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Gianfranco Fini è il nuovo presidente della Camera. Dopo le tre fumate nere di martedì 29, per salire allo scranno più alto di Montecitorio al leader di An bastava la maggioranza assoluta. Appena raggiunto il quorum necessario di 316 voti, dall’Aula si è levato un forte applauso. Alla fine della conta i voti a favore del leader di An sono giunti a 335.
Cravatta rosa, completo grigio chiaro. Così il futuro presidente della Camera, si è presentato a Montecitorio nel giorno della sua elezione. “Sono un po’ emozionato” ha confidato prima dello spoglio “ma credo sia normale. Ma sono anche uno freddo di carattere”, ha aggiunto subito dopo, colorando l’affermazione con un “sono un Capricorno”. Fini, che si è trattenuto a chiacchierare con Roberto Calderoli mentre in Aula è in corso la prima chiama, si è poi lasciato andare ai ricordi e, in particolare, alla prima volta “che varcai il portone” che conduce all’emiciclo. “Era l’83″ racconta “e c’erano Almirante e Berlinguer…”.
Venticinque anni sono passati, da allora: Fini ne aveva 31. E tante cose in politica sono cambiate. Anche grazie a lui. Già perché Fini è l’uomo delle svolte, o degli strappi. Ed è anche il leader che ha portato gli eredi del Movimento sociale al governo, primo ministro degli Esteri post missino, ora primo presidente della Camera di destra, terza carica dello Stato.
Per dirigere Montecitorio, si sa, bisogna avere polso e sangue freddo. La sua immagine pubblica si nutre da anni di queste caratteristiche: serio, certo, ma capace anche di sparigliare.
Ancora oggi, in An, si ironizza sull’outing giamaicano: “Anch’io ho provato uno spinello, è successo in Giamaica insieme ad alcuni amici”, confessò un giorno da Fazio. Non convinse tutti quando aggiunse: “Sono stato rimbecillito per due giorni”. Altre conseguenze, ben più dolorose, le provocò il suo annuncio sul referendum sulla procreazione assistita: rompendo il fronte dell’astensione nel centrodestra, e per di più votando tre “sì” ai quesiti, provocò un terremoto che mise a repentaglio la sua stessa leadership nel partito.
L’uomo degli strappi, informa Wikipedia, nasce a Bologna nel 1952 . Studia all’istituto magistrale, si laurea in Psicologia, diventa giornalista professionista. Intanto fa politica, si trasferisce a Roma, a 25 anni assume la guida dei giovani del Msi, proclamato segretario del Fronte della Gioventù. Vive al fianco di Giorgio Almirante, che lo sceglie presto come suo delfino. Intanto il trentunenne Fini entra in Parlamento, sempre nel ramo di Montecitorio, per non uscirne più: dalla nona alla tredicesima legislatura, poi ancora nella quindicesima, in mezzo l’incarico di vicepresidente del Consiglio nel secondo governo Berlusconi, tra i costituenti alla Convenzione europea, ministro degli Esteri dal novembre 2004.

Fini con Storace e Alemanno
Vent’anni, tanto è durato il suo regno sul Movimento sociale prima, su Alleanza nazionale dopo. Un solo incidente di percorso, nel gennaio del 1990: Pino Rauti gli strappa la guida del partito, ma l’avvicendamento dura solo un anno e mezzo. Due anni dopo, a pochi giorni dal ballottaggio per il Comune di Roma nel quale è candidato contro Francesco Rutelli, la strada di Fini si incrocia con quella di Silvio Berlusconi. “Se votassi a Roma, sceglierei Fini”, disse il Cavaliere, sancendo quello che per tutti divenne lo ’sdoganamento’. Un percorso che passa per l’esperienza di governo del ‘94, la svolta di Fiuggi nel 1995, i viaggi in Israele, la denuncia degli errori del fascismo, la netta condanna delle leggi razziali. Svolte digerite a volte con fatica dal partito, a volte con addii: da quello di Pino Rauti a quello di Francesco Storace, passando per Alessandra Mussolini.
Svolta è stata anche la caparbia volontà di andare verso la grande famiglia popolare europea, le “roptures” alla Sarkozy per rimodulare in chiave di modernità tutte le parole d’ordine della destra: patria, famiglia, identità, sicurezza, giustizia sociale, lotta al crimine, meritocrazia. E poi le battaglie su temi etici, droga, laicismo, la proposta choc del voto agli immigrati, l’appoggio a sorpresa alla fecondazione assistita. Fino alla nuova strategia politica, con la scelta di sciogliere Alleanza Nazionale nel Popolo delle Libertà (che un congresso ratificherà entro l’anno o al massimo nei primi mesi del 2009) e di archiviare quindi il simbolo, dove ancora arde minuscola la Fiamma in campo bianco azzurro.
Della sua passione per le immersioni, si sa. Come si sa che Fini è reduce dalla recente separazione con Daniela Di Sotto, sposata nel 1988, con la quale nel 1985 ebbe la sua prima figlia, Giuliana. Nel novembre 2007 viene resa pubblica la relazione con Elisabetta Tulliani: a dicembre è nata Carolina.

