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Unipol

Affaire Bnl-Ds: la solidarietà di Romano, i timori di Walter

Massimo D'Alema, leader Ds, vicepremier e Ministro degli Esteri del governo Prodi
Ma alla fine che cosa capiscono gli elettori, soprattutto quelli di sinistra, e in particolare chi crede nel Partito democratico, della baruffa tra esponenti diessini ed il gip Clementina Forleo? La gente comune, è noto, è portata a diffidare dei politici e della loro onestà. Almeno, della loro buona fede. Certo, non è un buon motivo per assecondare questa tendenza, per cavalcare il cosiddetto giustizialismo di ritorno, né per strumentalizzare le (eventuali) disavventure giudiziarie di questo e quello.

Ma non è neppure un buon motivo, da parte di Massimo D’Alema e dintorni, per trincerarsi in una difesa d’ufficio di se stessi e di quella che da molti viene ormai identificata come una casta. Si parla di ispettori (spediti alla procura di Milano da Clemente Mastella), di invasioni di campo, di prerogative istituzionali, di proibire l’uso delle intercettazioni. Soprattutto, ne parla molto D’Alema, di polverone. Ma non ci si rende conto che il polverone sta soprattutto in queste ambiguità. Chi è coinvolto nelle intercettazioni dovrebbe invece spiegare. Con parole chiare, dire come mai davano e ricevevano da Consorte informazioni finanziarie che dovrebbero restare riservate. In che modo utilizzavano, se le utilizzavano, quelle informazioni. Stessa cosa ovviamente per i tre esponenti del centrodestra che tenevano i rapporti tra l’ex governatore Fazio e Gianpiero Fiorani.

Quanto a Romano Prodi, che si precipita a d offrire solidarietà agli esponenti diessini, e ne fa comunicati ufficiali, sarebbe il caso che come presidente del Consiglio si occupasse di altro. Anche perché la sua solidarietà appare inevitabilmente pelosa.

Infine Walter Veltroni. Si è proposto come leader di un partito nuovo suscitando interesse e speranze: ma se la diffidenza investe da subito il Pd e i suoi fondatori, non avrà migliore sorte. Anche Walter dovrebbe chiedere e dare spiegazioni; e, anche se l’affaire Unipol non lo riguarda, dire per esempio in che modo il Partito democratico intende finanziarsi. Non sarebbe un contributo alla trasparenza e un buon argomento contro l’ondata montante di antipolitica?

I partiti della Seconda repubblica sono nati sulle macerie di Tangentopoli, con tutti gli strascichi e i problemi che ne sono seguiti. E con tutte le imbarazzanti inversioni di ruolo. Volete un paio di prove? “La politica deve occuparsi di creare le condizioni perché tutti i cittadini siano ugualmente rispettati davanti ai tribunali e perché i magistrati siano realmente indipendenti da ogni altro potere. Questo è il punto. Questo spetta alla Costituzione, tutto il resto compete invece alla quotidianità e alle leggi ordinarie”: parole di Luciano Violante, anno 1998. Ancora: “Sconsiglio al premier di scrivere di suo pugno la legge sulle intercettazioni telefoniche, il Parlamento ha tutta la competenza e la professionalità per occuparsene. Ho il timore che il governo voglia usarla per bloccare la magistratura”: parole di Piero Fassino, anno 2005, e il premier era Silvio Berlusconi.

