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D’Alema e le poltrone co.co.co. Il Migliore nelle occasioni mancate

Massimo D'Alema

Massimo D'Alema

Presidente del consiglio, ministro degli esteri, segretario del principale partito di sinistra. La biografia di Massimo D’Alema è costellata di incarichi autorevoli, offici di alta responsabilità, mansioni di primissimo livello. Eppure. Continua

Mastella-Prodi, un anno dopo: Un caffè con lui? Mai, mi ha lasciato solo

Romano Prodi e Clemente Mastella

E pensare che ha detto di aver chiuso con la politica. Romano Prodi torna, a 14 mesi dalla cadita del suo governo, alla ribalta politico televisiva e riesce a innervosire tutti: dal Pd (impaurito dall’operazione nostalgia del Professore) a Clemente Mastella (che vuole precisare l’aneddoto riportato dal Professore nel salotto tv di Fazio).
Quindi, Mastella: ospite di Radio24, non gliele manda a dire. “Prodi? non l’ho mai più sentito. Berci un caffè? Assolutamente no. Se Prodi fosse stato presente quando mi sono dimesso dal Parlamento anzichè lasciarmi solo…”. Toni duri quelli dell’ex ministro della Giustizia, che ha ricordato così le vicende di un anno fa: “Si dimette il ministro della Giustizia e si mette lì, in Aula, mica il sottosegretario alle Partecipazioni comunali della provincia della Namibia… Ma Prodi non c’era, e io a chiedermi dove stava…”.
Il leader dell’Udeur ha poi attaccato Veltroni: “La crisi politica scoppia quando Veltroni decide di andare da solo” ha detto ai microfoni di Radio24. “La sua autoreferenzialità ha ammazzato il centrosinistra. Io dissi a Prodi che fregavano lui e dunque tutti noi. Tutti i partiti, anche i piccoli, erano sconcertati per questa logica veltroniana”.
Mastella ha replicato anche al veltroniano Giorgio Tonini, che ha detto di non avere nostalgia di governi ostaggio di Mastella: “Il problema è loro, non mio. Immagini se ho nostalgia di Tonini che ho conosciuto appena. è strano, quando si facevano i governi con me ero apprezzato, diversamente no”. Ora la candidatura alle europee con il Pdl: “E con chi mi candidavo, scusi?” ha risposto Mastella “Con lo sbarramento al 4% mi candidavo con quelli che erano comunisti e si mettono insieme? Io faccio parte del Ppe dove ci sono anche altri ed è più familiare per me. Avendo il Pd invocato a tutti i costi questa legge, evidentemente ognuno fa delle scelte”