Montecitorio torna al voto per l’elezione a presidente di Gianfranco Fini, dopo le tre fumate nere della giornata inaugurale. Oggi è richiesta solo la maggioranza assoluta e il leader di An non avrà problemi a succedere a Fausto Bertinotti, sullo scranno più della Camera, come terza carica dello Stato. Ma nonostante tutto: “È una giornata come un’altra”, provava a minimizzare Fini, nelle ore in cui i deputati della neo convocata sedicesima legislatura votavano per la sua elezione.
Emozione a parte, il presidente di An ha già buttato giù il primo discorso da leggere dopo la sua nomina. Una copia è stata inviata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ne ha apprezzato l’obiettivo di creare un “clima di dialogo” e , stando alle anticipazioni, tra le righe di Fini, ci sarebbe infatti un chiaro invito alla collaborazione. Da almeno dieci giorni Fini dedica parte della propria giornata alla stesura del testo.
Il leader di An ricorderà la sua storia, non nasconderà a tutti i costi il proprio “imprinting” di destra, ma assicurerà all’Aula che la sua sarà una presidenza imparziale, non sbilanciata né “di parte”. Fini pronuncerà un discorso che secondo qualcuno potrebbe essere considerato speculare a quello pronunciato da Luciano Violante il giorno del suo insediamento sullo scranno più alto di Montecitorio, quando parlò di guerra civile e riconobbe ragioni e torti di entrambe le parti. Fini, dunque, secondo quanto trapela dovrebbe riconoscere in Aula (implicitamente o esplicitamente) il valore di chi combattè per Salò, ma sottolineare anche il valore e le ragioni storiche della Resistenza, facendo anche un elogio al 25 aprile, con l’obiettivo di favorire il percorso di pacificazione nazionale.
Del resto, il presidente in pectore di Montecitorio ha già detto che intende svolgere il suo ruolo di terza carica dello Stato da “uomo di parte, ma garante di tutti e imparziale”.
Nel giorno d’inizio legislatura, ha incontrato Berlusconi e Bossi, discutendo con loro della squadra di governo. Ha stretto la mano allo sconfitto Walter Veltroni alla buvette di Montecitorio e insieme hanno fissato un colloquio per i prossimi giorni. Tra le varie chiamate fatte e ricevute, quella di congratulazioni a Renato Schifani, eletto oggi presidente del Senato. E dopo aver assistito per diverse ore alle lunghe operazioni di voto, all’ora di pranzo è tornato a via della Scrofa, dove trascorre le sue ultime ore da presidente di An in compagnia di Gianni Alemanno e Andrea Ronchi.
Diventando il primo presidente della Camera di destra della storia repubblicana, dovrà lasciare infatti la presidenza del partito, che ha mantenuto per 21 anni consecutivi (salvo la breve parentesi di un anno della segreteria Rauti) passando dal Msi ad Alleanza Nazionale, che dopo un ultimo congresso (gestito da un comitato politico) è destinata a sciogliersi nel Popolo della Libertà. Ad ascoltarlo pronunciare il suo primo discorso da presidente della Camera potrebbe esserci la figlia più grande, Giuliana, nata dal suo matrimonio con Daniela Di Sotto, dalla quale Fini è separato dalla scorsa estate. Sicuramente invece non ci sarà la piccola Carolina, nata a dicembre dalla sua unione con Elisabetta Tulliani.
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Rimboccarsi le maniche e andare avanti con determinazione. Indietro il Pd non torna. Eccola, per ora, la direzione che Walter Veltroni vuole dare al partito, dopo il doppio ko del 13-14 aprile (politiche e Campidoglio) che il Pdl ha messo a segno mandando in crisi i nuovi Democrats, il “Vecchio” centrosinistra e incrinando la posizione del suo leader. Momento difficilissimo per l’uomo de “La nuova Stagione” che teme possa aprirsene una lunga e caratterizzata da una resa dei conti all’interno del partito. E da cui potrebbe uscire pesantemente ridimensionato nella sua leadership.
Parlando con i giornalisti in Transatlantico, il segretario del Pd spiega: “Il risultato dei ballottaggi è molto pesante. Però traggo da questo la convinzione che dobbiamo fare altri passi in avanti nella direzione dell’innovazione e del radicamento sociale e non tornare indietro, perché faremmo pagare” al Pd “un prezzo molto alto”. Ma i primi segnali non sono positivi, per Veltroni. Massimo D’Alema ha disertato la riunione tra segretario e parlamentari eletti, Marini “riflette” in silenzio, Fassino si aspetta “risarcimenti” e il prodiani chiamano in causa la liquidazione dell’Ulivo: un errore.
Insomma, il Pd non è più unito come dopo le primarie del 14 ottobre 2007. Le anime (per non dire le correnti) sono molte e non proprio in pace tra loro. E si è visto fino a che punto, nella questione dei capigruppo. Veltroni, spalleggiato dagli ex popolari, è riuscito a confermare Soro e la Finocchiaro. Che ricambia così, parlando coi giornalisti che le chiedevano se ora, dopo il voto di Roma, il segretario del Pd sia in discussione: “La leadership di Veltroni non è in discussione, siamo in discussione tutti a cominciare da me, naturalmente. Tutti i dirigenti del Pd sono chiamati a una profondissima riflessione”.
