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Haiti/ Adottarli? Meglio aspettare

Occhioni neri, sperduti, intensi, di bimbi rimasti soli. Fra le tante immagini di disperazione, morte, fame, malattia e sconquasso arrivate al mondo dopo il terremoto di Haiti, sono quegli sguardi a colpire di più le coscienze di chi, da lontano, assiste al disastro. Due milioni (su una popolazione complessiva di 9,6) i bambini coinvolti, 50 mila, secondo le prime stime, i piccoli cui il sisma ha portato via i genitori. Prima del 13 gennaio i figli senza una mamma né un papà erano già 380 mila. I piccoli di Haiti hanno bisogno di aiuto e il mondo risponde. Continua

Maroni: in Italia traffico di organi di minori

Roberto Maroni

“Abbiamo delle evidenze di traffici” di organi “di minori che sono presenti e sono stati rintracciati in Italia’”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, intervenendo all’assemblea annuale dell’Unicef a Roma.
Maroni ha parlato dei mezzi di contrasto del fenomeno: “uno dei mezzi più efficaci che useremo adesso sarà l’attuazione di un accordo internazionale, quello di Prum, che istituisce in Italia la banca dati nazionali del Dna, come anche negli altri paesi europei. Potremo contrastare meglio il fenomeno con questi strumenti”.
Parlando poi dei giovanissimi immigrati sbarcati a Lampedus, il ministro ha aggiunto: “Tutti i minori che sono sbarcati a Lampedusa sono già stati prelevati e portati nelle comunità”.
Il ministro ha spiegato che tra ministero dell’Interno e Comuni italiani c’è “una collaborazione molto efficace per assegnare questi minori a comunità familiari che li tengono, accudiscono, e li fanno crescere. Nessuno di loro - ha concluso - viene espulso e vengono tutti accolti con grande ospitalità dalle famiglie italiane”.

Le evidenze del traffico si spiegano secondo Maroni con l’analisi incrociata dei dati sui ragazzi extracomunitari scomparsi dopo esser arrivati a Lampedusa e le segnalazioni relative al traffico d’organi inviate dai paesi d’origine alla polizia italiana tramite Interpol. La traccia del traffico d’organi, ha aggiunto Maroni, è rintracciabile “negli esposti provenienti da diversi paesi del mondo che nel corso degli anni, e anche nel 2008, sono stati portati all’attenzione della polizia italiana, che ha iniziato un’attività di indagine”. Evidenze, inoltre, che “si incrociano con un dato che è assolutamente negativo e molto preoccupante e che riguarda i minori extracomunitari che spariscono ogni anno in Italia”. Il titolare del Viminale cita il dato relativo al 2008: “su 1.320 minori approdati a Lampedusa l’anno scorso, ovviamente portati da qualcuno, circa 400 sono spariti. Di loro non abbiamo più notizie. Incrociando questo dato con alcuni esposti sul traffico di organi, arrivati dai paesi d’origine di questi minori, possiamo ritenere che il fenomeno tocchi anche il nostro paese”.
Per questo Maroni ha ribadito che solo con la banca dati del Dna si può affrontare e risolvere il problema. “Oggi gli strumenti a disposizione non ci consentono di accertare se effettivamente la scomparsa di questi minori sia da mettere in relazione ad un traffico di organi” spiega il ministro “Saremo in grado di farlo appena il Parlamento approverà il trattato di Prum, già approvato al Senato: l’istituzione della banca dati del dna ci consentirà di prelevare il codice genetico ai minori in modo da poter incrociare i dati con certezza e proteggerli meglio”.

La rete trapiantologica italiana è “sicura ed estranea al fenomeno del traffico di organi, ma è stata allertata” alla luce di traffici connessi a paesi extraeuropei. Questa la risposta del direttore del Centro nazionale trapianti (Cnt), Alessandro Nanni Costa alle affermazioni del ministro Maroni. “Nessun organo con provenienza sconosciuta può entrare nella rete trapiantologica italiana”. “Tutti gli organi prelevati nelle rianimazioni italiane e utilizzati nei centri trapianto hanno un percorso dal donatore al ricevente chiaramente definito e immediatamente rintracciabile”. La rete è stata però allertata, ha aggiunto il direttore del Cnt, proprio alla luce del fenomeno del traffico di organi a a livello internazionale: “Abbiamo avvisato i centri trapianto di mettersi in contatto immediatamente con le autorità competeneti e il Cnt qualora si presentassero pazienti richiedenti cure con organi già trapiantati in stati fuori dall’Europa e di provenienza incerta”.

