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Ugo-SPosetti

Bnl-Unipol, Consorte chiama Bersani, D’Alema e mezzo Pd. Come testimoni

L'ex amm. delegato di Unipol, Giovanni Consorte | (Marco Merlini/LaPresse)

L’ex amm. delegato di Unipol, Giovanni Consorte | (Marco Merlini/LaPresse)

Tutto lo stato maggiore del centrosinistra, una spruzzata di centrodestra, i vertici della Banca d’Italia, delle Generali, funzionari delle maggiori banche d’affari nazionali sfileranno al palazzo di Giustizia. O almeno è quello che ha chiesto Giovanni Consorte, ex amministratore delegato dell’Unipol, al tribunale di Milano che il primo febbraio inizierà a celebrare il processo di primo grado contro lo stesso Consorte e Ivano Sacchetti per la vicenda della mancata scalata della compagnia assicurativa bolognese alla Bnl. Continua

Crisi di nervi nel Pd, Fassino striglia un deputato: “Hai rotto i c…”

Piero Fassino

Che la tempesta fosse nell’aria si era capito. La tensione nel Pd è alta da qualche mese a questa parte e un po’ in tutta Italia. Ma a far salire la temperatura ci ha pensato l’onorevole Pierluigi Mantini. L’interventismo di questi ultimi giorni del deputato di estrazione margheritina ha letteralmente fatto perdere le staffe, e il proverbiale aplomb, a Piero Fassino. Che infatti gli ha gridato: “Sei un irresponsabile, un cretino…”. In due riprese.
Prima, l’ex segretario Ds avvicina il collega mentre lo sta intervistando Radio Radicale sulla questione giustizia, poi torna alla carica, in pieno Transatlantico, all’uscita dell’aula dopo il voto sul dl Gelmini. Una doppia “scenata” davanti a deputati e giornalisti.
Come accade spesso nelle liti domestiche, la bagarre è stata scatenata da una questione di soldi. Ad accendere la miccia è stata l’intervista dell’ex dielle a Libero in cui Mantini denuncia che solo la Margherita versa tutti i soldi sul conto comune del nuovo partito. “Hai detto un sacco di cazzate” ha aggredito Fassino “non basta dichiarare per andare sui giornali. Io mi sono rotto i coglioni” (ascolta qui l’AUDIO).

E a niente sono serviti i tentativi di difesa di Mantini “sono nel comitato tesorieri” ha detto l’ex Margherita, “ho detto cose di cui si discute pubblicamente”. Fassino è inarrestabile: “Mi sono rotto i coglioni di leggere tutti i giorni queste cazzate. Ci vediamo in tribunale” infierisce.
Nel colloquio con Libero, Mantini spiega, ad esempio, che siccome molti circoli del Pd sono nelle “ex sezioni dei Ds, che ora sono diventate proprietà delle fondazioni della Quercia, siamo al paradosso per cui il Pd paga i Ds, li finanzia, fa in modo che continuino ad esistere”. Non solo: Mantini sottolinea anche che questo è uno dei problemi per cui il Pd stenta a nascere. Di più: se la prende direttamente con Fassino e con la sua scelta di firmare il manifesto del Pse come segretario dei Ds. “Questo più gli elementi patrimoniali dimostrano che i Ds continuano ad agire”.
Della sfuriata si è detto sorpreso lo stesso Mantini: “Era fuori di sè” commenta “mi dispiace perché da sempre stimo Fassino e forse è ora di rivedere il mio giudizio perché non è possibile dare del ‘cretino’ a una persona solo perché esprime il suo pensiero. Comunque, cercherò Fassino privatamente per farlo ragionare. Quanto alla minaccia di andare in tribunale, in questa fase forse è meglio lasciare stare i tribunali…”

Cari compagni, è ora di andare in archivio

La bandiera rossa dei Ds finirà in archivio, insieme a carte, documenti, mail, tessere e tutto il materiale che faceva parte del partito nato nel '98 dal Pds
di Bianca Stancanelli