Di fatto, l’uscita dell’ex premier a Che Tempo che fa ha smobilitato tutto il Pd e non solo Mastella. Anche se Prodi ribadisce che la sua corsa politica è finita, il suo breve ritorno sulla scena nazionale ha lasciato segni in un Partito che a fatica cerca di risalire la china del consenso. Il “patto di non belligeranza”, stretto dai big dopo le dimissioni di Walter Veltroni, impone di tenere bassi i toni ma c’è amarezza tra i veltroniani per la ricostruzione “parziale” del Professore sulla fine del suo governo e per il fatto che oggi molti tra coloro che appoggiarono entusiasti la scelta del “correre da soli” ne parlano come la madre degli errori veltroniani.
Il segretario Dario Franceschini evita con cura qualsiasi valutazione sulle parole dell’ex premier, limitandosi a smentire, come fa Arturo Parisi, l’accordo per “candidature concorrenti ma non avversarie” all’assemblea del Pd che ha portato alla sua elezione dopo l’addio di Veltroni. E la tregua interna porta al silenzio quasi tutti i big del partito, fatta eccezione per Massimo D’Alema che, evitando di parlare del passato (”altrimenti vengo aggredito”, dice) evidenzia il “valore di messaggio politico” nel fatto che Romano Prodi abbia preso la tessera del Pd. O Livia Turco che parla della vocazione maggioritaria come “una scelta tattica e non strategica” da lasciare alle spalle mentre la sinistra radicale spera che la lezione sa stata imparata.
In molti nel partito vedono nelle parole di Prodi un sostegno a Franceschini e un messaggio del Professore ai suoi a mettere fine alla linea di opposizione interna tenuta durante la segreteria Veltroni. A scalpitare per le parole dell’ ex premier sono soprattutto i veltroniani, impegnati su richiesta dell’ex segretario del Pd ad evitare polemiche interne che mettano in difficoltà Franceschini. “Però se tregua deve essere, tutti la devono rispettare”, è l’altolà di un fedelissimo di Veltroni che ritiene poco opportuno l’intervento del Professore in un momento in cui il Pd è impegnato sulla crisi economica e a recuperare consensi.
Ma è soprattutto l’affondo sulla scelta di Veltroni di “correre da solo” e le conseguenze sul governo ad amareggiare consiglieri e collaboratori dell’ex segretario. “Ricordo che la decisione di eleggere un segretario del Pd - ricostruisce un veltroniano - per salvare il partito dalle difficoltà del governo fu presa in modo collettivo dal comitato dei 45 mentre solo due votarono contro: Rosy Bindi e Walter Veltroni, che poi fu sollecitato da tutti a candidarsi alle primarie”. Così come, aggiunge un altro esponente del partito, “tutto lo stato maggiore del Pd applaudì alla decisione di ‘correre da solì che, come abbiamo sempre ripetuto, non era solitudine ma volontà di mettere fine alle coalizioni-ammucchiata che portarono alla fine del governo Prodi”.

