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Vladimir Luxuria, 44 anni, è stata parlamentare del Prc
A qualcuno piace trans. Non è la grande scoperta da brevettare, ma una semplice constatazione: ci sono uomini (la maggioranza) a cui piacciono solo le donne e altri (una minoranza) a cui piacciono sia le donne sia le trans. Ho precisato che si tratta di una minoranza perché, quando scoppiano i casi mediatici, come questo su Piero Marrazzo, si tende ad avere percezioni falsate. Leggi l’intervento di Vladimir Luxuria

Che il Pdl, alle prossime provinciali, candidi a Salerno una bella dermatologa, bionda, non è una notizia. Che quel medico, Martina Castellana, all’anagrafe faccia di nome Michele e sia un trasgender, invece si.
A quanto pare, il tabù della sessualità è pronto a essere sdoganato anche a destra, dopo la decisione di inserire Valdimir Luxuria nelle liste del Prc per la tornata elettorale delle politiche di tre anni fa e del 2008. Qui, la mossa è destinata però a fare più rumore. Mentore della scelta, l‘onorevole del Pdl, in quota An, Edmondo Cirielli, padre della legge - passata alle cronache parlamentari come appunto la “ex Cirielli” - sui termini di prescrizione dei reati.
A confessarlo, è stata la stessa Castellana, che ha dichiarato: “Mi ha voluta lui, che mi stima come professionista. Ha visto in me una persona che ha agito con coerenza nella vita remando contro le tempeste”. Sulla compatibilità tra i suoi orinetamenti sessuali e i suoi ideali politici dice di non trovare alcunchè da ridire. Anzi, rivendica una militanza familiare, dato che lo zio fondò, anni addietro, la prima sezione di An della città salentina.
La sua idea della politica è chiara e semplice: “Ascoltare le persone, farsene carico e diventarne l’interprete principale. Se mi verrà data fiducia ne sarò felice. Il mio obiettivo è riuscire a confrontarmi in maniera leale e corretta, dare un contributo. Non aspiro certo a diventare una subrette…”. In un’intervista all’Adnkronos la dermatologa (lavora presso la Asl Salerno 2) ha spiegato che non vorrebbe attirare troppo l’attenzione sulla sua storia personale ma piuttosto preferirebbe essere apprezzata per le sue competenze e per la voglia di fare. Al giornalista che la incalza per cercare di chiarire meglio questo strano connubio con la destra, lei spiega serafica: “Mi creda, ci sono più atteggiamenti maschilisti a sinistra. La sinistra ha rubato i miei sogni di adolescente: nel ‘68 si contrabbandavano per libertà cose che libertà non erano. La vera libertà la si scopre oggi, a poco a poco, con la cultura delle pari opportunità ”.
Al proposito, sono piuttosto trasversali le sue preferenze personali: Mara Carfagna e Vladimir Luxuria, due che non è facilissimo che si trovino d’accordo. Il Ministro delle Pari opportunità , confessa la neocandidata: “non ho ancora avuto modo di conoscerla, spero di farlo presto. Ma la stimo molto per il lavoro che sta svolgendo al suo dicastero”.
Da par suo, Luxuria non può “che fare tanti auguri a Martina Castellana”, aggiungendo: “però, una cosa deve essere chiara: meglio una trans che si sposta a destra, che un transfugo come Mastella. Trovo che sia molto più nobile un transito sessuale che il trasformismo politico”. Contenta dunque la vincitrice dell’Isola dei Famosi 2008 che un tabù stia sul punto di tracimare anche a destra? L’ex deputata dice sì, augurandosi però che questa non sia solo un’altra farsa: “Questa candidatura deve essere accompagnata dalla volontà politica da parte del centro destra di riconoscere a noi trans tutti quei diritti ancora negati”.

di Paola Ciccioli
“Chiedo scusa, ma ancora non ho trovato delle camicie che si stirino da sole”. Cristiana fa strada attraverso il soggiorno dove, in un angolo, l’asse da stiro è coperta da biancheria da mettere in ordine. Un dettaglio fuori posto in una casa profumata di pulito e scaldata dalla presenza di amici che arrivano per il caffè. “Perché hai cambiato sesso, tu? Ma se sei sempre stata donna!” scherza Federico, passato per la consueta visita. Già , perché l’argomento della conversazione intorno al tavolo della cucina è proprio questo: la nuova vita di Cristiana, anzi, la sua “rinascita”, come la definisce lei. Un evento che porta la data 28 gennaio 2008 quando, al Cedig di Trieste (Centro universitario per la diagnosi e la terapia dei disturbi dell’identità di genere) questa signora dai lunghi riccioli biondi ha avuto dalla chirurgia il sesso che la natura non le aveva dato.
