intenzioni, ma campate in aria come sempre: per esempio, se un’azienda rinnova un contratto temporaneo per 30 mesi e poi lascia a casa il lavoratore, questo deve ricominciare da zero il conteggio nell’azienda successiva? E poi cosa significa incentivare e potenziare il lavoro part-time e i servizi per l’infanzia? È un concetto interessante, ma nei fatti?”. Nel mirino della rete anche la manifestazione del 20 ottobre: “Possibile che non abbiamo il coraggio di dire che la nostra sinistra sbaglia, che i lavoratori sono tutti delusi da questo accordo?”.
Partecipa al FORUM
LEGGI ANCHE: I bamboccioni del ministro Padoa-Schioppa e le bacchetate bipartisan
- Tags: economista, Finanziaria, Francesco-Giavazzi, lavoce.info, manovra, Nicola-Rossi, Romano Prodi, Stefano-Ceccanti, Tito-Boeri, tommaso-padoa-schioppa, Walter Veltroni
-

Passi per Francesco Giavazzi, economista ed editorialista del Corriere della sera, che Romano Prodi considera ormai un critico per partito preso. Passi anche per Mario Monti, che il sospettosissimo premier ha da tempo inserito nella lista di quelli che vogliono soffiargli il posto alla guida di un governo tecnico o di transizione.
Ma quando ha letto la stroncatura della Finanziaria di Tito Boeri (che oggi con ben due interventi su La Stampa e la Repubblica polemizza anche con Padoa-Schioppa sulle misure per “mandare fuori casa i bamboccioni”) e Pietro Garibaldi sul sito lavoce.info, il presidente del Consiglio, con il suo staff, ha dato la stura ai sospetti. Prodi considera infatti Boeri vicino a Walter Veltroni e pensa da un po’ che il sindaco di Roma si stia unendo a quanti mirano alle elezioni nel 2008.
Un esempio del feeling Veltroni-Boeri? La proposta lanciata a metà settembre dall’economista e dall’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, di un contratto di tre anni per i giovani senza le garanzie sindacali dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Idea giudicata “molto suggestiva” da Veltroni, e simile al contratto d’ingresso di molti paesi europei. Ma che Prodi ha visto come una trappola lanciata in mezzo alla trattativa sul welfare con l’estrema sinistra e i sindacati. Sospetti che in Prodi hanno raggiunto il livello di certezza quando il sindaco di Roma ha annunciato di volere nella propria squadra economisti della sinistra riformista come Nicola Rossi, Stefano Ceccanti e, appunto, Boeri.

Ma che cosa hanno scritto i due professori? Certo non ci sono andati leggeri: “Questa Finanziaria peggiorerà e non di poco i conti pubblici”; “l’aggiustamento viene rinviato al 2009-2011: dobbiamo crederci?”; “anche se il provvedimento a favore delle famiglie più deboli può essere opportuno, è ipocrita classificarlo come riduzione di tasse. Si tratta di un aumento di spesa”; “sono stati concessi 9 miliardi a Lazio, Campania e Sicilia per onorare gli sforamenti nella sanità, ripagabili in 30 anni (sì, proprio 30!”.
E via demolendo. Si tratta delle stesse osservazioni di grandi agenzie di rating, Moody’s e Ficht, che hanno definito la Finanziaria “deludente o nulla per i tagli alla spesa pubblica”. Apprezzamenti invece da Financial Times e Wall Street Journal. Forse Veltroni non è ancora riuscito ad arruolare i due quotidiani anglosassoni?
- Tags: affitti, agevolazioni, Azione-giovani, bamboccioni, casa, Finanziaria, Francesco-Caruso, lavoro, polemiche, precari, tommaso-padoa-schioppa
-

Non ha usato giri di parole, modi di dire, espressioni politically correct. Non ha parlato di “Generazione X” o di giovani alla Tanguy (dal caustico film francese su un ventottenne mammone che accumulava lauree pur di non lasciare i genitori) o della classica sindrome di “Peter Pan”. Abituato alla crudezza dei numeri, il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, mentre illustrava davanti alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato le agevolazioni sugli affitti per i giovani contenute in Finanziaria, ha detto: “Le misure a favore delle famiglie serviranno anche a mandare i ‘bamboccioni’ fuori di casa”.