I Democratici di sinistra finiscono in archivio. Letteralmente. Fondato il Partito democratico, grazie alle nozze tra i Ds e la Margherita, carte, documenti, email, perfino la memoria dei semplici militanti del vecchio partito si avviano a trovare posto in “scatole di misura agevole per la movimentazione e collocazione”, opportunamente etichettate con “tabella adesiva”. Il tutto sotto l’autorevole direzione di Linda Giuva, docente di archivistica e consorte del ministro degli Esteri Massimo D’Alema, che ha già provveduto a tenere un corso di formazione a Roma per i futuri archivisti del partito. Era stato proprio D’Alema, nel 1998, a tenere a battesimo, a Firenze, la neonata formazione dei Democratici di sinistra, creata sulle ceneri del Pds con l’ambizione di riunire tutte le anime della sinistra italiana.
Ora che i Ds spariscono nella nuova formazione, i dirigenti si preparano a conservarne le carte. Istruzioni per la raccolta del materiale, regole e procedure sono state illustrate, alla vigilia di Natale, in tre paginette fitte fitte spedite dalla direzione nazionale a segretari e tesorieri delle strutture regionali e provinciali del partito. L’interesse della direzione riguarda in modo particolare la “storia dell’organizzazione: creazione/chiusura di strutture, ampliamento/depauperamento di competenze, passaggi di dirigenti; eventuali traslochi di sedi, dislocazione di materiali, casi di distruzione volontari o accidentali delle carte”. Per dare ordine all’opera di costruzione dell’archivio, a Roma è già stato insediato un gruppo di lavoro, che potrà contare sui “referenti di progetto” indicati dalle singole federazioni.
Il tesoriere ds Ugo Sposetti e il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca fanno affidamento sulla memoria di “compagne e compagni” che “hanno lavorato nel Partito e per il Partito”. Ai ricordi dei militanti la direzione Ds affida il compito di integrare le notizie sulla storia dell’organizzazione: toccherà a loro mettere per iscritto ciò che ricordano “per ricostruire le vicende delle carte, per dare una risposta alla presenza e, molto di più, alla mancanza e ai vuoti di documentazione, per spiegarsi come mai vi è la firma di un dirigente e non di un altro che pensavamo di trovare” a ricostruire, insomma, tutto ciò che serve per “una conoscenza non formalizzata né riprodotta in documenti ufficiali o di lavoro”.
Ne verrà fuori, alla fine, una storia segreta dei Ds?

Ds al bivio: a Bologna l’ultima festa dell’Unita?

