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Ulivo

Quando i giornalisti vanno a caccia di poltrone (da governatore)

Il giornalista italo - egiziano Magdi Cristiano Allam (Ansa)

Il giornalista italo - egiziano Magdi Cristiano Allam (Ansa)

Non potevano mancare i giornalisti nella disputa per le regionali di fine marzo. Dopo David Sassoli, ex mezzobusto del Tg1 e ora eurodeputato con il Pd (di rito Franceschiniano), e l’ex notista politico della principale testata della Rai Francesco Pionati, ora deputato e leader di Alleanza di Centro, altri due “homines novi” sarebbero pronti a passare dal giornalismo alla politica, e questa volta per una poltrona più pesante: quella di governatore. Si tratta di un altro anchorman della prima rete, Attilio Romita, che potrebbe diventare l’asso nella manica del centrodestra per riconquistare la Puglia (in attesa che il governatore uscente Nichi Vendola venga confermato alle primarie avvicinando così l’Udc al Pdl) e dell’ex vicedirettore del Corriere della sera Magdi Cristiano Allam, già eurodeputato e candidato del centrodestra nella vicina Basilicata. Continua

Che fine ha fatto Prodi? Il mezzobusto nella tv del partito comunista cinese

Prodi profeta in Cina

Strano destino per un ex democristiano. Mentre in Italia non sono pochi quelli che sognano il ritorno della “balena bianca” (da Rutelli a Casini), l’ex premier (oltre che ex presidente del Pd, ex presidente della Commissione Ue, ex leader dell’Ulivo) Romano Prodi preferisce andare controtendenza: fa il mezzobusto nella tv controllata dal partito comunista cinese. Questo l’epilogo della carriera dell’unico leader del centrosinistra che è riuscito a battere il Cavaliere:  dopo essere entrato nella prestigiosa China Europe International Business School (Ceibs), prima business school della Cina e ottava nel mondo, ora avrà un ruolo da commentatore televisivo in un Paese capital - marxista. Continua

Prodi e il modello giapponese del Pd: per vincere serve mezzo secolo

Romano Prodi

Guarda la GALLERY: Chi sta con chi al congresso del Pd

Solo un po’ di pazienza. Quanta? Più o meno una cinquantina di anni. Tutti da passare all’opposizione.
Quindi, che sia Dario Franceschini o Pier Luigi Bersani o Ignazio Marino a vincere congresso, primarie e guidare il Pd, la strada ce l’hanno segnata: alla fine del percorso, di circa mezzo secolo, il Pd potrà finalmente governare. Una battuta? Macchè, anzi: è in’estrema sintesi di ciò che Romano Prodi ha detto ieri sera ai microfoni del Tg3. Argomento della conversazione, la storica vittoria dei democratici giapponesi guidati da Yukio Hatoyama (amico di vecchia data del professore bolognese), dopo 54 anni di governo, quasi ininterrotto, dei liberaldemocratici.

A dirla tutta, non è la prima volta che i Democratici si esaltano per un successo altrui, sperando che il “vento nuovo” porti in alto anche loro. Basti ricordare cosa successe con la vittoria di Obama in Usa. Ora, appunto tocca, alla prima volta del Pd nipponico. Che, ormai da due giorni, ha completamente assorbito le attenzioni del Pd italiano: “il successo dei Democratici in Giappone, dopo 54 anni di successi liberali, è un bel segnale, che indica che anche in Italia ci si deve preparare al cambio di maggioranza”, die convinto il segretario del Pd, Dario Franceschini, commentando l’esito del voto in Giappone da Piacenza. “Dopo l’India, dopo gli Usa, anche in Giappone vincono i progressisti, dopo che è scoppiata la crisi”. Non basta: “Anche l’Europa deve trovare un percorso di rinnovamento delle politiche. L’insegnamento che ci viene da quel che è successo in altri continenti è che la riscossa dei riformisti può avvenire solo a partire dai grandi temi economici e sociali, abbandonando conservatorismi e subalternità a ricette altrui”, pensa invece Pier Luigi Bersani.
Ma non basta: a rivendicare con orgoglio il modello italiano, ci pensa Europa, quotidiano democrats: “L’Italia, all’estero, è ancora il paese dell’Ulivo e delle primarie. In Germania si parla di ‘Olivenbaum’, dopo l’esito del voto di domenica in Turingia, in Sassonia e soprattutto nella Saar. In Giappone la vittoria del Partito democratico fa riemergere l’epoca di Romano Prodi, che è indicato come l’antesignano e il modello di Yukio Hatoyana. In Francia, l’università estiva dei socialisti è stata dominata dal dibattito ‘primarie sì-primarie no’, e più che a quelle americane si è fatto riferimento a quelle che incoronarono Prodi. Si direbbe che il centrosinistra italiano continua a fare scuola al di là dei nostri confini. Romano Prodi è interpellato come una sorta di guru che ha il know how per guarire una sinistra in crisi e senza prospettive”.

