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Referendum, guida al voto: quesiti, quorum, le ragioni del sì, del no e dell’astensione

Le urne per i referendum

Domenica e lunedì si vota (oltre per i ballottaggi per il sindaco e/o la provincia) per il referendum sul sistema elettorale per le politiche. Tre i quesiti sui quali i cittadini sono chiamati a rispondere con un sì o con un no e che sono abrogativi di alcune parti della legge.
Gli elettori (47,5 milioni a cui si aggiungono 3 milioni all’estero) possono scegliere anche per l’astensione visto che per il referendum abrogativo la Costituzione prevede la necessità che partecipi al voto il 50% più uno degli elettori. Se dovesse passare il sì, la legge sarà immediatamente applicabile.
Perché il referendum sia considerato valido, dovrà aver votato almeno il 50% più uno dei cittadini, cioé più di 25 milioni di italiani. In caso di vittoria del no o non raggiungimento del quorum lo stesso referendum non può essere ripresentato per 5 anni.

Oltre a una guida su quesiti, date e schieramenti dei partiti Panorama.it ha raccolto l’opinione del professor Mario Segni, del gruppo promotore del referendum che chiede di esprimersi con un sì per istituzionalizzare il sistema “maggioritario” e quelle di Roberto Cota, capogruppo della Lega Nord alla Camera, che invece invita gli italiani ad astenersi.

Qui: la guida sugli schieramenti in campo
Qui: l’intervista a Mario Segni
Qui: l’intervista a Roberto Cota

Referendum: sì, no, forse. Il quesito sui quesiti e le risposte del web

Un banco di raccolta firme per il referendum

La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale (qui l’abc dei quesiti referendari) che Bossi avversa da sempre, perché prefigura un bipartitismo spinto che emarginerebbe le formazioni più piccole - oltre alla Lega, l’Udc e l’Idv e la sinistra extraparlamentare (tutti contrari, infatti). Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio, in una nota di martedì 9 giugno afferma: “Non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum”.
Queste le parole del premier. Già, le parole.
Nessun ricatto della Lega
A chi dice, e crede (il comitato referendario e le opposizioni, Pd in primis), che il premier sia sottostato al ricatto leghista, che il leader del Pdl sia ostaggio di quello del Carroccio, che quello intercorso con il Carroccio (più vincente del Pdl alle elzioni dello scorso week end) sia un “do ut des” bello e buono (cioè, un baratto: Berlusconi si sfila dall’appoggiare la campagna del referendum del 21 giugno e in cambio Bossi garantisce il sostegno del proprio elettorato, fondamentale ai fini dell’esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche), basti ricordare il percorso fin qui fatto dal Cavaliere sul tema.
Era il 29 aprile (qui il VIDEO di Sky Tg24), quando da Varsavia, a conclusione del vertice italo-polacco disse: “Dà il premio di maggioranza al partito più forte, qualcuno può immaginare che io voti no?”, al referendum. E poi aggiunse: “Va bene tutto, ma non si può pensare di essere masochisti”.
Concetto ribadito e ancor più chiarito il 3 giugno scorso, durante Porta a Porta: il referendum “va nella direzione e nell’interesse del Popolo della Libertà e se io dicessi non voto questo referendum gli elettori del Pdl potrebbero farmi un’azione di responsabilità, però non faremo campagna elettorale perché noi siamo contenti di governare con la Lega e abbiamo con la Lega un’alleanza di ferro”.
I mal di pancia di Fini
Non c’è nulla, da queste dichiarazioni, di dverso da quanto sostenuto martedì 9 dal premier. E però, la scelta tattica del premier ha provocato la reazione di Gianfranco Fini e dell’ala “finiana” del Pdl: “Io andrò a votare, lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani”, risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì.
Nessun sostegno, nessun divieto
E allora ecco l’ultima parola di Berlusconi, costretto ancora una volta a intervenire e precisare: il no al sostegno diretto al referendum elettorale? “Ne rimango convinto, ma comunque voterò sì”: svela Berlusconi, in un colloquio con Il Giornale.
Insomma, nessun sostegno dal Pdl e nessuna indicazioni (leggi: non si farà campagna elettorale) ma nessun rifiuto al voto: “nessun divieto”, puntualizza il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e uno dei tre coordinatori del Pdl: “Non capisco perché ci sia questa mania a vedere Fini alternativo al Pdl. Anch’io”, prosegue “a tutte le persone che me lo chiederanno dirò di andare a votare”. E poi: “Nel Pdl ci sono sempre state posizioni diverse, ad esempio, Cicchitto è sempre stato contrario. Parlando di An, i favorevoli al referendum sono il 90%”.

