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Treviso

Da Nord a Sud, truffe milionarie alla Sanità

In ospedale
Ventuno milioni e 117.988 mila euro. Questa la cifra che una clinica privata pugliese è riuscita a truffare in sei anni allo Stato. La struttura, convenzionata con il Servizio sanitario nazionale, dal 2000 fatturava ricoveri inesistenti, analisi e cure mediche per le quali non era stata autorizzata. A scoprire la truffa ai danni del Ssn e a denunciare il direttore sanitario, quello amministrativo e l’amministratore delegato è stato il nucleo di Polizia tributaria del Comando provinciale della Guardia di finanza di Foggia. Dall’indagine, iniziata nel 2004, sono emersi migliaia di ricoveri di pazienti “fantasma”, cure mediche e ambulatoriali mai effettuate e di ricoveri prolungati artificiosamente nel tempo di centinaia di persone con patologie non gravi che potevano essere curate ambulatorialmente. Ovviamente, i costi dei soggiorni che in alcuni casi superano le decine di miglia di euro, delle cure e delle analisi veniva interamente fatturato al Ssn. L’inchiesta della magistratura foggiana è iniziata dopo un normale controllo delle spese sanitarie della Regione Puglia e dall’analisi documentale effettuato dalle fiamme gialle presso la clinica; “Dopo aver acquisito e esaminato le fatture e i documenti della struttura convenzionata” spiega il tenente colonnello Giacomo Ricchitelli, comandante Nucleo polizia tributaria di Foggia “abbiamo ascoltato decine e decine di pazienti che hanno confermato le anomalie che avevamo riscontrato nelle fatture e nei rimborsi presentati al Ssn”
Ma sulle truffe allo Stato delle cliniche private la Finanza foggiana continuerà ad indagare. Intanto è stata presentata anche un’informativa alla procura della Corte dei conti per cercare di recuperare parte della somma truffata. Dal Sud al Nord Italia.

Sempre per truffa al Servizio sanitario nazionale anche la Finanza di Treviso ha denunciato 157 persone che non ne volevano proprio sapere di pagare il ticket. Dichiaravano di essere disoccupati o di avere un reddito pari o inferiore a quello previsto dalla legge per usufruire dell’esenzione. A finire nei controlli delle fiamme gialle professionisti, imprenditori e agenti immobiliari con redditi da capogiro. La denuncia per falso ideologico e truffa è scattata anche per la titolare di un’agenzia immobiliare della cittadina veneta, sposata con un commercialista e con un reddito complessivo annuo lordo di 500 mila euro. Anche lei, pur di non pagare il ticket, aveva dichiarato più volte di essere disoccupata. “Status” di disoccupato anche per un collezionista d’armi e per un altro di auto d’epoca. Quest’ultimo autocertificava la propria condizione di esente da ticket dichiarando anche di essere titolare di un assegno sociale e di pensione al minimo; in realtà la Finanza ha scoperto che era l’intestatario di oggetti di pregio dal valore di migliaia di euro. Tra i 40 mila nominativi che avevano ottenuto e richiesto l’esenzione nel 2006 e presi in esame dalla Procura della Repubblica della città veneta all’inizio dell’indagine, è spuntato anche un imprenditore trevigiano che aveva comprato nello stesso anno terreni e beni immobiliari all’estero per centinaia di migliaia di euro.

Madre e figlia sgozzate, l’uomo fermato confessa il delitto

marocchino

Ha confessato davanti alla polizia di aver sgozzato l’ex compagna e la loro figlioletta di due anni. Fahd Bouichou, il cittadino marrocchino arrestato ieri in Slevenia, oggi ha ammesso il duplice omicidio di Elisabetta Leder e la piccola Arianna avvenuto martedì a Castagnole di Paese (Treviso).

Dall’interrogatorio è trapelato anche un possibile movente del delitto. Fahd Bouichou avrebbe ucciso l’ex compagna e la figliolia Arianna per un raptus motivato dalla gelosia. Lo ha detto lui stesso agli agenti della Polizia di Stato di Treviso. L’uomo è ancora detenuto nel carcere di Capodistria (Slovenia). Fahd Bouichou, fermato giovedì mattina dalla polizia slovena a Cosina (Slovenia), è comparso giovedì sera davanti al giudice del Tribunale di Capodistria per quello che è l’equivalente dell’interrogatorio di garanzia e ha rifiutato di essere estradato. Presso lo stesso Tribunale è stato quindi avviato il procedimento per l’estradizione sulla cui durata, al momento, né la polizia, né la magistratura fanno previsioni.

