Leggi tutte le notizie su:


Uil

Parla Franceschini: Perché dico no (per ora) alla Grande riforma

Dario Franceschini

di Stefano Brusadelli

“Fare le riforme costituzionali da soli, senza il consenso dell’opposizione? Berlusconi farebbe bene a ricordarsi che ci ha provato già nel 2005, e l’ha presa sui denti con il referendum confermativo dell’anno seguente”. Grintosissimo nonostante il nuovo stress da segreteria (”ho già perso 4 chili”) e i postumi del jet lag dopo la trasferta cilena al summit mondiale dei progressisti, Dario Franceschini sembra un generale senza requie al quale sia stata consegnata una guerra aperta su troppi fronti: la ricostruzione del Pd, il referendum elettorale di primavera, il testamento biologico, il federalismo, la crisi economica. Su quello che Silvio Berlusconi gli ha aperto domenica 29 marzo, annunciando al congresso del Pdl che è venuto il tempo di dare più poteri all’inquilino di Palazzo Chigi (”con o senza il consenso dell’opposizione”), però non ha alcuna intenzione di impegnarsi. Perché, spiega, “non è questo il momento”.
La sua è una porta chiusa alla Grande riforma. E senza spiragli.
Io considero la proposta di Berlusconi una tecnica di copertura della crisi.
Non negherà che esiste il problema di ammodernare le istituzioni italiane.
Esiste, ma ora l’urgenza non sono le riforme istituzionali. Vengo dal vertice dei progressisti mondiali in Cile. Ebbene, nessuno dei capi di Stato e di governo che ho incontrato lì (e, aggiungo, nessuno degli altri leader mondiali) sta ora pensando a queste cose. La comune priorità, stiano essi al governo o all’opposizione, è quella di fronteggiare una crisi economica gravissima, che sta incidendo sul livello di vita di tutti.
Il Parlamento può occuparsi di diverse materie nello stesso tempo. Due Camere, in fondo, servono anche a questo.
Ora tutto lo spazio del lavoro parlamentare deve essere dedicato a costruire risposte alla crisi. La gente non capirebbe, se vedesse che in questo momento, con milioni di persone che rischiano di perdere il posto di lavoro e migliaia di imprese che rischiano di chiudere, noi ci mettessimo a ragionare di ingegneria costituzionale. Sarebbe una situazione surreale.
A sostenere l’urgenza delle riforme istituzionali non c’è solo Berlusconi, c’è anche Gianfranco Fini.
Temo che la scelta del governo sia quella di intavolare il decimo dibattito improduttivo in dieci anni sulle riforme istituzionali, non per farle davvero ma per nascondere la gravità della crisi ed evitare il confronto sulle ricette per uscirne.
Eppure lei stesso, alla Camera, ha appena fatto votare un ordine del giorno per sollecitare la revisione dei meccanismi istituzionali.
Vero, ma lo abbiamo fatto contestualmente alla discussione sul federalismo, ossia un cantiere che resterà aperto ancora per anni. Più avanti verrà il tempo per parlare di riforme istituzionali.
Quando, dopo le europee?
Quando usciremo dalla crisi. Il tempo certo non ci mancherà. Questa legislatura, purtroppo, arriverà alla sua scadenza naturale. Ci sono ancora quattro anni a disposizione. Ci saranno alti e bassi nei rapporti tra Pdl e Lega, ma non mi illudo che si potrà rivotare per le politiche prima del 2013.
Difficile che Berlusconi voglia rinviare la questione istituzionale alle calende greche. In tal caso quale sarà, nel merito, la risposta del Pd?
Fa fede il nostro ordine del giorno che rinvia alla bozza Violante. Una sola Camera per fare le leggi, con l’altra che si trasforma in Senato delle regioni e delle autonomie, e dimezzamento del numero dei parlamentari.