Scalate & politica: indignazione bipartisan, danni solo a sinistra

Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, a Roma
Prima Unipol, Consorte ed i “furbetti del Botteghino”. Poi Antonveneta e Rcs, con l’arrivo alla ribalta (straripante, com’è nel suo stile) di Stefano Ricucci. Imbarazzi che dai ds si propagano al centrodestra, visto che vengono tirati in ballo personaggi come Silvio Berlusconi, Gianni Letta e Pier Ferdinando Casini. Segue indignazione bipartisan: un po’ il mutuo soccorso evocato alcuni giorni fa.
C’è da dire che alle intercettazioni si sono aggiunti i verbali degli interrogatori (di Ricucci), e ai verbali le interviste, le precisazioni, le marce indietro, sempre dello stesso immobiliarista romano. Insomma, sinceramente il quadro non è chiaro, i politici - sinistra e destra - sospettano che dietro l’ondata di rivelazioni ci sia una strategia mediatica, ovviamente ordita da quelli che dovevano essere i bersagli delle scalate di due estati fa: poteri forti industriali ed editoriali.
Ma queste sono interpretazioni, anche legittime, che solo la conclusione delle indagini potrà confermare o smentire. Nel frattempo nel campo politico si fanno i conti di chi esce ammaccato, chi indenne, chi addirittura rafforzato. Perché in realtà, dietro la compatta levata scudi dei partiti, c’è anche un bel po’ di cinismo.
Cominciamo dall’Unione. L’epicentro restano i Ds, dove i sospetti di Massimo D’Alema e dei suoi sono sempre più puntati su Walter Veltroni. Il sindaco di Roma non nasconde più di voler scendere in campo, intanto per la leadership del Partito democratico, dopo per l’investitura a candidato premier. Ma se si tenessero le primarie a tempi brevi, Veltroni non potrebbe parteciparvi perché dovrebbe lasciare il suo super-panoramico ufficio al Campidoglio. In questo caso il favorito resterebbe, nonostante tutto, Romano Prodi. Terzo nome, Francesco Rutelli. Non ha chances di guidare il Pd (gli mancano i voti e il potere), potrebbe però costituire un tandem con Veltroni. E dunque: Veltroni e Rutelli su, D’Alema e Fassino giù, Prodi stazionario.
Ma in subbuglio c’è tutta la sinistra massimalista. Da lì vengono parole gravi contro la commistione tra politica e finanza che emerge dal gossip giudiziario di questi giorni. Siccome questo gossip non risparmia Prodi ed il suo stretto collaboratore Angelo Rovati (finito nell’occhio del ciclone per lo scontro con Tronchetti Provera sul dossier Telecom), Rifondazione e dintorni ne approfittano per prendere le distanze pure dal premier. Può essere un motivo in più per sganciarsi dal governo, una tentazione sempre più forte nella sinistra radicale.
Ed il centrodestra? Silvio Berlusconi e Gianni Letta vengono tirati in ballo da Ricucci, che prima dice poi smentisce. Il coinvolgimento per la verità è minimo: solo qualche generico incoraggiamento ad andare avanti nella scalata alla Rcs. Il Cavaliere e il suo fedele braccio destro negano tutto, Ricucci fa marcia indietro, su loro come su Casini. Evidentemente i sospetti restano. Se i ds danno la sensazione di aver fiancheggiato attivamente l’assalto di Unipol alla Bnl, il centrodestra pare solo interessato ad avere al Corriere della Sera azionisti più malleabili, mentre le due scalate appaiono collegate. Così come interesse verrebbe manifestato da Prodi e Rovati.
Gli effetti collaterali sono minori. Per quanto riguarda Prodi, c’è il dato inoppugnabile che un anno fa, a scalata sventata, il Corriere si schierò con Prodi, una decisione che fece molto discutere ma solo sul piano politico-editoriale. Quanto al Cavaliere e ai suoi, l’elettorato di centrodestra non si è mai mostrato particolarmente sensibile alle eventuali commistioni tra politica e affari. Se Berlusconi ad un certo punto ha dato a Ricucci una pacca sulle spalle, rispetto al conflitto d’interessi si tratta pur sempre di un bruscolino.
Dunque, per ora e salvo sorprese future, i problemi restano quasi tutti nel campo della sinistra. Anche se per D’Alema, Berlusconi continua ad avere un occhio di riguardo.