Madre e figlia sgozzate, l’ex della donna fermato in Slovenia

marocchino

È finita nella rete della polizia slovena, poco dopo il confine con l’Italia, la fuga del giovane marocchino ricercato per l’omicidio della compagna Elisabetta Leder, operatrice sanitaria, e della sua figlioletta Arianna di due anni, uccise a colpi di coltello.
Fahd Boichou, 26 anni, è stato arrestato, a Cosina, vicino al confine ma in territorio sloveno: era a piedi e da solo quando è stato fermato. Bouichou è stato individuato dai poliziotti sloveni sulla base delle immagini e delle descrizioni che erano state trasmesse dalle Questure di Treviso e di Trieste.
Il questore di Treviso, Carmine Damiano, è sicuro: a carico del marocchino, arrestato per l’omicidio della compagna e della figlia a Castagnole di Paese, c’è ormai un quadro indiziario molto grave che lo fa ritenere “l’unico responsabile del duplice delitto”.
Per giungere alla cattura dell’uomo la questura di Treviso, che ha coordinato tutte le indagini, aveva messo sotto intercettazione già dalla notte del fatto una quarantina di utenze telefoniche. Numeri di telefono di parenti di Bouichou tra la Francia, l’Olanda e il Marocco.
E proprio una telefonata dell’indagato, secondo quanto riportato il quotidiano Il Piccolo, fatta ieri sera da una cabina della stazione ferroviaria di Trieste alla sorella in Marocco ha consentito alla polizia di individuare la zona in cui si trovava l’uomo e di conoscere in anticipo la sua volontà di rifugiarsi oltre confine. Precedentemente gli investigatori trevigiani avevano già individuato l’automobile con cui Bouichou era fuggito, la Skoda di Elisabetta Leder, abbandonata a Jesolo (Venezia).
Il marocchino aveva con sé due cellulari, uno dei quali appartenente alla vittima, che però aveva spento subito dopo essere fuggito dal trevigiano proprio per evitare di essere intercettato dalle forze dell’ordine.

La mattanza di madre e figlia, trovate in un lago di sangue nella stanza da letto della loro casa - la piccola, pare, nel fasciatorio - sarebbe stata compiuta con due coltelli da cucina. Le due lame sono state trovate, sporche di sangue, sotto il corpo di Elisabetta Leder. Non è escluso che la donna possa aver usato uno dei due coltelli per tentare di difendersi.
Il fatto è stato scoperto dal fratello della donna, Alessandro, 27 anni, allarmato dalla madre, Raffaella, che non aveva visto arrivare la figlia e la nipotina per cena. Resta oscuro al momento il movente del duplice omicidio, che sembra essere avvenuto nel corso di un raptus.
Elisabetta Leder, infermiera in una casa di cura, aveva conosciuto il compagno, più giovane di lei di alcuni anni, in un viaggio in Marocco. L’uomo si recava saltuariamente in Italia, ma non aveva un lavoro. La famiglia di Elisabetta aveva accettato il rapporto della coppia, culminato nell’aprile del 2007 nella nascita della piccola Arianna. I genitori della vittima, Antonio e Raffaella Leder, hanno descritto l’immigrato come un ragazzo gentile, premuroso, legato alla figlia. Il rapporto tra il marocchino ed Elisabetta, pur caratterizzato dalle frequenti assenze del giovane, sembrava tranquillo, senza contrasti. Dopo aver conosciuto Elisabetta, il magrebino era giunto in Italia nei mesi scorsi con il proprio passaporto. Ma non avendo lavoro, e quindi senza permesso di soggiorno, era stato espulso. Secondo quanto si è appreso, il giovane era rientrato clandestinamente a Treviso nei giorni scorsi.
Sarà lutto cittadino a Paese (Treviso) il giorno dei funerali di Elisabetta e della figlioletta Arianna. La decisione sarà ratificata oggi pomeriggio da un’apposita riunione della giunta comunale convocata dal sindaco Valerio Mardegan.

Orrore a Treviso: sgozzata in casa con la figlia di 2 anni

Un'auto dei carabinieri

Sgozzate, uccise con diverse coltellate alla gola. I corpi di Elisabetta Leder, 36 anni, infermiera in una casa di riposo, e della figlioletta Arianna, di non ancora due anni (li avrebbe compiuti ad aprile), sono stati trovati ieri sera, a Castagnole di Paese (in provincia di Treviso).

