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Totò-Riina

99 fermi ordinati dai pm della Direzione distrettuale antimafia: al termine del maxi blitz dei carabinieri del Comando provinciale di Palermo, alle prime luci dell’alba, in diverse città della Sicilia, è stata decapitata la nuova cupola del clan Messina Denaro.
In manette sono finiti i capimafia, reggenti di mandamenti e gregari, coinvolti da alcuni boss palermitani in un progetto criminale che ha come obiettivo quello di “rifondare Cosa nostra”: un piano sostenuto anche dal capomafia trapanese latitante, Matteo Messina Denaro. I fermi sono stati disposti dalla procura a causa del pericolo di fuga degli indagati e per evitare omicidi che sarebbero stati progettati. Per condurre il maxi blitz sono stati impiegati oltre 1.200 carabinieri, e poi elicotteri e unità cinofile.
I capimafia arrestati stavano ricostituendo la nuova “commissione provinciale” di Cosa nostra. Si tratta dell’organismo con il quale l’organizzazione decide le azioni da compiere e le strategie criminali da adottare. Tutto emerge da intercettazioni ambientali. Alla commissione, in passato guidata da Totò Riina, è toccato il compito di deliberare i fatti di sangue più importanti che sono stati compiuti dalla mafia. Sono centinaia le perquisizioni effettuate dai carabinieri in quasi tutta la provincia di Palermo. Ai 99 fermati vengono contestate le accuse di associazione mafiosa, e a vario titolo anche estorsione, traffico di armi e traffico internazionale di stupefacenti.
L’inchiesta, denominata Perseo, è stata coordinata dal procuratore Francesco Messineo e dai sostituti della dda Maurizio de Lucia, Marzia Sabella, Roberta Buzzolani e Francesco Del Bene. L’indagine dei carabinieri del Reparto operativo di Palermo è durata 9 mesi, insieme ai colleghi del Gruppo di Monreale. Gli investigatori hanno ricostruito i nuovi assetti mafiosi grazie a intercettazioni effettuate nei luoghi in cui i boss si riunivano per discutere affari e nuove strategie.
Le manette ai superlatitanti sono state una sorta di scacco da parte dello Stato che aveva messo alle corde l’organizzazione mafiosa già provata duramente dalla clamorosa cattura del “padrino” Bernardo Provenzano (l’11 aprile del 2006) e che adesso tentava una reazione da imprimere con un’autentica svolta. E proprio in vista della nomina del futuro capo della commissione di Palermo si sono avuti segnali di un’aspra e pericolosa contrapposizione interna, una nuova guerra di mafia per evitare la quale sono stati accelerati i tempi dell’operazione dei carabinieri e della Dda di Palermo, che ha bloccato anchee la fuga di parecchi ricercati. L’indagine ha fornito la mappa degli attuali organigrammi di Cosa nostra nell’intera provincia palermitana, permettendo in tal modo di annientarne la direzione strategica.
Per il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, “se Cosa nostra era in ginocchio, con questa operazione le si è impedito di rialzare la testa, recidendo tutte le teste strategicamente pensanti di una nuova struttura di comando che avrebbe dovuto deliberare come in passato su cose gravi. La ristrutturazione di Cosa nostra non poteva che passare dall’assenso di Messina Denaro, ma il capo della provincia di Palermo doveva essere palermitano e quello che più si accreditava era Benedetto Capizzi”, l’anziano boss di Villagrazia, “che si era assunto questo ruolo come se fosse stato investito dal vertice. Ed è ancora in carica, sebbene in carcere, Salvatore Riina”. “Sono stati ricostruiti” spiegano dal Comando Provinciale dei carabinieri di Palermo “gli attuali organigrammi dell’organizzazione mafiosa nel palermitano ed è stata così annientata la direzione strategica”.
Commentando l’operazione, il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, ha tenuto a precisare che Bernardo Provenzano non è mai stato il capo di Cosa Nostra: “Provenzano era un ascoltato autorevole consigliere di Cosa Nostra”. “La strategia di sommersione di Cosa Nostra che sembrava essere stata scelta da Provenzano” ha spiegato Messineo “era dovuta alla mancanza di un capo”.