Bamboccioni, cioé? Quei giovani mammoni che adesso restano fino a età inverosimili in casa con i genitori. “Quelli che non crescono mai, non si sposano, non si rendono autonomi. È un’idea secondo me importante”.
Ha detto proprio così, il ministro dall’aplomb inglese? Sì. E allora, apriti cielo!
Con una battuta giudicata “infelice” sia dalla destra che dalla sinistra, il responsabile di Via XX Settembre è riuscito in un colpo solo a compattare i due schieramenti e da loro incassa bacchettate bipartisan. Un commento al vetriolo arriva da Manuela Palermi, capogruppo dei Verdi-Pdci al Senato: “Quando Padoa-Schioppa sarà riuscito a trasformare l’Italia in un Paese dove le banche concedono mutui anche ai precari, allora forse cercheremo di capire se dietro quel suo bamboccioni ci sia una fine analisi sociologica”. Il ministro forse ignora, dicono altri, che a Roma un posto letto in una camera per gli studenti universitari costa 400-50 euro al mese. Il trentatreenne onorevole del Prc Francesco Caruso (che di battute infelici si intende) ha colto la palla al balzo per dare addosso al ministro reo di “frequentare troppo i salotti dell’alta finanza dell’Fmi e della Bce” non “rendendosi conto del dramma sociale e umano sempre più diffuso della precarietà e disoccupazione. Altro che bamboccioni!”. E ancora: “Che il governo punti sui giovani lo si vede al Senato, dove sopravvive coi voti dei novantenni”, ironizza Azione Giovani. “Da come parla nonno Padoa-Schioppa” dicono ancora i giovani di An “sembra che i ragazzi siano felici di dover restare a casa: così il lavoro precario, il futuro incerto, l’impossibilità di metter su casa e famiglia diventano privilegi per noi bamboccioni”.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_bamboccione-ante-litteram.jpg)
Storcono il naso sia la maggioranza e l’opposizione di fronte all’espressione usata dal ministro. Al quale altri giovani in rete (qui, qui e qui) ricordano che se è vero che restare attaccati alle sottane di mamma è una tendenza abbastanza naturale dei giovani italiani d’oggi, è altrettanto vero che il nostro è il Paese dell’adolescenza infinita, dove, per esempio, di Enrico Letta si dice (e si scrive) “il giovane sottosegretario alla Presidenza del Consiglio”. E Letta ha 41 anni… e dice di non poterne più di “essere presentato come il ragazzo della politica“
Il ceffone, da padre bonario, di Padoa-Schioppa ha sollevato insomma putiferio. Tutti i precari l’hanno presa come un’accusa ingenerosa, sottolineano che l’Italia difende accanitamente le pensioni più che i salari e favorisce più chi è alle soglie della previdenza rispetto a chi fa i primi passi nel mondo del lavoro. Intanto, aspettando di diventare adulti con lo sgravio fiscale del ministro, che varia fra i 495,8 e i 991,6 euro annui (cioè una cuccagna mensile tra i 41 e gli 82 euro, ma solo per chi ha un reddito inferiore ai 30mila euro l’anno), guardano sempre più con favore a chi vorrebbe mandare a casa i “bamboccioni” del Parlamento, che costano alle famiglie italiani milioni di euro.
Partecipa al FORUM
- Tags: Antonio Di Pietro, Cesare-Damiano, Clemente Mastella, Ds, fianaziaria-2008, Lamberto-Dini, Marco-Follini, margherita, Pd, Pdci, Piero-Fassini, rifondazione, Romano Prodi, tommaso-padoa-schioppa, Verdi, Walter Veltroni
-

La rottura sulla Finanziaria tra estrema sinistra e Romano Prodi ha messo in moto il conto alla rovescia per il premier. La domanda è: cadrà subito, entro fine anno, quindi prima dell’approvazione della legge di bilancio, oppure dopo, all’inizio 2008? Benché siano stati Rifondazione, Pdci e Verdi ad andare all’attacco del testo predisposto da Tommaso Padoa-Schioppa, chiedendo che venga riscritto di sana pianta, non è detto che le vere insidie si annidino davvero nell’ala radicale. Anche se incombono la manifestazione del 20 ottobre e il referendum nelle fabbriche promosso dalla Cgil.