Il gran ritorno di Prodi il francescano. Con un sassolino da togliersi dai sandali

Prodi da Fazio

Ormai con la politica ha chiuso. Lo aveva già detto (“Farò il nonno”), ma non si sa mai, in politica: meglio ribadire il concetto.
E infatti, il Professore non capisce il perché di “tanto clamore” attorno al suo tesseramento al Pd, partito che definisce “l’ultima speranza che ha l’Italia per salvarsi”. Tuttavia assicura che non si presenterà alle prossime europee, nemmeno come capolista. Forse l’ex Presidente del Consiglio, Romano Prodi non considera, ospite del salotto tv di Fabio Fazio, Che tempo che fa, che essersi re-iscritto ora tra i Democratici - dopo oltre un anno dalla crisi che provocò la fine della suo governo e solo dopo l’addio del suo (ex?) amico Walter - non può essere fatto da passare inosservato. Anche se, il “pensionato” Prodi (come si è definito all’atto di prendere la tessera) non lesina rimbrotti e consigli per il Pd, da buon parroco di campagna, mostrando agli amici del partito la strada da imboccare (”i pilastri su cui lavorare” ricorda “sono giustizia sociale, democrazia interna e rilancio dei giovani”), e coglie l’occasione per togliersi qualche sassolino della scarpe contro Walter Veltroni e la sua scelta, da sempre avversata, di andare da soli alle elezioni.
“È noto che non fosse la mia idea perchè io credo che il compito della democrazia sia quello di assorbire le ali estreme”. Nonostante le insistenze di Fazio, il professore è netto circa il suo futuro: “Quando ho detto ‘esco dalla politica’, l’ho detto con serietà. Con gentilezza mi hanno chiesto di fare il capolista alle europee, anche in Belgio, però con questo ho chiuso”. Ora, che è responsabile di un progetto di sviluppo dell’Onu in Africa e ha ritrovato il piacere dgli studi, delle conferenze e della vita in famiglia, Prodi si vuole ritagliare in quella del partito un ruolo di elaborazione più teorica. “C’è bisogno in politica” ha aggiunto il Professore “di persone che esercitino liberamente lo spirito critico. Spero di essere utile cosi”.
Anche per questo ieri il professore ha rinnovato la tessera del Pd e non ha nascosto lo stupore per il clamore suscitato. “Non l’ho fatta prima solo perchè non era ancora stata stampata. Mi sembrava ovvio” si schermisce “ce l’avevo prima la tessera, l’ho rinnovata. Non mi aspettavo questa sorpresa, forse qualcuno si aspettava che non la rifacessi, che nutrissi rancore…”.
Comportamento da “francescano” il suo. Sembrano secoli, ma sono pochi mesi (14, più o meno) da quando Veltroni si sfilava dalla sua ombra: “Il mio sarà un governo diverso”. E Rutelli: “La coalizione di Prodi è un caravanserraglio”. Da quando, in campagna elettorale, la parola dìordine tra i colonnelli del Pd era: correre da soli e soprattutto lontani da quell’immagine negativa che il governo di Romano si porta addosso. Da quando, insomma, la sua lunga parabola finiva tristemente al Senato, dopo l’uscita di scena del ministro Mastella. A proposito di rancore e perdono, è citando l’ex Guardasigilli che il Professore non riesce a dimenticare cosa accadde il giorno in cui Veltroni annunciò la “vocazione maggioritaria del Pd” (in pratica sancendo la fine dell’Unione) e racconta un aneddoto: “Si affacciò Mastella nella porta del mio ufficio a Palazzo Chigi, mise la testa di traverso e disse: ‘Ragazzi miei, se volete far fuori me, sono io che faccio prima fuori voi’”. E lui, l’inventore dell’Ulivo, si trovò tradito dalla sua stessa figlianza.
Ma Prodi non va più a fondo: rinuncia a mettere in contrapposizione il “suo” Ulivo con l’attuale Pd: “Se non teniamo insieme le forze riformistiche l’Italia non si salva. Il Pd è il proseguimento dell’Ulivo”, anche se “il progetto di unire i riformisti in parte è stato fatto, ma in parte non è riuscito”.
Ora però è un’altra vita. Prodi si occupa di crisi globale e di come risolverla. È certo che da questa situazione si uscirà più in fretta che nel 1929, vista la reazione delle superpotenze (”Sono ottimista anche se ci vorranno alcuni mesi per la ripresa”).
Infine un pensiero alla triste vicenda di Eluana e alle polemiche politiche feroci che l’accompagnarono: “I temi etici hanno bisogno di essere approfonditi e in politica vanno approfonditi insieme. A questa mediazione nobile della politica noi abbiamo tolto spazio in Italia, abbiamo gridato negli ultimi anni, ma come si fa a risolvere i problemi gridando?”

Già, come avrebbe potuto lui trovare la “sintesi” tra le urla quotidiane delle variegate componenti del suo governo? Eppure, se non fosse stato per la scelta del neonato Pd di voler tagliare le ali: “Il mio esecutivo” ha detto l’ex premier “poteva andare avanti, perché dopo una Finanziaria durissima il Paese avrebbe finalmente potuto raccogliere i frutti di quei sacrifici. E invece, come successe anche con il mio primo esecutivo, dopo l’ingresso nell’euro, il governo è stato fatto cadere”. E come avrebbe potuto farlo il suo “successore politico” Veltroni, a capo sì di un partito unico, ma dalle mille anime?

