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Torino

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante il suo intervento al comizio elettorale per le amministrative a Milano con il candidato sindaco Letizia Moratti (S), questo pomeriggio 07 maggio 2011 presso il Palasharp di Milano.
Milano, Torino, Napoli, Bologna. Quattro sfide chiave, per decidere le sorti, non solo dei sindaci e dei consigli comunali chiamati ad aministrarli, ma anche del governo nazionale. In totale, 1344 Comuni chiamati al voto, di cui 11 capoluoghi, 147 con più di 15 mila abitanti, 11 province. Le amministrative del 15-16 maggio hanno acquisito, soprattutto dopo l’endorsement del presidente del Consiglio a favore di Letizia Moratti una forte valenza politica nazionale. Soprattutto a Milano, città simbolo del berlusconismo, culla del leghismo e modello amministrativo di successo cui guardano centinaia di dirigenti del PdL nazionale. Mentre donna Letizia punta a vincere al primo turno, il suo sfidante Giuliano Pisapia, avvocato ed ex parlamentare indipendente di Rifondazione, ha un obiettivo, semplice: arrivare al ballottaggio (29-30 maggio), per strappare al centrodestra, dopo vent’anni, la capitale economica d’Italia. Continua

Letizia Moratti e Silvio Berlusconi - ANSA
Percentuali precise non le può dare perché, dice, “è troppo presto e non sappiamo nemmeno quanti e chi saranno i candidati definitivi”, ma su chi, a un mese dal voto di Milano, sia avanti nei sondaggi tra il sindaco Letizia Moratti e lo sfidante Giuliano Pisapia, Alessandra Ghisleri, titolare di Euromedia Research, sembra non avere dubbi “La signora Moratti è in netto vantaggio”. Continua


di Giuseppe De Bellis
Non promette più, non palleggia, non scherza, non sorride: Urbano Cairo, l’uomo che voleva fare Berlusconi nella città di Agnelli, s’è arreso alla realtà. Il Torino ultimo in classifica in serie B. Il Torino contestato. Il Torino che si prende una bomba carta nella sua sede. Il destino di una squadra sfortunata e di un presidente che credeva di essere fortunato. Continua

L’ingresso in Aula del killer pentito Gaspare Spatuzza
Marcello Dell’Utri dice di sentirsi “come a teatro”.Il senatore del Pdl, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, è presente questa mattina nell’aula del palazzo di Giustizia a Torino dove depone Gaspare Spatuzza, l’ex killer di Cosa Nostra che lo accusa di essere stato un referente politico per la mafia negli anni ‘90. Continua

John Elkann, nipote di Gianni Agnelli, alla inaugurazione della mostra sul nonno
È l’indagine per evasione fiscale più mediatica degli ultimi anni. Ma gli 007 del fisco che se ne occupano procedono con la riservatezza dovuta a un’inchiesta sull’ultima famiglia sabauda regnante: gli Agnelli. Continua

Comune che vai, ronda che trovi. A dieci giorni (l’otto agosto scorso) dall’entrata in vigore del regolamento che da il via alle “associazioni di osservatori volontari” per il controllo del territorio (qui il testo del decreto con le indicazioni sull’abbigliamento), le città si stanno muovendo in ordine sparso.
C’è chi non le vuole (Napoli: da dove il coro di noi è stato bipartisan: dal sindaco Rosa Russo Iervolino, ad assessori e deputati del Pdl, come Franco Malvano, Marcello Taglialatela e il capo del centrodestra in Regione Francesco D’Ercole), chi si prepara ad arruolare anche senegalesi (Sanremo), chi ipotizza corsi di formazione svolti dalla polizia locale (Milano), chi attacca manifesti sui muri per cercare adesioni (Cercola, nel napoletano), chi pensa di vietarle di notte (Roma).
Insomma, sul nuovo strumento fortemente voluto dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, le posizioni sono estremamente variegate.
Situazione particolare a Genova. Dove (super)Marta Vincenzi, primo cittadino, ha dovuto ribadire “il no alle ronde”, visto che nel Pd infuriava la polemica per quella che l’europarlamentare Debora Serracchiani e il deputato Gianclaudio Bressa definivano - dopo un’intervista al Giornale - “l’apertura alle ronde da parte del sindaco di Genova”. Ma Vincenzi obietta: “Ho detto e ripeto che nella mia città non esiste la parola ronda. Sono invece soddisfatta che, anche per iniziativa del Capo dello Stato, il decreto attuativo dello schema Maroni sia stato modificato sul modello genovese che contempla la sicurezza partecipata”. Che nelle vie, davanti alle scuole e nei parchi di Genova si concretizza con i “tutor d’area” (evoluzione del nonno vigile) e da settembre con le guardie ecologiche. Questa la situazione in alcune città: ecco la MAPPA:
Visualizza Sicurezza: comune che vai, ronda che trovi in una mappa di dimensioni maggiori
Sempre sotto la Lanterna, c’è anche chi la butta in burla. Da qualche giorno uno dei video più visti su YouTube è “Il tango della ronda”, parodia sferzante delle “ronde leghiste”. Il testo, in italiano con qualche indulgenza allo zeneize, il dialetto genovese, è ironico ed è cantato sulla falsariga del ben più romantico “Tango delle capinere”, polpettone musicale degli anni ‘30.
Il dibattito sulla sicurezza e sui volontari che dovrebbero pattugliare le strade contro la criminalità è caldissimo e lo sberleffo non poteva mancare. E allora: “A mezzanotte va/la ronda della Lega/alla comunità/importa ormai una s… Con quella presunzion di utilità sociale m’ han rotto gia i c…, mi girano le b…“.
Non è difficile riempire i puntini delle strofe di questa canzonicina, realizzata dal cantautore genovese Carlo Besana, che ha fatto il giro della Rete ed è stata ripresa da decine di blog. Il video è girato nei carrugi di notte e ha per protagonisti tre ragazzotti (teste rasate e braghe larghe, pettorina arancio, stile gomma bucata in autostrada) che vagano per le stradine vuote con fare minaccioso. Il gesto che regala loro la prima signora di colore che incontrano non ha bisogno di traduzioni, essendo universalmente noto.
“Il rondarolo fiero/scende tra i vicoli la sera/lo sguardo nobile ed altero/vorrebbe ‘na camicia nera/Quel fior di filibusta/ha una sua idea di libertà/ma non la conta giusta/agli altri vuol sottrarla già“, recita la seconda strofa. La clip, interpretata dallo stesso Besana e da un coro di signori genovesi del quartiere popolare del Cep, sta entrando nella top ten dei video italiani più cliccati su YouTube e anche tra quelli più linkati: molte le associazioni che rimandano al “Tango”. Tra queste, quella che fa capo alla Comunità del Porto di don Gallo e il sito di Beppe Grillo.
La sfida alle ronde leghiste e a chi le ha pensate è lanciata. Spiega infatti la didascalia al video: “per evitare incomprensioni e dubbi precisiamo che il bersaglio del video non sono le ronde realizzate a Genova dagli Alpini o in altre città da corpi dell’esercito (altra faccenda, specificano, quindi “altre considerazioni”) ma delle ronde di cittadini, ‘accreditati’ come cittadini attivi, istituite di recente e propagandate a gran voce dal Governo in carica e dal ministro Maroni“. Quanto si farà attendere la risposta leghista?
- Tags: 007, anarchici, black-bloc, G8, guerriglia, LAquila, movimento, Onda, Polizia, rettori, scontri, studenti, Torino, violenza
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Dal G8 di Genova a quello dell’Aquila sono trascorsi 8 anni (il 20 luglio è l’anniversario di quello in Liguria), ma per no global e forze dell’ordine sembrano trascorsi decenni.
I primi, colpiti da indagini e arresti, numericamente non sono più quella marea nera che incendiò Genova (nonostante gli episodi di guerriglia di questi giorni e in attesa della manifestazione nazionale anti G8 dell’Aquila del 10 luglio); le seconde hanno imparato a rispondere in modo chirurgico dopo gli errori e le violenze del passato (vedere il riquadro a pagina 26). Panorama ha ricostruito la nuova mappa degli antagonisti.
Cattivi maestri
A Genova la guerriglia era guidata dagli anarcoinsurrezionalisti del Nord Europa, i black bloc originali. A Roma, Vicenza e Torino, per citare alcuni degli ultimi scontri, gli stranieri erano meno e male organizzati (sono stati fermati, tra gli altri, spagnoli, svedesi, francesi, argentini e polacchi). Dalle piazze sono sparite eterodiretti da vecchi arnesi dell’Autonomia.