In questo momento il malumore principale, anche se meno vistoso, è nell’area del Partito democratico. Ds e Margherita, ma soprattutto i primi, in particolare Walter Veltroni, diffidano sia di Prodi sia di Padoa-Schioppa. Al ministro dell’Economia i Ds addebitano di aver complicato una manovra già pronta, alla quale avevano contribuito non poco due loro uomini: Vincenzo Visco, con i maxi introiti fiscali, e Cesare Damiano, con gli accordi su Welfare e pensioni. E la posizione di TPS si fa ora dopo ora più difficile. Quanto a Prodi, Veltroni e alleati temono che il capo del governo, notoriamente vendicativo, prima di affondare trascini con sé anche il candidato alla guida del Pd. Mentre Veltroni, a sua volta, ha sempre più paura di essere infettato dall’impopolarità del governo.
A palazzo Chigi ha fatto scalpore un’intervista di Marco Follini, ex Udc transitato alla corte di Veltroni. Follini chiede a Prodi di varare la Finanziaria e subito dopo chiudere bottega “agevolando” le elezioni nel 2008. Si può star certi che all’opinione pubblica queste iniziative non dicono nulla, o quasi, ma nello staff di Prodi tutto ciò è stato letto come un messaggio veltroniano affidato a un postino compiacente.
Tornando invece a ciò che più incide sulla vita quotidiana della gente, cioè ai provvedimento economici, ciò che chiede la sinistra massimalista è di tassare subito le rendite finanziarie, in primo luogo Bot e azioni, aumentando l’aliquota dal 12,5 al 20%. In linea di principio non hanno torto, visto che un’armonizzazione a livelli europei sarebbe logica. Ma non ha torto neppure Prodi quando ribatte che con le attuali tempeste di borsa è meglio attendere. Inoltre il capo del governo non vuole aggiungere un altro prelievo ai molti già attuati nel 2007.

Il secondo cavallo di battaglia di Rifondazione e Pdci è il Welfare. Chiedono modifiche consistenti alla legge Biagi, in particolare l’abolizione di alcune forme di flessibilità. Qui Prodi è più disponibile: ma il tutto è già stato inserito nel pacchetto sul Welfare che comprende anche la riforma delle pensioni. Il capitolo è stralciato dalla Finanziaria, ma se si riapre la trattativa e non si approva in Parlamento l’accordo sul Welfare entro poche setimane, dal primo gennaio entra in vigore lo scalone Maroni.
A livello politico sono Ds e Margherita a chiedere di blindare l’accordo sul Welfare: per questo Piero Fassino, segretario uscente dei Ds, chiede di infilare nella Finanziaria anche queste misure. Nella destra della maggioranza i transfughi di Lamberto Dini, l’Udeur di Clemente Mastella, l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro attendono al varco soprattutto al Senato. Non marciano compatti - soprattutto Mastella e Di Pietro - ma al Senato i loro voti, sommati, sono più che sufficienti per far cadere il governo. E tutti quanti hanno una gran voglia di scendere da un treno che a loro avviso non li porta più da nessuna parte. Magari per prenderne un altro che li conduca in qualche stazione più sicura: capotreno, Silvio Berlusconi.
Qual è la differenza se Prodi riesce a fare o non fare la Finanziaria? Nella prima ipotesi, con crisi di governo all’inizio 2008, è quasi scontato il voto nella prossima primavera. Nel secondo occorre un governo-ponte che faccia approvare la legge di bilancio. Paradossalmente se il Professore cade prima, si vota dopo.
LEGGI ANCHE: Lanzillotta: Siamo tutti precari. Ma non possono tagliare il mio ministero
n
n
n
n
n
Chi nella maggioranza, secondo voi, farà cadere Prodi? La sinistra radicale, gli scalpitanti del Pd, i moderati tentati dal grande centro?