Al momento non è ancora chiara la dinamica o il possibile movente del duplice omicidio, anche se il pm di turno, Antonio Miggiani, non esclude la possibilità che all’origine ci sia un raptus. Il duplice omicidio, su cui c’è il massimo riserbo degli investigatori, è avvenuto in uno dei sei appartamenti di un condominio a due piani in via Cal Morganella, in una zona residenziale del paese trevigiano.
Ma chi può essere stato a commettere un delitto così orribile, così inaccettabile? Da ieri sera i carabinieri di Treviso sono alla ricerca del compagno della donna, un cittadino marocchino che risulta clandestino in Italia.
A carico dell’uomo, però, al momento non ci sarebbe alcun elemento che possa coinvolgerlo nell’assassinio della donna e della piccola. “Non c’è al momento alcun indagato”, ha dichiarato il magistrato, precisando che si sta cercando l’uomo, irreperibile, per cercare di fare chiarezza sulla sua posizione.
Quello che è certo, per ora, è solo il modo in cui è stato possibile scoprire il delitto. Elisabetta, infermiera della “Menegazzi” a Treviso, avrebbe dovuto essere a cena dalla madre che, non vedendola arrivare, ha mandato l’altro figlio a cercarla. Il giovane, giunto davanti al condominio Alfa, in via Cal Morganella, ha visto che le luci dell’appartamento e la tv erano accese e ha pensato che la sorella fosse uscita per fare compere. Ha atteso per un po’ il ritorno di Elisabetta, ma non vedendola tornare, ha richiamato la madre che l’ha consigliato di chiamare i carabinieri. E sono stati proprio i carabinieri a sfondare la porta e a scoprire la mattanza. Mamma e figlia erano state martoriate da diverse coltellate.

Disabile torturato e violentato per 15 giorni: 4 arrestati nel Trevigiano

carabinieri in azione

Violenza privata, violenza sessuale individuale, violenza di gruppo, sequestro di persona e lesioni personali gravi. Sono queste le accuse che hanno portato all’arresto di quattro persone a Montebelluna, in provincia di Treviso, per aver seviziato, torturato e sottoposto alle più brutali violenze sessuali per 15 giorni un uomo con disagi psichici. Raccapriccianti, dicono gli inquirenti, i supplizi inferti dai quattro indagati, tutti giostrai, alla vittima, un uomo di 32 anni, che vive con il fratello e il padre nel trevigiano, tutti e tre con problemi di alcolismo.
Convinto dai quattro aguzzini a dare una mano nella ristrutturazione di una casa, una volta nello stabile l’uomo è stato segregato, subendo le più atroci violenze, costretto anche a cibarsi di escrementi di cane.
L’inchiesta è nata perché i quattro, tutti giostrai tra i 25 e i 32 anni, avevano filmato gli stupri e le torture a cui sottoponevano il poveretto e li mostravano, vantandosene, agli amici nei locali della zona. Si tratta di immagini che i carabinieri definiscono “agghiaccianti”.
È stato il fratello della vittima a confidarsi con un avvocato che si è poi rivolto ai
carabinieri anche se la vittima, inizialmente, ha rifiutato di sporgere denuncia per paura di essere ucciso. I militari dell’arma hanno però proceduto d’ufficio dopo aver accertato, tra i reati, la violenza sessuale di gruppo. Alla fine la vittima ha collaborato con il pm trevigiano Valeria Sanzari, raccontando l’inferno subito nelle due settimane.
In possesso degli investigatori ci sono 15 filmati delle violenze imposte all’uomo. Gli arresti sono stati compiuti uno a Ponzano (Treviso), due a Trevignano (Treviso) e l’ultimo all’aeroporto Canova di Treviso mentre rientrava da un viaggio all’estero.

Lavoratori contro: la guerra fra poveri scatenata dalla crisi

lavoratori

A Treviso il termometro spacca lo zero. Per Lino Pizzolato, trevigiano di Villorba, è la prima volta. Si fa coraggio ed entra, lasciandosi alle spalle una scia di fiocchi di neve. Gli occhi azzurri infossati in un viso grinzoso si guardano intorno imbarazzati, forse perché non è più uno sbarbato. Eppure, è la prima volta che bussa a un centro per l’impiego, il vecchio ufficio di collocamento. Ogni mese, da quando è scoppiata la crisi, qui si registrano 300-400 nuovi nomi. Lino ha 61 anni e 48 li ha passati in tipografia.