Piero Fassino, segretario Ds, in mezzo ai volontari militanti della Festa de L'UnitÃ
Bisogna cambiare il nome alla Festa dell’Unità, o no? Cioè: essendo stato il quarto congresso diessino (a Firenze, lo scorso aprile) l’ultimo della Quercia, anche la Festa Nazionale del giornale del partito di Fassino e D’Alema (a Bologna, in via Stalingrado: dal 24 agosto al 17 settembre) sarà l’ultima, prima di lasciare spazio a quella unitaria con i margheritini di Rutelli?
Un dilemma non da poco: che attiene alla storia, al senso di appartenenza e alle casse dei democratici di sinistra. Dilemma sollevato da un’analisi, come al solito stringente, di Ilvo Diamanti su La Repubblica. A risolverlo ci hanno pensato però due Margheritini, provocando lancinanti crampi allo stomaco ai militanti diessini, già irritati dall’idea di dover condividere il partito e patrimonio (culturale) con i seguaci di Rutelli e Parisi.
Antonio La Forgia, ora parlamentare di area prodiana, dopo una vita passata dal ‘62 al ‘99 nel Pci e nel Pds, il nodo lo rompe così: “È evidente come con il Partito democratico le Feste de l’Unità devono cambiare nome”. Ma La Forgia in realtà ha copiato: l’idea originaria è stata del professore Salvatore Vassallo, anch’egli prodiano, che dalle colonne dell’edizione bolognese del Corriere della sera, stilando niente meno che un decalogo per il nascente Pd, al punto 10, dedicato a costine&politica, ha buttato lì: “I momenti unificanti non possono essere segnati da simboli che dividono”. All’ombra della Quercia, insomma, “i democratici potranno essere ospiti ma mai sentirsi a casa propria”, ha osservato il politologo prodiano.
Apriti cielo. Il tesoriere del Botteghino, Ugo Sposetti, gli ha risposto rabbioso: “Vassallo abbaia, gli mettano la museruola…”.
Dal canto suo, incapace di decidere, ed evidentemente desideroso di scaricare la spinosa rogna sulle spalle di qualcun altro, il responsabile nazionale delle feste dell’Unità dei Ds, Lino Paganelli, ha tirato fuori l’idea. Geniale. Se il leader del Partito democratico sarà scelto con le primarie, si è detto Paganelli, perché non utilizzare questo sistema anche per la scelta del nome della festa?
Così le migliaia di volontari che da anni sudano per arrostire salsicce sapranno con chi prendersela quando dovranno servire ai tavoli con l’etichetta “Festa dell’Ulivo” o “Festa democratica” o altro. “Ci vuole un percorso democratico: il nome della Festa del Pd si deciderà insieme”, dice Paganelli, “senza circolari che partono da cattedre universitarie. Le feste sono di chi le fa”. Una trovata condivisa in parte anche dal capo della segreteria politica di Rutelli Donato Mosella: “Le feste nascono dal cuore del popolo per cui serve molta cautela quando si trattano certi argomenti. Capisco che, nella simbologia classica, la festa dell’Unità è legata al passato, ma chi ha girato questi luoghi sa che si tratta di spazi plurali e aperti. Il superamento di queste iniziative deve nascere dal basso”. Ma se a decidere saranno davvero i volontari delle Feste dell’Unità, la risposta è scontata ed è già stata data attraverso tutti i canali mediatici possibili: il nome non si deve cambiare, pretendono i tanti tesserati che si collegano col sito della festa. “Assolutamente impossibile rinunciare all’Unità - scrivono Roberto e Pieralberto -, siamo pronti a convertire la tessera da Ds in Pd, ma le Feste dell’Unità non si toccano”.
Anche perché, soprattutto grazie al loro sacrificio, girano un bel po’ di soldi. Un paio di conti: ogni anno circolano 350 milioni di euro e, tolte le spese, restano 100 milioni che servono a finanziare tutta l´attività politica delle federazioni. Per questo, almeno sul marchio “Festa Unità” i Ds non sono disposti a cedere. La paura che attanaglia base e dirigenza diessina è quella di perdere definitivamente la vecchia identità senza averne ancora trovata una nuova. Ingolfati da divisioni e problemi e non sapendo come risolverli invocano ogni volta le primarie come panacea di tutti i mali.
Quella di Bologna sarà davvero l’ultima? I militanti sanno di dover aspettare il comizio di chiusura di Piero Fassino per saperlo.

Il finanziamento dei partiti e la faccia tosta della politica

La Sala stampa Viminale. L'affluenza alle elezioni politiche del 2006 è stata del 83,6%, a quelle del 2001 era stata dell'81,4%, alle regionali del 2005 del 71,5% e alle europee del 73,1%
“Basta demagogia, facciamo sul serio”: il tesoriere dei ds, Ugo Sposetti, con la sua intervista al Giornale vuol lanciare una “battaglia democratica per reintrodurre il finanziamento pubblico ai partiti”. L’ex ferroviere è uno che guarda al sodo, dice pane al pane e vino al vino senza farsi condizionare dagli umori della pubblica opinione. Anzi.

Del resto, chi meglio di lui (che ha praticamente ripianato i debiti dei Ds) sa quanti soldi e fatica ci vogliono per mandare avanti l’enorme baraccone dei partiti?
E così, in pieno trend “anti casta”, senza nemmeno preoccuparsi di nascondere la mano, ha lanciato il suo sasso: nello stagno della politica e anche contro chi a quella casta ha fatto i conti in tasca. Ben sapendo che si sarebbe attirato gli anatemi di molti, anche nel suo schieramento. E pur ridimensionando in parte il tono dell’intervista al Giornale (”Io non ho mai chiesto di tornare al finanziamento pubblico dei partiti così com’era prima del referendum radicale del ‘93″) ha addiritttura rilanciato sostenendo che ”non c’è alternativa: o si lascia spazio solo ai grandi patrimoni o alla corruzione…”. Una sorta di minaccia all’elettore.