Il confronto fra i Black bloc a Genova nel 2001 e i manifestanti di Torino. pure le tifoserie, anch’esse protagoniste negli scontri del 2001 e da due anni sempre meno impegnate politicamente. Adesso il testimone della protesta violenta è passato agli studenti universitari dell’Onda, eterodiretti da vecchie conoscenze dell’Autonomia e della disobbedienza veneta. Nella capitale Panorama, il 7 luglio, ha ascoltato l’arringa nell’Università La Sapienza di Paolo, capelli brizzolati, 45 anni, leader dei Blocchi precari metropolitani (i Bpm, presenti anche a Vicenza negli scontri): annunciava violazioni di zone rosse, in un clima già surriscaldato (davanti al rettorato ragazzi di due diversi centri sociali sono venuti alle mani). Gli studenti romani sono stati blanditi, dopo il fermo di 36 di loro e 10 arresti, anche dai rappresentanti dei Sindacati di base, decisamente agée per la platea.
A Vicenza e Torino a guidare gli studenti sono stati invece personaggi come Max Gallob, 36 anni, uno dei leader dei Disobbedienti del Nord-Est, arrestato lunedì 6 per gli incidenti del maggio torinese. Gli attivisti più radicali (anarchici e marxisti) sono 150 a Milano, altrettanti a Torino, un centinaio a Roma e nel Nord-Est, da Vicenza a Trieste, 50 a Genova.
Guerra telegenica
Nel capoluogo ligure il numero dei violenti che parteciparono agli scontri era di gran lunga superiore a quello dei giovani che scendono in piazza oggi. Un rapporto di 1 a 10 (circa 3 mila a Genova, non più di 300 a Torino). Allora i black bloc fecero impazzire le forze dell’ordine con attacchi mordi e fuggi e le tute bianche di Luca Casarini provarono a sfondare la zona rossa con caschi, scudi di plexiglas e protezioni. Oggi bianchi e neri (forse per esigenze numeriche) non sono distinguibili nei cortei, anche perché i veri black bloc stanno disertando le piazze. I Disobbedienti (o No logo), invece, non abdicano e insieme con gli studenti dell’Onda hanno sviluppato con tocco scenografico il loro wargame, come hanno dimostrato a Torino e Vicenza: gli scudi hanno immagini di Barack Obama, gli striscioni sono stati rinforzati e dotati di feritoie all’altezza degli occhi. Cercano il confronto con le divise (oltre alle telecamere) e studiano fino a dove possono spingersi. Le armi sono fumogeni ed estintori, ma le forze di polizia hanno sequestrato anche centinaia di biglie di metallo (per le fionde), mazzette, pietre e bottiglie. Le tute bianche sono state sostituite da giacche a vento nere in serie (deve esserci un merchandising anche per quelle).
Negli zaini maschere antigas, limoni, acqua e un farmaco per lenire il fastidio causato dai lacrimogeni. Rispetto al passato sono sempre più numerose le ragazze impegnate in prima linea. Per esempio Cecilia, la ventitreenne arrestata per gli scontri di Torino e fotografata mentre assalta senza timore la polizia.
Rivoluzionario di professione
I giovani antagonisti al posto della generica lotta alla globalizzazione oggi preferiscono concentrarsi su battaglie più concrete: la scuola, la repressione e le carceri, l’antifascismo, gli immigrati e il pacchetto sicurezza. Fioriscono le campagne sociali sul territorio (contro l’alta velocità o la base militare di Vicenza). A Milano sta fermentando la protesta contro l’Expo e la “cementificazione “. Le azioni diffuse (magari contemporaneamente in più città) hanno sostituito le manifestazioni oceaniche. L’ideologia prevalente di chi scende in piazza è quella legata all’autonomia di classe e alla “disobbedienza” e al rispetto delle sole regole condivise. Idee che animano il movimento studentesco dell’Onda e i Cua (Collettivi universitari autonomi).