Già, Prodi. Lui, che in Italia è ormai fuori dai giochi (più interessato a fare il nonno e “l’inviato” Onu in Africa) commenta la vittoria a Tokyo, partendo da lontano, per andare ancora più lontano. Con i giapponesi, racconta al Tg3: “Abbiamo cominciato a lavorare assieme nel ‘96 quando vennero a ispirarsi a quello che chiamavano l’Ulivo italiano”. Il Professore rivela di aver parlato al telefono con il nuovo premier giapponese già domenica: “Gli ho fatto le congratulazioni, lui ha ricordato quando nel ‘98 dopo la caduta del mio governo ci siamo visti. Gli ho detto ‘guarda che non basta vincere le elezioni, bisogna avere un margine tale per durare l’intera legislatura‘. E lui il margine oggi ce l’ha”. Anche per questo Prodi non ha dubbi: il vero insegnamento, secondo l’ex premier, è che “un’opposizione si costruisce con molta pazienza. Hanno lavorato tantissimi anni…”.
E in effetti, prima di riuscire a vincere le elezioni, i democratici giapponesi guidati da Yukio Hatoyama, ci hanno messo “solo” mezzo secolo. Non male come prospettiva. Sempre che il Pd esista ancora.
Nel caso, fra cinquant’anni, quando la battaglia di opposizione sarà finita, qualcuno avvisi il buon vecchio Prodi, l’ultimo dei giapponesi: può essere che il Pd abbia ancora bisogno di lui…

Per la campagna elettorale il Pd chiama i “guru” di Barack Obama

bandierePd

In principio fu il guru. Oggi è il caso di dire “Yes, Week End”.
Nel 2001 il centrosinistra, che era nettamente indietro nei sondaggi nella corsa tra Francesco Rutelli contro Silvio Berlusconi, chiamò Stanley Greenberg, il sondaggista (pollster per i più fini) di Bill Clinton, per portare una ventata di novità nella campagna elettorale dell’Ulivo. Greenberg, detto il guru americano, migliorò la situazione di Rutelli e lo portò a pochi punti da Berlusconi, ma il centrosinistra andò all’opposizione.

Ora arrivano i due esperti di new media di Barack Obama a provare a risollevare il Pd. Il prossimo finesettimana per dare una mano al Partito Democratico sbarcheranno a Roma gli americani di Blue State Digital, che hanno inventato la campagna online di Obama. L’obiettivo della due giorni di “brainstorming”, voluta dal responsabile comunicazione del partito, Paolo Gentiloni (lo stesso che nel 2001 portò Greenberg) è quello di potenziare ulteriormente gli strumenti online del partito di Dario Franceschini; in particolare per quanto riguarda la mobilitazione attraverso i social network e la partecipazione dei militanti.

Venerdì 15 maggio, nel pomeriggio, a largo del Nazareno Ben Self e Dan Thain, “gli uomini del presidente” americano saliranno in cattedra per una lectio davvero magistralis: erudire i pionieri italiani del pensiero democratico nelle strategie di comunicazione politica del terzo millennio. Un millennio che è stato anticipato, come spesso accade nella comunicazione politica, negli Usa. Durante la campagna elettorale di Obama, Self si è occupato della gestione del sito internet ufficiale www.barackobama.com, quello su cui l’allora senatore dell’Illinois annunciò la sua partecipazione alla corsa alla Casa Bianca. Il portale gioca un ruolo chiave nella strategia di Obama: permette ai sostenitori del candidato di versare denaro (con la campagna online Obama ha raccolto 200 milioni di dollari e un milione di sottoscrittori), di organizzare incontri, mandare e ricevere sms, gestire enormi volumi di traffico telefonico e traffico web.