Impronte ai bambini rom, il Garante: rischio discriminazione

Momenti di tensione nel campo rom di via Argine

Il Garante per la protezione dei dati personali mette in evidenza i rischio discriminazione; l’Unicef Italia esprime “stupore e grave preoccupazione”; il ministro Roberto Maroni dice invece che il governo andrà avanti. Insomma, è polemica sulla proposta del Viminale per rilevare le impronte digitali ai rom (anche minorenni). A prendere posizione è il Garante per la protezione di dati personali che ha deciso di chiedere informazioni alle autorità competenti e in particolare ai Prefetto di Roma, Milano e Napoli (nominati Commissari straordinari di governo per l’emergenza rom) sull’eventuale ricorso a forme di rilevazione anche biometriche estese ai minori, per finalità di identificazione o di censimento di comunità di nomadi. Il Garante rileva, infatti, che tali modalità potrebbero coinvolgere delicati problemi di discriminazione, che possono toccare anche la dignità delle persone e specialmente dei minori.
Interviene anche l’Unicef Italia, che esprime “stupore e grave preoccupazione” per la proposta del Ministro degli Interni. “Verrebbe da proporgli, per rispettare il diritto all’uguaglianza di tutti i bambini” afferma il presidente Vincenzo Spadafora “di schedare allo stesso modo tutti i bambini italiani Ci auguriamo che si tratti di una proposta provocatoria destinata a non avere seguito. I bambini rom non sono diversi dagli altri bambini (tra l’altro molti di loro sono cittadini italiani a tutti gli effetti), ma soprattutto i bambini non possono e non devono essere trattati come gli adulti. Sono mesi ormai - prosegue - che l’attenzione delle istituzioni, nonchè dell’opinione pubblica e dei mass media italiani si concentra sulle comunità rom presenti nel nostro territorio. Un’attenzione che, come Unicef Italia, chiediamo non si trasformi in principi di discriminazione verso popolazioni e soprattutto bambini in condizioni di evidente vulnerabilità.
Ma ad asicurare che il piano del governo andrà avanti è lo stesso ministro dell’Interno: “Non ci faremo impressionare o fuorviare da chi esprime giudizi e conosce poco questa terribile realtà che fa dell’Italia uno dei Paesi più arretrati al mondo”. Maroni, a margine della Conferenza programmatica dell’Anci, ha sostenuto che si tratta di una norma che punta al superamento dell’emergenza nomadi. “Rifiuto l’idea” ha detto il Ministro “che un Paese civile possa accettare di vedere minori che dividono lo spazio con i topi. Questo è quanto avviene nei campi nomadi. Coloro che hanno protestato, dall’Unicef in giù, dicano se sono d’accordo nel consentire che oggi in Italia nei campi nomadi i minori convivano con i topi”. Il titolare del Viminale ha quindi sostenuto “io voglio affermare i diritti dell’infanzia, i diritti dei bambini di vivere una vita normale in condizioni decenti, senza essere inviati all’accattonaggio o peggio ancora”.

“Prendere le impronte digitali ai minori dei campi rom per evitare fenomeni come l’accattonaggio”. Siete d’accordo con il piano del ministro Maroni?

No profit, no web: i siti del terzo settore non superano la prova

La home del sito di Banca Etica
Il mondo del volontariato sul web non è efficace e non riesce a dialogare con i giovani. Lo dice una ricerca del gruppo di lavoro della dell’Università degli studi di Udine, coordinato da Francesco Pira, docente di Comunicazione sociale e pubblica e Relazioni pubbliche. Il rapporto ha preso in considerazione 23 siti, divisi per otto aree tematiche: pubblica assistenza, volontariato, tutela dell’ambiente, protezione animali, donazione del sangue, economia sociale, tutela dei minori e diritti umani. Di questi soltanto sei sono risultati accessibili: Wwf, Fare Verde, Altro Mercato, Banca Etica, Unicef, Emergency e Telefono Azzurro, che però ha soltanto la possibilità dell’ascolto audio di alcuni contenuti.