- Tags: Cgil, Clegge, Confindustria, edilizia-popolare, euro, Finanziaria, Fiom, Ici, irap, Ires, Legge-Biagi, manovra, miliardi, misure, rendite, Romano Prodi, tasse, tesoretto, tommaso-padoa-schioppa, Vincenzo-Visco, welfare
-

La Finanziaria, che oggi verrà discussa a palazzo Chigi con sindacati e Confindustria, e che soprattutto Romano Prodi intende blindare in un summit con la maggioranza, sembra improvvisamente divenuta una sorta di preavviso di sfratto per il premier. Gli umori prevalenti nell’Unione, infatti, concedono a Prodi la possibilità, anzi il dovere di far passare la legge di bilancio. Dopodiché, all’inizio 2008, dovrebbe togliere le tende per lasciare spazio alle elezioni anticipate da lì a tre mesi, o al massimo ad un governo diverso che faccia durare la legislatura fino al 2009. La novità è che queste voci si alzano non più dall’opposizione, ma dalla maggioranza, ed in particolare dal futuro Pd di Walter Veltroni, che teme di essere trascinato a fondo dall’impopolarità del governo certificata da sondaggi sempre più disastrosi.
Prodi cerca di giocare d’anticipo, proponendo sì un governo diverso dopo la Finanziaria, ma in questo caso una sorta di rimpasto, un dimagrimento della squadra di ministri e sottosegretari, sempre però sotto la sua regia. In attesa di capire ciò che avverrà da qui a tre mesi, cerchiamo di vedere che cosa c’è nella Finanziaria e se davvero si tratterà di una manovrina leggera da mandar giù come un bicchier d’acqua.
10,7 miliardi è l’entità dell’operazione (circa 6 di entrate - grazie al maggior gettito fiscale - e 4,6 di risparmi), una bazzecola rispetto ai 70 di un anno fa. La riduzione delle tasse si concentrerà soprattutto sugli sgravi per le imprese, o diminuendo l’Irap al di sotto del 4% o abbassando dal 33 al 28% l’Ires; il tutto al posto degli attuali incentivi. L’altro obiettivo è la casa, con un taglio dell’Ici pari a un miliardo di euro; taglio però che prevede due ipotesi: o beneficiare solo i contribuenti fino ad un certo reddito (40 mila euro) e con famiglie numerose; oppure concederlo a tutti, indipendentemente dal reddito, ma solo nelle grandi città. Il capitolo casa proseguirebbe con la possibilità per i meno abbienti di detrarre dal reddito una quota dell’affitto e con il rilancio dell’edilizia popolare.
A parte, in un decreto collegato da 7 miliardi, verrebbe inserito il pacchetto Welfare: riforma delle pensioni e ammortizzatori sociali, ma niente modifiche alla legge Biagi. E niente aumento della tassa (al 20%) sulle rendite finanziarie. In questo modo Prodi spera di varare una Finanziaria “di equità”, di lanciare un primo segnale di riduzione delle tasse, ma soprattutto di accontentare un po’ entrambe le anime della maggioranza, l’estrema sinistra e i moderati. È possibile che gli alleati si accontentino, ma i rischi non mancano.
La manovra sulle tasse, attraverso l’Ici, appare abbastanza ridotta rispetto a quanto chiesto dalla Margherita e dai Ds: un miliardo in luogo di 3-4. Il rinvio a tempi migliori della tassa sulle rendite indispettisce l’estrema sinistra, che ripete che l’impegno fa parte del programma dell’Unione. L’ostacolo maggiore viene però dal decreto sul Welfare. Le misure contro il precariato non ci sono: se non in forma indiretta, perché gli sgravi alle imprese presuppongono che queste si impegnino a fare più contratti a tempo indeterminato. E anche la riforma delle pensioni è stata bocciata dalla Fiom. Non solo. Il ministero dell’Economia sta studiando una misura per mandare in pensione di vecchiaia alcune categorie di dipendenti pubblici. Il pensionamento avverrebbe a 65 anni, anziché a 67; o addirittura a 70 e 75 anni come adesso è consentito per esempio a magistrati e docenti universitari. Certo, si tratta di una misura che contraddice la richiesta del governo di aumentare l’età pensionabile, ma che farebbe risparmiare dei soldi allo Stato. Scontentando però molti interessati: magistrati, cattedratici e dirigenti del settore pubblico.