Le banche dati del versante social-network del sito, chiamato MyBo, sono in grado di trovare in una determinata zona i volontari più opportuni per un determinato evento e fornire loro nomi, indirizzo, numero di telefono delle 100 persone del quartiere che vogliono votare Obama e di quelle che sono ancora indecise. Con Self nella sede del Pd – e dal partito fanno sapere che potrebbe anche esserci Franceschini e altri big - ci sarà anche Dan Thain, “senior strategist” della Bsd, esperto di strategie email, sviluppo messaggi e contenuti video. Uno dei maggiori videogamer professionisti, Thain ha fondato la sua prima dot.com a 17 anni e, prima di approdare in BSD, era stato il manager della campagna elettorale on line del partito laburista inglese. Niente guru, dunque, tanto più che la campagna per le elezioni europee è in corso; di certo, però, qualche buon consiglio da seguire, così come sta accadendo tra i progressisti in giro per il mondo. Infatti i democrats italiani non sono i soli ad essersi rivolti a Blue State Digital: gli esperti di new media a stelle e a strisce sono stati chiamati anche dai laburisti inglesi, dai socialdemocratici svedesi, dal Labour australiano, dal Fianna Fail irlandese. E nelle prossime settimane i consulenti di Obama saranno in Portogallo e Brasile.

L’ex ministro Gentiloni anticipa a Panorama.it alcune delle tematiche che verranno sviluppate con gli esperti Usa: “Confrontarsi con l’esperienza americana è anche un modo per uscire dalla diatriba, tutta italiana, sul ‘partito leggero’ contro quello ‘pesante’. La vittoria dei democratici di Obama” dice Gentiloni “ci impone di guardare, piuttosto, al futuro, con la partecipazione ondine che rinvia al porta-a-porta, con la mobilitazione attraverso la rete che rafforza il coinvolgimento diretto di milioni di persone. Una trasformazione profonda che non riguarda solo i mezzi della politica, ma la sua identità, sempre più aperta, responsabile, plurale. In una parola, democratica”.

LEGGI ANCHE: Finocchiaro in corsa per il dopo Franceschini? “Non lo escludo”

Il Pd e i versamenti degli eletti. E la sinistra va in crisi (economica)

Franceschini e Fassino

di Paola Sacchi

Gli ex margheritini Linda Lanzillotta e Pierluigi Mantini, deputati del Pd, di fronte a un’indiscrezione in Transatlantico raccolta, che li mette in una lista di 12 parlamentari sospetti “evasori” del contributo volontario al partito, non si scompongono. Con il sorriso sulla bocca, seccamente smentiscono: “Versiamo il contributo sia al partito nazionale sia a quello territoriale”. Anzi, Mantini, protagonista di una lite su una storia di quattrini tra Ds e Margherita con Piero Fassino, che lo apostrofò con un “Cretino, mi hai rotto i c…” ricorda a Panorama che lui finanzia “una sede del Pd a Cinisello Balsamo e una dell’ex Ulivo a Milano”.
Ma c’è pure chi ammette di non dare parte del proprio stipendio al partito locale. Quasi si inalbera l’ex margheritino Roberto Zaccaria, ex presidente Rai e deputato Pd, a un lapsus del cronista e scandisce: “V-o-l-o-n-t-a-rio! Il nostro contributo non è dovuto. Io certamente lo verso a Roma, non l’ho ancora potuto fare a Milano, dove ho sostenuto una campagna elettorale il cui costo è dell’ordine di 60-65 mila euro, cifra che è nella norma per una città come quella”. Poi precisa: “Tenendo anche conto che, pur essendo alla terza legislatura, sono poco più di tre anni che sto in Parlamento, ho detto al Pd che devo prima rientrare delle spese sostenute per la campagna elettorale”.

