
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a palazzo Chigi
Dopo la sentenza di condanna, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non usa mezzi termini: “Sono letteralmente allibito: è una sentenza al di là del bene e del male, è certamente una enormità giuridica”. Ma il premier non molla e guarda avanti: “Il governo porterà a termine la sua missione quinquennale”. Continua

I lavoratori del Tribunale di Milano, stanchi di sentirsi etichettare come “fannulloni” hanno deciso di autoconvocarsi e rivolgersi direttamente al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano attraverso una lettera aperta firmata da 200 di loro, nella quale espongono la loro posizione e soprattutto chiedono al Capo dello Stato di difendere la loro dignità di lavoratori. “Noi non abbiamo nulla contro il ministro Brunetta per la sua crociata contro i fannulloni, e siamo i primi ad ammettere che ci sono” ci dice uno dei lavoratori, Mimmo Silipigni. “Quello che non accettiamo è la generalizzazione che porta a un certo malcontento da parte della società civile nei confronti di chi ogni giorno si reca sul luogo di lavoro per svolgere il proprio dovere.” Nella lettera a Napolitano i lavoratori ricordano che da anni sono costretti a lavorare in condizioni a dir poco disagiate senza che gli venga riconosciuto alcun merito e senza gli strumenti adatti a compiere adeguatamente le proprie mansioni. “Per dimostrare la nostra volontà al dialogo” continua il lavoratore “siamo pronti a invitare al Palazzo di Giustizia di Milano lo stesso ministro Brunetta così che si possa rendere conto di persona della situazione, e” aggiunge “non cerchiamo l’appoggio e la solidarietà di nessuno, né quella dei sindacati né quella dei giudici con i quali condividiamo quotidianamente il lavoro, perché poi si finirebbe col discutere della separazione delle carriere dei magistrati e della riforma dei Codici.” Loro, i lavoratori del Tribunale, questa volta non sono più disposti a ritornare nell’anonimato anzi a essere chiamati fannulloni.
Leggi il testo della lettera a Napolitano
Signor Presidente della Repubblica,
Siamo i lavoratori degli Uffici giudiziari di Milano e, come tutti, stiamo attraversando enormi difficoltà alle quali si aggiunge un profondo malessere per il modo nel quale veniamo presentati all’opinione pubblica (dipendente statale = fannullone ).
Ci siamo autoconvocati e attivati perché, di questi tempi, chi non conquista uno spazio mediatico rimane senza voce.
Le chiediamo di essere la nostra voce, come cittadini e come lavoratori che rendono concreto l’operare del Potere Giudiziario, uno dei tre pilastri su cui poggia la Costituzione di cui Lei, Signor Presidente, è custode e garante.
In primo luogo è necessario che venga chiarito un enorme equivoco: non è nelle aule dei Tribunali che si decide cosa è giusto o cosa è sbagliato, né si stabilisce come punire i reati. Ciò è previsto dai Codici che sono emanati dal Parlamento, il luogo dove si esercita la sovranità dei cittadini.
Non è l’inefficienza o la negligenza dei lavoratori della Giustizia che determinano le lungaggini del processo, ma i Codici che regolano le procedure - spesso molto complesse - di tutta la macchina della giustizia.
Nessuno ha informato l’opinione pubblica che negli ultimi anni sono state più volte cambiate dette procedure con un esponenziale aumento degli adempimenti a nostro carico, il tutto a fronte di:
· nessuna formazione che, specie in un settore così delicato, ciascuno di noi è costretto ad acquisire anche per non incorrere in sanzioni disciplinari o più gravi;
· una continua riduzione delle risorse umane e finanziarie che, al contrario, vanno proporzionalmente aumentate;
· nessuna crescita professionale - sebbene una sempre maggiore competenza acquisita nel corso degli anni - per noi lavoratori della Giustizia, gli unici nel settore pubblico a non avere avuto un processo di riqualificazione nonostante questo fosse previsto dal contratto firmato il lontano 5 aprile 2000.
Signor Presidente, in questo momento di generali incertezze e sacrifici, sentiamo il dovere di richiamare la sua autorevole attenzione a un impellente bisogno di verità , nel timore che una valutazione superficiale e poco obiettiva del nostro operare possa radicare nei cittadini una convinzione errata sulle nostre responsabilità e offrire lo spazio a frettolosi luoghi comuni che inducono qualcuno a ledere pubblicamente e ingiustificatamente anche il nostro onore e la nostra dignità .
In democrazia ogni cambiamento è legittimo, ma vuole verità , chiarezza e trasparenza.
La nostra tristezza e la nostra indignazione ora cedono il passo a un grande senso di responsabilità verso la Casa comune in cui ci riconosciamo e che Lei, anche come uomo, ha fortemente voluto, certi che lo saprà cogliere e fare Suo.
Con rispetto ed affetto.
Milano, 27 marzo 2009
I lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano