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Il fratello di Gabriele Sandri, Cristiano (a sinistra) abbracciato da un amico
“Ai familiari di Gabriele Sandri chiedo perdono. Ma non trovo le parole. Ho ucciso il loro figlio: dire che mi dispiace, che non volevo, non può essere sufficiente. Vorrei incontrarli, anche se so che non sarebbe facile”. Per la prima volta, all’agenzia Ansa, l’agente di polizia Luigi Spaccarotella, accusato dell’omicidio del tifoso laziale Gabriele Sandri, parla della vicenda.
“Quel maledetto 11 novembre”, racconta, “è morta anche una parte di me. Pochi giorni dopo chiesi al vescovo di Arezzo di far arrivare ai Sandri il mio cordoglio. Lui si mise in contatto con persone vicine alla famiglia di Gabriele ma, non so perché, gli fu risposto che i tempi non erano maturi”. Ripercorre quell’11 novembre 2007: “Correvo, il colpo è partito accidentalmente, poi è stato deviato. Non ho mirato all’auto: come si può pensare che abbia voluto uccidere qualcuno? Voglio pagare per quel che ho fatto, ma pensare che sia stato un omicidio volontario è troppo. Rimettermi la divisa, quando sono tornato al lavoro, non è stato facile”, aggiunge l’agente, non ho più voluto impugnare una pistola, né salire su un’auto della polizia”.
“Il perdono? È tardi. La richiesta arriva con una tempistica processuale ineccepibile, che fa sorgere qualche perplessità. Non suona come vera”. È il commento di Cristiano Sandri, fratello di Gabriele, alla richiesta di perdono avanzata da Luigi Spaccarotella, l’agente di polizia accusato dell’omicidio. “Incontrarlo? Non lo so, non ne abbiamo mai parlato. Ma sarebbe difficile. In dieci mesi non l’abbiamo mai sentito. Né direttamente né attraverso altre persone abbiamo mai ricevuto suoi messaggi. Un conto sarebbe stato incontrarlo subito, ma che la sua richiesta e le scuse arrivino a processo iniziato appare fuori luogo”.
“È una mossa un po’ tardiva”, aggiunge l’avvocato dalla famiglia Sandri, Michele Monaco. “E poi, dicendo che il colpo è partito accidentalmente, Spaccarotella nega l’evidenza. Ci sono prove, testimoni, che dimostrano il contrario. È un errore continuare a sostenere la tesi della disgrazia quando ci sono quattro testimoni che danno indicazioni per una volontarietà dell’azione. In assenza di un’ammissione di responsabilità”, ha aggiunto il legale, “è difficile pensare di perdonare chi ha ucciso Gabriele”.
“Vorrei che il processo finisse presto, ma forse la fretta può essere cattiva consigliera”. Così commenta la vicenda processuale l’agente di polizia accusato di omicidio volontario per la morte del tifoso laziale. L’udienza preliminare, che doveva iniziare giovedì scorso, è stata annullata dopo che uno degli avvocati di Spaccarotella ha sollevato eccezione, spiegando che non gli era stato notificato l’avviso di chiusura indagini. Quel giorno, l’agente non si è presentato in aula, per “timori per la presenza di ultrà”, spiegò poi il suo avvocato Gianpiero Renzo. “So di scritte minacciose contro di me”, dice l’agente, “di un clima ostile, che comprendo, ma che non posso non temere”. Qualche tempo fa Spaccarotella è tornato da solo nell’area di servizio dove avvenne l’omicidio. “Mi sembrava che intorno ci fosse silenzio”, ricorda, “eppure c’era il rumore delle auto. Guardavo, ma non riuscivo a pensare”.
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Il VIDEO servizio:
Volevano guardare negli occhi il poliziotto accusato dell’omicidio di loro figlio. Ma stamani, per l’udienza preliminare - poi annullata - del processo sulla morte di Gabriele Sandri, 26 anni, il tifoso laziale ucciso lo scorso 11 novembre nell’area di servizio dell’A1 Badia al Pino (Arezzo), l’imputato, Luigi Spaccarotella, 32 anni, non si è presentato. “C’erano timori per la presenza di ultrà e per le minacce che possono far pensare a un pericolo concreto”, hanno spiegato i legali dell’agente, secondo i quali il poliziotto avrebbe anche ricevuto telefonate anonime.