Altra motivazione viene data da Furio Colombo, ex direttore dell’Unità. Anche lui dice di versare soldi a Roma, ma non a Milano, il collegio dove è stato eletto. Spiega Colombo: “Li ho subito avvisati che non posso ancora farlo, devo accantonare una certa cifra perché ho cause civili alle quali devo far fronte. Sa, come ex direttore dell’Unità si resta ansiosi, basta solo che ne perda una…”. Colombo dice di averne collezionate abbastanza, tutte intentate “da esponenti della destra”. E c’è da credergli, dal momento che la sua era un’Unità più barricadera di quella oggi guidata da Concita De Gregorio.
“Ah, poveri soldi miei. Ma che siete diventati nostalgici del Msi?” ha scherzato, ma non troppo, l’ex tesoriere dei ds Ugo Sposetti in Transatlantico con i cronisti dell’Unità, sulla cui prima pagina il 17 marzo campeggiavano i saluti romani della destra che si scioglie. Anche questo è un segno dei tempi. Sarebbe stato inimmaginabile nel vecchio Pci che un solo parlamentare non versasse la sua quota.
Tra gli ex ds non mancano sospetti sul fatto che a non pagare siano soprattutto gli ex margheritini. Accusa che nell’ex partito di Francesco Rutelli commentano così: “Noi siamo gente libera, abituata a discutere e a lasciare libertà d’azione. Senza residui di stalinismo”.
Renzo Lusetti ammette: “Io pago la mia quota a Roma, non a Varese, dove sono stato eletto, anche perché da lì nessuno me la chiede. Ma ho già versato 50 mila euro per la campagna elettorale”.

Da una ricostruzione di Panorama emerge che il grosso dei contributi territoriali (1.500 euro al mese che vanno sommati ad altrettanti richiesti a Roma) viene da deputati e senatori delle regioni rosse: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche. Altra musica al Sud. A Roma è stata sfrattata per morosità la sezione dell’ex Pci di viale Mazzini, quella di Massimo D’Alema. La sede pd che era subentrata ha mantenuto il nome, “Circolo Mazzini”, ma è ospitata nei locali del Pd di via Trionfale. A Milano il Pd ha sollecitato maggiori contributi per la campagna elettorale delle europee e amministrative. Se si dovessero confermare gli ultimi sondaggi che vedono il partito di Dario Franceschini sotto il 25 per cento, gli esiti sarebbero negativi anche sul piano finanziario: meno eletti, meno rimborsi elettorali.
L’ex segretario Walter Veltroni sudò sette camicie per raddrizzare i conti. Impose che i candidati si pagassero la campagna elettorale. E a Montecitorio mise alle calcagna dei deputati, perché pagassero tutti la quota, un cerbero dal pugno di velluto come l’ex parlamentare di Padova Piero Ruzzante, che era sul palco accanto a Enrico Berlinguer. Dice l’ex braccio destro di Veltroni, il senatore Giorgio Tonini: “Non mi risulta che ci siano evasori per le quote al partito nazionale. Per quanto riguarda invece quelle territoriali è un po’ una giungla sulle cui regole stiamo discutendo”. Aggiunge Tonini: “Non credo ci sia gente che i soldi li tiene in tasca per sé. Ci sono due concezioni diverse che non vanno demonizzate. Nella componente ex Ds vige la disciplina di partito, nell’ex Margherita c’è una dimensione più individuale. Magari i parlamentari provenienti da quel partito preferiscono spendere i soldi allestendo un proprio ufficio”.
Una soluzione l’ex presidente della vigilanza Rai Riccardo Villari, margheritino espulso dal Pd, l’avrebbe: il federalismo delle quote: “Si paga sulla base dei rimborsi elettorali che il Pd locale riceve”. Lei la quota la pagava? “Non in modo costante e continuativo a Roma. E mai quella locale”.
Altra musica nella Lega nord: 3 mila euro a testa e non si discute. È l’ultimo “partito comunista” d’Italia.

Spese elettorali ai raggi x, oltre 120 i milioni di euro sborsati. Nel 2006

Il piazzale antistante palazzo Montecitorio | Ansa
Per le elezioni del 2006, partiti, movimenti, liste e gruppi di candidati hanno sborsato oltre 122 milioni di euro. Ma dal totale sono escluse le spese affrontate dai singoli candidati. Non solo. I contributi da parte dello Stato in base ai voti ottenuti ammontano a poco più di 91 milioni di euro e saranno erogati fino al 2010. Così la Corte dei Conti passa ai raggi x gli esborsi della passata tornata elettorale e pubblica oggi il documento trasmesso ai presidenti delle Camere sui consuntivi delle spese e dei relativi finanziamenti. Sotto le lente della magistratura contabile sono finite in tutto 71 formazioni politiche che si sono presentate alle elezioni del 2006.