Da Silvio: i versi ironici di Sircana, portavoce del Professore

Silvio Sircana

Da portavoce unico a poeta solitario.
Il primo ruolo è durato il tempo del governo Prodi: poco più di 20 mesi, non molto. Il secondo potrebbe fruttare qualcosa in più a Silvio Sircana. Che si è scoperto compositore proprio nel tempo delle tormentate vicende dell’Unione, culminate con la caduta dell’esecutivo all’inizio del 2008. Il Giornale ha pubblicato i componimenti dai quali emergono valutazioni e giudizi non troppo teneri nei confronti dell’esecutivo e del suo capo. Ma si sa, la licenza e l’ironia non sono sindacabili in chi scrive versi.
E così, l’uomo cui è toccato il compito di spiegare con le parole giuste quello che premier e ministri stavano facendo, prodigandosi nell’assicurare cronisti e opinione pubblica che tutto andava bene e che il clima dalle parti della presidenza del consiglio era di concordia e unità, nel suo intimo sapeva bene che la situazione era messa al contrario. Tanto che le cose che non gli sarebbe mai stato possibile dire in conferenza stampa le annotava in appunti privati redatti in forma di sonetto. Sonetti diventati pubblici.
Sonetti come questo: Mentre Prodi ci addormenta qui si addensa la tormenta, vergava il portavoce. Durante le riunioni dell’esecutivo scriveva strofe ironiche sulla maggioranza, dai “senatori traditori” a Mastella, gli si spenga la favella, fino all’allora Presidente del Consiglio Prodi. Sircana ha iniziato subito dopo le elezioni 2006 con il “Salmo della XV legislatura”, buttato giù nei primi giorni del governo del Professore: Finalmente c’è un governo / lo protegga il Padreterno / Dentro c’è pure Mastella / Che gli si spenga cha favella / Fa il ministro Pecoraro / Fa che non giochi da baro / E Di Pietro fa i lavori / Dio protegga i costruttori. E via poetando di questo passo.
Il “canzoniere” del portavoce dell’esecutivo guidato da Prodi si arricchisce di nuove ispirazioni dopo un anno di governo e punta gli occhi sul nuovo Pd: C’è Rutelli un po’ incazzato / E Fassino stralunato / C’è Veltroni gran gattone/ Che già pensa all’elezione / Franceschini e Gentiloni / Già preparan trappoloni / In un angolo Lamberto / Pensa male, ne sono certo/ In silenzio sta Follini/ Forse pensa al suo Casini/Barbi, Soro e Migliavacca/ Ma! …Così finisce in cacca.
E ancora: La politica è sul Web/ non si fa più nel night club/ Il dibattito va on line/ altrimenti non è fine/ Se non ti sei fatto il blog/ resti avvolto nello smog/ Chi non digita il lap-top/ vecchio è come l’hula- hop/ È un dovere esser più trendy/ dei moderni nuovi dandy/ Con l’immagine più soft/ E perciò prendiamo un loft.
Le poesie di Sircana seguono gli avvenimenti politici e così si arriva al 24 gennaio 2008: Prodi, sfiduciato al Senato, cade, per mano anche di Clemente Mastella che diventa destinatario di un sonetto ad hoc: Oh Clemente, Clemente, tu che hai reso dolente il nostro presidente… Oh Clemente, Clemente, che ti è saltato in mente?
Le elezioni anticipate sono vicine e Sircana trae l’ispirazione giusta per comporre una sorta di de profundis alla maggioranza di centrosinistra: L’uomo si sa, ha la memoria corta/ Così è e sarà per la persona morta/ Ma non mi va, e io ora lo scrivo/ ciò che si fa, per scordarmi da vivo.ù
Applausi: con rime così affilate, difficilmente lo scorderanno i suoi compagni di governo…