“Non ho mai visto in faccia l’assassino di mio figlio”, ha ribattuto il padre di Gabriele, Giorgio, “non so come facciano gli ultrà a sapere chi sia e a minacciarlo”. A Spaccarotella Giorgio Sandri manda a dire “di fare l’uomo”. Il padre di Sandri ha spiegato che sta aspettando le scuse dell’agente, anche se non è “assolutamente disposto a perdonarlo”. Anche la madre di Gabriele, Daniela, stringendo il maglione nero indossato dal figlio il giorno prima dell’omicidio, ha sostenuto fra le lacrime che se l’agente “ha una coscienza deve riconoscere la sua colpa”. Daniela stamani avrebbe voluto guardare Spaccarotella “in faccia, negli occhi”, racconta, “per capire come gli è passato in testa di sparare”.
I difensori di Spaccarotella Giampiero Renzo e Francesco Molino, avevano intenzione di chiedere il rito abbreviato condizionato a un nuovo sopralluogo nell’area di servizio in cui venne ucciso Sandri e a nuove analisi delle perizie di parte. Niente nuovi esami, invece, delle testimonianze dei quattro che avrebbero visto Spaccarotella sparare con le braccia tese verso l’auto su cui viaggiava Sandri. Per Renzo “i testimoni sono totalmente inaffidabili”. Ma di chiedere il rito abbreviato non c’è stato il tempo. L’udienza è stata annullata dal Gup Simone Salcerini che ha accolto un’eccezione presentata dalla difesa.
Uno dei due legali di Spaccarotella, l’avvocato Renzo, ha sostenuto di non aver ricevuto l’avviso di chiusura indagini: la notifica sarebbe avvenuta tramite un fax inviato al numero sbagliato. Una questione burocratica che ha portato il giudice a chiedere lo slittamento dell’udienza, che non dovrebbe tenersi prima di un paio di mesi. Una decisione che il legale dei Sandri, Michele Monaco, condivide “per non rischiare che il processo possa poi essere annullato in Cassazione”. Però, “quel numero di fax”, ha aggiunto Monaco, “era stato comunicato alla cancelleria del tribunale. Il consiglio dell’ordine degli avvocati dovrà verificare se” quello dell’avvocato Renzo è stato “un comportamento deontologicamente corretto”.
I legali di Spaccarotella hanno come primo obiettivo la derubricazione dell’ipotesi di reato: i due avvocati escludono la volontarietà. All’uscita del tribunale la famiglia Sandri è stata accolta da una ventina fra ultrà laziali, parenti e amici arrivati ad Arezzo per sostenere in maniera pacifica e silenziosa papà Giorgio, mamma Daniela e Cristiano il fratello di Gabriele. Durante l’udienza, gli ultrà hanno affisso uno striscione: “Giustizia per Gabriele”. “Sappiamo che è un processo limpido”, ha commentato Cristiano Sandri, “non abbiamo paura di sorprese. A mio fratello è dovuta una giustizia giusta”. “Anche se gli danno 100 anni di punizione”, ha commentato Daniela, “Gabriele non torna”.
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di Karen Rubin
Non ha dubbi la famiglia Sandri: l’agente della Polstrada Luigi Spaccarotella, che con un colpo di pistola uccise il tifoso laziale Gabriele Sandri, nell’area di sosta autostradale di Badia al Pino, ha commesso un omicidio volontario con dolo e per questo reato è sotto processo. Cristiano Sandri replica con durezza alla tesi difensiva secondo cui il colpo partì accidentalmente. Rifiuta l’ipotesi secondo la quale il proiettile non avrebbe colpito la macchina se non fosse stato deviato dall’impatto con la rete metallica (vedere l’articolo su Panorama 38) che separava le due carreggiate, su cui si trovavano rispettivamente la vittima e l’imputato. Siamo convinti che il giudice abbia già quanto basta per dimostrare che mio fratello è stato ucciso volontariamente. Le testimonianze parlano chiaro. Sono quattro le persone estranee ai fatti che hanno assistito all’omicidio di Gabriele. Sono tutti d’accordo nel confermare che Spaccarotella impugnò la pistola con entrambe le mani e che a braccia tese mirò inconfutabilmente in direzione della macchina”.