“Rispetto alla rilevazione del 2006″, spiega il professor Pira, “è cambiato pochissimo e le critiche che avevamo mosso non sono state raccolte. Non sono aumentati gli investimenti”. Alcuni miglioramenti ci sono stati, soprattutto nelle pagine di Wwf, Altro Mercato, Nessuno Tocchi Caino ed Emergency. Ma l’unica novità viene da Green Peace che trasferisce su You Tube le immagini di alcune attività importanti. Emercgency ha mantenuto alti gli standard dei contenuti, mentre Avis, Fratres e Caritas hanno compiuto piccoli passi in avanti. Nell’insieme, però, il lavoro svolto non è soddisfacente. Secondo Pira questo accade perché “il mondo del volontariato non si fida della rete e forse preferisce concentrarsi in attività sui territori. Ma le due cose non sono incompatibili. C’è un forte bisogno di trovare sul web risposte a quesiti che magari tantissime donne e uomini, ragazze e ragazzi mai riuscirebbero a porre di persona ma potrebbero invece farlo attraverso una mail o un sms”. Scarsa anche l’attenzione per le fasce deboli: “L’accessibilità per i non vedenti, gli ipovedenti e le persone che non fanno uso degli arti è quasi nulla. Non c’è, come abbiamo già detto in passato, nessun obbligo di legge al contrario che per i portali pubblici, ma rimane quello etico-morale”, sottolinea Pira.

Insomma, a fronte di una richiesta sempre maggiore degli utenti (soprattutto giovanissimi), le associazioni italiane non riescono a dare risposte soddisfacenti e non sanno utilizzare il mezzo più immediato a loro disposizione: internet. “Anche perché”, dicono dall’università di Udine, “il volontariato a differenza della politica, delle istituzioni e delle imprese non ha utilizzato e non utilizza per implementare i contenuti i laureati in Relazioni pubbliche o Scienze della comunicazione che hanno il giusto know how per lavorare a questi progetti”.

Abusi sui bimbi: i sintomi immediati e i traumi permanenti

La prima conseguenza di una violenza sessuale su un bambino? Secondo un rapporto Unicef (qui il .pdf) le vittime di abuso possono avere sintomi di intrusione: il ricordo dell’evento traumatico continua a tornare alla mente sotto forma di pensieri o di sogni. Ecco perché i bambini possono aver paura di andare a dormire: gli incubi sono ossessioni inevitabili.
Alcuni eviteranno luoghi e persone che ricordano loro il trauma: cercano di rimuovere il dramma, ma la rimozione si accompagna spesso con forme di apatia e disinteresse per la vita e per il futuro.
I bambini in età prescolastica si trovano nella fase in cui imparano a fidarsi degli altri, sviluppano sicurezze e legami, oltre che il controllo sul proprio corpo e sui propri impulsi. Stanno sviluppando adesso la loro identità e autonomia, cercano di capire il mondo che li circonda e quindi hanno una capacità di capire quello che sta succedendo soltanto limitata. In caso di abuso, l’angoscia legata alla separazione dai genitori può aumentare e possono vivere con molta ansia l’incontro con persone al di fuori della cerchia dei familiari. Possono presentare comportamenti regressivi, come bagnare il letto, ma anche la perdita di interesse per il gioco, che rappresenta un segnale di depressione.
Alcuni bambini dicono che quando cercano di spiegare le proprie sensazioni ed emozioni gli adulti non li ascoltano. Sono molto più attenti, invece, quando si parla di dolori fisici. Ecco perché risulta più facile parlare degli effetti puramente fisici del trauma. Del resto, anche questi non mancano, perché sentimenti così potenti si trasformano facilmente in malattie: il sistema immunitario è indebolito dal dolore psicologico.
La violenza minaccia la sopravvivenza, il benessere e le prospettive future dei bambini. I segni fisici, emotivi e psicologici della violenza derubano i bambini dell’opportunità di sfruttare a pieno le loro potenzialità. Moltiplicata su scala maggiore, la violenza priva l’intera società del suo potenziale di sviluppo.