Provenzano quindi sarebbe stato un “‘consulente” illustre delle cosche palermitane da sempre guidate dal capomafia di Corleone, Totò Riina. Il prestigio di Provenzano - secondo il Procuratore capo di Palermo - gli derivava “di riflesso da quello di Riina”.
Il VIDEO servizio:
Leggi “don Bernardo” sulle buste e pensi al cappellano. Ma si chiama Luigi, don Gigi confessore degli ergastolani al 41bis nel carcere di massima sicurezza di Novara. Apri e saltano fuori l’immagine sbiadita di San Leoluca, patrono di Corleone, decine di fotocopie delle preghiere dei benedettini alla Madonna.
Spiegazzato, un cartoncino con Santa Rosalia di Palermo. Solo allora intuisci che Bernardo è proprio lui, Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra, destinatario di decine di giaculatorie che piovono da tutta Italia dal giorno dell’arresto, nell’aprile del 2006.
Scrivono i fan. Acclamano, sostengono, abbracciano. Invocano aiuti, preghiere, consigli. Persone con disturbi psichici viste le lettere deliranti, certo, ma anche gente comune, sacerdoti, galeotti, agenti di polizia, giovani. Tra questi, magari, chi nasconde messaggi criptati in preghiere concordate nel tempo, con lo sviluppo dei sistemi cifrati della Seconda guerra mondiale. Fantasie? “Mica tanto” taglia corto Piero Grasso, il procuratore nazionale antimafia. Intanto, nell’ipotetica gara a C’è posta per te dietro le sbarre, Provenzano supera Erika e Omar, forse persino Anna Maria Franzoni, e insidia chi riceve da sempre centinaia di lettere ogni anno, Salvatore (”Totò”) Riina, l’uomo delle stragi, il nemico dello Stato.
Al di là delle interpretazioni sociologiche, spiazza quel senso di deferenza, persino blasfemo, vista la volontà di beatizzazione che accomuna le missive di entrambi. “Don Bernardo” è l’esordio di Alessandro P. “sono tuo compagno di sventura essendo anch’io detenuto. Piango per la mia mamma gravemente malata. Le tue preghiere e la tua Bibbia sono più sacre di quelle del Papa. Ti prego, mandale dei fiori così morirà con l’onore delle tue sante parole”. Gli fa eco Franco, che si rivolge a Riina come potenziale padre: “Con rispetto sono con lei” inizia la lettera vergata a mano “non è giusto che lei non possa socializzare con gli altri detenuti. Io l’ammiro come uomo per quello che ha fatto e per la capacità di sopportare le cose di ogni giorno. Potrebbe essere mio padre e io ne sarei fiero. La saluto con rispetto sperando di non averla disturbata”. Altra lettera con firma femminile: “Caro Totò, non le scrivo per ammirazione ma perché convinta della sua innocenza. Le trasmetto la forza anche se ne ho poca… Immagino infatti quanta capacità, quanta forza sia necessaria per subire la privazione della libertà senza lasciarsi scoraggiare ma abbia fede: gli angeli la libereranno dalle ingiustizie, guarirai perché sei un essere speciale”. Tra i mittenti dell’epistolario ai due capimafia sono diversi gli affezionatissimi che seguono i boss negli spostamenti dalle diverse carceri che li ospitano. Persone che scrivono alle feste comandate, mandano auguri, immaginette e disegni ogni 31 gennaio per salutare con gioia il compleanno di “Binnu u tratturi”.
Incoraggiano con messaggi affettuosi Riina se ha la salute malferma. Come a marzo, quando la corrispondenza si intensificò appena divenne di dominio pubblico il suo trasferimento per esami dal carcere di Opera al reparto detenuti dell’ospedale San Paolo di Milano. Altri spediscono decine di missive nascondendosi dietro identità inesistenti. Come l’irreperibile Mario Colapesce che indica un inquietante domicilio sul retro della busta: “via del Silenzio 43, Palermo”, dopo aver scelto per cognome una leggenda siciliana amata da Italo Calvino. Di quel Cola capace di nuotare e di arrivare in ogni lido senza mai fermarsi. Sul mistero Colapesce, per capire se la corrispondenza nasconde un cifrario, indaga senza molte speranze la procura di Palermo con il sostituto Marzia Sabella.