Ecco il VIDEO servizio:

Caso Unipol-Ds: tira aria di mutuo soccorso

Photo by Massimo Di Vita
C’è aria di mutuo soccorso intorno all’affaire Unipol. Il centrodestra, e Silvio Berlusconi in particolare, non sembrano voler strumentalizzare le telefonate tra Giovanni Consorte ed i dirigenti Ds. Anzi: si moltiplicano i segnali di distensione, anche minimi, tra il Cavaliere ed i leader diessini. Ieri Berlusconi all’Assemblea della Confartigianato che fischiava l’intervento di Pier Luigi Bersani, è andato a sedersi accanto a Piero Fassino e, al termine, ha stretto la mano al ministro delle Attività produttive «per il coraggio mostrato».

Da parte Ds, e soprattutto da parte di Massimo D’Alema, il primo tentativo di reazione è diretto più contro i magistrati, e soprattutto contro gli alleati «tiepidi», che non all’opposizione. «Da Berlusconi, come anche da Fini e Casini, sono arrivate parole molto misurate» ha detto D’Alema in una lunga intervista al Tg5.

Più sbrigativo il giudizio su Prodi: «Credo che abbia usato parole chiare». Aggiungendo: «D’altra parte questo grado di solidarietà è anche legato al rilievo dell’attacco, e io credo che non ritenga una grande solidarietà, ma una certa preoccupazione sì».

Parole neppure troppo criptate. I Ds si sentono da giorni nel fortino assediato, ma la cavalleria non arriva, né quella di Prodi né quella di Francesco Rutelli. Il loro margine di manovra politica si è considerevolmente ridotto, e sono convinti che Prodi, Rutelli e anche la sinistra massimalista ci marcino.

Da qui il mutuo soccorso, dietro al quale è fin troppo evidente il tentativo di una svolta politica. Il centrodestra sa che nonostante le visite al Quirinale ed i tentativi di spallata parlamentare, sarà difficile far cadere il governo al Senato o nelle piazze. Berlusconi dice: «Ci vorrebbe un regicidio». Ovvero: ci vorrebbe che qualcuno della maggioranza uccidesse il sovrano. Se questo accadesse, come più volte ha ripetuto il Cavaliere, la Cdl non si opporrebbe ad un esecutivo transitorio «anche della sinistra» che portasse il Paese alle urne. Niente governo istituzionale o di salute pubblica dunque, «perché lì dovremmo starci anche noi ed invece i nostri elettori ci vogliono all’opposizione».

Questo è l’obiettivo della Cdl, o almeno di Berlusconi. Qualcosa che ricorda molto da vicino il vecchio asse con D’Alema nel 1998, ai tempi della Bicamerale. Un’operazione dalla quale la Cdl avrebbe molto da guadagnare e nulla da perdere: la crisi a sinistra verrebbe allo scoperto, il centrodestra non si sporcherebbe le mani e andrebbe in carrozza alle prossime elezioni.

Ma i Ds o chi per loro che vantaggio avrebbero dal mutuo soccorso e dal regicidio? Intanto romperebbero un assedio giudiziario politico che rischia di farsi pericoloso. E soprattutto si libererebbero di Prodi, che nel giudizio di molti rischia di trascinarli a picco con l’impopolarità del governo. Ma per la Quercia è un gioco ad altissimo rischio. Dovrebbero sacrificare il progetto di Partito democratico, e forse anche la segreteria Fassino, giudicata troppo debole. Romperebbero per sempre l’unità a sinistra. Di fatto, parteciperebbero ad una seconda defenestrazione di Prodi dopo quella del 1998. E soprattutto avrebbero molte cose da spiegare ai loro elettori, già non precisamente soddisfatti.