Bertinotti gela Marini e si candida a guidare la Cosa Rossa

Presidente del Senato Franco Marini e il Presidente della Camera, Fausto Bertinotti in una recente foto scattata alla Camera | Ansa
Il Governo Marini? “Lo vedo difficile, ma la politica deve essere sempre in grado di tentare imprese difficili perché c’è l’interesse generale del Paese”.
La maggioranza del centrosinistra non esiste più? “Difficile dire il contrario. Politicamente vuol dire che la maggioranza che ha vinto le elezioni su un preciso mandato, con la sconfitta del Senato è finita. E c’è stato anche l’abbandono da parte di alcune parti della stessa maggioranza”.
Elezioni subito quindi? Prima servirebbe una “riforma elettorale che in primo luogo elimini le maggioranze coatte, quelle in cui cioè prevale la logica del vincere su quella di avere un programma forte e condiviso”.
E dopo? E dopo per la Cosa Rossa, correre da sola è una “scelta obbligata, il punto però è sapere come, con quale indirizzo programmatico. Penso che strategicamente non c’è altra possibilità per la sinistra radicale che costituirsi in un soggetto politico unitario”.
Così parlò Bertinotti, presidente della Camera, tornato a essere il subcomandante Fausto. Così parlò, incalzato da Maurizio Belpietro in Panorama del giorno, programma mattutino di Canale 5.
È chiaro il leader di Rifondazione. E come suo solito non le manda a dire. All’Unione, innznai tutto: a causa della legge elettorale vigente, la coalizione di centrosinistra è stata una coalizione coatta: “Tutte le maggioranze sono coatte perché prevale la logica di vincere su quella del programma condiviso. Il programma del centrosinistra era molto dettagliato” ha proseguito Bertinotti “per sopperire al limite posto dalla vastità di schieramento” E ancora: “Per il governo si è creata una instabilità ed essa è dovuta dalla parte destra. Si è conclusa una storia”. Vie d’uscita? Sì, da sinistra, ovviamente, per il presidente della Camera: “Io credo che non ci siano altre possibilità per la cosiddetta sinistra radicale che quella di costituire un soggetto politico unico”. Con quale candidato, si vedrà.
Anche se ormai da più parti della sinistra radicale si alza sempre più insistente il coro: “Bertinotti for President”. E non per le primarie del candidato del centrosinistra, ma come avversario sia di Berlusconi, per il governo del Paese, sia Veltroni per l’”egemonia” a sinistra. Con buona pace della Sinistra democratica, dei Verdi e del Pdci, che avrebbero preferito correre di nuovo in coalizione col Pd. Con buona pace di chi aveva scommesso che l’uomo indicato da Fausto fosse il governatore della Puglia Nichi Vendola.
“Una contesa tra il Pd e la sinistra ci deve essere, una sfida aperta su chi è più in grado di dare una risposta ai problemi drammatici della società contemporanea”, diceva Bertinotti qualche giorno fa “come viandante della politica”. Un viandante con una strada precisa in mente: quello che porta al governo, magari da percorrere in ticket con una donna.

LEGGI ANCHE:D’Alema e il piano (inclinato) del referendum - Il dossier sulla crisi