Ma la verità è un’altra: i partiti ricevono molti più soldi ora con il rimborso elettorale di quanti ne percepissero prima con il finanziamento pubblico.
Ecco perché questo saltare sulla sedia da parte dei politici italiani (di entrambi gli schieramenti) per il caso Sposetti è sorprendente, visto che il meccanismo del finanziamento pubblico ai partiti non è mai stato abrogato davvero. Era stato introdotto con la legge del maggio 1974 n. 195, all’indomani dello scandalo petroli, uno dei primi clamorosi casi di tangenti, in nome della trasparenza e delle pari opportunità nella competizione politica. Ma quasi venti anni dopo, sempre in piena bufera Tangentopoli era stato bocciati: la stragrande maggioranza degli italiani (più di 31 milioni, cioè il 90,3% di quelli che andarono a votare il referendum radicale) si erano espressi per la sua abrogazione nel ‘93.
Risultato? Per i quattro anni successivi i partiti italiani si sono finanziati grazie alle donazioni dei privati, al tesseramento, alle feste e ai compensi che gli eletti giravano ai loro movimenti. Troppo poco per sopravvivere. E così lo spirito referendario venne di fatto tradito con la legge 2 del gennaio ‘97, quello che i radicali definirono “il pasticcio del 4 per mille”. Cioè: non più un finanziamento decretato per legge, ma legato ai contributi volontari dei cittadini che, attraverso la destinazione ai movimenti e partiti politici del quattro per mille dell’Irpef, potevano esplicitamente dichiarare la propria volontà di finanziare l’attività politica. Ma sulle cifre che gli italiani avrebbero sottoscritto nelle loro denunce dei redditi non sono mai stati forniti dati certi. Anche perché i fondi anticipati preventivamente dallo Stato non corrispondevano mai a quelli versati volontariamente dai cittadini (qualcuno parlò di un anticipo di 110 miliardi a fronte di una ventina di miliardi volontariamente versati dai contribuenti nel ‘98).
A rimpinguare le casse ormai allo stremo dei partiti ci pensò nel 1999 una nuova legge, che introduceva il rimborso elettorale, voluta e varata dal primo governo dell’Ulivo, appena in tempo per le elezioni europee del 13 giugno e per le regionali dell’anno successivo. La norma abbassava dal 4% all’1% la soglia minima di voti per partecipare al “banchetto” delle risorse pubbliche.
Vinte le elezioni nel 2001, è stato poi il governo di centrodestra, con la nel 2002, a preoccuparsi di aumentare il rimborso elettorale, innalzandolo a 1 euro per elettore per ogni anno di durata della legislatura. E a stabilire che le somme fossero corrisposte in unica soluzione, anziché frazionate di anno in anno. Cioè: se fino ad allora era previsto un finanziamento di 4 mila lire per ogni elettore, da dividere in proporzione ai consensi ottenuti dai partiti che avessero almeno un parlamentare eletto, la nuova legge stabilisce che il contributo ammonti a un euro per ciascun elettore ma il fondo totale viene ripartito non una volta sola a legislatura, ma per ogni anno dei cinque cui la legislatura è composta (quindi, in una legislatura, è prevista una cifra di 5 euro a elettore). Inutile dire che passò a larghissima maggioranza nei due rami del Parlamento.
Tirando le somme, le forze politiche hanno intascato 125 milioni di euro nel 2002 e nel 2003 mentre negli ultimi tre anni della legislatura, dal 2004 al 2006, la cifra è salita a 153 milioni.
E a quanto ammonta il gruzzolo per le elezioni dell’aprile 2006? La prima tranche del rimborso è già stata deliberata dai presidenti delle Camere ed è una cifra strabiliante: 487.273.610 euro. Per ottenerla basta moltiplicare 1 euro per tutti i cittadini italiani iscritti nelle liste elettorali della Camera e del Senato (cioè 97.454.722 di euro annui), che vanno poi moltiplicati per i 5 anni di attività parlamentare.

Un ultimo paradosso? La legge dispone che i partiti percepiscano il rimborso proporzionalmente ai voti ricevuti, ma che questo è calcolato in base all’intera platea elettorale, cioè agli aventi diritto al voto. E ciò vuol dire che i partiti prendono i soldi anche per chi, magari per protesta contro l’attuale panorama politico, rientra nel sempre più numeroso esercito degli astenuti.