Il ds Latorre: non mi butterete giù con una telefonata

Nicola Latorre, senatore diessino e dalemiano doc
Dal suo sito: Nicola Latorre è nato a Fasano (Br) il 14 settembre 1955. Avvocato, sposato, due figli. Vicepresidente del gruppo dell’Ulivo al Senato e componente della IV commissione - Difesa. Membro della segreteria nazionale dei Democratici di sinistra (Ds) dal 2005. Eletto nel collegio senatoriale di Bari-Bitonto alle elezioni suppletive del 2005 e nel 2006 nella lista dei Democratici di sinistra al Senato. Nel 2000 ha fondato, insieme con Massimo D’Alema e Giuliano Amato, l’Associazione Futura. Capo della segreteria del presidente del Consiglio durante il governo D’Alema dal 1998 al 2000.
Latorre, piange il telefono. Nulla di penalmente rilevante, ma molto di simbolicamente imbarazzante.
Nessun imbarazzo, io credo che la politica non si debba disinteressare di queste questioni. Semmai sarebbe sbagliato se intervenisse per alterare il mercato, o peggio per trarre dei benefici personali. Cosa di cui non c’è traccia.
Ma allora non era meglio giocare alla luce del sole, invece che fare le verginelle che nulla sanno o vogliono sapere?
Nelle poche volte in cui sono stato chiamato a esprimermi l’ho fatto. Le ripeto, la politica ha tutto il diritto di interessarsi a ciò che succede in economia e in finanza.
E il compagno Ricucci che vuol prendere la tessera del partito?
Ho ricevuto una telefonata da Stefano Ricucci: tono e contenuti la dicono lunga sulla natura insignificante di quella conversazione.
Allora non è andato al suo matrimonio con Anna Falchi…
Ma scherza? Fra l’altro alle nozze non sono neanche stato invitato. Quella di Santo Stefano a cui mi invitava era una festa cittadina che viene sponsorizzata da lui, dove di solito chiama varie autorità.
Al di là del compagno, dal tono delle conversazioni sembrava che tra lei e Ricucci ci fosse una certa familiarità.
Ma no, era il periodo in cui alcuni giornali l’avevano definito compagno, dunque si accreditava avesse rapporti con il nostro partito.
Era quando Massimo D’Alema fece quella intervista in cui disse che Ricucci in fondo non aveva la rogna?
No, credo fosse dopo. Ma non mi faccia domande da pubblico ministero.
Beh, sono mestieri un po’ simili. Anche i giornalisti, nel loro piccolo, indagano. E Piero Fassino che non ci capisce nulla?
L’ho detto per tagliare corto, non era assolutamente irriverente. Anzi, era un modo per proteggere il mio segretario, per dire che non c’entrava niente con queste operazioni finanziarie.
Ammetta almeno che il “Facci sognare” di D’Alema a Giovanni Consorte è un po’ eccessivo.
Lei conosce D’Alema e sa benissimo che lui è uno che fa del sarcasmo la forma retorica del suo discorso. Dunque è così che bisogna leggere quell’esortazione. Del resto tutto il tono della conversazione era ironico. Lo so perché io vi ho assistito per intero, visto che D’Alema l’ha fatta col mio telefono. E le giuro che invece era molto serio nel dire che bisognava rispettare le regole e le domande poste dagli organi di controllo.
E gli amici milanesi di cui il presidente dei Ds fa menzione con Consorte chi sono?
Visto che c’ero le traduco il senso di quella frase. D’Alema voleva dire: adesso l’operazione Unipol su Bnl incontra resistenze, ma se andrà in porto alla fine sarà accettata anche da quegli ambienti finanziari milanesi che ora sono scettici verso chi è considerato un parvenu della grande finanza. Tutto qua.
E l’”Attento alle comunicazioni” con cui avverte Consorte di essere intercettato?
Questa è fantastica, peccato manchi un pezzo che lei potrà trovare leggendo tutta l’intercettazione. D’Alema dice: “Attento alle comunicazioni agli organi di controllo”, non si riferisce alle comunicazioni telefoniche intercettate. È un invito al rigore. E poi le pare uno così ingenuo da dire una cosa simile se avesse saputo che la conversazione era intercettata?