Berlusconi mette l’accento sui poteri del premier, che a suo parere sono inadeguati.
Si può discutere dell’ipotesi di concedere la fiducia al solo premier e di dargli la possibilità di nominare e revocare i ministri, ma non certo di farlo diventare padrone dello Stato.
Il Pdl pensa anche alla possibilità di affidare al premier la decisione di sciogliere le Camere, che oggi è affidata al capo dello Stato e ai presidenti dei due rami del Parlamento.
Appunto. Siamo assolutamente contrari. L’equilibrio dei poteri tra il Parlamento e il governo non può essere stravolto. Questa è la prova che il vero obiettivo di Berlusconi non è far funzionare meglio l’Italia, ma aumentare i suoi poteri.
Berlusconi ha un’ampia maggioranza…
Se una riforma costituzionale non è approvata da due terzi del Parlamento può essere sottoposta a referendum. Nel 2005 il centrodestra volle modificare la Costituzione da solo, e il 60 per cento degli elettori bocciò la riforma.
In verità anche il centrosinistra, nel 2001, modificò la Costituzione senza i voti dell’opposizione, nella parte che riguarda i rapporti fra Stato e regioni.
E fu un errore, di cui dobbiamo fare ammenda. Voglio però ricordare che le nostre modifiche furono poi approvate dal referendum confermativo.
Per non distrarre il Parlamento dalla discussione sulla crisi economica, si potrebbe instradare quella sulle riforme in una commissione speciale.
Basta bicamerali, abbiamo già dato. Si userà la procedura prevista dall’articolo 138 della Costituzione.
Resterà deluso chi ha interpretato l’astensione del Pd sul federalismo fiscale come un segnale di disponibilità a procedere subito sulla via della revisione costituzionale…
Quell’astensione è motivata dai miglioramenti che abbiano ottenuto, a cominciare dalla perequazione per le regioni povere e dalla rinuncia a spezzettare l’Irpef regione per regione, e dalla nostra fiducia che per le regioni del Sud un buon federalismo fiscale, con i suoi vincoli rigorosi di spesa, possa rivelarsi benefico quanto i parametri di Maastricht lo sono stati per l’Italia nel suo complesso.
Se questo è il giudizio, avreste anche potuto votare a favore.
Non esageriamo: si tratta nella sostanza di una legge delega che adesso il governo dovrà riempire. E noi vigileremo.
Almeno di riforma dei regolamenti parlamentari siete pronti a discutere?
Certo, si tratta di una discussione già avviata in entrambe le Camere. Ma ci aspettiamo che il governo rinunci all’abuso dei decreti legge.
Il governo potrebbe replicare che ricorre ai decreti con fiducia perché occorre in media un anno per l’approvazione di un disegno di legge. E ricorreva spesso ai decreti anche il governo Prodi.
C’è modo e modo di usare i decreti legge. Questo governo vara i decreti e ci carica automaticamente la questione di fiducia senza nemmeno aspettare l’esito del confronto con l’opposizione. Il governo Prodi usava la fiducia solo quando il tempo a disposizione per la conversione in legge stava davvero per scadere.
Anche il referendum elettorale di giugno è una tessera del mosaico istituzionale. Cosa farà il Pd?
Se ne discuterà in direzione.
Posso chiederle cosa ne pensa personalmente?
Ho sempre detto che lascia intatto il perverso meccanismo delle liste bloccate, sottraendo agli elettori la scelta dei candidati. Ma poi c’è anche il significato politico che il referendum assume, al di là del merito del quesito.
A suo tempo lei lo firmò?
No, non l’ho firmato.