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I travagli di Ugo Sposetti: tutti nel Pd e io resto fuori coi debiti

L'onorevole Ugo Sposetti, classe 1947, da Tolentino (Macerata), è tesoriere dei Democratici di sinistra
Ugo Sposetti, classe 1947, da Tolentino (Macerata), è tesoriere dei Democratici di sinistra (qui il profilo tratto da Wikipedia). Senatore della Repubblica nella X e XI legislatura, dal 2006 è membro della Camera dei deputati. Lavora come ferroviere fino al 1976, quando diventa segretario della federazione di Viterbo del Pci. Nel 1978 viene eletto presidente della Provincia di Viterbo. Nel 1987 entra per la prima volta al Senato, dove resta fino al 1994. Nel 1995 si candida come sindaco alle elezioni comunali di Bassano in Teverina (Vt) vincendole, per poi essere riconfermato nella seguente amministrazione. Dal 1996 al 2001 ha fatto parte della segreteria tecnica del ministero delle Finanze, con il governo Berlusconi II ha dovuto lasciare l’incarico ed è stato nominato tesoriere dei Democratici di sinistra.
Sposetti, tutti nel Pd puntano alla cassa. La metta al sicuro, prenda i soldi e scappi.
Questi credono di scherzare, ma il portafoglio è una cosa seria. E poi è strano che mi tirino per la giacchetta, perché io non ho cassa, ma solo debiti. E anche molti.
Molti, ma meno di una volta. Onore al merito. Solo un pazzo poteva accettare di raddrizzare i conti dei Ds.
Siamo partiti con un debito di oltre 1.000 miliardi di lire. A dicembre dell’anno scorso eravamo a 160 milioni di euro. Ad agosto del 2008 arriveremo a 110. Non male, no?
Caspita. E nessun’azienda privata le ha proposto l’assunzione? Che so, l’Alitalia…
Guardi, il merito è collettivo. È un percorso che abbiamo impostato con i tesorieri locali. Abbiamo fatto, come si dice in gergo, massa critica.
È vero che non vuole dare un soldo al nascente Partito democratico?
Ma no, questo lo scrivono i giornali per farci litigare. Ho solo detto che io con Piero Fassino e Luigi Lusi con Francesco Rutelli abbiamo lavorato come tesorieri di partito per sei anni. Ora è giusto che il futuro segretario del Pd scelga un suo uomo.
Si parla molto di fusione politica, poco di come sarà quella economica. Chi detta le regole, l’acquirente o l’acquisito?
Per fortuna non si tratta di banche. La nostra idea è che sin dalla nascita il Pd non debba avere problemi economici. E siccome i problemi verrebbero dai Ds, visto che scompare il partito ma non i suoi debiti, stiamo lavorando perché ciò non avvenga.
Sarebbe bello, ma non è che i debiti scompaiono per magia.
Quei debiti è sicuro che non andranno a pesare sul Partito democratico. Abbiamo ancora qualche mese per vedere come fare. Ma di certo è l’ultimo dei miei pensieri.
Qual è il primo?
Mettere le cose in ordine prima della fusione. Ovvero fare le fondazioni regionali e di federazione dove far confluire archivi, immobili, i loghi e i beni immateriali. Anche i quadri. Chiaro che quelli di Palmiro Togliatti o Enrico Berlinguer non adorneranno le pareti di alcuna sezione del Partito democratico.
Peccato, almeno per Berlinguer. Ma anche Togliatti di questi tempi insulsi ci farebbe la sua figura. Scusi, e tutto il personale?
Con Lusi abbiamo ragionato su cosa fare, arrivando a una proposta per i futuri vertici del Pd: vi trasferiamo man mano i dipendenti e voi decidete chi vi serve per dare forma compiuta al nuovo partito. L’intenzione è di non lasciare per strada nessuno.
Ma tutto questo ambaradan di primarie, preprimarie, primarie delle preprimarie, chi lo finanzia?
Se lo finanziano i candidati e le organizzazioni territoriali che nel giorno delle primarie, il 14 ottobre, incasseranno 5 e 2 euro per votante. Io e Lusi avevamo proposto 10 euro, metà per le casse nazionali del Pd e l’altra metà per quelle locali. ‘Sti bischeri non hanno accettato. Ma era la cosa giusta. Il nuovo segretario si sarebbe ritrovato una cospicua dote, e senza spese.
E sui giornali, L’Unità ed Europa, voi non mettete becco?
Non mettiamo becco perché la proprietà e la gestione sono fuori. Ma L’Unità vende 50 mila copie giornaliere e ha 350 mila lettori. Io mi auguro che il giornale fondato da Antonio Gramsci sia il giornale del futuro Partito democratico. Ci sono tutte le condizioni perché ciò accada.