I biglietti da visita se li è stampati da solo e al posto di “Dott.” o “Ing.” ha scritto, con ironia, “Q.e.”: “Quinta elementare”. “Avevo quattro dipendenti e non ce la facevo più. Ho pagato 100 mila euro per fornitori e liquidazioni, quindi ho chiuso la baracca. Ma ho preferito rimanere senza ’sghei’ piuttosto che fallire”. E ora eccolo qui, a un mese da Natale, a cercare un lavoretto qualsiasi: “In attesa della pensione di anzianità”. Gli extracomunitari? “Gli imprenditori li hanno chiamati quando c’era lavoro, ma adesso non li possono spedire indietro come pacchi. Così non c’è posto per tutti”. È d’accordo con lui Gabriele Rubinato, 53 anni, ex vetraio, che ha in corpo un pacemaker con defibrillatore ed è in coda per provare a tornare a lavorare: “Sono pronto a fare il camionista o il magazziniere, ma non so se ci sia spazio per un italiano invalido e ultracinquantenne”.
Ketty Ermacora, elegante trentottenne friulana, separata con figlio a carico, sogna di continuare a fare il lavoro che ama: la fioraia, ma “non in nero come fanno gli extracomunitari”. “Queste tre storie rappresentano bene la razza Piave” sottolinea Elena Donazzan, assessore alla Formazione della Regione Veneto (Pdl). “Gente dignitosa, che non si arrende e non vuole lasciar debiti, ma che ora, con la crisi, è un soggetto debole”. Sebbene il Veneto sia un motore economico del Paese (è secondo per pil solo alla Lombardia), secondo l’assessore c’è il pericolo di una specie di darwinismo sociale, una fase in cui donne e over 50 italiani potrebbero essere soppiantati sul mercato del lavoro dai più vigorosi immigrati. Ma anche su questi ultimi si addensano nubi scure: “Temo sia alle porte una guerra tra poveri. Gli ultimi dati dicono che il 20 per cento dei licenziati sono extracomunitari, spesso senza tutele o rete familiare” aggiunge Donazzan.
Il segretario veneto della Uil, Gerardo Colamarco, ha paventato problemi di ordine pubblico. Altrettanto allarmato il segretario regionale dei Comunisti italiani, Nicola Atalmi: “Il Nord-Est era cattivo quando le cose andavano bene, figuriamoci che cosa può succedere ora”. È finita la pace sociale del “se ti te lavori a me va ben”. Sarà per questo che il segretario trevigiano della Cgil, Paolino Barbiero, dando voce agli umori della base, ha chiesto il blocco temporaneo degli ingressi per gli extracomunitari. È stato subito colpito da fuoco amico, scheggiato da accuse di razzismo. Ma c’è chi lo difende, anche perché una ricerca interna della Cgil locale dimostra che il 25-30 per cento degli iscritti del sindacato “rosso” ha votato Lega. “A chi serve un esercito di lavoratori disperati, ricattabili, clandestini?” domanda Atalmi. “La sinistra dei salotti deve iniziare a rendersi conto di come sia la vita reale e il Pd non può dare la colpa di questo disastro alla legge Bossi-Fini visto che quando ha governato non l’ha cambiata”. Ogni giorno, da queste parti, è un bollettino di guerra: “Asolo, Montebelluna, Castelfranco Veneto, Varago di Maserada, la crisi arriva dappertutto” sottolineano alla Cigl di Treviso. Aziende importanti come Osram, Monti, Pagnossin, Electrolux, De Longhi annunciano chiusure o licenziamenti. Persino a Spresiano, dove si costruiscono bare, c’è chi si arrende. Le difficoltà non risparmiano le 94 mila piccole imprese iscritte alla Camera di commercio (510 mila in tutto il Veneto), di cui più del 50 per cento a carattere individuale: il popolo delle partite iva. “In realtà non è giusto parlare di crisi” puntualizza Federico Tessari, presidente di Unioncamere, “visto che il saldo tra imprese aperte e chiuse è ancora positivo. È più corretto dire che c’è un rallentamento, soprattutto nel settore edilizio”. Uno di quelli in cui la mano d’opera è meno qualificata e spesso di origine straniera.