Sono 213 le persone che, dal 1994 al dicembre 2007, soltanto nel centro di Trieste, si sono sottoposte all’intervento per la “riassegnazione chirurgica del sesso”, come lo definisce la legge 164 del 1982 che garantisce la copertura economica dell’operazione da parte del sistema sanitario nazionale (costo, circa 15 mila euro). E sono 987 coloro che sono venuti al mondo maschi o femmine, ma che hanno deciso di rinascere chirurgicamente come donne e uomini nei centri Onig (Osservatorio nazionale sull’identità di genere) che, partendo nel 1992 da Torino, sono poi stati aperti a Roma, Napoli e da ultimo, nel 2004, a Bologna. Nonostante la variazione di sesso venga fatta anche in altre città , Milano in testa, in molti per accorciare i tempi emigrano a Londra, Barcellona e Belgrado.
“Nel mondo una persona su 12 mila è transessuale da uomo a donna, mentre una su 30 mila lo è da donna a uomo” si legge in uno studio pubblicato a novembre dall’Università di Parma. Nel nostro Paese, secondo una stima di Marcella Di Folco del Movimento italiano di identità transessuale, gli individui nati in un corpo in cui non si riconoscono sono circa 30 mila e crescono al ritmo del 10 per cento all’anno le persone che si rivolgono a centri specializzati, come il consultorio che il Mit gestisce presso la asl di Bologna.
“Si ricorre di più all’intervento di variazione del sesso perché le risposte sono sempre migliori” spiega Carlo Trombetta, 51 anni, l’urologo genovese che da Trieste guida l’avamposto medico riconosciuto tra i più avanzati del mondo, come emerso a marzo nel congresso internazionale che ha riunito a Milano 12 mila urologi. Il professor Trombetta è anche lo specialista che ha operato Silvia, definita la vincitrice morale del Grande fratello, che con la sua dignitosa partecipazione al reality show di Canale 5 ha contribuito, forse, a smussare lo stereotipo che vuole i transessuali come “animali notturni” che si vendono nelle periferie metropolitane. “La prostituzione, enfatizzata, è una leggenda metropolitana” spiega Vittoria Colonna, tra i fondatori, a Torino, del primo centro italiano “dove i transessuali sono stati trattati da individui nella loro interezza” e nel quale “la prima persona a essere operata è stata un sacerdote ligure, accanto a professionisti con un’esistenza assolutamente normale”.
“Ora posso andare in giro guardando il mondo direttamente in volto. Anche prima lo guardavo negli occhi, ma speravo di non essere visto”. Riccardo ha 42 anni, lo sguardo azzurro intenso. “Pensavo che tutti si accorgessero e vedessero il mio “difetto”, il sentirmi uomo in un corpo di ragazza” continua. Indossa un maglioncino grigio e sul viso ha una peluria leggera, non ancora diventata barba. “Ho una compagna e a maggio sarà un anno che mi sono operato: ho fatto l’asportazione del seno e la variazione dei genitali in un unico intervento. È stato molto doloroso, e al dolore fisico ho dovuto aggiungere quello che viene dagli sguardi di chi non capisce”.
Riccardo appartiene a quella minoranza di transessuali “F to M”, come dicono gli specialisti, che cioè da femmine diventano maschi. Ed è proprio questa la sfera in cui la tecnica chirurgica non ha preso ancora un indirizzo univoco e le complicanze sono notevoli. “In chirurgia, quando ti dicono che c’è un solo modo per far le cose, vuol dire che è quello giusto. In caso contrario, significa che l’optimum non c’è” dice ancora il professor Trombetta, che al suo centro di Trieste ha una lista di attesa di due anni anche perché con la tecnica messa a punto con il collega Belgrano può garantire agli uomini che diventano donne una vita appagante anche dal punto di vista del piacere fisico.