LEGGI ANCHE: Volete il Pd? Non basta, diteci anche il perché. In video

Pd, nel partito della fusione fredda si scaldano gli animi

Tre candidati alla leadership del Partito democratico, Enrico Letta, Walter Veltroni e Rosy Bindi
Adesso anche Enrico Letta sa che sugli elenchi delle primarie aleggia il segreto. Non di Stato, ma quasi: le liste sono top secret, chiuse “in un armadio. E nessuno, neanche Veltroni, può consultarle senza il via libera di tutte le forze della coalizione”, dice il tesoriere diessino Ugo Sposetti, rispondendo alla provocatoria ma ufficiale richiesta di Enrico Letta e Mario Adinolfi di tirare fuori le liste dei cittadini che parteciparono alle primarie dell’Ulivo, il 16 ottobre 2005.

Nell’armadio dovrebbero dunque esserci quei dischetti. Fine del mistero? E dei sospetti? Sì, ma la polemica sugli indirizzari è solo uno degli ingredienti della battaglia per le primarie. Mancano circa 65 giorni al via della corsa per la leadership del futuro partito democratico e messo così il Pd non sembra possa contare su un futuro sereno. E non solo per la corsa per la leadership ma anche per il malumore per come sta maturando il progetto che ha ormai contagiato tutti e tutte le questioni.

La contesa infatti infuria sul peso degli apparati di partito. Ieri il diessino Goffredo Bettini, grande elettore del sindaco, ha difeso Walter Veltroni: “La sua candidatura nasce proprio contro il pericolo del verticismo”. Ma perché Bettini si è sentito in dovere di intervenire? Non solo perché Walter e famiglia sono in vacanza per due settimane alla Maldive. Più probabile perché, nonostante i proclami della vigilia, il Partito Democratico si sta sempre di più caratterizzando come una sommatoria tra Ds e Margherita. A denunciarlo sono proprio i principali protagonisti di questa avventura. Sabato 4 agosto è stato il ministro dello Sviluppo Economico Pierluigi Bersani (che ha dovuto rinunciare a correre a fianco di Enrico Letta) a mettere in guardia dal rischio di un “eccessivo verticismo”. Rischio che preoccupa un altro ministro Ds, Vannino Chiti: “Un partito che ha l’ambizione di essere nuovo - ha detto in un’intervista all’Unità di domenica 5- non può essere vittima di meccanismi verticistici fatti a tavolino e calati dall’alto”. Se più o meno tutto viene deciso nelle stanze chiuse dei due partiti di maggioranza, naturale che a rimanere tagliata fuori sia la società civile, la vera sconfitta di questo avvio. Dei tre candidati alla leadership, per potenza mediatica e rilevanza politica, tre sono considerati pesi massimi (Veltroni, Bindi e Letta) e tre sono pesi piuma: Jacopo Gavazzoli Schettini (finanziere), Piergiorgio Gawronski, economista che si presenta contro la casta partitica e il giovane Mario Adinolfi, (il blogger che ha lanciato la “generazione U: “La U di Ulivo, di Unione, di U2 e di Ue”): nomi e volti, questi ultimi, che dicono poco al popolo che andrà a votare il 14 ottobre. Anche per questo Enrico Letta, un big, si è lamentato, durante la sua campagna “Sette temi per sette spiagge” (al sottosegretario sembra piacciano più gli improvvisati incontri al mare che le kermesse in stile Lingotto): “Sto facendo una campagna sui contenuti, ma è bene dire qualcosa anche sulle regole che potevano essere migliori. Sono state costruite non intorno alla società civile ma intorno all’idea del Candidato Unico” (leggi Walter Veltroni). Le primarie per lui devono essere “un’operazione che parte dalla base, dagli elettori e non dal vertice”.