LEGGI ANCHE: Franceschini: in piazza con Epifani, in Europa con Serracchiani -Cgil in piazza. Epifani: “Il governo apra un tavolo vero contro la crisi”

Il Pd di Franceschini: in piazza con Epifani, in Europa con Serracchiani

Dario Franceschini

Piazza, nomi, Europa. Ecco gli incubi che tormentano i sogni di Dario Franceschini e agitano il Partito Democratico.
Piazza: il dilemma riguarda questa volta l’adesione alla manifestazione della Cgil di sabato 4 aprile. A differenza dello sciopero generale del dicembre scorso, il Pd sarà a fianco della Cgil, al Circo Massimo. “Futuro sì, indietro no” è lo slogan dell’incontro. E tra i sì e i no, i Democrats sono tuttora: il Pd non avrà una delegazione ufficiale “o un’adesione formale che non ci è stata richiesta” ma il segretario - dopo aver nicchiato per giorni - ha confermato che sarà in piazza, come molti altri parlamentari democratici (un centinaio) presenti singolarmente.
Per l’annuncio Franceschini non ha usato parole sue, ma quelle di Gordon Brown: “Dove c’è un disoccupato, un povero, qualcuno che perde il lavoro, non può non esserci un progressista al suo fianco”. E per quanto riguarda le divisioni che ci sono tra sindacati sul modello contrattuale? “Spero che non diventino un argomento per mettere i sindacati l’uno contro l’altro”.
Ma intanto un piccola divisione lui stesso ha contribuito a crearla, deludendo tutta la pattuglia del Pd vicina al sindacato di Bonanni o i centristi alla Marco Follini (”Andando in piazza non credo che Franceschini aggiungerà moltissimo alla protesta. Temo invece che toglierà più di qualcosa all’autonomia del Pd. Lo considero un errore politico da matita rossa e blu”, ha fatto sapere il senatore Pd).
Comunque, Franceschini sarà in prima fila accanto a Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani e un centinaio di deputati, che hanno sottoscritto un appello in cui annunciano l’appoggio alla manifestazione. “È giusto che chi ha responsabilità politiche vada lì e ascolti i lavoratori in un momento così difficile”, ha commentato il presidente di Italianieuropei, che ha usato parole dolci nei confronti della Cgil: “Il più grande sindacato italiano”. Ma non solo gli ex Ds si schierano a sostegno della protesta di Epifani e compagni. Rosy Bindi, pur non potendo essere in piazza, ha scritto un messaggio di “adesione convinta” al leader della Cgil.
La posizione del segretario è stata in bilico, fino alla vigilia della manifestazione, sospesa tra l’esigenza di tenere uniti i sindacati e quella di non scoprire il fianco sinistro, rischiando di lasciare spazio (ed elettori) a Idv e alla sinistra: “Saremo con la Cgil come con Cisl e Uil; insomma, a tutte le manifestazioni che chiedono un impegno a sostegno del lavoro, contro la disoccupazione e contro le scelte sbagliate e inadeguate del governo”, spiegava di ritorno da Bruxelles.
A proposito di Europa, ecco l’altro scoglio che Franceschini deve superare: il rapporto con i socialisti del Pse. Ancora alla ricerca di una collocazione nell’emiciclo di Strasburgo, il segretario ha argomentato: “Il Pd non entrerà nel Pse, ma cercherà di costruire un luogo per le forze progressiste”, dopo una serie di incontri con i leader dei partiti socialisti europei. Quindi no al tetto Pse, e nemmeno al rischio che gli eurodeputati del Pd confluiscano separatamente in diversi gruppi: “Abbiamo già deciso” ha spiegato Franceschini “che i deputati eletti nel Pd non potranno che stare nello stesso gruppo parlamentare”. Perché “non è più la stagione dei Ds e Margherita che nel parlamento Ue stavano in due gruppi parlamentari diversi”.
Ma la nuova casa delle forze progressiste ancora non esiste, e per crearla il segretario non prevede un percorso rapido: “I tempi e i modi per creare un luogo in cui ci siano i riformisti europei, che siano di tradizione socialista o di altre tradizioni, a cominciare dai democratici italiani, è un percorso che richiede del tempo”.
Del resto chiedere tempo è diventata, in queste ultime settimane di luna di miele con l’elettorato democratico, la strategia del leader di Largo del Nazareno. Perché se qualcosa è cambiato dal partito liquido di Walter a quello più solido di Dario, sono sempre gli stessi nodi che restano e finiscono per venire al pettine.
Ce n’è ancora uno, infatti. Chi mandare a Strasburgo. Sì, Franceschini va ripetendo che, a differenza delle candidature acchiappavoti del Pdl, il Pd chiamerà personaggi che poi all’Europarlamento ci dovranno stare per davvero. E allora chi? Serve tempo pure qui, per sciogliere le riserve sui pezzi grossi del partito (tipo Leonardo Domenici, Sergio Cofferati, Goffredo Bettini, ecc…). Ma un nome (noto soprattutto ai più giovani e ai frequentatori di YouTube) pare certo: “La Direzione per chiudere le liste per l’europee si terra il 21 aprile. Ma intanto un nome ve lo posso dare: Debora Serracchiani”. Sì, la nuova stella della sinistra (l’Obama d’Italia l’ha definita El Paìs). Sconosciuta fino all’assemblea del partito, la 39enne avvocato, consigliere provinciale e segretaria di un circolo del Pd ad Udine, suscitò l’entusiasmo prima dei segretari dei circoli e poi del popolo del Pd e dei gruppi di fan su Facebook con il video-cult del suo intervento di forte critica (in stile Moretti di Piazza Navona) nei confronti dei dirigenti del Pd. “È una persona che ha dimostrato grande energia e qualità, anche se come voto mi ha dato 6-”, ha scherzato Franceschini. “La sua candidatura” ha precisato “non è stata chiesta dall’alto, ma è partita dal basso, è partita dai circolo del Friuli”.

Sindacati, è rottura. Bonanni (Cisl): “Lo sciopero della Cgil è sbagliato”

I segretari sindacali

Sindacato sempre più diviso: Guglielmo Epifani teme di essere lasciato solo nelle rivendicazioni antigovernative. Al segretario della Cgil non è andata giù la riunione che Angeletti e Bonanni avrebbero tenuto a palazzo Grazioli con Berlusconi, esponenti del governo e Emma Marcegaglia. “Un fatto gravissimo, senza precedenti” lo definisce il numero 1 di Corso d’Italia. Gli risponde oggi su Repubblica il segretario Cisl Bonanni: il vertice “è un’invenzione bella e buona creata da Epifani per preparare il terreno allo sciopero generale della Cgil”. Secondo Bonanni, ”la Cgil ha voluto costruire un fatto che non c’è per spiegare una posizione radicale, presa da sola senza alcun consulto. D’altra parte sono tre mesi che ci troviamo davanti alle sue iniziative unilaterali e tre mesi che, comunque vada, Epifani si arrabbia”. E stamattina, a proposito dello sciopero indetto dalla Cgil, ha aggiunto: ”E’ velleitario, sbagliato, antiunitario ed è quello che non serve oggi al Paese”. ”.