I legali di Spaccarotella affidano l’impianto della difesa alla relazione tecnica di Domenico Compagnini e di Paolo Russo, da cui si evince che il colpo esploso dall’agente colpì la rete subendo una deviazione orizzontale prima di raggiungere la vittima. “La deviazione non modificherebbe comunque la posizione penale dell’imputato” ritiene Michele Monaco, legale della famiglia Sandri. “Sparando verso la macchina si è assunto la responsabilità di ciò che è accaduto dopo”.
I legali dell’imputato non dicono che la perizia di Compagnini aggiunge: “La deviazione non è quantificabile”. E che “per capire la intenzionalità del gesto di Spaccarotella, imperscrutabile agli esperti, soltanto le testimonianze di chi ha visto direttamente possono contribuire a fare chiarezza”. Per la famiglia Sandri, se saranno i testimoni a determinare il convincimento del giudice, sarà difficile che l’agente veda derubricare il reato commesso da omicidio volontario a omicidio colposo.
La battaglia tra difesa e accusa si basa anche sull’interpretazione delle tre relazioni di consulenza tecnica ordinate dal pubblico ministero Giovanni Ledda, nel corso delle indagini preliminari, all’ingegnere Gabriel Maria Ingo. Gli avvocati di Spaccarotella citano la seconda perizia a favore della loro tesi: “Le analisi chimiche effettuate sulla rete metallica rilevano la presenza di elementi compatibili con il proiettile”. In poche parole, sarebbe stato l’impatto con la rete a determinare la deviazione del proiettile verso la macchina e la morte di Gabriele Sandri.
La famiglia della vittima cita invece la terza, integrativa e conclusiva perizia di Ingo: “Per quanto riguarda il proiettile, esso ha subito in sequenza l’impatto con: il vetro dell’autovettura, la collana in argento (della vittima) troncandola, il corpo di Sandri, la collana in argento una seconda volta”.
Nella rete (seconda perizia) ci sono elementi compatibili con il proiettile, mentre sul proiettile (prima perizia) non ci sono tracce riferibili alla rete. Una contraddizione che induce il magistrato a ordinare a Ingo la terza perizia. “Il proiettile analizzato è stato rinvenuto subito, mentre la rete è stata messa in sequestro il 27 dicembre del 2007, più di un mese dopo l’accaduto. Elementi compatibili con il proiettile possono ritrovarsi anche in alcuni strumenti di lavoro con cui si montano quelle recinzioni. E poi l’indagato era a piede libero, non esiste per lui come per ogni altro cittadino indagato il rischio che possa aver inquinato le prove?” chiede Giorgio Sandri.
Ma cosa spinse Spaccarotella a impugnare la pistola? La rissa scoppiata nell’area di servizio autostradale tra i tifosi laziali e juventini era finita, “non sussistevano pericoli tali da giustificare l’estrazione della Beretta calibro 9 in dotazione agli agenti della Polstrada, il colpo è esploso nel momento in cui i ragazzi erano già in fuga, nelle macchine in movimento” afferma Maurizio Martucci, giornalista e autore del libro 11 novembre 2007 (Sovera editore).
Le dichiarazioni rilasciate dall’agente a un giornalista accorso sul posto discordano, secondo Martucci, da quelle invece rese in presenza del suo avvocato al cospetto del pubblico ministero aretino: “Al quotidiano Il Giornale Spaccarotella raccontò di aver fatto fuoco verso l’auto a scopo intimidatorio, al magistrato disse che il colpo partì accidentalmente mentre alzava il braccio, non per puntare l’arma, ma nella mimica del gesto di chi vuole fermare una persona che fugge” scrive Martucci nel libro, che viene presentato il 22 settembre al Campidoglio a Roma.
Il libro fa la cronistoria di una giornata drammatica e sostiene che dopo la morte di Sandri “gli errori si susseguirono a catena. I mezzi di informazione stravolsero la notizia imputando la morte di Gabriele alla rissa scoppiata tra i tifosi nell’area di servizio”. La verità raggiunse i tifosi di tutta Italia attraverso un tam tam partito dal luogo del delitto, dove nella giornata si concentrarono parenti e amici di Gabriele. I tifosi volevano che il campionato fosse sospeso, come era accaduto quando allo stadio di Catania fu ucciso l’ispettore di polizia Filippo Raciti. Si decise, invece, di continuare a giocare. Una decisione che gli ultrà non accettarono, scatenando una giornata di guerriglia urbana in diverse città italiane.