Tutte le lettere sospette vengono infatti vagliate, il mittente identificato e sottoposto ad accertamenti. “Per anni abbiamo verificato gli intenti reali di un religioso” ricorda un investigatore “frate Celestino da Messina che aveva avviato un nutrito scambio epistolare con Riina su argomenti apparentemente religiosi fino a quando il boss decise di interrompere il dialogo “. Ma non è emerso nulla di rilevante. “Carissimo Salvatore ” si legge in una delle ultime missive del frate con allegata una preghiera sulla vita e la gioia “il Signore ti doni pace. Ti aspetto in paradiso e intanto cerca di renderti degno di quel luogo. Per andarci sai qual è la strada: Gesù Cristo e il suo Vangelo. Auguri di buon compleanno!”. Come non diede risultati l’indagine sulle cartoline raffiguranti lo stadio Meazza con lo stesso testo inviate ai due la scorsa estate: “La pax è finita, un saluto da John l’Americano”.
E anche qui in allegato la preghiera “Abbi fiducia in me”. Tra chi scrive sempre c’è anche una donna francese che non nasconde le simpatie per Riina: “Aiutare è difficile” si legge in un italiano stentato su una cartolina raffigurante un leone che ruggisce “criticare è facile. Lei merita riposo in Sicilia, spero che la salute le vada bene e sappia che per la gente lei è e rimane un uomo coraggioso, molto intelligente e determinato. Mi piacerebbe vederla… Se possibile anche venirla a trovare”. Riina e Provenzano queste lettere nemmeno le leggono. Le missive vengono non solo controllate per quanto concerne i mittenti, ma anche sottoposte a una stretta censura che le blocca in caso di minimo dubbio. Una prassi che porta taluni pubblici ministeri della procura di Palermo a escludere la possibilità che quest’antico strumento, la lettera, possa essere scelto per raggiungere addirittura i boss dei boss. Troppi rischi. Troppi controlli. Eppure, alcuni pizzini indirizzati a Provenzano e ritrovati nel covo di Riina fanno pensare che questi venga coinvolto nelle scelte strategiche rilevanti, seppure sottoposto a carcere duro. Riina e Provenzano usano pochissimi francobolli.
Le poche lettere che imbucano sono soprattutto o quasi esclusivamente destinate a parenti: mogli, figli, cugini ma anche nipoti e pronipoti. Queste missive sono all’apparenza molto semplici: auguri per le ricorrenze e le feste comandate, affetto se qualcuno non sta bene. Riina per esempio si dilunga spesso nelle lettere ai figli sul calcio e il campionato, tanto da avere insospettito gli inquirenti. Ma niente di più. “Quelle di Riina e Provenzano” racconta un investigatore “sono famiglie abituate alla latitanza, ai silenzi protratti per lunghi periodi. Nelle lettere di certo non si dilungano”. A differenza di chi ha messo nero su bianco e spedito sperticati complimenti subito dopo le fiction sui capi della mafia.
La sposa è stata accompagnata all’altare dal fratello uscito da poco dal carcere. L’unico maschio della famiglia libero. Il capofamiglia, in tutti i sensi, è rinchiuso nella galera milanese di Opera dal 1993, si chiama Totò Riina.
Oggi a Corleone si è sposata sua figlia Lucia, nella chiesa dell’immacolata. A officiare la messa un frate, Giuseppe Gentile, che si è rivolto duramente ai giornalisti presenti in chiesa: ”Lasciate stare questa ragazza, lasciatela in pace, non ha nulla di cui riscattarsi. Vi siete mai chiesti se sta soffrendo? Io vi dico che porta un segno e la vostra presenza non fa che ricordarglielo”. Particolarmente critica coi giornalisti la madre della sposa, Ninetta Bagarella: “Che ci fate qui? Potevate evitarvi questa sceneggiata”.
Anche il sindaco di Corleone, Antonio Iannazzo, ha difeso la privacy della famiglia: ”Ogni commento, ogni nostro intervento sarebbe un’intromissione nella sfera privata di due ragazzi che in paese non hanno mai dato problemi e che sono due cittadini come gli altri e vanno rispettati.
Un atteggiamento diverso da parte mia non sarebbe corretto né moralmente né istituzionalmente”. Lo sposo, Vincenzo Bellomo (ironia della sorte: porta lo stesso nome trovato sulla carta d’identità trovata addosso a Riina il giorno dell’arresto, uno degli alias usati dal boss durante la sua latitanza) ha pubblicamente ringraziato “tutti i familiari che oggi sono qui con noi” e “mio suocero, Salvatore Riina”.