Non solo Prodi. Da Nord a Sud è tutta una crisi per il centrosinistra


Da Torino a Napoli, passando per Firenze e Bologna ma senza dimenticare la Puglia. Il centrosinistra soffre, si spacca e rischia di finire in minoranza non solo a Roma. La fragilità dell’esecutivo fa tremare lo Stivale intero e non risparmia quasi nessuno degli enti locali amministrati dalla stessa coalizione che finora ha tenuto a galla Romano Prodi.
Per disegnare il diagramma della crisi basta partire da Torino, dove da giorni è in atto una vera e propria resa dei conti interna al Pd e una rottura sempre più profonda tra moderati e Rifondazione. La tregua è arrivata solo ieri, con un documento che sana le fratture interne al partito di Veltroni, ma che non scioglie le divergenze con gli altri alleati.
A Bologna, Cofferati non se la passa meglio. Dopo aver presentato “il piano B” per continuare a governare la città e salvare la sua giunta, la sua situazione non è migliorata di molto. L’ala radicale è rimasta fuori della coalizione, e per amministrare il “sindaco sceriffo” deve così contare sui due voti determinanti della Sinistra Democratica, che non smette di inviare messaggi poco concilianti, continuando a proporre elezioni anticipate.
Se Cofferati, seppure con qualche difficoltà, governa, ieri a Firenze la sinistra radicale ha mandato in frantumi la maggioranza comunale. Verdi, Rifondazione, Comunisti italiani e Sinistra democratica hanno fatto affondare una delibera sulla fusione delle Spa dell’acqua, facendo infuriare il sindaco Leonardo Dominici e il Pd toscano, che ha già fatto sapere di voler sfiduciare il presidente del consiglio comunale Cruccolini, targato Sd e considerato uno dei principali oppositori alla delibera. L’opposizione avverte che “la maggioranza non c’è più”, nel frattempo il primo cittadino fiorentino riferisce a Veltroni e a Claudio Martini, presidente della regione toscana.
Ma è lo stesso Martini a non trovarsi in una situazione più rosea. La scorsa settimana ha allargato la sua maggioranza a Rifondazione ed è subito scoppiato il problema poltrone. La sinistra massimalista si sente “sottorappresentata” e vuole nominare almeno un assessore in più e il vicepresidente.
Al Sud le cose non vanno meglio. Col passare delle ore, in Campania la situazione si complica. Dopo gli arresti del presidente del consiglio regionale Sandra Lonardo e le prime avvisaglie di crisi, gli uomini di Mastella hanno abbandonato la maggioranza sia nella Provincia che nel municipio di Caserta e hanno minacciato di togliere il proprio sostegno anche alla Regione.
Intanto, l’Italia dei Valori non perde occasione per dire che “l’esperienza Bassolino deve considerarsi conclusa”, i socialisti si dicono certi che “questo esecutivo non durerà fino al 2010″ e il segretario di Rifondazione Comunista, Franco Giordano dichiara lapidario: “si è chiuso un ciclo politico. Andiamo a votare in autunno”.
Persino la Puglia risente dell’effetto-crisi. L’esperimento Vendola, celebrato come “prototipo della sinistra al governo” e “modello vincente delle vere primarie”, inizia a scricchiolare per l’enorme deficit sanitario pregresso.
La scorsa settimana, il governatore pugliese ha convocato un vertice di cinque ore con tutti gli assessori. Nessuna poltrona è saltata (almeno per ora), ma alla fine Vendola ha comunque attaccato “una mentalità ministerialista incapace di guardare al d là delle proprie competenze”. Ed il Pd intanto ha avvertito: “sosterremo il governo regionale, ma non in maniera incondizionata. Il partito non vuole coprire scelte che non ha contribuito a determinare, ma compartecipare alla strategia di rilancio secondo regole di evidenza e legalità”.
Quattro città (Torino, Bologna, Firenze, Napoli), quattro regioni (Piemonte, Toscana, Campania, Puglia), otto amministrazioni, tutte governate dal centrosinistra. C’è n’è abbastanza perché qualcuno sostenga che “la crisi di un governo sembra la crisi di un’intera stagione politica e di un progetto”, quello dell’Ulivo, iniziato coi migliori auspici ormai tredici anni fa.