Eppure il dibattito, soprattutto in rete, è molto acceso. Nei temi e nei toni.

Un referendum che mette alla prova i nuovi equilibri nel PdL…

“Berlusconi ha dichiarato che “non sosterrà” il referendum sulla legge elettorale che si celebrerà il 21 giugno prossimo, in concomitanza con i ballottaggi delle Amministrative, inviso alla Lega. [...] La dichiarazione odierna è servita a sugellare l’accordo tra PdL e Lega in vista dei ballottaggi, ma chissà che le immediate reazioni di Fini e degli altri sostenitori della consultazione, unite all’alto numero di ballottaggi, non portino comunque al superamento del quorum, con conseguente scontata vittoria del “SI”. Sarebbe un colpaccio.”

Polìscor » Sembrava una carretta ma era un Carroccio

Una scelta controproducente per il PDL

Il sistema elettorale preferito dal Bossi allora anti-berlusconiano era il
modello tedesco. Proporzionale, sbarramento e mani libere. La stessa a cui il Bossi ora “berlusconiano” presto o tardi [...] intende ricondurre la politica italiana. [...] Di una cosa va dato atto al Senatur: è uno dei pochi che, nell’ultimo decennio, può dire di non avere cambiato idea sulla legge (e sui referendum) elettorali. Rimane da capire la ragione per cui un partito come il Pdl debba invece cambiarla, non a proprio vantaggio, ma contro i propri interessi.”

Libertiamo » Il Senatur sulla legge elettorale detta la linea dal 1999

Appoggiare il referendum aumenterebbe gli elettoria

“Non c’è stato un boom leghista. E provare a inseguire la Lega per recuperare quel 2% di voti che si presume si sia spostato dal Pdl alla Lega sarebbe a mio avviso un errore politico. [...] Occorre guardare ai 6 milioni di astenuti se si vuole recuperare il terreno perso, non ai 100mila elettori in più della Lega. E questo si può ottenere solo differenziandosi dal Carroccio, anziché inseguendolo. Differenziarsi significa innanzitutto dettare la linea politica e non essere
eterodiretti dal proprio partner minoritario di coalizione. [...] Significa soprattutto individuare un progetto politico nazionale (e non settentrionale) di ampio respiro che delinei una mission di lungo periodo per il paese, a cominciare dalle riforme istituzionali e dalle riforme strutturali (e non solo congiunturali) per reagire alla crisi economica.”

FareFuturo Webmagazine » La folle inutilità di inseguire la Lega

Ma forse anche gli italiani temono il bipolarismo…

“Pare che gli italiani, premiando Lega, IdV e UDC, abbiano fatto capire di volere un bipolarismo snello e semplificato che però non si tramuti almeno in tempi brevi in un bipartitismo secco. [...] L’UDC che resiste e bene, approfitta dello scetticismo non verso una
prospettiva bipartitica in sé, ma nei confronti di una contrapposizione urlata fra due partitoni contraddittori ed incapaci di modernizzare il Paese. Non è un caso che oggi Berlusconi abbia fatto un bel passo indietro circa il referendum promosso da Segni e Guzzetta.”

Conservatori-Liberali » Un campanellino d’allarme

Referendum, l’allarme del Comitato è sullo spoglio

Scrutinio per i ballottaggi del 10 e 11 giugno 2007

di Stefano Brusadelli

Il comitato referendario lancia l’allarme scrutatori. In base all’articolo 9 della stessa legge elettorale che in alcuni punti si intende abrogare (il cosiddetto Porcellum del 2005, qui la SCHEDA su come funziona), gli scrutatori non vengono più estratti a sorte fra gli iscritti a un albo, bensì designati da commissioni comunali composte dai rappresentanti dei partiti. La nuova procedura vale per tutti i tipi di consultazione, referendum compresi. “Si tratta” dice a Panorama il presidente del comitato promotore Giovanni Guzzetta “di una scelta assai grave. Oltre a nominare i parlamentari attraverso le liste bloccate, adesso i partiti si attribuiscono anche il potere di nominare coloro che debbono controllare la correttezza del voto. E se è un problema in linea generale, lo è tanto più per i referendum, visto che il comitato promotore non sarà rappresentato”.
Il timore di Guzzetta è quello di ritrovarsi una maggioranza di scrutatori espressione di partiti o aree di partito avversi al referendum, con il conseguente rischio di vedere annullate schede dubbie, o addirittura valide. “Nel Nord, per esempio” aggiunge Guzzetta “è facile immaginare che ci sarà un’alta percentuale di scrutatori leghisti, che non saranno certamente indifferenti”. Per questo i referendari si apprestano a lanciare una “campagna di attenzione” diretta al governo e ai presidenti di seggio.