Per Angeletti è la Cgil ad “aver rotto l’unità più volte con scelte sconsiderate”. E intanto Epifani rilancia e indice uno sciopero generale per il 12 dicembre contro la politica economica del governo. Una decisione che per il ministro del lavoro Sacconi è “di matrice politica”.

Intanto la divisione tra i leader sindacali avrà i suoi primi effetti già da venerdì: la Cisl di Raffaele Bonanni, con Ugl e Snals, ha deciso di revocare lo sciopero proclamato per il 14 novembre. Una defezione che non bloccherà la protesta: Cgil, Uil e, soprattutto, gli studenti, restii a farsi condizionare dalle polemiche sindacali, scenderanno in piazza per protestare contro la legge 133 e poco convinti delle novità introdotte con il decreto legge ”tecnico” n.1 180 varato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri e pubblicato ieri in Gazzetta ufficiale (quello su concorsi e alleggerimento del blocco del turn over).
Il ministro Gelmini, che ieri aveva avuto una riunione-fiume con i sindacati, oggi ha incontrato la Conferenza dei rettori la quale ha ribadito il proprio apprezzamento sul decreto legge appena firmato dal presidente della Repubblica, che contiene provvedimenti a favore delle università più virtuose e prevede, tra l’altro, l’assunzione di nuovi ricercatori.
Oltre che dalla rappresentanza istituzionale dei rettori, un’apertura di credito al governo è arrivata dunque anche dalla Cisl. ”Abbiamo deciso la revoca dello sciopero” ha spiegato Antonio Marsilia, segretario generale Cisl Università “perché il ministro con il documento sottoscritto ieri si è impegnato a modificare alcuni passaggi importanti della manovra governativa sull’università”.
Insomma, Mariastella Gelmini si è data da fare per scongiurare un ”bis” del 30 ottobre, quando lo sciopero del settore scuola si era rivelato un successo. Ma gli studenti vanno avanti con le loro iniziative di protesta: anche stasera la facoltà di agraria di Firenze ha organizzato lezioni alla loggia del Porcellino; alcune centinaia di studenti della superiori e delle università hanno “invaso” pacificamente stamani il Salone Italiano dell’Educazione a Genova intonando canti, cori e slogan contro il ministro Gelmini; e ancora domani lezioni in piazza a Pisa con docenti della Normale e Notte bianca della ricerca a Roma. Per il corteo di venerdì sono già stati chiesti treni speciali e organizzati pullman: è anche su una loro massiccia adesione che puntano Cgil e Uil.
LEGGI ANCHE: Franceschini (Pd): Basta con Cgil, Cisl e Uil, ci vuole un sindacato unitario

Il novembre caldo di Epifani: “Verso lo sciopero generale”

Guglielmo Epifani

La Cgil prepara un novembre rovente: mobilitazione a ciclo continuo contro il governo. Senza escludere lo sciopero generale. Epifani va per la sua strada, ma gli altri leader dei maggiori sindacati difficilmente lo seguiranno nello scontro con l’esecutivo. ”Non finiremo all’angolo”, ha detto il segretario generale ieri, ma Cisl e Uil intanto hanno già firmato il protocollo d’intesa per il rinnovo dei contratti. Ieri nell’assemblea del sindacato di corso Italia riunita al Palalottomatica di Roma è stata indicata la via. “La prossima settimana il direttivo dell’organizzazione si riunirà per decidere le modalità di unificazione delle svariate iniziative di mobilitazione previste da qui a fine anno”. Un autunno caldo che già ha in calendario scioperi proclamati per molte categorie, dagli statali (7 e 14 novembre) ai lavoratori del commercio (15 novembre), dai pensionati (13 novembre) agli studenti (14 novembre) fino ai metalmeccanici (12 dicembre).
Sulla spaccatura con Bonanni e Angeletti, Epifani ha citato le divergenze sulla proposta di rinnovo contrattuale per gli statali. “In questi mesi ho trovato consenso alla scelta di dire “No” a Brunetta perché la sua proposta prevede un aumento pari alla metà dell’inflazione, non dà risposte ai precari e non cambia l’impegno sugli oneri accessori. Ma” ha continuato Epifani “se è così perché allora Cisl e Uil accettano ad ottobre quello che non hanno accettato prima?”. “La Cgil mi sembra più guidata da Cremaschi che dal segretario generale, Guglielmo Epifani” gli ha risposto il leader della Uil, Luigi Angeletti, per cui il sindacato di Corso Italia sembra mosso dall’ala più vicina a Rifondazione guidata dal segretario nazionale della Fiom.
“Abbiamo il massimo rispetto del ruolo del sindacato e del suo diritto a indire lo sciopero generale ma l’annuncio fatto oggi da Epifani ci sembra francamente una forzatura, frutto di una scelta meramente ideologica che rischia di isolare la Cgil e rendere più difficile il confronto tra le parti sociali”. Questo il commento, in una nota, del sottosegretario allo Sviluppo Economico Adolfo Urso.