Sei giorni nella bufera. Ecco perché Mastella ha detto basta

Clemente Mastella, leader Udeur | Ansa
La crisi politica che rischia di travolgere il Governo Prodi ha avuto una brusca accelerazione il 16 gennaio, con l’avviso di garanzia al ministro della Giustizia Clemente Mastella e gli arresti domiciliari a sua moglie. Ecco gli sviluppi principali, giorno per giorno.
16 gennaio - In mattinata arriva la notizia degli arresti domiciliari per Sandra Lonardo, presidente del Consiglio regionale della Campania e moglie del ministro della Giustizia Clemente Mastella, che è anche lui indagato. Mastella annuncia alla Camera le dimissioni “perché tra l’amore della mia famiglia e il potere scelgo il primo” e accusa le “frange estremiste” dei magistrati. Prodi respinge le dimissioni. Mastella va a Ceppaloni. Nel pomeriggio arriva la notizia che la Corte costituzionale ha ammesso i referendum elettorali.
17 gennaio - Mastella, in una conferenza stampa a Benevento, conferma le sue dimissioni e annuncia l’appoggio esterno dell’Udeur al Governo. Prodi non nomina un nuovo ministro e assume l’interim. Al Senato, assenze strategiche nel centrodestra (soprattutto di Forza Italia) salvano il presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino, su una risoluzione leghista che prevedeva lo scioglimento del Consiglio regionale. Con l’opposizione votano l’unico diniano presente e il senatore dissidente della sinistra Fernando Rossi.
18 gennaio - Prodi prende possesso delle funzioni di ministro della Giustizia auspicando che il suo incarico sia breve. Il capogruppo Udeur alla Camera, Mauro Fabris, chiede però un impegno all’unanimità della maggioranza nella “totale condivisione” della relazione di Mastella alla Camera. Intanto l’intreccio politica/inchieste si complica con la condanna a 5 anni del governatore della Sicilia, Totò Cuffaro, e la richiesta di rinvio a giudizio di Berlusconi nell’inchiesta napoletana sulle segnalazioni a favore di alcune attrici. Berlusconi dice di augurarsi che il Governo cada e che si torni al voto, con un rapido accordo sulla legge elettorale o anche con la vecchia legge perchè “spazio per governi istituzionali non c’é”.
19 gennaio - Il leader del Partito Democratico, Walter Veltroni, dice che il Pd è pronto ad andare da solo alle elezioni se Forza Italia facesse altrettanto. Malumori nella maggioranza. L’Italia dei valori annuncia che voterà no sulle parole di Mastella pronunciate in aula (le critiche ai magistrati).
20 gennaio - Prodi precisa che la guida del governo non deve confondersi con le scelte elettorali del Pd, che spetta agli organi operativi del partito. I Verdi protestano per la posizione del vicepremier Francesco Rutelli, che in tv è sembrato tiepido nei confronti dell’appoggio al ministro dell’Ambiente, Alfonso pecoraro Scanio, contro il quale l’opposizione ha presentato una mozione di sfiducia individuale.
21 gennaio - Dopo una giornata convulsa, Mastella annuncia che l’Udeur esce definitivamente dalla maggioranza e chiede di andare alle elezioni anticipate. Domani il presidente del Consiglio Prodi renderà comunicazioni alla Camera sulla situazione politica.

Bilancio 2007: Prodi parla agli italiani perché Dini capisca

Il premier Romano Prodi durante la conferenza stampa di fine anno a Villa Madama | Ansa