“Io sono orgogliosa della mia condizione” afferma Fabianna Tozzi Daneri, 39 anni, un passato di uomo e di parrucchiere, un presente di impegno politico, come esponente delle associazioni trans di Livorno e operatrice del neonato consultorio transgender di Torre del Lago, presso il centro medico Exagon. Operata cinque anni fa, Fabianna da tre è moglie di Marco, un operaio di due anni più grande, “che si è innamorato di me prima dell’intervento, a prescindere”. Questa coppia conduce un ménage felice, eppure è proprio il sospirato intervento la ragione della fine di tante relazioni. Lo sottolinea la psicologa Laura Scati, che fa parte del gruppo di lavoro del Cedig di Trieste, e lo conferma il professor Augusto Ermentini, 80 anni, già ordinario di psichiatria all’università di Brescia e tra i precursori dello studio del transessualismo nel nostro Paese. Cattolico, continua a curare da psicoanalista le persone operate, specie quelle che hanno una relazione di coppia. “Sì, molte volte poi il rapporto si rompe, ma questo succede anche tra le persone cosiddette normali quando per esempio la donna ha subito l’asportazione dell’utero. Per il maschio un fatto del genere ha un alto valore simbolico, lo vive quasi come una castrazione. Dunque conservare un legame è difficile”. Rifiutati prima, i transessuali corrono dunque il rischio di subire anche dopo una doppia e lacerante ferita.
Se all’origine del transessualismo vi sia un’esperienza di violenza fisica o psicologica subita nell’infanzia è l’interrogativo cui ha cercato di dare risposta uno studio condotto, all’ospedale di Trieste, da Patrizia Romito, docente di psicologia. “La violenza subita nell’infanzia” afferma “non spiega il disturbo di identità di genere. È certo invece che chi è diverso è esposto, sempre, al maggior rischio di maltrattamenti e aggressioni”. Comparando le testimonianze di 50 individui che hanno subito l’operazione di variazione del sesso e altrettanti pazienti di diversi reparti dell’ospedale triestino, Romito e tre sue allieve che su questo tema si sono laureate sono giunte a questa conclusione: “I trans subiscono violenze di ogni tipo, comprese quelle da parte degli impiegati degli uffici pubblici e dalle forze dell’ordine. Sono soggetti a maggiori problemi di salute mentale e sono esposti alla depressione e al tentato suicidio, ma al momento dell’intervista hanno dato un’analoga valutazione sulla felicità della loro vita rispetto agli altri pazienti”.
Cristiana e la sua felicità , dunque, come fanno i conti con la realtà ? “Due anni fa ero in vacanza a Stintino e avevo finito i soldi. Ho il Banco posta e sono entrata in un ufficio postale per fare un prelievo. Quando ho mostrato i miei documenti, l’impiegata mi ha detto: guardi che mi deve dare i suoi, non quelli di suo marito. Sulla carta di identità , in effetti, c’era il mio nome da maschio e si è creato un po’ di imbarazzo. Ma poi l’impiegata ha capito e l’equivoco si è risolto”. Cristiana aspetta adesso i nuovi documenti con le generalità di persona rinata (”D’ora in poi dovrò festeggiare due compleanni”) ma nel frattempo ha seguito i suggerimenti di amici carabinieri e alla voce “segni particolari” ha fatto scrivere: “Sembianze femminili”. E ha un futuro prossimo con un grande progetto: “Sto con un ragazzo di 34 anni, dopo una lunga relazione con un uomo che non mi ha dato un rapporto pieno, una convivenza soddisfacente. Il mio nuovo partner, invece, vuole sposarmi: è stato lui a chiedermelo, dice che vuole darmi una manifestazione tangibile del suo sentimento per me”.
Ma prima che con i fidanzati, le difficoltà nascono in famiglia. “L’unica colpa che mi sono fatta è di non avere capito subito come aiutare mia figlia”. Brunella è mamma di una studentessa universitaria, vivono insieme in una città del Centro Italia e insieme stanno affrontando l’iter che porterà Maria all’intervento. “Capire quel che mia figlia stava attraversando è stata un’emozione violenta: i genitori sono spesso gli ultimi a rendersi conto dei disagi dei loro figli. È stata lei, a un certo punto, a chiedere aiuto: aveva 18 anni e non ce la faceva più a vivere. Sapevo di questa realtà quel che sanno tutti, cioè poco”.
Maria, la figlia, aggiunge: “Il tribunale mi ha dato l’autorizzazione all’intervento e nella sentenza sono riuscita a far inserire anche l’operazione per la mastoplastica additiva: questa estate avrò la terza misura di seno”. Continua a studiare e, piano piano, sta allacciando nuovi rapporti, abbandonando insieme con il corpo che aveva anche la vita e le amicizie di prima. Troppo doloroso spiegare, troppo difficile farsi accettare.