Gli ammortizzatori sociali. Manovali che rischiano di trovarsi sulla strada senza protezione. Infatti gli ammortizzatori sociali, mobilità e disoccupazione, soccorrono solo chi lavora regolarmente da almeno due anni e anche chi è tutelato non naviga nell’oro. “L’assegno più staccato è quello da 808 euro lordi al mese e può durare al massimo sino a tre anni per i lavoratori con più di 50 anni” calcola Roger De Pieri, responsabile del patronato Inca della Cgil trevigiana. La crisi è una livella: “In comune cominciano ad arrivare coppie in cui hanno perso il lavoro entrambi. La settimana scorsa sono venuti a chiedere un’occupazione sia due italiani sia due extracomunitari” nota l’assessore trevigiano alle Politiche sociali Mauro Michelon, figlio di emigrati. E la competizione tra autoctoni e “foresti” tocca pure le altre zone del Veneto.
Nei sei centri per l’impiego della provincia di Vicenza a ottobre ci sono state 1.600 iscrizioni (300, in media, nei mesi scorsi) e il messaggio è chiaro: “Gli italiani sono di nuovo disponibili a fare lavori umili” sottolinea Morena Martini, assessore provinciale al Lavoro. Esempi? Molti accettano di trattare e scarnificare le pelli nelle concerie. “Le donne italiane tornano nelle imprese di pulizie” aggiunge Martini. Mansioni che in passato erano appannaggio delle maestranze straniere. Sui banchi del mercato di Mestre i clienti si confessano: una signora ha visto licenziare figlia e genero, mentre il marito, camionista, da gennaio finirà in cassa integrazione. Luca M., 29 anni, ex magazziniere, un figlio e qualche problema d’alcol alle spalle, chiede ai passanti una moneta: “Anche perché il lavoro lo danno prima agli immigrati” protesta. Luca Padoan, 42 anni, vende scarpe: “Da me un paio di stivali costa 10 euro, ma per la prima volta in vent’anni la gente mi chiede di pagarli a rate, 5 euro oggi e 5 la settimana successiva, al momento del ritiro”.

Una guerra tra poveri. Chi richiede questa formula? “Gli extracomunitari: hanno la faccia più tosta”. Una tesi confermata da una ricerca realizzata tra gli operatori dei servizi sociali dall’Università Ca’ Foscari. Ferruccio Bresolin, docente di politica economica, sintetizza: “Abbiamo verificato che i nostri lavoratori anziani, abituati a tutele che non esistono più, quando perdono l’occupazione non osano chiedere una mano, mentre gli stranieri, quando sono in difficoltà, ricorrono agli aiuti più volte. Quindi esiste una sorta di competizione tra chi è più sfacciato e chi lo è meno”.
Per esempio, in Veneto il 50 per cento dei fondi per gli affitti è andato agli immigrati, che sono circa il 10 per cento della popolazione. Ma nella gara tra furbi a volte vincono i nostri connazionali. Come sottolinea, un po’ a sorpresa, Leonardo Muraro, presidente leghista della Provincia di Treviso, ideatore del tavolo anticrisi: “Alcuni italiani prendono il sussidio di disoccupazione, ma quando gli viene offerto un lavoro lo rifiutano: nel frattempo hanno trovato un impiego in nero”. Di questa presunta guerra tra poveri che cosa pensano gli stranieri? All’ufficio immigrazione della questura di Treviso, sabato 22 novembre, molte decine di persone attendono il permesso di soggiorno. Nella Marca trevigiana gli immigrati regolari sono 93 mila su 870 mila abitanti, circa il 12 per cento. Quasi 10 mila lavorano in proprio. La comunità più numerosa è quella marocchina, seguita da romeni e albanesi. Sotto la copertura di plexiglas fa un freddo cane e i bambini in braccio ai genitori strillano. Un poliziotto ogni 10 minuti fa “la chiama”. Quando vengono urlati i nomi, non vola una mosca. Mani e facce fanno capire che questa è gente che sgobba. Quasi tutti quelli che Panorama ha intervistato (una ventina di cittadini stranieri) sono d’accordo con il blocco dei flussi.