Con i suoi 50 milioni di euro è stata sicuramente Forza Italia la formazione che ha speso di più. Praticamente oltre un terzo del totale. Lo schieramento guidato da Silvio Berlusconi, evidenzia la Corte, ha ricevuto come contributo statale 12.343.500,77 di euro per la Camera e 13.413.965,84 per il Senato. Al secondo posto si piazza l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Nel 2006 il suo partito ha speso per le elezioni 12.389.160, 58 euro. In cambio ha ricevuto rimborsi pari a 7,3 milioni di euro. Seguono, quasi a pari merito, la Margherita del vicepremier Francesco Rutelli che per le elezioni del 2006 ha speso 10,6 milioni di euro e i Democratici di Sinistra con 10,4 milioni di euro. Quasi 8 milioni ha sborsato Alleanza Nazionale, poco più di 7 l’Ulivo. La Lega Nord di Umberto Bossi ha speso invece circa 5 milioni di euro mentre i Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio 4,3 milioni, un po’ meno la Rosa nel Pugno. Si attestano sui due milioni di euro gli esborsi dell’Italia dei Valori, del Partito dei comunisti italiani, di Rifondazione Comunista e dell’Udeur di Clemente Mastella.

Tra le liste che dichiarano di non aver speso un euro ma che hanno beneficiato dei rimborsi elettorali ci sono Forza Italia-An che si sono presentate insieme in Valle d’Aosta (poco più di 33mila euro) e la Lista dei consumatori (113.676,43 euro). Tra i rendiconti delle formazioni in cui si sono riscontrate irregolarità il più noto dei simboli è quello di Rifondazione Comunista. In particolare, osserva la Corte, “non è stata data la dimostrazione documentale delle spese sostenute dalle circoscrizioni regionali per la Direzione nazionale, per un importo di euro 502.072,15″. Per il resto, concludono i magistrati contabili, “l’analisi non ha riscontrato rilevanti profili di difformità né irregolarità”. E fra dieci giorni si ricomincia.