Motivi di salute. E dopo la difesa, anche l’accusa chiede la scarcerazione di Bruno Contrada, da tempo malato. Il procuratore generale Ugo Ricciardi ha espresso stamani, “parere favorevole alle istanze” di differimento pena per Bruno Contrada. La richiesta è stata avanzata ai giudici del Tribunale di Sorveglianza di Napoli - davanti al quale è in corso l’udienza - che si sono ritirati in camera di consiglio per decidere.
L’ex funzionario del Sisde, che sta scontando una condanna a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, è presente in aula ma tra poco sarà trasferito in ambulanza nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere.
I difensori dell’ex ’superpoliziotto’ hanno più volte presentato richiesta di differimento pena o, in subordine, di arresti domiciliari, per il loro assistito in considerazione dell’età, 77 anni, e dello stato di salute che, secondo i legali, lo renderebbero incompatibile con la detenzione. Fino ad arrivare alla richiesta choc: un’istanza formale di eutanasia. Tutte istanze fino ad ora sempre respinte, sia dal giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, sia dal Tribunale di Napoli.
A dare notizia del parere favorevole del Pg è stato il legale di Contrada, l’avvocato Giuseppe Lipera, che ha depositato una relazione medica redatta da Silvio Buscemi, docente di Scienze dietetiche dell’Università di Palermo, che conferma “la sfavorevole prognosi a rischio vita. Contrada in poco più di un anno, dal maggio 2007, avrebbe perso 22 chilogrammi. Il suo stato di salute è assolutamente incompatibile con lo stato di detenzione”.
“Per la prima volta” dice l’avvocato di Contrada, Giuseppe Lipera “un magistrato, con un parere autorevolissimo ha capito la situazione e nelle sue parole ha riconosciuto sia i problemi di salute che quelli legati all’anzianità, 77 anni, del mio assistito”.

Nuovo colpo di scena nel caso Contrada. Il legale dell’ex 007, Giuseppe Lipera, su mandato della sorella Anna, ha presentato un’istanza formale di eutanasia.
Nella richiesta, presentata al giudice tutelare del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, ma anche agli ex Presidenti della Repubblica, Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi, si legge che la decisione è stata presa “con immenso dolore”. Contrada vuole morire perché “questa sembra l’unica strada percorribile per mettere fine alle sue infinite pene, chiudendo con coraggio e con forza d’animo una intera vita vissuta all’insegna della intransigente onestà, della correttezza ed anche di quella Giustizia che oggi gli viene costantemente negata”.
Il riferimento è a quanto stabilito dal Tribunale di Sorveglianza di Napoli, che con l’ordinanza del 15 aprile 2008, ha rigettato un’altra volta la richiesta di differimento della pena o di detenzione domiciliare, “ritenendo, contrariamente a quanto sostenuto negli innumerevoli ed autorevoli pareri, lo stato di salute del Contrada compatibile” con il regime carcerario.
L’avvocato Giuseppe Lipera, che ha presentato l’atto, sottolinea come il suo assistito, sia stato condannato alla pena di anni 10 di reclusione perché ritenuto colpevole di un reato, non previsto dal codice penale, di concorso esterno in associazione mafiosa.
“Bruno Contrada è oramai divenuto tragicamente un vero e proprio doloroso e disperato caso umano: la sua triste vicenda dimostra come la Giustizia in Italia, in certi casi, possa diventare totalmente cieca, accanendosi su uno stanco e vecchio uomo, gravemente sofferente per l’età e per una serie innumerevole di malattie indiscutibilmente acclarate”.
La difesa ha presentato piu’ volte richieste di differimento della pena motivandola con gravissimi motivi di salute, ma sono state tutte respinte perché la condizioni dell’ex funzionario del Sisde, per i giudici, sono compatibili con la detenzione.