“Un governo si abbatte con un voto di sfiducia, non con le dichiarazioni. E per votare contro un governo occorrono (o meglio, occorrerebbero) delle motivazioni. E, vista l’opera di risanamento dei conti pubblici, queste motivazioni non ci sono. Per questo non capisco l’atteggiamento di Dini: siamo stati eletti con un mandato, una coalizione, un compito e questo il governo lo sta perseguendo”. Va all’attacco il presidente del Consiglio Romano Prodi nella consueta conferenza stampa di fine anno, a Villa Madama (qui il video dal sito del governo). Completo blu e cravatta regimental, il premier appare riposato e disteso. Il tono è pacato, incespica meno del solito, e si interrompe solo un paio di volte per bere un po’ d’acqua e schiarirsi la voce. Ma le unghie sono ben affilate e servono al premier per difendere il suo operato dagli ultimi affondi del senatore liberaldemocratico.
Anche perché, dice Prodi: “Il nostro è un Paese che si è rimesso a camminare ed è uscito dalle emergenze: lo dicono tutti i numeri e tutti i dati macroeconomici. Abbiamo ripristinato l’avanzo primario e il debito sta calando. Chiuderemo l’anno con un rapporto deficit/Pil molto più basso del previsto, e cioè intorno al 2%”. E poi: “Il tasso di disoccupazione in Italia è il più basso da 25 anni a questa parte e l’Italia vanta la migliore situazione in Europa”.
Il premier, tuttavia, ha confermato la preoccupazione per il fatto che l’azione di risanamento dei conti pubblici completata nel 2007 non ha rimosso “una mancanza di fiducia molto diffusa e un clima di insicurezza che appesantisce e non permette di alzare il passo, camminare spediti e alla fine di correre”.
Ed è proprio questa diffusa percezione di insicurezza - che resiste ad ogni cambiamento - a frenare il Paese e a oscurare i miglioramenti ottenuti dalla squadra dell’Unione in questi primi 589 giorni di governo. La preoccupazione di Prodi insomma non sembra quella che è sulla punta della lingua di tutti i cronisti che attendono il loro momento per rivolgergli una domanda, cioè come terrà a bada l’ex premier Dini e se pensa di avere ancora una maggioranza. A questo il premier risponde indirettamente, con una prolusione di numeri, percentuali e cifre tutta incentrata sul divario tra quel che il Paese, con qualche fondamento, percepisce dell’azione di governo e quel che ha fatto di positivo l’esecutivo nell’affrontare i problemi che attraversano le famiglie, i giovani, le imprese: oggi “abbiamo aggredito i debiti come si fa nelle buone famiglie e abbiamo speso meglio” ma l’incertezza verso il futuro, dice il presidente del Consiglio, è ancora alimentata dalla paura, dalla diffidenza verso lo straniero, dal degrado ambientale, dalla criminalità. “Noi ci siamo dati il compito di guardare in faccia questa emergenza e di affrontarla” assicura Prodi, ma il problema è ancora la “percezione”.

Prodi è deciso inoltre nel difendere l’impronta riformista dell’operato suo e del governo, come aveva fatto in passato. Per lui non si cambia il mondo in un solo giorno ma si misura il successo di un esecutivo sul metro del miglioramento: “Se prima eravamo il malato d’Europa stiamo superando la convalescenza”, rileva il presidente del Consiglio e se il 2007 è stato l’anno degli incendi e dei rifiuti, dell’antipolitica, della casta, di una crescente sfiducia nelle istituzioni democratiche, il 2008 dovrà essere l’anno “in cui proiettiamo l’Italia nel futuro”.
L’asso nella manica per risollevare l’immagine del suo governo davanti all’opinione pubblica è ora restituire “in modo sostanziale” potere d’acquisto ai salari, a cominciare da quelli medio-bassi, attraverso l’abbattimento dell’imposizione fiscale sulle buste paga e poi indirizzare nuove risorse verso le famiglie con figli. Per quanto riguarda la precarietà nel lavoro Prodi punta al dispiegarsi durante il 2008 delle misure contenute nel protocollo sul Welfare e sull’ordine pubblico il premier conta sull’efficienza dimostrata dalle forze dell’ordine e dalla magistratura con importanti risultati registrati nel contrasto alla criminalità organizzata, pensa a una riedizione del decreto sicurezza. Secondo Prodi le “erbe infestanti” che minacciano l’albero di 2500 anni che è il nostro Paese, per dirla con l’ambasciatore americano a Roma, esistono, ammette: malavita, criminalità diffusa, pubblica amministrazione e una giustizia che non funziona.
“Ma”, conclude il premier, più ottimista del solito: “pochi alberi resistono 2500 anni rigogliosi come l’Italia”, per la quale lui spera che ritrovi un ruolo di leadership nel mondo in tempi veramente brevi, “ma non illudendo i cittadini italiani”.
Lamberto Dini, senatore e leader dei Liberal Democratici ! Ansa
E infatti il primo a non illudersi è proprio il leader dei Liberal Democratici, che replica così: “Prodi ha fatto una serie di promesse, ma ne erano state fatte anche in passato. Vedremo se avrà la capacità di realizzarle. Servono fatti non annunci”.

Il VIDEO servizio:

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