Tre bambini su quattro navigano soli. E uno su dieci fa brutti incontri…

Il programma Internet Sicuro sulle pagine del sito della polizia delle Comunicazioni
“Mai lasciare i minori soli con Internet. È proprio quello che i pedofili si aspettano e cercano”. Accorato, ma senza andare sopra le righe: ecco l’appello della polizia delle Comunicazioni lanciato in occasione della presentazione a Roma di “Missione Internet sicuro” (qui il documento .pdf: 4,98 Mb, il progetto didattico di Unicef Italia e di Microsoft per la sicurezza online (qui in .pdf i consigli per i genitori: 403 KB)
L’appello se a prima vista può sembrare ovvio, è invece molto importante e legato all’attualità quotidiana, se si pensa che, secondo i dati raccolti dalla polizia delle Comunicazioni, l’11% dei bambini italiani che frequenta le chat line sulla Rete ha avuto un contatto diretto con un pedofilo, ma il 75% di questi non ne parla con i propri genitori per vergogna, incoscienza, ma anche perché sicuro che la famiglia “non avrebbe capito”.
Il tema delle insidie della Rete per i minori non è certo nuovo, ma a un sempre maggiore utilizzo del web da parte dei bambini (il 79% dei minori utilizza Internet, secondo lo studio della Polizia, effettuato su un campione di più di 50.000 bambini delle scuole italiane e solo il 23% naviga accompagnato, mentre il restante 77% viene seguito “qualche volta”) non sembra corrispondere ancora una consapevolezza e un’educazione efficace dei genitori, che troppo spesso manifestano “totale disinteresse” nei confronti del tema, dice Marco Valerio Cervellini, responsabile dei progetti per la navigazione sicura dei minori su Internet della Polizia delle comunicazioni.
“Non vogliamo demonizzare Internet, che consideriamo uno strumento importante per la crescita dei bambini, ma vogliamo sottolineare come troppo spesso venga a mancare la figura genitoriale nel momento in cui il bambino si avvicina a questo strumento”.
È sempre più “necessario sensibilizzare i ragazzi” afferma Marco Cervellini “ma anche le famiglie. I genitori devono riappropriarsi della responsabilità della crescita dei figli. Il nostro lavoro è basato principalmente sulla prevenzione, perché una volta che il danno è fatto, è difficile, a volte impossibile, ripararlo”.
I pericoli della Rete non arrivano solo attraverso i computer, perché da quando i telefoni cellulari sono dotati di browser che consentono di navigare sulla Rete e di macchine fotografiche che permettono di inviare foto digitali, alcuni pedofili hanno iniziato a utilizzare i cellulari per entrare in contatto con i bambini. Di recente, infatti, la Polizia delle comunicazioni ha arrestato un gruppo di pedofili che ricaricavano le schede dei cellulari a minori adescati in chat in cambio di foto dei bambini, racconta Cervellini, che lamenta anche in questo caso un’eccessiva leggerezza di molti genitori sull’utilizzo del telefonino da parte dei loro figli. La sicurezza dei minori sulla Rete, insomma, è una questione che chiama al coinvolgimento le famiglie e soprattutto le scuole. Ed è da questo tipo di considerazione che nasce il progetto “Missione Internet sicuro”, ideato da Unicef e da Microsoft Italia, con il patrocinio della Polizia delle comunicazioni e dal ministero delle Politiche della Famiglia.
Il progetto (valido dal 16 aprile fino all’11 giugno 2007, termine dell’anno scolastico) coinvolgerà studenti, insegnanti e genitori di 1.000 scuole secondarie di primo grado. Due le fasi di sviluppo: una didattica, che si svolgerà in classe, l’altra di partecipazione a un concorso, cui sarà possibile accedere online.
Qui la pagina con il regolamento.

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