Il mirabolante rapporto dei Ds con le banche

Massimo D'Alema, presidente Ds
Diciamo la verità: facili battute sul collateralismo di Unipol e compagnia a parte, il Pci, poi Pds, poi Ds, sulle banche non ci ha mai campato, anzi. Come dice Nicola Latorre parlando di Piero Fassino, il suo segretario, non ci ha mai capito nulla. E quelle poche volte che ha deciso di capirci qualcosa si è mosso tra goffaggini, titubanze e ingenuità. Una per tutte: ma si può permettere, simpatizzando il partito per la scalata della Olivetti alla Telecom, che nell’azionariato della lussemburghese Bell di Roberto Colaninno, Chicco Gnutti e soci ci fosse un fondo di nome Oak, Quercia, su cui si sarebbero scatenate le facili insinuazioni di molti? E pensare che persino Giuliano Tavaroli e la security-spectre della Pirelli, che sull’Oak hanno cercato fino alla morte tracce di tesoretti diessini, alla fine si sono dovuti arrendere al nulla che emergeva.
Al confronto, i democristiani erano dei marziani, gente che si muoveva con stratosferica perizia, specie quando si doveva decidere di nomine e finanziamenti nelle famose nottate spese dai notabili bivaccando a Palazzo Chigi per sistemare nomi e caselle.
Tant’è che la Dc ha dato al mondo bancario fior di dirigenti, mentre i Ds sono rimasti a bocc’asciutta. L’elenco scudocrociato è lungo, va da Giuseppe Guzzetti a Roberto Mazzotta, da Gianni Zandano a Fabrizio Palenzona, solo per citare gli ultimi.
E i Ds? La lista dei banchieri di riferimento è sempre stata piuttosto scarna: il massiccio Giuseppe Zadra, poi finito alla direzione generale dell’Abi. Il pensoso Alfonso Iozzo, che ora sta alla Cassa depositi e prestiti. Il tenace Silvano Andriani, che fu presidio al Montepaschi, che però, più che la banca comunista per eccellenza, è sempre stata la banca dove le correnti del partito, anche quando vigeva la ferrea regola del centralismo democratico, si facevano la guerra.
Last but not least, Pietro Modiano, il direttore generale dell’Intesa Sanpaolo, il quale deve la nomea diessina forse più al fatto di essere sposato con il ministro delle Pari opportunità Barbara Pollastrini che non per intima vocazione. Leggenda vuole, comunque, che Massimo D’Alema lo sponsorizzi ogniqualvolta si libera qualche poltrona di rango, di recente quella di Matteo Arpe quando ancora la Capitalia non si era promessa in sposa all’Unicredito. Leggenda vuole, ma non è vero, che D’Alema abbia cercato di spingere Modiano anche in un recente colloquio milanese con Giovanni Bazoli.
Andando indietro nel tempo (non poi tanto) il banchiere diessino per eccellenza è stato Angelo De Mattia, ex sindacalista della Cgil, famoso responsabile della sezione credito del partito, arguto corsivista del Manifesto con lo pseudonimo di Galapagos, ora commentatore con nome e cognome sulle pagine dell’Unità. Una breve militanza, la sua, prima di essere folgorato sulla via del pio Antonio Fazio, che seguì come un’ombra nei suoi anni di governatorato alla Banca d’Italia.
Il Botteghino, la sede romana dei Ds
Tutto qui, e francamente è un po’ poco per parlare di presenza nel mondo delle banche. Persino il tanto biasimato rapporto con Giovanni Consorte e la sua Unipol alla fine si riduce a un blando collateralismo dove i diessini guardano dal buco della serratura le mirabolanti mosse del capo delle cooperative, perfettamente a suo agio tra le alchimie della finanza. Il quale ha buon gioco nel dire, con un certo sarcasmo simildalemiano, che erano i diessini a informarsi da lui, non lui a cercare loro per farsi dettare la linea.
Alla base di questa estraneità quasi antropologica al mondo del credito ci sono almeno due buone ragioni.
La prima: i comunisti hanno sempre pensato che fossero altri i settori della società da privilegiare. Per esempio il sindacato e la cultura, cui hanno infatti fornito fior di uomini e idee.
La seconda, di fatto quella pregiudiziale: come Bertolt Brecht, avevano sempre pensato che reato non fosse svaligiare una banca, ma fondarla. Perché ci fu un tempo in cui il denaro era sterco del demonio e l’ideologia non consentiva il ben che minimo immerdamento. E quando lo consentiva, era sempre stato difficile andare d’accordo sulla spartizione della torta e del territorio.
Abbiamo detto del Montepaschi, per antonomasia l’unica banca dove i comunisti potevano fare il bello e il cattivo tempo. Quando il fu sindaco Pierluigi Piccini, inviso a Botteghe Oscure, cercò di diventare presidente della fondazione che controllava la banca, l’allora ministro delle Finanze Vincenzo Visco firmò dal giorno alla notte un decreto (questo sì davvero speciale) che gli sbarrava la strada.
Piccini, che prima di fare il sindaco lavorava al Monte, avrebbe dunque dovuto ritornarsene al suo modesto incarico da 35 mila euro lordi l’anno. Invece, “promoveatur ut amoveatur”, fu mandato a capo dell’ufficio parigino della banca per il modico stipendio di 442 mila euro, più casa, più una quarantina di voli business pagati nel caso gli fosse venuta con una certa frequenza la nostalgia di rivedere Siena.
Giovanni Consorte, ex presidente Unipol
Segno, inequivocabile, che il denaro non era più sterco del demonio. Una consapevolezza arrivata però troppo tardi per influenzare il grande risiko bancario che stava per iniziare. E se Massimo D’Alema ha governato due anni senza che nessun matrimonio epocale venisse celebrato, Romano Prodi ci ha messo sei mesi a benedire quello tra Intesa e Sanpaolo. E altri sei per l’ultimo, tra Unicredito e Capitalia, celebrato alla velocità della luce, su cui i Ds hanno cercato di mettere il cappello nel tentativo di bilanciare l’attivismo prodiano in materia.
Leggenda vuole che D’Alema abbia insistito con Cesare Geronzi perché acconsentisse alle nozze, ma non è vero. Che tra il banchiere di Marino e il presidente diessino ci siano buoni rapporti è cosa nota, altro però è pensare che il bianco Cesare sia uno che si fa suggerire le mosse. Lui le mosse non se le fa suggerire da nessuno e i politici, semmai, sono quello che erano per la buon’anima di Enrico Mattei: dei taxi buoni a farci un pezzo di strada. Nel caso dei Ds, poi, nemmeno tanto lungo.