E mentre la famiglia Sandri non si dà pace e il padre Giorgio continua a chiedersi perché l’agente Spaccarotella non abbia mai provato a cercarlo per chiedere perdono, ogni domenica su striscioni delle curve in ogni stadio d’Italia campeggia lo slogan “Giustizia per Gabriele”.
“Se necessario costruiamo celle negli stadi per mettervi subito chi delinque”. Lo ha detto il presidente della Lega Calcio, Antonio Matarrese, a margine della presentazione della campagna di comunicazione contro la violenza degli stadi promossa dal ministero dell’Interno.
Sulla possibilità invece di importare o meno il modello inglese di lotta al tifo violento, il numero uno della Lega è stato molto chiaro: “Loro hanno un’altra cultura e poi non dimentichiamo che noi abbiamo comunque un’ottima tifoseria fatta di gente per bene che segue le squadre. Certo, in Italia ci sono delle leggi che vanno cambiate”, ha aggiunto, “e così anche le attività di quegli uomini politici che trovano gusto a difendere quelle persone che dovrebbero andare in galera. Invece, da noi c’è la corsa al padrino politico per la ricerca dei consensi. Noi non dobbiamo imitare nessuno, ma semplicemente dobbiamo cambiare e applicare le leggi, magari mettere se necessario delle celle negli stadi. Così se ci sono delinquenti, si mettono subito in cella e poi si trasferiscono nelle carceri. O siamo forti o è meglio arrendersi. Noi non ci arrendiamo”.
La campagna di comunicazione del ministero è costituita da spot in televisione, nei cinema e sui siti internet, nonché magliette per dire no ai tifosi violenti. L’iniziativa è stata presentata oggi dal ministro Roberto Maroni, dal presidente della Lega Calcio, Antonio Matarrese e dal presidente della Federcalcio Giancarlo Abete. Si tratta, ha spiegato Maroni “di una campagna di sensibilizzazione per promuovere i valori veri dello sport ed il tifo corretto: l’iniziativa si affianca alle misure anti violenza adottate”.
la campagna partirà domani con uno spot di 30 secondi sulle reti Rai, che presentano immagini di belle azioni di gioco alternate alle violenze dei tifosi. Lo slogan è “Tifosi violenti, vigliacchi all’ultimo stadio”. In seguito gli spot andranno in onda anche sulle reti Mediaset, in alcuni cinema, sui siti internet dei quotidiani sportivi ed anche sui maxi schermi degli stadi. Nella prossima giornata di campionato, inoltre, i calciatori di A e di B entreranno in campo indossando una maglietta con la scritta “Stop alla violenza”. A indossarla, oggi al Viminale, il pugile medaglia d’argento a Pechino Clemente Russo.
Matarrese ha assicurato che “continueremo a combattere la violenza senza abbassare la guardia: i presidenti stanno facendo l’impossibile, a volte hanno espressioni poco felici, ma poi si ravvedono e non dimentichiamo che alcuni vanno in giro con la scorta perché si sono opposti alle tifoserie violente”. Abete, da parte sua, ha sottolineato che “questa è una battaglia che si può vincere insieme”.
Lo spot del ministero, “Stop alla violenza”:
E adesso che è un ragazzo libero (dalla scorsa mezzanotte, per scadenza dei termini di custodia cautelare), il suo primo appuntamento è stato con la stampa. Antonino Speziale, uno dei due giovani accusati di avere ucciso l’ispettore Filippo Raciti in occasione del derby Catania-Palermo del 2 febbraio 2007, questa mattina si è sottoposto al fuoco di fila delle domande dei cronisti.
Parla Speziale, incontrando i giornalisti nello studio del suo legale, l’avvocato Giuseppe Lipera, e dopo aver ribadito di “essere innocente e di non avere niente da temere”, butta lì anche il suo giudizio sull’ispettore Filippo Raciti. Che “era e resta un eroe, un servitore dello stato morto in servizio”.
“Mi dispiace per Raciti e la sua famiglia” ha aggiunto “suo marito era un eroe morto mentre faceva il suo lavoro, ma non sono stato io a ucciderlo”. Il giovane ha ribadito di “non avere mai visto le forze dell’ordine come rivali”. “Ho commesso degli errori” ha ammesso “ma per me i poliziotti sono padri di famiglia che fanno il loro lavoro come tanti altri”.
Ai tifosi Speziale ha lanciato un appello: “Chi va allo stadio non credo lo fa con l’intento di scatenare violenza” ha detto “ma quello che è accaduto è una brutta strada, bisogna stare attenti a non combinare guai”.