LEGGI ANCHE: Quesiti, costi, favorevoli e contrari: l’abc del referendum elettorale - Elezioni: la dura vita dello scrutatore

Europee: sì all’election day e ai contributi per chi resta fuori

i protagonisti degli ultimi due anni

Dopo il sì all’innalzamento dell’asticella al 4% per le europee, ecco un alro ok da parte del Senato.
Che ha approvato il decreto che fissa l’election day per accorpare le prossime elezioni europee e amministrative in unica tornata, i prossimi 6 e 7 giugno. Pe rendere possibile l’accorpamento, si voterà il sabato pomeriggio del 6 e tutta la giornata di domenica 7 giugno. Il “sì” è stato ampiamente bipartisan, avendo votato a favore 252 senatori, nessun cotrario e due astenuti. Il provvedimento, che allinea le dimensioni dei simboli delle liste fra le due competizioni (3 centimetri) porta con sé anche un altro emendamento di un certo rilievo: su proposta dei senatori democratici Vincenzo Vita e Paolo Nerozzi, la soglia per ottenere i rimborsi elettorali è stata portata al 2 per cento, quindi anche i partiti che non raggiungeranno il quorum del 4% necessario per ottenere seggi nell’Europarlamento potranno comunque accedere ai fondi pubblici; su proposta del relatore Lucio Malan.Per il via libera definitivo, ora la norma passa al vaglio di Montecitorio.

Tradotto: con questa modifica, anche i partiti che non raggiungeranno il quorum del 4%, quella che serve ad avere un seggio (dei 72 messi a disposizione per l’Italia) nell’Europarlamento, potranno accedere comunque ai fondi pubblici. Un modo - adottato dai due partiti più grandi - per rispondere alle polemiche dei partitini (Verdi, Sd, Socialisti, Prc e La Destra) che accisavano Pdl e Pd, di voler letteralmente “uccidere la democrazia”, togliendo di mezzo le voci fuori dal loro coro. La legge numero 18 del 1979, sul sistema elettorale con il quale si voterà il 6-7 giugno, prevede che il riparto dei seggi avvenga con il metodo proporzionale in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna lista, su un collegio unico nazionale e con il principio dei quozienti interi e dei resti più elevati. Alzare la soglia di accesso di fatto “costringe” i “cespugli” a non correre da soli (pena l’esclusione dal Parlameto europeo) ma ad accordarsi tra loro unendo forze ed elettori. Un po’ come avviene per le elezioni politiche italiane: lo sbarramento, nell’ultima tornata, ha comportato l’esclusione di forze politiche come .
Non avere seggio significa poi non accedere ai contributi a titolo di rimborso elettorale, con la conseguenza di una drastica diminuzione delle entrate su cui gli stessi partiti basano la propria sopravvivenza, a tutto vantaggio delle forze politiche maggiori. Una batosta finanziaria, oltre che politica, insomma per gli attuali “extraparlamentari”. Che, almeno fino al 2010 potranno contare sui rimborsi per le politiche 2006; poi fino al 2012 arriveranno i rimborsi delle politiche 2008, ossigeno anche per chi, come la Sinistra arcobaleno (1,858 milioni) o i socialisti (498 mila euro), non ha avuto seggi ma ha superato l’1 per cento. L’incubo riguardava le europee 2009 però anche la soglia per i rimborsi è al 4.
Il 2012 sarebbe stato un incubo. E allora, in extremis, ecco l’emendamento democratico che tenta di riportare un minimo di equilibrio nella spartizione del gruzzolo dei rimborsi. Sempre che i partiti minori riescano a toccare il 2%…

