
Fuori Pannella, fuori Di Pietro (candidato a sorpresa), fuori ma forse ripescato anche Furio Colombo. I pretendenti alla leadership del Partito democratico restano in sei, i sei già noti: Walter Veltroni, Rosy Bindi ed Enrico Letta, politici già ben rodati, e poi Mario Adinolfi (blogger), Jacopo Gavazzoli Schettini (finanziere) e Pier Giorgio Gawronski, economista che si presenta contro la casta partitica. Dando per abbastanza scontato il ripescaggio di Furio Colombo, espressione della sinistra più antiberlusconiana, così come il tormentone dei ricorsi, la gara resta dunque ristretta tra Veltroni, Bindi e Letta, con esito anche in questo caso già scritto. C’è da scommettere che ad ottobre l’attenzione sarà tutta concentrata su quanto prenderà Walter: se verrà eletto con meno del 60 per cento si parlerà di sconfitta.
Ma al di là di questo, il Pd si conferma come patto, o cartello elettorale, tra Ds e Margherita. I due azionisti forti del centrosinistra non vogliono né liste né aspiranti leader di disturbo. Il taglio a sinistra l’hanno già fatto prima con Fabio Mussi e ora con lo scontro in atto con Rifondazione e massimalisti vari. La destra, che poteva essere impersonata da Pannella, ma soprattutto da Di Pietro, è anch’essa fuori dalla competizione.
Il motivo formale dell’esclusione è ineccepibile: né il leader radicale né quello dell’Italia dei valori hanno sciolto o annunciato lo scioglimento dei rispettivi partiti. Ma al di là degli annunci l’hanno forse fatto gli apparati di Ds e Margherita, che progettano di far confluire i rispettivi patrimoni in fondazioni, insomma di muoversi appunto nei confronti del futuro Pd con la logica degli azionisti di una società? E che dire di Ugo Sposetti, tesoriere dei Ds, che minaccia di non sganciare un euro ai democratici?
Per come si presentano, il Pd ed i suo futuro leader hanno in mente un progetto politico di centrosinistra blindato, che forse sa abbastanza di vecchia politica. Ma che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe essere in grado di garantire una rotta più certa sia nel caso di elezioni imminenti (a cui presentarsi senza l’estrema sinistra), sia di futuro governo (magari tentando un accordo con i moderati del centrodestra), sia soprattutto se il Pd venisse spedito all’opposizione. Una sconfitta, devono essersi detti Veltroni e alleati, basta e avanza, affrontarla in compagnia di Bertinotti & Co., proprio no.
LEGGI ANCHE: Il Di Pietro furioso
- Tags: casa-del-popolo, centrosinistra, circoli, congresso, debiti, democratici, Ds, Europa, Fabio-Mussi, Francesco-Rutelli, Luigi-Lusi, margherita, partito-democratico, patrimonio, Pd, Piero-Fassino, programma, riformisti, Romano Prodi, Rosy-Bindi, sezioni, tesoriere, Ugo-SPosetti, Unità, Walter Veltroni
-

Una cosa è la gestione comune, un’altra la proprietà. Lo sa bene il 56 per cento degli italiani che opta per la separazione dei beni. Anche Ds e Margherita, prossimi al matrimonio nel Partito democratico, scelgono lo stesso regime. Ma i partiti sono persone giuridiche, per loro non valgono le leggi per le persone fisiche. Perciò, guidati dal tesoriere Ugo Sposetti, i diessini hanno studiato un escamotage. E lo hanno pure trovato.
Una proposta di legge “ad partitum” è stata presentata nel settembre 2006 per favorire la Südtiroler Volkspartei, in ritardo sulla presentazione della domanda per i rimborsi elettorali. Subito dopo è arrivato un emendamento del deputato Marco Boato (verdi) che permetterebbe ai partiti di costituire “fondazioni politico-culturali” utili per gestire l’attività patrimoniale (oltre che per ricevere più facilmente i finanziamenti privati).
Così la “fondazione Ds” e la “fondazione Margherita” continuerebbero a gestire i rispettivi patrimoni ognuno per proprio conto. Con cattiva pace del ministro Rosy Bindi, che vuole “dotare il Pd di nuove sedi” attraverso la vendita di tutte le proprietà attuali per acquisirne di nuove.
Piero Fassino ha detto no. Il Pci-Pds-Ds ha 60 anni di storia patrimoniale. Tra federazioni, sezioni, case del popolo e persino negozi e terreni, non c’è storia con la Margherita, che ha appena cinque anni di vita. È vero, le sezioni diessine sono 6.937 e i circoli “margheriti” 15.165, ma pochi sono di proprietà e molti sono per rappresentanza. Inoltre la Quercia ha un debito altissimo (139 milioni di euro nel 2006) rispetto ai circa 11 milioni della Margherita. Ma il debito diessino è ampiamente superato dal valore degli immobili, anche se è difficilmente quantificabile. Nei Ds vige il “federalismo proprietario”: gran parte dei beni “sono delle federazioni cittadine e delle direzioni regionali. Alcune sedi sono anche intestate a singole persone. Altre a società” (parole di Sposetti).
Fassino deve per di più affrontare la scissione del correntone di Fabio Mussi. Entrambi hanno scelto un basso profilo, difficilmente si arriverà alla guerra. Tra l’altro, sull’Unità Sposetti aveva già avvisato lo scissionista: “Se ci sarà una divisione dei beni, divideremo anche i debiti”. La possibile soluzione è che le singole (e rare) federazioni locali dove Mussi ha la maggioranza diventino di proprietà del suo schieramento, Sinistra democratica, che con i circa 2 milioni di euro l’anno provenienti dai gruppi parlamentari proverà a lanciare un nuovo quotidiano. Nome provvisorio della testata è Il progressista.

Il Pd manterrà il regime del doppio quotidiano. Salvo ripensamenti, L’Unità guidata da Antonio Padellaro è destinata al ruolo di giornale di opinione, Europa di Stefano Menichini a farsi più generalista.
Quanto alle feste di partito, tutti dicono che verranno mantenute entrambe. Ma dovranno scontrarsi con la volontà di Romano Prodi, che proprio con una grande “festa democratica” intende battezzare il Pd.
E il doppio tesoriere? Fra Sposetti e il margheritino Luigi Lusi spunterà un terzo nome. Riservatamente, Rutelli ha avanzato l’idea di affidare la gestione finanziaria a un manager da individuare sul mercato, come avviene per il Pd americano. Ma è davvero presto per inviare i curriculum.