Con al fianco i legali e il padre Antonino ripercorre così la sua vicenda: “Del 2 febbraio dell’anno scorso ho ricordi molto labili, quello che è successo non lo ricordavo completamente, poi mi sono visto nel filmato. È vero, ho preso il sottolavello ma l’ho gettato in aria per togliermelo dalle mani e quando l’ho lanciato non c’erano esponenti delle forze dell’ordine”. Quel sottolavello con cui sarebbe stato ucciso l’ispettore Raciti. Tesi contestata, però, dal Ris di Parma che ha espresso “pesanti dubbi” sulla presunta arma che avrebbe ucciso il poliziotto.
Speziale ha parlato anche della sua esperienza in carcere e in un centro di recupero: “Sono cresciuto molto - ha detto - e sono maturato, perché adesso mi sento più sereno”. Sul suo futuro, il giovane ha detto di “non avere timore del parere della gente o dell’opinione pubblica perché sono innocente, e chi è innocente - ha osservato - non ha paura di niente”.
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Che sia per “par condicio” non cambia la sostanza. La doccia per i tifosi dell’Inter è fredda: niente trasferta a Parma, nell’ultima (e decisiva) partita di campionato. L’ha deciso il Comitato per l’ordine pubblico di Parma. Pur convinto della correttezza dei tifosi parmigiani e nerazzurri, il prefetto di Parma, Paolo Scarpis, ha deciso la chiusura del settore ospiti dello stadio Tardini per domenica. Lo spazio, di circa 1.600 posti, sarà assegnato alle scuole o alla libera vendita a Parma.
Lo ha spiegato lui stesso ai cronisti, motivando la scelta coi pericoli derivanti dalla contemporanea trasferta vietata dei romanisti a Catania. “Non avevo dubbi sulla correttezza dei tifosi del Parma e dell’Inter - ha spiegato il prefetto Paolo Scarpis - ma alla luce del divieto della Prefettura di Catania di vietare la trasferta degli ultras romanisti motivata dai precedenti fra le due squadre, e sentito il Comitato per l’ordine pubblico, ho emesso un decreto che impone la chiusura del settore ospiti ai gruppi ultrà dell’Inter e la destinazione dei posti alle scuole o alla libera vendita. In più, la segnalazione del questore di Roma sull’eventualità che tifosi romanisti potessero arrivare a Parma ha aumentato la possibilità di pericolo”. “Comunque - ha detto ancora Scarpis - le forze dell’ordine della nostra città sarebbero state in grado di controllare la situazione ma in ogni caso è dovere del prefetto evitare qualunque possibile ferita alla città. Mi auguro che domenica sia una festa di sport quale sia il risultato finale”.
Il prefetto ha imposto la vendita di soli due biglietti nell’area di Parma e Provincia e il divieto della vendita dei tagliandi del Tardini nel circuito telematico. La prevendita terminerà sabato alle ore 19.
Ma… i supporters nerazzurri non ci stanno: nonostante il divieto del prefetto confermano che domenica prossima saranno a Parma ma garantiscono “un’invasione assolutamente pacifica” della città. “La Nord, nel caos che regna, tiene a confermare l’unica certezza: gli interisti ci saranno!” si legge su un comunicato apparso sul sito della curva Nord nerazzurra. “Sia chiaro - prosegue il comunicato - che domenica, piaccia o no, ci sarà comunque un’invasione nerazzurra che sarà assolutamente pacifica e che la nostra voce, dentro o fuori dallo stadio, dovrà essere un boato!”. “Non si può pensare - prosegue la curva nord - che 100 km che separano Milano, l’Inter e soprattutto gli interisti dalla possibilità di vincere uno scudetto, possano rappresentare per qualcuno un ostacolo. La volontà diffusa ed accertata dalle centinaia di mail che arrivano al nostro sito oltre che dalle centinaia di telefonata da ogni parte d’Italia, è di accogliere la squadra all’arrivo all’esterno dello stadio e, se proprio non ci sarà l’opportunità di assistere all’incontro, di attenderne l’uscita al termine dell’incontro. Per far questo non c’è decreto o divieto che tenga o possa arginare questo diffuso desiderio”.