Pd: il partito non c’è, le correnti sì. E potrebbero affondare Veltroni

Il leader del Partito democratico Walter Veltroni, davanti al logo del Pd, durante la conferenza stampa di presentazione della organizzazione dei Giovani del Partito Democratico | Ansa
Ufficialmente tutti negano contrasti. Ma nel loft del Partito Democratico è muro contro muro. Dietro al quale stanno venendo alla luce vecchie correnti, tutt’altro che scomparse, del nuovo partito. Proprio quelle anime che il segretario Veltroni aveva invocato, fin dall’inizio del suo mandato, non ci fossero. E che invece sono sempre più forti. Almeno darsi battaglia sui temi costitutivi del Pd: l’organizzazione interna (statuto,congressi, tessere, elezioni); la laicità; la legge elettorale.
Sul primo tema, lo scontro è previsto nell’incontro tra i 100 componenti della commissione statuto, ma solo a inizio febbraio ci sarà la battaglia finale, quando verrà licenziato il testo definitivo da sottoporre al voto dell’assemblea costituente (prevista per i primi di marzo). L’ultima bozza, messa a punto dal presidente della commissione Salvatore Vassallo prevede l’elezione del segretario del Pd “entro e non oltre l’ottobre del 2009″. Ma a far arrabbiare le varie correnti, appunto, sono le regole che porteranno al nuovo appuntamento con gli elettori. Quattro sono le questioni principali ancora da sciogliere (la modalità di registrazione dei “sostenitori”, le candidature per le primarie, la composizione dell’Assemblea Nazionale e la selezione dei candidati al Parlamento), come ha spiegato lo stesso Vassallo in una lettera che ha per allegato anche gli emendamenti alternativi proposti dalla corrente Ds-Popolari, da quella di Enrico Letta, da quella di Rosy Bindi e dalla Sinistra per Veltroni. Innanzitutto, la modalità di registrazione dei “sostenitori”, ovvero gli elettori delle primarie: i veltroniani chiedono un albo “aperto”, al quale ci si possa iscrivere anche il giorno delle primarie; ex Ppi e Ds chiedono di chiudere le iscrizioni al massimo 7 giorni prima delle elezioni (come avviene negli Usa).
Ma sono i dalemiani lo spauracchio dei veltroniani (e viceversa). In realtà lo sono da più di un decennio: dalla battaglia dei fax del ‘98 per la segreteria del Pds. Solo che adesso gli uomini vicini al ministro degli Esteri hanno deciso di venire allo scoperto. Il 26 gennaio, un sabato, D’Alema riunisce a Roma una convention sul Partito democratico. L’iniziativa ha una cornice autorevole, è organizzata dalla Fondazione Italianieuropei che quest’anno festeggia il suo decennale. Verranno invitati senza dubbio il segretario Veltroni e il premier Romano Prodi. Ma a suo modo quell’appuntamento vuole trasformarsi in una prova di forza e avrà ben poco di seminariale. Lo staff del titolare della Farnesina sta infatti cercando una sala che possa contenere quasi un migliaio di persone. Tra i quali spiccheranno tutti i dirigenti dalemiani di stretta osservanza: Finocchiaro, Latorre, Violante, Fassino, Bersani. Potrebbe addirittura essere un “processo” al segretario che dal sito www.leftwing.it (indipendente legato però a esponenti dell’area dalemiana con un articolo anonimo e severissimo viene invitato a convocare finalmente il congresso “per sottoporre la sua piattaforma al voto dei delegati”.
Fosse solo per spirito di emulazione, anche i liberal e gli ulivisti di Rosy Bindi e Arturo Parisi chiamano a raduno le truppe per far sentire la loro voce nel Pd. I primi a tenere un’assemblea nazionale sono i “Democratici per davvero”, ossia l’area di Bindi e Parisi nata per sostenere la candidatura del ministro della Famiglia alle primarie del Pd. La data scelta è il 19 gennaio, cioè probabilmente all’indomani del pronunciamento della Corte costituzionale sull’ammissibilità dei referendum elettorali. Non è un caso, perché per gli ulivisti del Pd la legge elettorale preferita da un partito è la cartina al tornasole di come esso si concepisce. Bindi e Parisi rimproverano a Veltroni di intendere la vocazione maggioritaria del Pd come sua autosufficienza; mentre la loro preferenza è per una legge elettorale di tipo maggioritario e non proporzionale.
E anche i Liberal hanno deciso di far sentire la loro voce; il 26 gennaio l’area promossa da Enzo Bianco, Enrico Morando, Franco Bassanini e Valerio Zanone si radunerà a Roma, in un convegno a cui interverrà anche Walter Veltroni. Infatti, uno degli obiettivi è ribadire il sostegno al segretario del Pd proprio in un momento in cui l’organizzazione delle correnti interne sembra indebolirlo. I Liberal poi vogliono dire la loro anche sul tema della laicità, su cui, ha commentato Zanone, i vertici del Pd finora hanno “peccato di un eccesso di afasia”, lasciando troppo campo libero ai teo dem (altra corrente) Binetti, Bobba e Carra.
Per tutta risposta (istintiva e soprattutto difensiva), di fronte ai segnali che arrivano chiarissimi dalle antiche aree di riferimento della Quercia e della Margherita si stanno organizzando gli uomini vicini al segretario Veltroni (Dario Franceschini, Goffredo Bettini), che terranno una manifestazione a fine febbraio, quando inaugureranno anche la loro sede in via Goito, a Roma. L’annuncio è stato dato dopo una riunione tra Dario Franceschini e Beppe Fioroni (uomo in realtà vicino a Franco Marini). Il segnale è duplice: ribadire, a scanso di equivoci, l’appoggio alla segreteria Veltroni-Franceschini e chiarire che l’area popolare del presidente del Senato è tuttora unita e non ci sono divisioni tra Franceschini e Fioroni.
Il 16 febbraio, poi, anniversario del Protocollo di Kyoto esordirà anche, in un Convegno a Roma, l’Associazione degli eco-dem di Realacci, Vigni, Ronchi e Scalia. L’Associazione è già partita alla chetichella a novembre, mentre a febbraio verranno formalizzate le strutture anche a livello locale.