I luoghi di ritrovo sono facoltà e centri sociali come l’Askatasuna nel capoluogo piemontese, il Crash di Bologna, il Pedro di Padova, il Vittoria di Milano, l’Insurgencia di Napoli, l’Esc, l’Horus e l’Acrobax di Roma, i centri della riviera adriatica. Questo arcipelago ha trasformato la disobbedienza e la lotta in un marchio, come dimostra lo Sherwood festival, kermesse padovana dove suonano gruppi di richiamo come i Subsonica o gli Afterhours (che si sono esibiti a Sanremo) e gli stand da festa dell’Unità sono stati sostituiti dalle insegne “lounge bar” con luci soffuse. Sugli scaffali si trova in vendita persino “il caffè del rebelde”, che trasforma in affare i legami con il Chiapas messicano. Intorno ai centri sociali del Nord-Est sono cresciute realtà cooperative come Città invisibile o Caracol. Presidente di quest’ultimo è uno dei fondatori del Pedro.
Molti dei centri sociali in auge nel 2001 si sono trasformati in “concertifici”, dall’Officina 99 di Napoli al Leoncavallo di Milano. Però non tutte le realtà sono sedotte dal business. Alcune prediligono la militanza dura, come il Gramigna di Padova, la Fucina o la Panetteria Okkupata di Milano. Diversi estremisti del Partito comunista politico militare (la sigla eversiva attiva sull’asse Torino-Milano-Padova) condannati a giugno per terrorismo cercavano di fare proselitismo in questi centri. A Roma la situazione è più compartimentata: l’eversione è meno movimentista e preferisce operare nell’ombra, in stile vecchie br. Come ha confermato l’arresto di giugno del presunto terrorista Luigi Fallico insieme con altri quattro. Insomma, disarticolato il Pcpm, per gli esperti non c’è un rischio serio di saldatura tra piazza e lotta armata.
Anarcoinsurrezionalisti
I grandi assenti nelle ultime proteste di piazza sono stati gli anarcoinsurrezionalisti.
Dal 2001 i loro rapporti con la galassia marxista-leninista sono peggiorati e a Bologna i due gruppi si sono scambiati persino raid squadristici. Inoltre le tute nere doc sono state colpite da arresti e denunce in tutta Italia, anche se la struttura informale e fluida dell’organizzazione ha scongiurato le retate (riuscita solo nel caso delle Cellule di offensiva rivoluzionaria pisane). Per questo si sono quasi inabissati e la loro area resta la più imperscrutabile. Ora gli investigatori per il G8 temono nuove campagne (legate soprattutto ai temi della sicurezza, dalle ronde ai centri di permanenza) e l’invio di pacchi bomba come a Genova. Ultimi veri attentati riconducibili agli anarcoinsurrezionalisti sono i tre ordigni esplosi a Torino nel marzo 2007. Da tempo sono sotto osservazione alcuni centri di documentazione, in particolare nelle loro capitali, Bologna (Fuoriluogo) e Torino (Porfido).
In Lombardia la situazione è in movimento, visto che sta crescendo una nuova rete intorno a Radio Cane e alla rivista Nonostante Milano. Se Roma è una realtà meno organizzata, attrae anarchici di altre città, da Viterbo a Lecce, a Teramo. A Genova l’Inmensa (intorno a cui si raccolse la protesta più dura del G8) ha chiuso ed è stato soppiantata da un paio di centri di documentazione: il Gagarin (ex Borgo rosso: uno degli animatori è stato arrestato recentemente con l’accusa di terrorismo), d’impronta marxista-leninista, e il Doppio fondo, di matrice anarchica. Neppure i genovesi sembravano intenzionati a trasferirsi in massa all’Aquila per il 10 luglio. Preferiscono agire in città, perché dal 2001 sono passati 8 anni ma sembra un secolo.
- Tags: amministrative, ballottaggi, Bari, Bologna, crescita, elezioni, Firenze, Milano, Padova, Pd, pdl, roccaforti, Torino, Venezia
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La GALLERY: i volti dei vincitori dei principali ballottaggi
Il centrodestra conquista le province di Milano e Venezia, oltre ad una nutrita serie di comuni, tra i quali ex roccaforti rosse come Prato e Orvieto. E Silvio Berlusconi si dichiara vincitore: “Abbiamo inflitto all’opposizione una sonora sconfitta. Siamo passati dall’amministrare sul territorio 5 milioni di persone a 21 milioni”. E ribattendo all’opposizione ironizza: “Se questa per l’opposizione è una vittoria, noi vogliamo sempre perdere così”. Se questa per l’opposizione è una vittoria, noi vogliamo sempre perdere così”.