“Ancora una volta la Chiesa dimostra il suo volto discriminatorio e integralista, imponendo ai fedeli divieti illegittimi e razzisti”. Basta così? Neanche per sogno: “Il paradosso è che io, da politico, ho il privilegio di poter celebrare matrimoni civili, ma da trans ho un diritto in meno”.
È inviperita Vladimir Luxuria. Si dice dispiaciuta ma, soprattutto, si sente discriminata la deputata di Rifondazione Comunista a cui il vescovo di Foggia ha vietato di poter essere testimone di nozze di una cugina. E per questo reagisce “con stupore e rabbia al divieto imposto, in quanto transessuale”.
“È un fatto gravissimo” accusa Luxuria “che dimostra ancora una volta la lontananza dei vertici ecclesiastici dalla comunità cattolica, sempre pià aperta e tollerante. Per quanto mi riguarda, ho accettato la richiesta di mia cugina e del futuro marito senza opporre alcun problema riguardo alla scelta di sposarsi con rito cattolico. Sono una persona educata rispetto dei valori altrui e quindi mi sarei aspettata un atteggiamento altrettanto tollerante da parte del vescovo”.
Alle rimostranze dell’onorevole transgender, la chiesa risponde così: “La decisione di negare il permesso di essere testimone di nozze” dice don Francesco, parroco del santuario pugliese “non è stata presa in quanto Luxuria è omosessuale, ma in quanto non crede nei valori della famiglia, anche dal punto di vista politico”.
Spiegazione che non consola Luxuria. Il cui piglio si fa ancora più battagliero quando spiega cosa pensa di fare: “Mi sono informata e so che non è necessario essere cattolici per fare il testimone di nozze. Non ti chiedono né il battesimo, né la cresima. Puoi essere di qualsiasi religione, non controllano neppure la fedina penale. L’unico requisito richiesto è la maggiore età e io l’ho passata da parecchio tempo”, afferma ridendo.
La deputata promette, anzi minaccia, di andare fino in fondo in questa storia, presentando, a breve, una interrogazione parlamentare sulla questione. Poi il giudizio, duro, sulla Chiesa di oggi: “Ancora una volta questa è la Chiesa del bussate e vi sarà chiuso, non disposta al dialogo, al confronto. La faccenda” conclude l’onorevole di Prc “mi rattrista e non è certo isolata. Molti, meno in vista di me, ogni giorno, subiscono queste umiliazioni senza poter fare nulla. Quanto accaduto spero che possa contribuire a far calare il velo di ipocrisia che spesso circonda gli ‘affari’ della Chiesa”.

Di Pietrangelo Buttafuoco
Signore un po’ vistose raccolte in preghiera. Gigliola è la più curata: è la sciantosa. Con lei c’è Mela, poi Rosaria, e altre ancora che, insomma, “sono uomini che hanno deciso di diventare donne” spiega Anna Dolei, sociologa. Alcuni sono operati, altri no. “Donne che altro sistema di sopravvivenza non hanno avuto che il meretricio” dice padre Valerio Di Trapani, il responsabile della Caritas.
La chiesa si trova in piazza Cappellini a Catania, è la parrocchia del Crocifisso della buona morte. Il contesto è fin troppo evocativo, a prendersi cura di queste donne pensionate dalla prostituzione sono le suore di Madre Teresa di Calcutta, ma non c’è una sceneggiatura di Pedro Almodóvar. Siamo nel cuore di San Berillo (il quartiere a luci rosse della città erotica e letteraria di Vitaliano Brancati ieri e di Ottavio Cappellani oggi), nel cuore del centro storico, dove queste signore in età non troveranno più posto perché “la bonifica” è in atto.
C’era una volta il quartiere a luci rosse, e neppure tanto tempo fa, forse sono ancora attive le vecchie case, come quella di Nedda Rassu, quella di Mattia Abramo o la Fargione, e in quelle “persiane sempre chiuse” c’erano le divine: la Smith, così chiamata per assonanza con la pistola, e la Martinelli, bella come Elsa, ma travestito come le altre.
E la bonifica che porta illuminazione dove c’era solo oscurità , fognature dove c’era solo il pantano delle deiezioni, con la speculazione edilizia che centuplica i prezzi di questi palazzi, solleva l’urgenza: “Sono rimaste solo le più anziane e le più indifese, come si possono riciclare le professioniste del sesso, vecchietti che sanno solo fare ricotta?”.