Calendario alla mano, da qui a fine febbraio sarà un un tourbillon di iniziative di aree politiche ognuna delle quali nega di non voler fare una corrente. Con il paradosso che queste esistono e fanno parte della struttura di un partito, ancora tutto da costruire.

Il Pd dell’Emilia cresce all’ombra della Quercia

Romano Prodi parla alla platea dei delegati dell'assemblea costituente del Pd dell'Emilia-Romagna
Partito nuovo, volti nuovi. Era questo il diktat che qualche settimana fa Walter Veltroni aveva lanciato ai quadri politici della periferia del Pd. Ma il messaggio sembra ora cadere nel vuoto, almeno in Emilia Romagna.

Con l’eccezione di Parma e Piacenza, alle elezioni di sabato 24 novembre per eleggere i coordinatori provinciali, non c’è infatti nessuna novità. A Modena (Stefano Bonaccini), a Ravenna (Alberto Pagani), a Imola (Massimiliano Stagni), a Rimini (Andrea Gnassi) e a Cesena (Daniele Zoffoli): i candidati, dati come vincenti, sono tutti “vecchi” segretari Ds. A Forlì, toccherà invece al leader locale della Margherita.
Ma il caso che ha fatto più discutere è stato quello del candidato di Reggio Emilia, Giulio Fantuzzi. Rispetto alle giovani stelle delle segreteria veltroniana, Fantuzzi non si può definire di certo “un volto nuovo”. Classe 1950, è stato nell’ordine: sindaco del Pci, eurodeputato Pds, segretario Ds, ed ora appunto candidato coordinatore del Partito democratico. E a chi gli ricorda le parole di Veltroni, risponde subito: “Innanzitutto non mi sento un rimbambito e comunque sono segretario Ds solo da un anno e mezzo. Certo, anch’io sono stato in ambascie per un certo periodo. L’esigenza di Walter è anche la mia. Mi sono però messo a disposizione perché in tanti me lo hanno chiesto. E poi età anagrafica ed età psicologica non coincidono necessariamente. Io, ad esempio, mi sento un innovatore, ho fatto la mia carriera e non ho più ambizioni di nessun tipo. Anche perchè la mia è una candidatura transitoria alla nascita del Partito Democratico”.
A proposito di innovazione: partito nuovo vuol dire anche partito senza tessere?
Nient’affatto. A Reggio Emilia abbiamo due partiti radicati e presenti dappertutto. Non nutriamo nostalgie, ma riteniamo che non si debba gettare l’acqua sporca con il bambino. Credo che le adesioni con il versamento di un corrispettivo siano importanti per due ragioni: per un problema di appetenza e perché offrono una base stabile di autofinanziamento, che significa non andare alla questua di eventuali sponsor e affiliazioni.
Come quelle con le cooperative rosse, i cui legami prima con il vecchio Pci e poi con i Ds sono stati più volte messi in dubbio.
Noi siamo abituati a fare da soli. La cooperazione va bene, l’importante è che sia limpida e trasparente. L’epoca dei collateralismi è davvero finita.
Reggio è la città di Prodi, ma è anche un territorio molto radicato alla vecchia tradizione comunista da parte del vostro elettorato. Come si fa a conciliare quell’esperienza con un progetto nuovo?
Non è un passaggio sconvolgente. La nostra città è stata la terra di costituenti del calibro di Giuseppe Dossetti e Nilde Iotti, che appartenevano a tradizioni fortemente contrapposte ma che hanno saputo lavorare insieme per il bene comune. E aldilà della vecchia egemonia del Pci, ha sempre visto la collaborazione tra queste culture.
Con il rispetto dovuto, ha fatto due nomi non certo nuovi. Nessun rischio di fare una remake del vecchio compromesso storico, ma con numeri più bassi?
In questi anni sono cresciuti tanti altri movimenti. E non è un caso che proprio qui l’Ulivo si sia mosso prima che in tante altre zone d’Italia. Certo: è ovvio che nella nascita del Pd, il ruolo fondamentale l’avranno Ds e Margherita, ma stiamo cercando di coinvolgere tante altre associazioni.

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