Sindacalisti in fuga e ribaltoni anche in fabbrica

Un momento della manifestazione nazionale dell'Ugl organizzata per il Primo Maggio a Roma | Ansa
Di Marco Cobianchi

Fabbrica per fabbrica, delegato per delegato, voto per voto: così la piccola Ugl sta rubando consensi, iscritti e dirigenti ai big Cgil, Cisl e Uil. Provocando smottamenti ideologici nei suoi avversari sindacali. L’ultimo ha avuto come epicentro la Pirelli Bicocca, la fabbrica che ha dato i natali sindacali a Sergio Cofferati, dove è franato lo storico monocolore della Cgil per quattro delegati che sono passati all’Ugl. Un caso isolato? I dati su quanti siano i transfughi non si hanno, ma le storie sì, e molte. E se non dicono quanto è vasto il fenomeno, raccontano perché il fenomeno c’è e perché si sta allargando. “È perché la base per gli altri (Cgil, Cisl e Uil, ndr) non conta quasi più nulla” si arrabbia Giovanni Cicchella, rappresentante di fabbrica all’Iveco di Avellino, ex rappresentante della Uilm, oggi dell’Ugl.

Cicchella, dall’alto di 25 anni passati in Cisl e 5 in Uil, dice che “ormai nel sindacato le cose vengono decise dall’alto. Punto e basta”. “Alle domande dei lavoratori non viene mai data una risposta concreta” aggiunge Giovanni Pedersini, ex Fiom-Cgil, ora rappresentante della Ugl all’azienda metalmeccanica Pama di Rovereto. “Un esempio: in fabbrica, quando è stato il momento di scegliere il fondo pensione integrativo, ci è stato presentato solo quello regionale, il Laborfond, e non quello nazionale, Cometa. Come mai? Boh”.

Un altro che la fabbrica la conosce bene è Vincenzo Miele. Lavora alla verniciatura di Mirafiori e quando ha lasciato la Uilm per passare alla Ugl lo hanno seguito sei delegati e un centinaio di operai. “Ho cambiato perché qui i problemi dei lavoratori vengono presi sul serio e si cerca di risolverli. Gli altri sindacati sono burocratici, bisogna sempre fare attenzione a cosa si dice, a cosa si fa… E poi la loro è una tessera sindacale e di partito insieme, mentre qui a me nessuno ha chiesto come voto”. Già, poi c’è la politica. Le ali estreme del sindacato continuano a chiamarla “fascista”, invece la Ugl viene percepita come una sigla non solo apolitica ma pure ideologica perfino da un sindacalista come Miele, che ha “sempre votato Rifondazione comunista, anche alle ultime elezioni “. Ciò che attira della Ugl, insomma, è che difende l’operaio consumatore e non cerca il dipendente tesserato. Così è riuscita a costruire la nuova frontiera del sindacalismo fatta di rivendicazioni concrete, soluzioni visibili. Non a caso l’Ugl è favorevole a dare più peso alla contrattazione di secondo livello (quella a livello locale) attraverso la quale può dispiegare tutto il suo potenziale rivendicativo. “Sissignore, qui dentro niente politica” spiega in napoletano stretto Giovanni Centrella, segretario nazionale dei metalmeccanici della Ugl, lui stesso transfuga dalla Cisl. “Un operaio che vede il proprio delegato sindacale fare il rappresentante di lista alle elezioni politiche… non va bene, non va proprio bene, perché si ingenera il dubbio che si usi la sua tessera per fare politica. Per questo io credo che la candidatura di Antonio Boccuzzi (l’operaio della Thyssen sfuggito al rogo del dicembre del 2007, sindacalista della Cgil, eletto con il Pd in Piemonte, ndr) abbia fatto male, molto male al sindacato, perché conferma nei lavoratori l’idea che siano usati e che dei loro problemi non importi niente a nessuno”.

Il sindacato politico, insomma, non tira più. Nella rossa Ferrara, per fare un esempio, alle ultime elezioni politiche la Lega è passata dal 2,3 del 2006 al 6,4% e il centrosinistra ha perso 14 punti. Contemporaneamente in una delle principali industrie della città, la Berco (gruppo Thyssen, 2.500 dipendenti), l’Ugl è salita al 33% e alla Vm Motori (1.250 dipendenti) è al 25 per cento. Alle Carrozzerie di Mirafiori, alle elezioni del 2005 ha raggiunto il 15%. “Noi siamo giudicati diversi, una vera alternativa alla triplice. E lo si vede da piccole cose, per esempio dal fatto che tutti i dirigenti della Ugl continuano a lavorare” proclama la leader nazionale Renata Polverini “sia perché non abbiamo i distacchi sindacali che hanno gli altri, sia perché voglio che ascoltino dal vivo i problemi delle persone”. “Ma quale alternativa?” taglia corto Giorgio Cremaschi, componente dell’ala di minoranza della segreteria nazionale e grillo rompiscatole della Cgil. “Polverini ha firmato tutti gli accordi nazionali, compreso quello sul welfare proposto dal governo Prodi. Certo, l’ha firmato anche la Cgil, e ha sbagliato, perché adesso ci ritroviamo con gli operai del Nord che votano Lega e sono iscritti all’Ugl”.