La stessa opinione dell’imam locale. Solo un paio dissentono: una trentaduenne kosovara, con tre figli e un salario di 400 euro mensili, e un operaio nigeriano, con cappotto e valigetta griffati. “Nel mio paese si rischia la vita tutti i giorni” è la spiegazione. Gli altri, per dirla con Francesco Guccini, pensano al magro giorno della loro gente attorno. Mohammed, 28 anni, occhi verdi e passaporto marocchino, lavora per una cooperativa di servizi di Ponzano Veneto: “Siamo soci, ma ad alcuni di noi hanno chiesto di andare via. Fanno firmare delle carte a chi non capisce l’italiano”. Kamal, 32 anni, connazionale, laurea breve in economia, protesta: “Non abbiamo alcun diritto. E a fine del mese bisogna chiederci non quanto abbiamo guadagnato, ma quanto abbiamo perso”. Un gruppo fa i conti: 500 euro in media di affitto, 200 per mangiare, 150 per luce, gas, senza contare vestiti, benzina e assicurazione per l’auto: gli stipendi dei manovali, tra i 1.000 e i 1.200 euro, non bastano neppure a sopravvivere. Kalid, 34 anni, fa lo scaricatore e mostra il permesso di soggiorno: l’ha preso oggi e gli scade il 14 febbraio 2009. Un ventenne del Burkina Faso lavorava in nero: un muletto gli ha spaccato un piede e lo hanno messo alla porta. Merah, 39 anni: “I padroni ci spremono come limoni, ci vogliono pagare fuori busta e i lavori più duri li facciamo sempre noi”.

Gli effetti della crisi. “Sicuramente le imprese del Nord-Est” dice Giampaolo Pedron, vicedirettore degli industriali veneti, “in passato hanno fatto largo uso di operai non qualificati, spesso stranieri. Però le cose stanno cambiando, ora puntiamo su manodopera specializzata e siamo contrari a nuovi ingressi di immigrati. Eventuali nuove assunzioni vanno fatte tra chi è in cassa integrazione o in mobilità”. E nel vicino Friuli è appena stata approvata una legge, anche con il voto del centrosinistra, per cui bisogna essere residenti in Italia da almeno 10 anni (e da almeno 5 in Regione) per fare domanda per un alloggio pubblico: gli immigrati sono di fatto tagliati fuori. Alla fine del viaggio non è chiaro quale sia la fascia più debole tra quelle colpite dalla crisi. Per trovare una risposta può essere utile bussare alla Caritas di Venezia. Il direttore, monsignor Dino Pistolato, evidenzia: “I cinquantenni italiani sono probabilmente i più svantaggiati, visto che conoscono poco le reti di aiuto. Per esempio oggi è venuto da me un operaio appena licenziato da una ditta del porto di Marghera. Aveva un bigliettino in mano e mi ha detto sottovoce: ‘Mi hanno suggerito di venire da lei, ma non so bene che cosa chiederle’. Doveva pagare la bolletta del gas”. Nei tre dormitori gli italiani dal 40 per cento sono passati al 60. Alcuni domandano aiuto per pagare microdebiti, magari la spesa del supermercato. Una condizione di disagio che molti in Veneto vivono con vergogna: “Un mio parrocchiano ha perso il posto da impiegato, ma non ha avuto il coraggio di confessarlo in famiglia. La mattina fingeva di andare al lavoro, in realtà usciva di casa per cercarne un altro. Alla fine la moglie l’ha trovato in garage che piangeva nell’auto. E ha capito. Purtroppo la nostra gente non è pronta per questa guerra”.