Speciale va, ma D’Arrigo non viene: chi comanda alla Finanza?

Il generale Cosimo D'Arrigo, nuovo comandante della Guardia di Finanza
Chi è il comandante generale della Guardia di Finanza? La domanda non è retorica e la risposta quindi non è ovvia né scontata.
Dopo la rimozione dell’attuale comandante Roberto Speciale, decisa dal Consiglio dei ministri su proposta del responsabile dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. E dopo il dibattito con relativo voto di fiducia in Senato in cui lo stesso ministro ha ribadito che era venuto meno il rapporto di fiducia che legava il governo all’alto ufficiale e dopo, infine, la trasmissione dell’atto di nomina del successore nella persona del generale Cosimo D’Arrigo, in un paese normale non ci sarebbero dubbi. Ma evidentemente anche in questa circostanza l’Italia si dimostra un caso a sé.

Ieri Speciale si è congedato dai suoi collaboratori con un discorso nel salone d’onore del comando generale in viale 21 aprile a Roma e le sua parole sono state salutate da una specie di standing ovation di generali, colonnelli ed alti ufficiali durata cinque minuti. Una specie di dimostrazione inscenata lì per lì che sembra andare al di là dell’affetto e della stima ribaditi al comandante uscente per assumere, invece, contorni di diversa natura. Quel battimani così ostentato e prolungato a prima vista sembra una specie di dichiarazione polemica e di sfiducia dei vertici del Corpo nei confronti del potere politico. Se così fosse, sarebbe un atto senza precedenti e di una gravità notevole.