Ovviamente non è proprio automatico che le motivazioni che portano l’operaio del Nord a votare Lega (meno tasse e soluzione ai problemi concreti) siano esattamente le stesse che portano i delegati sindacali a mollare le altre sigle e iscriversi alla Ugl. Un esempio? Silvino Perrotti, ex Cisl, lavora alla Telecom Italia ed è leader della Ugl telecomunicazioni dell’Abruzzo. “Ho un figlio disabile e per anni non sono riuscito a farmi riconoscere i congedi ai quali ho diritto. Alla Ugl ho detto: se mi risolvete questo problema, mi iscrivo con voi. In un solo anno qualcosa ho finalmente ottenuto”. Piano piano la Ugl ha cominciato anche a entrare nelle stanze dei bottoni. Il 12 aprile ci sono state le elezioni per i rappresentanti sindacali nel comitato di gestione del fondo pensione dei telefonici. La Ugl è passata da zero a tre delegati, che siederanno accanto ai 12 della Cisl, agli 8 della Cgil e ai 7 della Uil.
Manifestazione Fiom | Ansa
“Nessuno qua crede più al sindacato” dice Maria Francesca Formica (ex Cgil, ora Ugl), che lavora all’Almaviva di Catania, la più grossa azienda di servizi telefonici d’Italia, detti call center. “Quando si è trattato il passaggio di livello, come previsto dal contratto, gli altri hanno firmato un accordo che prevede benefici solo per i più anziani, che tuttavia devono rinunciare a fare causa e non possono più chiedere altri passaggi di livello. Ma le sembra un sindacato questo?”. All’Almaviva il 15 maggio ci saranno le elezioni per la rsu. Dubbi su come andranno?

Primo Maggio tra musica e cortei, patto Cgil, Cisl e Uil su contratti

Il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, e Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, oggi alla manifestazione nazionale del primo maggio a Ravenna
È stato un Primo Maggio all’insegna dell’unità sindacale, della fermezza nella difesa delle tutele sulla sicurezza e dei redditi, ma anche della proposta e dell’apertura al dialogo per avviare anche la riforma della contrattazione, quello festeggiato ieri a Ravenna dai sindacati. I leader di Cgil, Cisl e Uil hanno scelto quella città che, con la tragedia della MecNavi, è stata teatro di uno dei più terribili incidenti sul lavoro dal dopoguerra, per segnalare l’emergenza che le morti bianche continuano a costituire per il Paese.
“Oggi siamo qui a testimoniare la vicinanza a tutti quei lavoratori che ogni mattina rischiano di morire per vivere”, ha urlato dal palco il leader della Cisl Raffaele Bonanni, dopo che il segretario della Uil, Luigi Angeletti, aveva già avvertito del pericolo di modifiche della nuova normativa sulla sicurezza: “dal nuovo governo ci aspettiamo che non cambi la legge sulla sicurezza”. “Le imprese dicono che le sanzioni sono troppo forti, ma le sanzioni forti ci sono solo in caso di violazioni gravi e in questi casi l’inasprimento delle sanzioni è sacrosanto e doveroso”, ha detto anche il leader della Cgil Guglielmo Epifani, che invita invece Confindustria ad espellere, dopo quelle che pagano il ‘pizzo’, anche quelle imprese che non rispettano la sicurezza. Allo stesso modo Bonanni, Epifani e Angeletti tornano a lanciare l’allarme redditi. “La prima cosa che il governo deve fare è tagliare le tasse sui salari” ha detto dal palco Angeletti. “Al governo chiederemo delle cose precise: innanzi tutto la detassazione dei redditi da lavoro e delle pensioni”, ha detto anche Epifani, ricordando che “il Primo Maggio rappresenta una scelta unitaria importante nel momento in cui c’è un’economia che rallenta, redditi e condizioni di lavoro sempre più difficili e un nuovo governo e una nuova Confindustria con cui confrontarci. Chiederemo” ha continuato Bonanni “tagli sul secondo livello in modo tale che si possa restituire ricchezza in modo più equo. Siamo stufi di pagare le tasse anche per conto di altri”. Ma la proposta forte con la quale i sindacati si presentano ai lavoratori e con la quale rispondono a quelle lobbies, a quei “provocatori” che “non perdono occasione per attaccare il sindacato, causa di tutti i mali d’Italia” è quella sulla riforma della contrattazione. Epifani, Bonanni e Angeletti hanno raggiunto un’intesa, “di alto profilo” dice il leader della Cgil.
L’accordo verrà sottoposto dalla prossima settimana al vaglio delle segreterie, poi dei direttivi, per poi essere discusso nelle assemblee dei lavoratori a partire da metà maggio.” Con la proposta sui contratti rispondiamo a chi ha accusato il sindacato di essere conservatore”, ha detto Angeletti ed anche Bonanni la pensa cosi: è “la risposta a tutti quei provocatori che negano la responsabilità di alcuni per scaricarla sui sindacati”. Con questa proposta, insomma, il sindacato fa un passo in avanti nell’assunzione di responsabilità, ma chiede al governo di fare altrettanto. “Se il nuovo governo avrà intenzione, così come l’ha il sindacato, di confrontarsi ognuno con le proprie responsabilità, a quel punto la collaborazione ci potrà essere. Noi dobbiamo sperare che questo avvenga”, ha detto Bonanni mentre anche Angeletti si é detto convinto che “il rapporto con il governo non sarà più difficile”, ma che questo “dipenderà da quanto saprà dare risposte positive per gli impegni che ha assunto”. Non si illude troppo Epifani: “Naturalmente non andiamo in discesa: dopo di che i governi vanno sempre rispettati e giudicati per le cose che fanno”, ha detto ricordando che ci sono tanti problemi da risolvere, dalla sicurezza alla precarietà, dai rinnovi dei contratti alla riduzione fiscale per lavoratori e pensionati. “Da questo partiremo e valuteremo”.