Cambiare vita ha un prezzo, precipitare nella povertà estrema: “Come salvare queste creature, tutta povera gente senza nessuno al mondo?” è la domanda che si è posto Nino Strano, senatore di An, per tanti versi un dandy, “eterosessuale attento ai problemi dei gay” dice di sé, che ha immediatamente aiutato padre Valerio e forse ha anche trovato la soluzione. “Ho coinvolto Paolo Colianni, l’assessore per la Famiglia, ma anche Rossana Interlandi, l’assessore per Territorio e ambiente. Con un corso finanziato dalla regione insegniamo loro un nuovo mestiere e ci adoperiamo per inserirle nella società ”.
Trasformare i transgender in badanti, per esempio. “Questa settimana abbiamo iniziato alla Caritas un corso di primo soccorso. Accanto a questo” spiega padre Valerio “ci adoperiamo affinché queste donne abbiano una formazione professionale e imparino le nozioni di assistenza: come si sposta un anziano nel suo letto, come si curano le piaghe, come si tengono puliti. Non sarà solo una cooperativa di transessuali, non sarà un altro ghetto di genere. Vogliamo restituirle alla società e non più come emarginate, ma accanto al prossimo e vicine a Dio”.
Troppo ambiguo, spiega ancora padre Valerio, “vedere un prete in faccende di prostitute. Se non ci fosse la presenza dell’Altissimo, non lo farei. Tutto è nato sulla base di incontri in parrocchia con la parola di Dio, e sarà per questo che toglieranno il loro abito da prostitute”.
E gli abiti muliebri? “Purché non sia un abito di seduzione, né di provocazione. Se poi donne si sentono…”.
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La foto, non perfettamente a fuoco, ha in primo piano un neonato, dolcemente addormentato. Sul polso, il braccialetto di riconoscimento usato negli ospedali. Sopra però non c’è scritto il nome, Antonio o Francesca, Jessica o Andrea, ma la parola “homosexual”.
Di fianco, lo slogan: “L’orientamento sessuale non è una scelta”. Un manifesto che presto comparirà negli spot televisivi, nelle pagine pubblicitarie, su cartoline e depliant da distribuire e su manifesti da affiggere sui muri dei pubblici.
Questa la campagna-shock, destinata a far discutere, scelta dalla Regione Toscana per combattere le discriminazioni per “orientamento sessuale e identità di genere”. La campagna è sostenuta da “Ready”, la nuova Rete di Comuni, Province e Regioni italiane, che parteciperà al Festival della Creatività , in programma alla Fortezza da Basso di Firenze dal 25 al 28 ottobre prossimi.
Il manifesto è stato ceduto gratuitamente alla Regione Toscana dalla Fondazione canadese Emergence, che lo aveva utilizzato la scorsa primavera per la giornata mondiale contro l’omofobia, con il patrocinio del governo del Quebec, dell’agenzia di salute canadese e della città di Montreal.
“Si tratta di una campagna pulita, che rispetta la privacy e il buon gusto” spiega l’assessore toscano all’attuazione dello Statuto, Agostino Fragai, quasi a prevedere, e parare, le critiche. “Certo affronta con forza ed in modo efficace una delle questioni di fondo di un tema eticamente discusso, sottolineando come l’omosessualità non possa essere considerato un vizio, ma una delle tante espressioni della personalità di un individuo”.
In Italia la Toscana, ha voluto ricordare l’assessore, è da anni impegnata contro l’omofobia. La legislazione regionale è stata la prima a tutelare i cittadini contro le discriminazioni sessuali, nel 2004, e tra l’altro è stata anche la prima a predisporre una “carta prepagata” per agevolare la ricerca di un lavoro a favore di transessuali e transgender. Un impegno, quello della regione governata da Claudio Martini, riconosciuto anche da Aurelio Mancuso, presidente nazionale Arcigay: “La nuova campagna di comunicazione è assolutamente all’avanguardia nel panorama della difesa dei diritti lgbt. È ora che l’Italia si adegui alla Toscana”.
E infatti la campagna è patrocinata dal Ministero per le Pari Opportunità , retto da Barbara Pollastrini cofirmataria insieme alla collega Rosy Bindi del ddl sui Dico.
Una legge che ha diviso il Paese e la maggioranza di centro sinistra: sarà così anche per questo manifesto?
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Pensavano fosse amore. E invece erano atti osceni in luogo pubblico.