Il VIDEO servizio:
La palla avvelenata della decisione finale sulle trasferte dei tifosi nell’ultima giornata di campionato passa nelle mani del prefetto di Parma. E dopo il divieto di ieri ai tifosi giallorossi ad assistere alla partita con il Catania è a rischio anche la trasferta degli interisti a Parma. L’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive ha invitato il Prefetto di Parma, in vista della gara in programma domenica tra Parma e Inter, “ad adottare ogni iniziativa ritenuta necessaria, quale conseguenza delle segnalate criticità sotto il profilo dell’ordine pubblico, anche esaminando l’opportunità di disporre qualsiasi limitazione considerata utile per il regolare svolgimento dell’evento”.
In attesa di sapere se gli interisti avranno il via libera, Ticket One ha posticipato la vendita dei biglietti per Parma-Inter. “Su disposizione del Parma F.C. l’apertura delle vendite per l’incontro Parma-Inter in programma il 18 maggio allo Stadio Tardini è stata posticipata a data e ora da destinarsi”, rende noto la società impegnata nel settore dei servizi integrati di biglietteria.
L’Osservatorio intanto respinge le accuse di parzialità. Davanti alle “considerazioni critiche comparse sulla stampa e connesse alla presunta disparità di trattamento” delle gare del campionato di calcio Parma-Inter e Catania-Roma non si “può che rilevare come possa parlarsi correttamente di disparità solo quando situazioni simili vengono trattate diversamente e non quando, come accade nella realtà, si adottano criteri e parametri identici per casi del tutto differenti”.
La criticità della gara Parma-Inter - e il susseguente suggerimento al prefetto di adottare ogni utile limitazione - si è alzata, martedì sera, quando al Viminale è giunta anche una segnalazione della questura di Roma relativa alla possibilità che alcuni tifosi romanisti potessero recarsi a Parma con conseguenti problemi di ordine pubblico.
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Domenica prossima, ultima giornata di campionato, i tifosi interisti partiranno per la trasferta a Parma, ma i romanisti non potranno raggiungere Catania. La decisione di vietare la trasferta è stata presa, sottolinea l’Osservatorio nazionale per le manifestazioni sportive, con il “massimo rigore” tenendo in considerazione tutti i criteri che fino ad oggi sono stati seguiti nelle decisioni dell’organismo.
In particolare, sono state valutate “le notizie provenienti dalle autorità preposte alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, i precedenti incontri diretti ed i livelli di pericolosità espressi dalle frange più facinorose delle diverse tifoserie, individuati sulla base dell’osservazione dei comportamenti tenuti prima, durante e dopo le partite di calcio tenutesi negli ultimi tempi”.
Ecco dunque il perché della decisione di invitare i prefetti non solo di Catania (per Catania-Roma), ma anche di Roma (Lazio-Napoli), Lecce (Lecce-Bari), Verona (Verona-Pro Patria e Chievo-Vicenza) e Perugia (Perugia-Ancona) a valutare “l’opportunità di disporre limitazioni nella vendita dei tagliandi ai tifosi ospiti”. Ciò significa che ogni prefetto deciderà autonomamente che tipo di limitazioni adottare: dalla vendita del biglietto individuale alla chiusura del settore ospiti.
“Non ci pare opportuno che venga consentito ai tifosi romanisti di venire a Catania per la partita” ha affermato il prefetto della città siciliana Giovanni Finazzo. “Ci sono siti Internet” rivela il prefetto in un’intervista al quotidiano La Sicilia “che fanno presagire la volontà di vendicarsi e questo potrebbe provocare incidenti”.
Tra i delusi da questa decisione delle autorità ci sono i tifosi parlamentari. “Una decisione iniqua, che rischia di alimentare tensioni e polemiche”: così Paolo Cento, presidente del Roma Club Montecitorio, valuta la scelta dell’Osservatorio del Viminale di vietare la trasferta a Catania ai tifosi giallorosso. “La decisione di vietare la trasferta dei tifosi romanisti a Catania penalizza la Roma che non potrà essere sostenuta dai propri tifosi nella partita decisiva” dice Cento. “Il diverso trattamento riservato ai tifosi dell’Inter in trasferta a Parma è di fatto un elemento di iniquità che può solo suscitare polemiche e tensioni”.
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L’Osservatorio del Viminale vieta ai tifodi giallorossi la trasferta a Catania per l’ultimo e decisivo match della stagione. Interisti invece ammessi a Parma. Siete d’accordo?