Il fatto grave, inoltre, è che mentre lo stato maggiore dell’Arma effettua un pronunciamento così plateale, il successore di Speciale non riesce ad insediarsi. La cerimonia prevista per questa mattina a Roma è saltata e al momento non si capisce se per effetto delle turbolenze tra governo e vertici militari o se a causa del decreto di nomina trasmesso dal governo alla Corte dei Conti per la ratifica e non ancora ufficialmente registratro dalla magistratura contabile. L’incartamento non sarebbe formalmente ineccepibile secondo la prima valutazione del dirigente a cui è stato affidato, un alto funzionario in passato collaboratore dell’ex ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli (An), ora sindaco di Orbetello.

A complicare ulteriormente il quadro c’è anche la cerimonia del 233mo della fondazione della Guardia di Finanza fissato per le 11 di giovedì 21 giugno alla scuola ispettori dell’Aquila alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. L’invito ufficiale alla cerimonia, inviato dopo il voto al Senato sul caso Speciale, è rivolto ad autorità e giornalisti dallo stesso Speciale. E per di più sembra di capire che lo stesso Speciale sia presente all’appuntamento in qualità di comandante dell’Arma.

E a questo punto c’è da chiedersi davvero chi comanda alla Finanza.

Dopo le intercettazioni D’Alema-Consorte: pronto, chi paga?


Che ricadute ci saranno alla prima ondata di intercettazioni che coinvolgono i massimi vertici dei Ds e Giovanni Consorte? Intanto c’è da dire che proprio l’ex capo della Unipol ha spiegato oggi che “siamo solo agli inizi”.
Ma già ora si possono prevedere le conseguenze sul governo, sulla sinistra e nei rapporti con l’opposizione. Tutti hanno notato che il centrodestra è stato cauto, cautissimo sulla faccenda. Ipergarantista. È un atteggiamento dettato non solo dal fatto che la vicenda coinvolge anche esponenti del centrodestra (Roberto Calderoli della Lega, Aldo Brancher di Forza Italia, Ivo Tarolli ex Udc e altre 46 persone tra cui il presidente del Palermo Maurizio Zamparini sono accusati di appropriazione indebita in un filone laterale dell’inchiesta Antonveneta), ma soprattutto dal desiderio di non rompere definitivamente i ponti con Massimo D’Alema, una sponda utile per puntare al dopo Prodi. Non solo.

Il coinvolgimento dello stato maggiore diessino nelle scalate bancarie azzera molti discorsi sul conflitto d’interesse; anzi Berlusconi spera che azzoppi la legge varata dal governo.
Ma l’atteggiamento dell’opposizione è un problema minore. Perché i regolamenti di conti sono tutti attesi nella maggioranza. Tra Margherita, prodiani e ds è gelo: già nell’estate scorsa personalità come Francesco Rutelli e Arturo Parisi condannarono senza mezzi termini le scalate bancarie, evocando la questione morale e difendendo l’establishment tradizionale. Oggi quei discorsi stanno tornando. Ad approfittare della situazione è ovviamente Romano Prodi, che si è esposto al massimo per togliere dagli impicci Vincenzo Visco nell’affaire della Guardia di Finanza (e ora si capisce meglio qual era la posta in gioco), e dunque vanta nei confronti della Quercia cospicui crediti.

Ma neppure Prodi può sentirsi più tranquillo. C’è una parte dell’Unione che non ha crediti da incassare né rivincite da consumare, ed è la sinistra massimalista di Rifondazione e dei Verdi. Il flop della manifestazione anti Bush, in contrasto con l’affollamento di quella dei no global, ed i cattivi risultati delle amministrative stanno aumentando la voglia di sfilarsi dal governo. L’ala estrema presenterà il conto sulle questioni economiche: tesoretto, pensioni, lavoro. Se il Documento di programmazione economica (Dpef) che il governo deve portare in Parlamento entro giugno non conterrà precise garanzie di carattere “sociale”, Rifondazione e soci potrebbero uscire dall’esecutivo.
Un appoggio esterno che, tra non molto, potrebbe essere l’anticamera ad una nuova opposizione. Da dove, del resto, i duri della sinistra hanno sempre portato a casa molti voti, a differenza di adesso.