Restano troppe ombre sul mancato blitz che, nel 1995, avrebbe potuto portare alla cattura del padrino di Corleone, Bernardo Provenzano. Troppi i dubbi sui vertici del Ros dei carabinieri dell’epoca, che decisero di non entrare in azione, nonostante un confidente, ucciso pochi mesi dopo, avesse indicato il covo in cui il latitante si nascondeva. Sarà il tribunale di Palermo a far luce sui tanti misteri che circondano la vicenda. In particolare sul ruolo del prefetto Mario Mori, ex vicecomandante operativo del Ros ed ex capo del Sisde, e del colonnello Mauro Obinu, comandante del reparto criminalità organizzata del Raggruppamento, rinviati a giudizio dal gup Mario Conte per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato Cosa nostra.
Una decisione maturata dopo una breve camera di consiglio che segue, però, una complessa vicenda giudiziaria cominciata nel 2001 con le rivelazioni del colonnello dell’Arma Michele Riccio.
In una lettera l’ufficiale, che nel ‘95 era aggregato al reparto criminalità organizzata del Ros, chiede di essere sentito dal pm Nino Di Matteo su “gravi fatti riguardanti la mancata cattura di Provenzano e la morte di Luigi Ilardo”, un capomafia del nisseno che aveva cominciato a collaborare con la giustizia, facendo arrestare latitanti di rilievo e primo a mostrare agli investigatori i “pizzini” del boss di Corleone.

Riccio racconta al pm che il 29 ottobre del 1995 aveva comunicato a Mori e Obinu l’imminente incontro tra Ilardo e Provenzano in un casolare nelle campagne di Mezzojuso, a quaranta chilometri da Palermo. Il summit si sarebbe dovuto tenere dopo due giorni. I carabinieri, però, decidono di non intervenire, si appostano, assistono da lontano e fotografano Ilardo, mentre dopo essere stato prelevato da due mafiosi vicini a Provenzano, va verso il covo. Il blitz non scatta. “Dissero che non eravamo certi che Provenzano fosse lì e che non volevano bruciare la fonte”, racconta Riccio.
Un’occasione unica sfumata. Ilardo, infatti, rientra dall’appuntamento, conferma di avere incontrato il latitante e indica ai carabinieri i nomi degli uomini che l’hanno accompagnato al covo. Ma per un anno, fino ad ottobre del 1996, nessuno terrà d’occhio il casolare, né i favoreggiatori del super latitante. Omissioni inaccettabili, secondo la procura. Decisione imposta dai luoghi, per il Ros: il nascondiglio era in aperta campagna ed eventuali telecamere potevano essere scoperte dai mafiosi.
La procura è costretta a chiedere l’archiviazione dell’indagine. Ma il gip la rigetta e sollecita altri accertamenti. Saranno proprio le nuove investigazioni a ribaltare le conclusioni di Di Matteo che incarica un perito di esaminare i luoghi del mancato blitz. Viene fuori così che dalla caserma dei carabinieri di Campofelice di Fitalia, paese poco distante, il covo era visibilissimo: sarebbe dunque bastato piazzare lì delle telecamere per controllarlo. La perizia non è l’unica attività disposta da Di Matteo che, sentendo l’allora procuratore di Palermo Giancarlo Caselli e altri magistrati, accerta che nonostante le chiare indicazioni del pool antimafia, il Ros fino al 1996 non parlò della vicenda alla Procura.
Il nuovo materiale probatorio e le dichiarazioni di Riccio secondo il gup, che accoglie la richiesta questa volta di rinvio a giudizio del pm, meritano un approfondimento processuale. Dura la reazione dei legali degli imputati, che parlano di “accuse inconsistenti” e che si dicono certi di potere provare in dibattimento l’innocenza dei due ufficiali. Per Mori è già successo. Il prefetto è stato assolto due anni fa dall’accusa di favoreggiamento aggravato per non aver perquisito il covo della latitanza di Riina.
Con lui fu assolto dalla stessa accusa il capitano Ultimo, che poi catturò Riina. E che ieri a Studio Aperto ha commentato il rinvio a giudizio di Mori: “Lottare contro la mafia con il generale è stato un grande onore. È stato - ed è - un comandante onesto, leale e coraggioso. Un esempio per tutti noi, certamente un nemico di Cosa Nostra e dei corleonesi”.

La Corte di Cassazione ha disposto la scarcerazione, per scadenza dei termini, di Giuseppe Salvatore Riina, 27enne figlio terzogenito del boss di Corleone Totò Riina e detenuto al 41 bis a Sulmona. Riina jr, arrestato nel 2002, è già uscito dal carcere.