Altro terreno di scontro in vista del 14 ottobre: le liste. Tutti ne vorrebbero una e gli accordi sottobanco sarebbero già in stadio avanzato. A parte il listone Ds-Margherita che appoggerà il sindaco di Roma e che dovrebbe rispecchiare l’accordo tra la Quercia e i Popolari di Fioroni e Marini, ci sono i teodem della Margherita, i “coraggiosi” di Francesco Rutelli, c’è Ciriaco De Mita, ci sono gli under 30, le donne e chi più ne ha più ne metta. Inoltre Quercia e Dl si sarebbero già equamente divisi le segreterie regionali del Pd (in particolare in Lombardia, Emilia, Toscana, Lazio), come più volte denunciato da Rosy Bindi e su cui ha ironizzato anche il prodiano Franco Monaco: il territorio, a suo dire, “è esattamente il terminale delle logiche spartitorie romane” che hanno stabilito “12 segretari regionali ai Ds e 8 ai Dl”. Ultimo caso scoppiato, quello della Lombardia, con i rutelliani irritati per l’applicazione del ticket anche in Regione (il ventinovenne segretario regionale dei Ds Maurizio Martina e la margheritina Patrizia Toia, sostenuti da Letta). Come se non bastasse le liste sono rigorosamente bloccate e senza preferenza. Esattamente quello che prevede l’attuale legge elettorale nazionale. Una “porcata” che l’Unione vorrebbe cambiare a tutti i costi.

L’ultima ferita aperta, il confronto tv. Rosy Bindi ha lanciato il guanto di sfida a Walter Veltroni mandando su tutte le furie gli altri candidati per il suo “singolare concetto di democrazia”. Marcia indietro e tutti d’accordo: bene il confronto tv. Ma Enrico Letta avanza dubbi: “Chissà se Veltroni ci starà”.

Nel tentativo di arginare il “gallinaio”, non hanno invece avuto dubbi quelli del Collegio dei Garanti del Pd che hanno pubblicato sul sito ulivo.it il “Regolamento di autodisciplina” per la campagna elettorale delle primarie, che dovrà essere “sobria, contenuta nei costi” e non ammettere “propaganda a pagamento su radio, tv e giornali” ma solo manifesti o mezzi informativi regionali e locali, dibattiti, tavole rotonde conferenze eccetera, con un tetto di spesa fino a 250mila euro per i candidati segretari nazionali, 50mila per gli aspiranti segretari regionali, 5mila per i componenti dell’Assemblea. Ci sarà un’ulteriore guerra su come e dove i candidati andranno a battere cassa?

Feste dell’Unità: se nessuno cuoce più le salamelle

Preparativi per la Festa de L'UnitÃ
di Laura Maragnani

Ha un bel ripetere, il compagno tesoriere Ugo Sposetti, che “quando un marchio funziona non si cambia”. E che le feste dell’Unità sono come la Nutella: “Cambiare nome sarebbe una follia”. Ha un bel giurare che resterà tutto come prima: la più grande macchina politico-gastronomica italiana, 62 anni di dibattiti e di salamelle, 350 milioni di incasso nel 2006, è in piena fibrillazione.
Militanti preoccupati. Sostenitori di Fabio Mussi e di Gavino Angius che abbandonano le cucine. E pubblico, viceversa, in aumento. “Quando si parla di Partito democratico i tendoni dei dibattiti sono strapieni” giura Marina Sereni, vicecapogruppo ulivista alla Camera. E Lino Paganelli, responsabile della kermesse: “Siamo già a 4.370 feste, contro le 4 mila del 2006. Il Pd interessa, smuove, attira”.
A inaugurare la festa provinciale di Firenze, il 12 luglio, è stato un “emozionatissimo” Dario Franceschini. Molte feste si faranno a staffetta, con Ds e Margherita ad alternarsi negli stessi stand. Per organizzare la festa di Pesaro, dedicata all’informazione, i Dl hanno ceduto perfino la sede.
Ma dove sono finiti i volontari che hanno aderito a Sinistra democratica? Spariti: all’Aquila la festa è in forse, a Orvieto (un terzo degli iscritti passati a Sd) si è ridotta da 25 giorni a 19 per grave riduzione di manodopera, addetti alle salsicce anzitutto.
“L’incasso è andato bene, 125 mila euro rispetto ai 155 mila del 2006″ minimizza il responsabile Marco Frizza. Ma in Umbria masticano amaro: la sezione ds di Allerona, passata al nemico, ha organizzato una sua festa per l’Unità della sinistra. “Episodi isolati, defezioni che non superano il 2-3 per cento” afferma Paganelli, imperturbabile. “La vera crisi fu dopo la Bolognina. E siamo sopravvissuti benissimo”.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa

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