Ma il centrosinistra tiene la provincia di Torino e prevale con largo margine a Bologna, Firenze e Bari, riesce a difendere Padova più altri capoluoghi al centro e al sud fortemente pericolanti. E dunque anche Dario Franceschini canta vittoria: “I democratici reggono in mezzo a un’ondata di destra che investe tutta Europa. Mentre per Berlusconi è iniziato il declino”.
Perfino il capo dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, diffonde il proprio personale bollettino: “Tenendoci le mani libere in fatto di alleanze siamo stati determinanti. Ed il fallimento del referendum ci dà ragione due volte”.
Insomma, chi ha vinto? Chi ha perso? In sintesi: la maggioranza di governo arrotonda in questi ballottaggi il bottino di province e comuni già strappati alla sinistra al primo turno. Ma non trionfa e, soprattutto il Popolo della Libertà, non sfonda. Le sue vittorie non sono più per ko come fino a poco tempo fa, ma ai punti. Qualche sconfitta lascia il segno. Al contrario, il Pd incassa vari pugni, eppure riesce a tenersi in piedi. Questo è il dato politico. Al quale va aggiunto, per entrambi gli schieramenti, un diffuso astensionismo che segnala il malessere degli elettori per come la campagna è stata condotta da svariate settimane a questa parte.
Se si fa un calcolo numerico, il bollettino è pesante per il centrosinistra. In queste due settimane si è votato per 62 amministrazioni provinciali: il centrodestra ne aveva 9 ed è riuscito a mantenerle tutte, strappandone all’avversario, tra primo e secondo turno, altre 23, oltre a due di nuova costituzione. Le conquiste: Milano, Venezia, Napoli, Bari, Savona, Biella, Novara, Verbania, Lecco, Lodi, Piacenza, Cremona, Belluno, Frosinone, Ascoli Piceno, Macerata, Teramo, Pescara, Chieti, Avellino, Salerno, Lecce e Crotone; più Monza e Barletta. Il centrosinistra governava in 50 province, ne ha mantenute 27, non ne ha strappata nessuna e ha vinto a Fermo, di nuova costituzione. Bilancio iniziale, 50 province a 9 per il centrosinistra; bilancio finale, 34 province a 28 per il centrodestra, comprese le nuove.
Quanto ai comuni principali, passano da sinistra a destra i capoluoghi Biella, Verbania, Bergamo, Cremona, Pavia, Prato, Ascoli Piceno, Pescara, Campobasso, Caltanissetta, oltre a storiche cittadelle rosse come Orvieto, Bastia Umbra, Gualdo Tadino. Nessuna migrazione, invece, da destra a sinistra. Il bilancio iniziale era di 4 comuni capoluogo governati dal centrodestra e 26 dal centrosinistra; oggi è di 14 a 16.
Si tratta di cifre rilevanti. Anche perché comuni e province controllano potere vero, dalle aziende municipalizzate all’influenza sulle casse di risparmio e sulle camere di commercio. Ma su questi calcoli prevarrà appunto il fattore politico. Che segnala indubbiamente un Berlusconi che sembra rallentare nella propria spinta propulsiva, vittima anche delle vicende personali che tanto hanno deliziato la campagna elettorale. Il Cavaliere dovrà comunque vedersela con un Bossi in forma come non mai. E non potrà farlo che rilanciando l’azione di governo.
Nel campo avverso, Franceschini può dire di aver arginato il premier se non sul Piave, almeno sul Po. E dunque il segretario, sponsorizzato da Walter Veltroni, pare destinato a giocare la battaglia in congresso. Ma si troverà di fronte un Massimo D’Alema, sponsor di Pier Luigi Bersani (qui la GALLERY: il chi sta con chi nel Pd), anche lui rafforzato nei propri feudi del Sud, nonché tre sindaci che non rispondono ai vertici romani, ma a se stessi: Zanonato a Padova ha vinto su una linea di fermezza contro l’immigrazione (come sostenne con un certo orgoglio, intervistato da Panorama.it), il contrario di ciò che predica Franceschini; Matteo Renzi a Firenze e Flavio Delbono a Bologna sono usciti dalle primarie come outsider. Soprattutto, il Partito democratico perde, ad eccezione di Zanonato, un’intera classe dirigente di amministratori cresciuti sotto la falce e il martello, con il Pci ed i Ds. Pur nel rischio scampato di estinzione, un regolamento dei conti ci sta tutto.
La GALLERY: i volti dei vincitori dei principali ballottaggi
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