Sindacati, sinistra e Confindustria: chi avvelena il panettone di Prodi


Uno sciopero generale contro un governo di sinistra? “Non ce lo possiamo permettere” è l’allarme di Romano Prodi. Che subito dopo, però, aggiunge: “Tanto più a gennaio”. Già, perché le esigenze dei sindacati - spesso giuste - si stanno sovrapponendo ai giochi politici con esiti che stavolta rischiano di essere davvero letali per il Professore. Anche perché dall’altra parte della barricata c’è Luca di Montezemolo, presidente della Confindustria, che attacca l’esecutivo sul boom di assenteismo tra i dipendenti pubblici. Insomma, Prodi sta perdendo l’appoggio di entrambe le parti sociali. Quelle per le quali ha appena difeso il protocollo sul welfare contro l’estrema sinistra.

Nel merito, le confederazioni non hanno torto: oltre 7 milioni di lavoratori sono da mesi in attesa di contratto, e tra questi il gruppo più numeroso (3 milioni) sono i dipendenti pubblici. Ma non ha torto neppure Montezemolo quando denuncia che al comune di Bolzano , all’Agenzia delle Entrate o all’Inpdap si fanno 30 e anche più giorni di assenza l’anno, escluse le ferie e i permessi. Il problema sollevato dal capo di Confindustria non riguarda tanto i “fannulloni” (già bastonati da Pietro Ichino) quanto l’incapacità delle loro amministrazioni a contrastare questo fenomeno, ed il governo a proporre o applicare leggi adeguate.

Ma ciò che colpisce è la scelta dei tempi. Gennaio non è un mese a caso: è il periodo nel quale, se verrà approvata la Finanziaria, molti alleati di Prodi hanno annunciato di volersi tenere le mani libere. Da destra a sinistra, la lista comprende quasi tutti: i liberaldemocratici di Lamberto Dini ed i rifondaroli di Fausto Bertinotti. Anzi, il presidente della Camera ha appena evocato per Prodi una definizione di Ennio Flaiano su Enzo Cardarelli: “Il più grande poeta morente”. Poi si è corretto due volte, spargendo altro sale sulle piaghe prodiane: “Prodi? Beh, non è un poeta”. “Grande? Non esageriamo…”.

E siccome Rifondazione è in crisi di consensi, ha votato il protocollo welfare turandosi il naso, metà partito sente la nostalgia dell’opposizione e Bertinotti ha appena annunciato un referendum tra la base per decidere che cosa fare a gennaio, non ci vuole molto a tirare le somme. Il cocktail sciopero generale, attacchi di Confindustria, disimpegno dei partitini di destra e di sinistra è davvero esplosivo. Molto più delle fallite spallate che avrebbero dovuto venire da Berlusconi.

Prodi sospetta che la velenosissima battuta dello “scorpione” (così è chiamato Bertinotti nello staff del Professore, dopo il non dimenticato “tradimento” del ‘98) abbia un mandante: Walter Veltroni. Il segretario del Pd e il presidente della Camera hanno un interesse comune: trovare un accordo con il centrodestra su una legge elettorale proporzionale. Diversamente si andrà al referendum e saranno dolori per Rifondazione, ma anche per Veltroni che su questa riforma ha investito tutto. L’obiettivo di Prodi è il contrario: né accordi con il nemico, né leggi proporzionali che gli toglierebbero il potere di leadership sulla sinistra.

Sarà davvero un gennaio caldo, ma solo per il governo.