Se davvero la Finanziaria passerà liscia per poi aprire la strada a nuovi scenari, lo si capirà da tre cose cose: il 3 ottobre dal voto al Senato sull’affaire Visco, chiesto da Antonio Di Pietro contro il viceministro; dalla condotta, sempre a palazzo Madama, del drappello di Lamberto Dini, in marcia verso il centrodestra; e dalla manifestazione del 20 ottobre indetta dall’estrema sinistra contro il piano Welfare. Manifestazione alla quale, nonostante promesse e divieti, sembrano voler partecipare anche segretari di partito e forse ministri in carica. E nel frattempo si terrà il referendum nelle fabbriche promosso dalla Cgil dopo la ribellione della Fiom: un vittoria del no metterebbe in crisi il sindacato, e probabilmente anche il governo. Che in questo caso non arriverebbe a Natale.
- Tags: Angelo-Maria-Petroni, Clemente Mastella, Fabiano-Fabiani, Francesco-Storace, governo, maggioranza, Rai, Senato, tesoro, tommaso-padoa-schioppa, Unione, viale-Mazzini
-

Se il 20 settembre 2007 non sarà ricordato come il giorno della fine del suo governo, Prodi deve ringraziare Francesco Storace e gli altri due senatori de La Destra. In Senato il Professore si è salvato sulla Rai solo per l’assenza in Aula dell’ex governatore del Lazio (uscito da An e approdato al Gruppo Misto).
Di certo, per la maggioranza la ripresa dei lavori dopo la pausa estiva non poteva cominciare in un modo peggiore: se possibile, ancora più in difficoltà di prima delle vacanze. La giornata a Palazzo Madama è stata davvero convulsa e pericolosa per l’esecutivo: il dibattito sulle 12 risoluzioni sulla nomina del consigliere Fabiano Fabiani (in sostituzione di Angelo Maria Petroni) finisce con il ritiro di cinque documenti. La maggioranza vota parte della risoluzione dei due dissidenti della Margherita, Willer Tex Bordon e Roberto Manzione, l’opposizione non riesce a far approvare le sue mozioni per la defezione dei tre senatori legati a Storace.
Ma con la decisione di ritirare la risoluzione dell’Unione è sembrato ormai chiaro e ufficiale il venir meno della maggioranza in Senato. E siccome il percorso delle prossime settimane è lastricato di mine e trappole (la manifestazione del 20 ottobre sul protocollo del welfare, le pensioni, la discussione Finanziaria con la destinazione del tesoretto e l’elezione dell’assemblea costituente del Pd), quella di Prodi sembra una via crucis annunciata.

Tanto che la profezia di Silvio Berlusconi sulle elezioni in primavera ha da oggi molte più chance di rivelarsi azzeccata: “La maggioranza non c’è più. Temo che presto avremo di nuovo la responsabilità di governare questo grande Paese che è l’Italia” ha detto il leader della Cdl, al congresso dell’Internazionale democristiana in corso a Roma, dove ha ritrovato anche il suo alleato più riottoso, Pier Ferdinando Casini.
Al Cavaliere basta aspettare e vedere. Vedere come il centrosinistra si sta lentamente spaccando in una miriade di satelliti. Rifondazione Comunista, dopo la bagarre di oggi, non può escludere altri casi Turigliatto, così come il Pdci rischia altri casi Rossi. La Sinistra Democratica di Mussi, Salvi e Angius teme che la nascita del partito democratico trasformi l’esecutivo in monocolore Ds-Dl.
Per non parlare del centro: il ministro Antonio Di Pietro, cavalcando l’onda antipolitica di Grillo, dice a Panorama che è ora che Prodi faccia un passo indietro, tra i liberal che non hanno aderito al Pd stanno in agguato anche i tre diniani. Senza contare l’assenza in Aula, al momento del voto sul congelamento delle nomine di Viale Mazzini, di Follini (ex Udc) e Fisichella (ex An) e di tutto il partito del ministro Clemente Mastella, che ha disertato il voto al grido: “O c’è un chiarimento politico o si va alle urne”. A fine giornata, dopo una telefonata con il Guardasigilli che gli ha confermato lealtà e sostegno, Prodi ha commentato: “Il tentativo di spallata è stato respinto”.
Apprezzabile umorismo quello del premier, circondato com’è da tanti che hanno la tentazione di staccargli la spina.
Guarda il VIDEO servizio