I partiti alla prova del 4: per i “nanetti” disperati incubo 2012

Paolo Ferrero
di Laura Maragnani
Il socialista Riccardo Nencini prova a fare il duro: “Tranquilli, non ci ammazzano. Solo col tesseramento mettiamo in cassa 1 milione di euro l’anno. Anche senza i rimborsi elettorali per le europee sopravviviamo tranquillamente”. Ma tranquilli ora non sono affatto i tesorieri dei “nanetti”, i partiti che rischiano di non superare la soglia del 4 per cento alle europee. Nel 2004, 7,5 milioni di elettori avevano scelto sigle che ora vedono sfumare non solo i seggi ma anche i rimborsi (250 milioni in totale). Una batosta finanziaria, oltre che politica, a vantaggio dell’accoppiata Pd-Pdl. “Si spartiscono il bottino di democrazia e di finanza” accusa Nencini. E non è l’unico a fare conti amari.
Fino al 2010 conteranno sui rimborsi per le politiche 2006, compresa l’Udeur, che alle ultime elezioni non si è nemmeno presentata (1,091 milioni di euro l’anno). Fino al 2012 arriveranno i rimborsi delle politiche 2008, ossigeno anche per chi, come la Sinistra arcobaleno (1,858 milioni) o i socialisti (498 mila euro), non ha avuto seggi ma ha superato l’1 per cento. Per le europee 2009 però anche la soglia per i rimborsi è al 4. Il 2012 è un incubo. E le regionali del 2010 per molti rischiano di essere l’ultima occasione.

Urne e inchieste, il Pd rischia il ko. E Veltroni s’aggrappa ai commissari

Il leader dei Democratici, Walter Veltroni

Innanzitutto, Sardegna e Abruzzo. A sorpresa non c’è la Campania. Ma non si sa mai.

Dopo il ciclone giudiziario, gli “agguati politici” e le sconfitte elettorali, le contromosse di Walter Veltroni, messo sotto processo dai suoi colonnelli, partono da queste due regioni.
“Questo non è il mio Pd” avrebbe detto il segretario del partito ieri, tra un’agenzia e l’altra che recitava i nomi dei politici e dei dirigenti locali democratici coinvolti a vario titolo nelle inchieste della magistratura. Aggiungendo di volere una nuova classe dirigente capace di amministrare con onestà ed entusiasmo il territorio.

Da oggi, la parola d’ordine è dunque “percorso innovativo”. Si inizia così proprio da due regioni che, per motivi diversi, sono stati il palcoscenico di dure scosse d’assestamento in casa democratica.
In Abruzzo, dopo la pesante sconfitta elettorale e le inchieste della magistratura che hanno portato all’arresto del sindaco di Pescara (che era pure segretario regionale del partito), toccherebbe a Massimo Brutti riorganizzare le fila del partito, profittando anche dei suoi buoni rapporti con i magistrati (per molti mesi è stato responsabile della Giustizia dei Democratici di sinistra).

Strana vicenda quella a Pescara: il sindaco arrestato, Luciano D’Alfonso, dopo essere stato il più giovane presidente provinciale d’Italia (a soli 30 anni nel 1995), si era guadagnato sul campo due mandati consecutivi da primo cittadino (2003 e 2008). Non solo. In occasione delle primarie del 14 ottobre 2007, era diventato il leader regionale del Pd. Ma per capire il peso di D’Alfonso forse vale la pena ricordare la scelta di Veltroni che, proprio da Pescara, complice anche la coincidenza tra elezioni politiche e amministrative, decise di cominciare il suo tour dell’Italia. “Siccome sono scaramantico” spiegò il leader democratico in quell’occasione “ho voluto far ripartire la mia sfida da Pescara: perché ogni volta che siamo partiti da qui abbiamo sempre vinto le elezioni”. Ma davanti alle calamità anche la scaramanzia non basta. Meglio affidarsi a un uomo navigato come Brutti.

In Sardegna, dove a fine novembre i dissidi interni al partito hanno costretto alle dimissioni il governatore isolano Renato Soru, si farebbero invece i nomi di Michele Meta oppure del portavoce del Pd Andrea Orlando, entrambi vicinissimi al leader democratico.