Il VIDEO servizio sullo sciopero minacciato dai sindacati:

Il VIDEO servizio sulle dichiarazioni di Montezemolo:

Pezzotta: Così la legge 30 ha “tradito” Marco Biagi

Nato a Bergamo nel 1943, sposato con due figli, Savino Pezzotta è stao segretario della Cisl dal 2000 al 2006. Recentemente è stato anima e portavoce del Family day e ha fondato il movimento Officina 2007
Nato a Bergamo nel 1943, sposato con due figli, Savino Pezzotta ha svolto gran parte della sua carriera in Cisl, sindacato cui si iscrisse nel 1964 quando lavorava come operaio tessile. È stato segretario organizzativo della Cisl di Bergamo, poi, dal 1993 al 1998, segretario della Cisl lombarda. Il 4 dicembre 2000 viene eletto segretario generale della Cisl, carica confermata nel 2001 e nel 2005. Nell’aprile dell’anno successivo si dimette con oltre due anni di anticipo sulla scadenza del mandato. Da allora inizia la sua attività politica nelle file del centrosinistra, maturando posizioni critiche che lo porteranno a non partecipare alla costituzione del Partito democratico. Recentemente Pezzotta è stato anima e portavoce del Family day e ha fondato il movimento Officina 2007.
Sabato 20 ottobre marce parallele, pro e contro la legge Biagi. Lei da buon ex democristiano che fa, sta nel mezzo?
Il problema non è essere pro o contro, ma capire che la legge Biagi è stato un passaggio importante per regolare posizioni di lavoro non regolamentate. Detto questo, penso che la legge esiga un completamento recuperando molti degli spunti offerti dal libro bianco scritto dal professore bolognese.
Vuol dire che la legge 30 ha tradotto male il pensiero di Biagi?
Voglio dire che c’è una differenza. Il libro bianco di Biagi era una visione organica del mercato del lavoro, ma con tanto di tutele e garanzie. Non a caso prevedeva uno statuto dei lavori per tutti coloro che non rientravano nella legge 30. In fase di stesura poi si è persa ogni traccia, come se tutti si fossero dimenticati del libro bianco.
Sa che ci sono insospettabili critici della Biagi anche tra gli industriali? Dicono che ha complicato loro la vita.
Nel libro bianco c’erano una semplificazione del modello contrattuale, un suo decentramento e una comparazione tra mercato del lavoro italiano ed europeo. La legge 30 è un’incompiuta, riflette poco o nulla del disegno organico su cui Biagi aveva lavorato.
D’accordo con chi dice che la Biagi scarica su 2 milioni di lavoratori i costi della precarietà, lasciando intatti privilegi e tutele degli altri 20?
Non è così. La Biagi regola quello che era un mercato del lavoro frammentato. Che poi occorra accompagnare la flessibilità con le garanzie è ovvio.
Non le piace la proposta del contratto unico targata Treu-Boeri?
Mi sembra una proposta velleitaria. In primis perché il mondo del lavoro è differenziato e i contratti devono mantenere la capacità di cogliere le specificità dei diversi settori. Non si può mettere insieme lo statale e il metalmeccanico.
Non crede che il problema della Biagi sia di non risolvere in modo convincente i problemi di ingresso e di disoccupazione temporanea?
Sì, ma non bisogna fare una battaglia contro la flessibilità che è insita nel nostro sistema produttivo. Bisogna combattere perché la precarietà venga riportata a normalità. Ma sbaglia chi pensa che la precarietà sia colpa della Biagi.
Non è velleitario proporre riforme del mercato del lavoro che siano a costo zero per le casse dello Stato?
Le riforme a costo zero non sono riforme, è una follia pensarlo. È sbagliato l’approccio mentale: la riforma non è un costo, ma un investimento. Dovrebbe produrre nel tempo dei miglioramenti. E se investi ci devi mettere qualcosa.
Il Pd e il suo leader Walter Veltroni hanno recuperato in extremis il tema della precarietà. Sa un po’ di posticcio.
Non si capisce ancora bene che posizione avrà il Pd sui temi del lavoro. Sicuramente dovrà cogliere quello che un certo tipo di riformismo ha messo in campo. Per fare questo bisogna però capire le alleanze che fa. Se si allea con la sinistra radicale avrà gli stessi problemi che ha oggi Romano Prodi.
Accetterebbe la libertà di licenziamento in cambio di un convincente sistema di ammortizzatori?
In Italia la libertà di licenziamento c’è già. Per giusta causa, non arbitrariamente. Anche il licenziamento collettivo è sempre stato fatto, da sindacalista ho gestito ristrutturazioni tremende.
Stiamo parlando di un’altra cosa.
Per poter licenziare ci deve essere un motivo. Il problema vero è la riforma della giustizia: una controversia di giusta causa non può durare 5 anni.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS
Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia



  • Applicazioni Mondadori
  • R101