Ma non ieri sera, a Roma, dove è andata in scena la versione romantica, cicale e ponentino compresi, del gay pride.
A quattro giorni dal “fattaccio” dei due ragazzi fermati dai Carabinieri perché rei di un bacio troppo appassionato, un centinaio di omosessuali romani si è dato appuntamento per un manifestazione di solidarietà , per rivendicare l’orgoglio gay e il diritto a potersi scambiare tenerezze senza essere denunciati.
Nessuno prende in considerazione la versione dei militari e cioè che il bacio non fosse tale, ma qualcosa di più, qualcosa oltre il cosiddetto “comune senso del pudore”. “E invece no” - dicono i ragazzi di via San Giovanni in Laterano, la via dei locali come il Coming out, la strada con vista sul Foro Romano che in molti hanno già ribattezzato Gay street: “Quei Carabinieri erano nuovi della zona, inesperti, qui tutti conoscono la nostra comunità e sanno come ci comportiamo: mai oltre”.
Sotto la luna, all’ombra del Colosseo e alla luce dei flash si sono baciate una trentina di coppie. A fare da guardoni – invitati, però - dieci telecamere e un pattuglione di una ventina di cronisti, con fotografi al seguito. Tutti ad inseguire i baci, appassionati e poco naturali, che ragazzi, ma non ragazze, si sono dati a favore dell’obiettivo. “Una sera siamo stati aggrediti a Trastevere – raccontano Nico e Michelle – abbiamo chiamato il 112 e i Carabinieri sono arrivati dopo 50 minuti. Vi sembra giusto? Forse erano a caccia di coppiette”.
Al Colosseo sventolavano le bandiere del circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, ma non quelle dell’Arcigay che ha organizzato una manifestazione fotocopia per il 2 agosto.
I baci dividono, i baci uniscono; i baci, a volte, causano guai. Le conseguenze dell’amore.
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“No, non c’è da preoccuparsi per le mie condizioni. Davvero, sto bene. Preoccupiamoci per quei poveri radicali russi ancora in stato di fermo”. Ha la voce ancora un po’ scossa, ma non allarmata l’onorevole di Rifondazione Vladimir Luxuria, aggredita (a spintoni, uova e male parole), durante una manifestazione per consegnare una lettera al Sindaco di Mosca, Yuri Luzhjov, che aveva vietato l’autorizzazione al Gay Pride).
Pare stiano per essere rilasciati.
Bene, così Nikolai (Alekseyev, l’organizzatore dell’iniziativa moscovita, ndr), potrà essere l’ospite d’onore del prossimo Pride a Roma, il 16 giugno e a quello di Instanbul (il primo in Turchia) del primo luglio.
Le era mai successo di incontrare tanta violenza, manifestando per i diritti dei gay?
No, in Italia, durante la scorsa campagna elettorale a Guidonia si erano “divertiti” a tirarmi dei finocchi… Ma niente di paragonabile a quello che è successo a Mosca.
Perché è successo?
Vede, omofobi non si nasce, si diventa. E lo si diventa innanzitutto restando sotto il controllo della Chiesa ortodossa che è piuttosto chiusa nei confronti degli omosessuali. Inoltre oggi più che mai in Russia è molto forte la paura della stabilizzazione dell’ordine costituito; infine perché a Mosca comanda Yuri Luzhjov, sindaco voluto da Putin con l’omertoso silenzio tutti i mezzi di comunicazione, che ha confuso il diritto a manifestare (riportato nell’Art 11 della Costituzione Europea dei Diritti dell’Uomo e ratificato anche dalla Russia) con la condivisione.
In Italia, il dibattito, spesso acceso, tra laici e cattolici, tra destra e sinistra potrebbe sfociare in azioni come quella di Mosca?
Non scherziamo… Certo, ci sono mille casi di violenza omofoba che fanno rabbrividire. Ma la possibilità che si manifesti non è mai stata messa in discussione. Anzi, dai sindaci, dai Prefetti, dalle istituzioni abbiamo sempre avuto un atteggiamento collaborativo e di protezione. Da noi gli anticorpi democratici sono fortunatamente piuttosto forti.
Però avete spostato la manifestazione di Roma dal 9 al 16 giugno, causa visita del presidente George Bush.
Vero, ma semplicemente perché, essendo noi pacifici nel Dna e volendo organizzare un evento non stanziale ma in movimento, avremmo avuto delle grosse difficoltà in una città blindata per Bush.