Situazione niente affatto semplice neppure a Firenze: ieri gli alleati del Pd hanno detto il loro “no” alla corsa alle primarie per la carica di primo cittadino da parte di Graziano Cioni, l’assessore comunale alla Sicurezza indagato nella vicenda Castello.
Quanto alle altre regioni, Campania in testa (dove parte dell giunta è coinvolta nell’inchiesta sulla delibera “Global service”) si resta a guardare. E se il braccio destro di Veltroni, Goffredo Bettini, rassicura sulla solidità della posizione del segretario, molti dirigenti aspettano la direzione di dopodomani. Solo allora si potrà capire quanto sia robusta la leadership in casa del Pd.

In Abruzzo vince il non voto. Alle urne solo il 52,98%

Alle elezioni

Urne chiuse in Abruzzo. E secondo la prima proiezione diffusa dalla tv locale Rete8 sarebbe in vantaggio il candidato del Pdl Giovanni Chiodi con oltre 6 punti di vantaggio sullo sfidante dipietrista Carlo Costantini (Pd più Idv più altri), che rappresenta il centrosinistra. Il candidato presidente del Pdl secondo la proiezione realizzata dall’emittente televisiva su un campione di 100 sezioni su 1625. Secondo tale proiezione il candidato del Pdl sarebbeoltre il 50%, mentre Costantini sarebbe sotto il 40%. Il margine di errore previsto per tale proiezione è del 4%. Per quanto riguarda gli altri candidati questi i dati: Rodolfo De Laurentiis (Udc-Udeur) 5,25%, Teodoro Buontempo (La Destra) 2,50%, Ilaria del Biondo (partito dei Comunisti lavoratori) 1%, Angelo Di Prospero (Per il bene comune) 0,50%.
In Abruzzo si vota dopo che l’ex governatore, Ottaviano del Turco, ha rassegnato le dimissioni dopo il suo coinvolgimento nell’inchiesta per le presunte tangenti nella gestione della sanità. Del Turco, all’uscita dal seggio, ha confermato di non aver votato Costantini, candidato presidente per il centrosinistra.

Ma se per conoscere il nome del nuovo governatore abruzzese bisognerà aspettare la sera, già poco dopo la chiusura delle urne si può invece dire che a vincere sia stato il partito dell’astensione.
L’affluenza alle urne per il rinnovo della giunta regionale abruzzese, secondo i dati resi noti dal Viminale, è in netto e drammatico calo: tra domenica e lunedì ha votato il 52,98% degli aventi diritto rispetto al 68,58% delle elezioni del 2005, con un risultato inferiore di oltre 16 punti percentuali. “Posso solo commentare, a questo punto, il dato dell’astensione: si tratta di un fenomeno gigantesco” ha affermato il candidato presidente del centro sinistra. “La causa di tale fenomeno” ha spiegato Costantini “è di entrambe le parti, centrodestra e centrosinistra. Vince chi è riuscito a portare più gente a votare. Su questo fenomeno è necessario riflettere con attenzione nei prossimi giorni”.

Camera, Fini presidente: “Onorare i valori del 25 aprile e del 1 maggio”