Accusato di associazione mafiosa ed estorsione, il giovane Giuseppe Salvatore era stato condannato in primo grado a 14 anni e 6 mesi. In appello la pena era stata ridotta a 11 anni e 8 mesi. La Corte di Cassazione, però, aveva annullato senza rinvio la condanna per estorsione e con rinvio quella per associazione mafiosa. Il processo era tornato davanti ad un’altra sezione della Corte d’Appello di Palermo che aveva condannato nuovamente Riina per l’associazione mafiosa a 8 anni e 10 mesi.
I legali, intanto, avevano fatto ricorso al tribunale del Riesame di Palermo contro la custodia cautelare in carcere del terzogenito del capomafia di Corleone, sostenendo che nel frattempo erano decorsi i termini di carcerazione. I giudici della libertà l’avevano respinto. I difensori si sono rivolti a questo punto alla Cassazione “che ha annullato la misura senza rinvio, disponendo la liberazione immediata di Riina”, ha detto l’avvocato Luca Cianferoni.

Stroncato, da quanto si apprende, da un tumore ai polmoni, è morto mercoledì in una clinica romana, dove era ricoverato da alcune settimane il boss mafioso Michele Greco, 83 anni, detto “il Papa” della mafia. Il capomafia di Ciaculli, prima del ricovero in ospedale, era detenuto a Rebibbia dove stava scontando alcuni ergastoli definitivi. Greco era una figura storica di Cosa nostra ed era ritenuto fra i mandanti di alcuni delitti eccellenti.
Lo chiamavano “Papa” perché sapeva mediare tra le famiglie di Cosa Nostra. Ieratico, sempre incravattato e in ordine, sembrava lo “zio”, quegli “zii” di Sicilia ritratti da Leonardo Sciascia cui chiedere un consiglio, giustizia o ponderata vendetta secondo i casi. Fu “Papa” in tempi difficili, quei primo Ottanta in cui i Corleonesi stavano prendendo in mano Cosa Nostra e lui, il padrino di Croceverde-Giardini riceveva politici e potentame vario nella sua tenuta di Ciaculli, “La Favarella”.
Greco divenne una figura nota a tutti gli italiani grazie alle immagini del Maxiprocesso di Palermo, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Dalle gabbie in cui i maggiori capimafia facevano sfoggio di sé, lui parlava solo a proposito e, a differenza di Luciano Liggio e il suo enorme sigaro cubano agitato polemicamente come un bastone, interveniva solo per stretta necessità. Da vero padrino disse ai giudici che lo interrogavano: “Se mi fossi chiamato Michele Roccapinnuzza oggi forse non sarei qui”, poi si lanciò in una filippica contro la pornografia e i film violenti che a suo dire avevano rovinato il mondo. Disse infatti che se il pentito Salvatore Contorno avesse visto I dieci comandamenti, anziché Il Padrino, non avrebbe calunniato alcune persone. Greco fu arrestato il 26 febbraio dell’86 dopo quattro anni di latitanza in un casolare nelle campagne di Caccamo, a una cinquantina di Km da Palermo, dove si nascondeva sotto falso nome.
Nominato nel 1978 capo della commissione di Cosa Nostra, dopo l’espulsione di Tano Badalamenti, non ostacolò l’avanzata dei corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, dei quali divenne anzi alleato. Insieme al fratello Salvatore (detto “il senatore”, per i suoi rapporti con politici e banchieri), fu il mandante dell’omicidio del giudice Rocco Chinnici.
Con undici ergastoli sulle spalle (tra cui quello del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa), il “Papa” sarebbe potuto tornare in libertà nel 2010, a 86 anni. Per i magistrati, infatti, non aveva più legami con la mafia. Coerente con le scelte che ha fatto, è morto dopo una lunga malattia senza mai rivelare quello che sapeva sugli anni passati dentro Cosa Nostra. Nemmeno sul significato di quell’augurio di pace che rivolse ai giudici prima della camera di consiglio del Maxiprocesso e che nessuno è stato mai capace di interpretare: “Auguro a tutti voi la pace, perché la pace è la tranquillità dello spirito e della coscienza, perché per il compito che vi aspetta la serenità è la base per giudicare. Non sono parole mie, ma le parole che nostro signore disse a Mosè, le auguro ancora che questa pace vi accompagni per il resto della vostra vita”.