Il VIDEO servizio:

Scalate bancarie al telefono, D’Alema a Consorte: facci sognare!

[i](Credits: Ansa)[/i]
“Facci sognare! Vai!”: così, con un’espressione destinata ad entrare di corsa tra le frasi cult del gergo politico, Massimo D’Alema risponde a Giovanni Consorte, numero uno di Unipol, che annuncia al leader ds che presto avranno “il 70 per cento della Bnl“.
Siamo in una delle 73 telefonate che il giudice milanese Clementina Forleo ha messo da oggi a disposizione degli avvocati, sia pure con il divieto di registrazione, di scannerizzazione, di fotocopia. Solo appunti, in pratica.
È il luglio 2005, l’estate delle scalate bancarie. Consorte parla con Nicola Latorre, braccio destro di D’Alema, il quale a un certo punto si inserisce nella conversazione. All’entusiasmo dell’attuale ministro degli Esteri, allora presidente della Quercia, Consorte risponde: “È da fare uno sforzo mostruoso ma vale la pena a un anno dalle elezioni”. E D’Alema: “Va bene, vai!”.
Si tratta fino ad ora del passaggio più scabroso delle intercettazioni. Anche se in un’altra telefonata è il segretario ds Piero Fassino a lasciarsi andare, sia pure con minore slancio onirico. Fassino deve incontrare il presidente della Bnl, Luigi Abete, sotto scalata, e chiede istruzioni a Consorte: “Io non gli dico niente, voglio sapere, voglio solo avere elementi utili per il colloquio”. Consorte: “No, ma ti dico anche quello che puoi dire e non dire, solo questo. Fassino: “Sto abbottonatissimo”. Il manager di Unipol mette Fassino a parte di dettagli considerati “sensibili” dalle leggi sulla borsa: per esempio che si stanno mettendo d’accordo con gli spagnoli del Bbva, fino ad allora controllori della Bnl, mentre non riescono a convincere l’imprenditore Franco Caltagirone a cedere la sua quota.
Ancora, Consorte rivela a Fassino: “Abbiamo il 51,8% di Bnl e nell’operazione ho coinvolto quattro banche cooperative che fanno capo a Stefanini”. In un’altra conversazione, di fronte all’incalzare delle notizie, Latorre cede all’entusiasmo: “Ormai, stamattina a Consorte gliel’ho detto, datemi una tessera perché io non ce la faccio più” dice ridendo. Già, ma con chi parla Latorre? Con Stefano Ricucci, che in quel momento stava scalando assieme a Gianpiero Fiorani, la banca Antonveneta ed il Corriere della Sera.
Da queste prime rivelazioni ne esce il quadro di un vertice diessino costantemente informato della scalata alla Bnl, e non solo a quella, ma all’insieme delle mosse dei “furbetti del quartierino”. Tali mosse sembrerebbero avere una sorta di unica regìa (confermando così i sospetti dei magistrati e di larga parte del mondo politico e imprenditoriale ostile alle scalate).

E, a quanto pare, alquanto partecipe. Dice per esempio Latorre a Ricucci: “Eccolo il compagno Ricucci all’appello. Ormai sei diventato un pericoloso sovversivo. Rosso oltretutto”. Ricucci replica: “Ho preso da Unipol io: tutto, tutto a posto, abbiamo fatto tutte le operazioni con Unipol”. Mentre D’Alema, parlando ancora con Consorte, gli consiglia: “Dobbiamo vederci personalmente, stai attento alle comunicazioni”.

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