Il neo eletto presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini durante il suo primo intervento nell'aula di Montecitorio | Ansa
Gianfranco Fini è il nuovo presidente della Camera. Il leader di An ha ottenuto la maggioranza assoluta con 335 voti. Alla votazione hanno partecipato 611 deputati. La maggioranza richiesta era di 306 voti. Oltre ai 335 voti di Fini, sette consensi sono andati a Daniele Marantelli del Pd. Tre i voti dispersi, 259 le schede bianche (era annunciata l’astensione di gran parte della minoanza: Pd, Idv e Udc), sette le nulle. Un applauso scrosciante dell’aula di Montecitorio ha salutato il raggiungimento del quorum, che portava Fini a diventare il tredicesimo presidente della Camera dei deputati, dal 1948. Da Giovanni Gronchi a Fausto Bertinotti, sono stati infatti dodici i suoi predecessori nelle nelle passate quindici legislature. Ben cinque di loro sono poi diventati presidenti della Repubblica (Gronchi, Leone, Pertini, Scalfaro e Napolitano).
Dopo un “doveroso omaggio” alle figure del capo dello Stato e di Papa Benedetto XVI, seguito da un richiamo alle radici cristiane dell’Italia, Fini nel suo primo discorso dallo scranno più alto di Montecitorio ha invitato la nuova Assemblea a dimostrare che “i deputati non sono solo una casta di privilegiati. Questo e’ possibile solo con i fatti”. Facendo suo l’auspicio del presidente del Senato Renato Schifani, Fini ha aggiunto che “non siamo all’anno zero” delle riforme, molto è stato fatto ma “la XVI legislatura dovrà essere per davvero legislatura costituente”.
“Avere istituzioni più moderne e più vicine ai cittadini è interesse di tutti, rappresenta un autentico interesse nazionale”, ha detto Fini, augurando che si possa ripartire dal lavoro degli ultimi mesi della Commissione Affari Costituzionali, sul superamento del bicameralismo perfetto e per avere un “federalismo solidale”.
Completo grigio chiaro e cravatta rosa, su camicia bianca, Fini ha preso la parola, per il suo discorso di insediamento, tra i palchi della presidenza:il 25 aprile e il 1 maggio, ha detto, “devono essere giornate condivise da tutto il popolo italiano”. “Celebrare la ritrovata libertà del nostro popolo e la centralità del lavoro nell’economia è un dovere a cui nessuno si può sottrarre. Specie se vogliamo vivere il 25 aprile e l’1 maggio come giornate in cui si onorano valori autenticamente condivisi e avvertiti come vivi e vitali da tutti gli italiani e in particolare dai più giovani”.
Secondo Fini “negli ultimi anni molti passi avanti nella giusta direzione sono stati compiuti, e dalla quasi totalità delle forze politiche. Coloro che si ostinano a erigere steccati di odio o a negare le infamie dei totalitarismi sono pochi, quanto isolati nella coscienza civile degli italiani”. Fini ha poi sottolineato: “La ricostruzione di una memoria condivisa, una sincera pacificazione nazionale, nel rispetti della verità storica, tra vincitori e vinti di ieri sono traguardi ormai raggiunti, anche per il nobile e coraggioso impegno di due Presidenti della Repubblica: Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi”.
“Un’insidia alla nostra libertà e alla democrazia esiste tutt’ora. Non viene dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso ormai superate, ma dal diffuso e crescente relativismo culturale”. Si tratta, prosegue Fini, della convinzione secondo cui “la libertà è assoluta pienezza di diritti e totale assenza di regole. La Libertà è minacciata quando in suo nome si teorizza l’impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato”. Secondo Fini, è responsabilità della politica e delle istituzioni rispondere a questa “minaccia”, puntando “sull’educazione dei giovani e sulla diffusione del sapere”. Infine un capitolo dedicato alla “perdurante tragedia delle cosiddette morti bianche offende la coscienza di ognuno, non può e non deve essere considerata come ineluttabile, ma deve generare uno sforzo comune a tutte le istituzioni perché ad essa si ponga rapidamente fine”.

Un discorso lungo 14 minuti, che ha mandato “in soffitta” l’appellativo “deputati” usato da Fausto Bertinotti e da Irene Pivetti per tornare al tradizionale “Onorevoli colleghi”. Fini ha un testo, cosa inusuale per lui, normalmente abituato a parlare a braccio, e ha incassato diciassette applausi. Il primo ad andare a congratularsi è il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini; il predecessore lo raggiunge sulle scalette del banco della presidenza e gli porge la mano, che Fini stringe. Tutto lì: nessun abbraccio e nessuna frase di circostanza. Quindi l’abbraccio dei deputati del Pdl. Nella sala del governo il “passaggio delle consegne” con Fausto Bertinotti: dopo essersi intrattenuto per qualche minuto con il suo successore, giusto il tempo per un brindisi, Bertinotti si congeda senza rilasciare dichiarazioni ma solo stringendo le mani ai funzionari della Camera e augurando a tutti un buon lavoro. Nel frattempo, si continua a brindare: c’è Berlusconi, poi fra gli altri giungono Massimo D’Alema, Arturo Parisi e tanti altri parlamentari, soprattutto del Pdl.
Gli arriva anche una telefonata di auguri da Walter Veltroni dalla clinica romana in cui èricoverato per un piccolo intervento. Finito lo champagne, si va a lavorare. Accompagnato dal segretario generale della Camera Ugo Zampetti e dal nuovo portavoce Fabrizio Alfano, Fini va al primo piano di Montecitorio e prende possesso del suo ufficio.
Nel pomeriggio la visita al Quirinale, poi qualche giorno di riposo fino a martedì, quando a Montecitorio si tornerà a votare per eleggere l’ufficio di presidenza.

Il VIDEO servizio:

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Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
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Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
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