Immigrati senza lavoro: bonus di 2 mila euro per lasciare il Comune

Un immigrato

Sei immigrato e disoccupato? Ti pago se te ne vai.
L’idea è venuta all’assessore al sociale di Spresiano, in provincia di Treviso: un bonus di 2.000 euro agli stranieri rimasti senza lavoro, disposti a lasciare il paese anziché “pesare” sulle casse comunali. Una “proposta-provocazione”, dice Manola Spolverato, membro della giunta leghista del paese trevigiano, per far fronte al bilancio sempre più risicato del Comune e alla crisi economica.
“Siamo disposti a dare 2.000 euro a famiglia purché vadano ad abitare altrove: ci costa meno che garantire i contributi alle famiglie in difficoltà” spiega l’assessore sulla stampa locale. “Non è possibile che il Comune si trovi costretto a mantenere a proprie spese gli immigrati che, pur avendo perso il posto di lavoro, continuano ad avere il permesso di soggiorno valido”.
Secondo l’assessore leghista, infatti, ridurre i flussi in entrata può far diminuire la fetta di disoccupati, ma é necessario aumentare anche i flussi in uscita per famiglie senza reddito costrette a vivere di stenti. La proposta arriva dopo l’altra iniziativa dell’amministrazione di Spresiano, che qualche settimana fa aveva annunciato l’erogazione di contributi comunali riservati alle famiglie in cui entrambi i coniugi parlano italiano.
Plaude all’idea Gianantonio Da Re, consigliere regionale e segretario provinciale trevigiano del Carroccio. Che rilancia: “Chiederò di estendere l’iniziativa dell’amministrazione di Spresiano a tutti i comuni trevigiani amministrati dal Carroccio”. “Chi rimane senza una occupazione rappresenta solamente un costo per la nostra società” afferma l’esponente della Lega. “Il problema della disoccupazione toccherà un numero sempre maggiore di cittadini con l’avanzare della crisi nei prossimi tempi”. Per Da Re, quindi: “È doveroso che le amministrazioni comunali aiutino dapprima la propria gente, quella che da anni vive sul territorio”.
Daccordo con l’iniziativa di Spresiano si dice anche un altro leghista: il vice presidente della giunta regionale, Franco Manzato (Lega) secondo il quale “il Veneto è al collasso, non ce la fa più a sopportare il peso sociale di centinaia di migliaia di immigrati disoccupati”. D’altronde, precisa Manzato, che ciò che il Conmune di Spresiano vorrebbe fare “è pienamente nei poteri del sindaco”, alla luce della norma comunitaria - cui ha fatto riferimento per esempio il sindaco di Cittadella (PD) - che prevede “la libera circolazione nel territorio solo per chi ha un reddito di almeno 5000 euro e non grava sulla spesa sociale”.
Per parlare invece del collasso citato da Manzato, sono due anni consecutivi che il Nord Est vive in stagnazione: alla “locomoiva” d’Italia non era mai successo. Secondo l’osservatorio Veneto lavoro, nella regione una crisi economica così grave si era registrata solo nel 1975 e nel 2002, anni a cui però seguirono immediate riscosse, mentre ora si prevede, dopo un 2008 nero, un altro anno difficile. Gli occupati in Veneto nel 2007 erano 2,1 milioni, di cui 182 mila stranieri in regola, con un tasso di disoccupazione ufficiale pari al 3,3 per cento. Nei primi otto mesi del 2008 le assunzioni sono scese di più del 10 per cento (-22 mila, di cui 14 mila solo nel comparto manifatturiero, in particolare nel tessile, meccanico ed edile); le ore di cassa integrazione sono aumentate del 45 per cento (in Emilia-Romagna del 33, in Lombardia del 17 per cento; in Piemonte sono diminuite dell’8 per cento).
Allo scenario conviene aggiungere un altro dato: in Veneto da gennaio a ottobre di quest’anno sono entrate in mobilità con sussidio 3.507 persone (573 stranieri) e 8.850 senza sussidio (1.939 stranieri).
La situazione è buia pure per i lavoratori interinali che da aprile ad agosto, rispetto allo stesso periodo del 2007, sono diminuiti di 6.700 unità. Ma i meno protetti dagli ammortizzatori sociali sono i 134 mila lavoratori parasubordinati, gli ex co.co.co.: tra loro 50 mila non hanno altre fonti di reddito.

Treviso, una dodicenne vende scatti hard per comprare abiti griffati

Scatti hard per finanziare lo shopping di lusso. Si fotografava nuda nei bagni della scuola e vendeva le foto ai compagni per comprarsi abiti firmati. Così una “bambina” di 12 anni trevigiana aveva pensato di aggirare il divieto dei genitori di acquistare vestiti griffati finendo però per essere scoperta. A rendere pubblica la vicenda è stata la direttrice dell’Ufficio Scolastico di Treviso Maria Giuliana Bigardi. La giovane è stata sorpresa sul “set” e avrebbe ammesso il traffico di mms, le immagini realizzate con il cellulare, che la riguardavano. Foto vendute per pochi euro, come indicano alcuni quotidiani locali, per dar modo a tutti i compagni di acquistarle. Il nuovo guardaroba entra in casa della giovanissima con grande sorpresa dei genitori che allertano la scuola. Ora la ragazzina è in vacanza, cambierà scuola e avrà più di un colloquio con una psicologa.

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