Non tutti però la pensano in questo modo e vorrebbero un segno di discontinuità e rinnovamento. Intanto l’ex sindaco capitolino si rifugia nell’analisi politica della disfatta. “In queste ore” spiega Veltroni in Transatlantico “sto pensando a che cosa può rispondere a questa ispirazione di innovazione per dare un segnale forte di prosecuzione nella sfida del cambiamento che è l’unica via perché il riformismo italiano possa uscire da una condizione di minoranza e ritrovare il consenso. La destra” sottolinea “ha dimostrato che pur perdendo più volte le elezioni si può combattere e tornare a vincere”.
Questa, sottolinea il leader del Pd, “è l’unica via per uscire da una condizione di minoranza” in cui si trova il centrosinistra. Bisogna “ritrovare consenso e energia per riprendere il cammino con la stessa determinazione che ha avuto la destra, che ha perso diverse elezioni ma ha combattuto e poi ha vinto”. Soprattutto, spiega Veltroni, “dobbiamo saper capire meglio la società italiana”, e l’esempio è sempre quello, la sicurezza, tema che il Pd ha iniziato ad impostare in campagna elettorale ma, riconosce Veltroni, non è bastato. Ma “la direzione è questa: proseguire il cammino con determinazione, perché la cosa peggiore che possiamo fare è dire ai 12 milioni di cittadini che ci hanno votato che il progetto del Pd non va avanti”. Al contrario, “va avanti, deve andare avanti con la stessa forza e più radicamento sociale”.
Non si sente traballare, quindi, il segretario del loft? “Francamente no, anzi il contrario”. Al momento dunque, la resa dei conti appare rinviata, e non perché non ci siano critiche alla gestione del partito, ma perché si temono ripercussioni sulla tenuta del partito. Di certo ci sarà una gestione più corale del Pd, e anche l’eventualità di un’anticipazione del congresso non viene esclusa. “L’unica cosa su cui siamo tutti d’accordo è che bisogna avviare una discussione nel partito”, riferisce Walter Veltroni al termine del vertice. Su come fare questa discussione, le idee in campo sono più di una, fa sapere il segretario: “Ci siamo presi una pausa di riflessione e nei prossimo giorni decideremo”. Una discussione ampia magari attraverso un congresso anticipato? chiedono i cronisti a Veltroni: “Da Statuto, il congresso va fatto entro il 2009 ma può esserci anche un’altra scadenza”. Rilancia il segretario e, stando ad alcune ricostruzioni, gioca d’anticipo: sarebbe stato proprio lui a voler anticipare il congresso del Pd, al 14 ottobre del 2008, la stessa data delle primarie che lo elessero segretario dei democratici. Ma, fatta eccezione per Enrico Letta e Arturo Parisi, tutti i big del partito, da Massimo D’Alema a Franco Marini, si sarebbero detti contrari ad avviare in questo momento il percorso congressuale. La riunione, tenuta nella sala Aldo Moro, durata quasi tre ore, si sarebbe svolta, secondo alcuni partecipanti, in un clima teso con il gruppo dirigente del partito chiamato ad una riflessione ”non consolatoria” dopo la sconfitta alle politiche, aggravata dal perdita a Roma. E dopo che nei giorni scorsi si era ventilata, nelle ricostruzioni giornalistiche, l’ipotesi di un congresso anticipato come modo per ridimensionare la leadership di Veltroni e del gruppo dirigente a lui piu’ vicino, oggi il segretario del Pd avrebbe colto in contropiede lo stato maggiore del partito, proponendo di convocare il congresso per ottobre.
Ma la reazione è stata perplessa e da più parti si è fatto presente che un percorso così accelerato era un modo per fare un plebiscito sul segretario e non per una discussione veramente approfondita. E così, alla fine, preso atto che non c’era intesa, si è deciso di verificare altre modalità di discussione e, per ora, di accelerare nelle prossime settimane lo svolgimento sia del coordinamento nazionale, l’organismo che riunisce 150 tra parlamentari e amministratori, sia dell’assemblea del Pd.
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Dopo la dura sconfitta alle politiche e in Campidoglio, chi deve, secondo voi, guidare il Pd?

Urne chiuse, stop al voto per i ballottaggi. L’esito? Per il centrosinistra una débâcle: Francesco Rutelli (dato per favorito) ha perso la corsa alla poltrona che fu di Walter Veltroni. 100mila e passa voti in meno (pari a 7 punti percentuali: 46,3 contro 53,6) rispetto a Gianni Alemanno, candidato del Pdl, da lunedì 28 nuovo sindaco capitolino. Il centrosinistra manterrà invece la guida della Provincia: a Enrico Gasbarra succederà il ds Nicola Zingaretti (oggi Pd) che con il 51,4% dei consensi ha battuto il forzista Alfredo Antoniozzi, fermo al 48,5%.
È stato lo stesso Rutelli ad ammettere la sconfitta, chiamando al telefono Alemanno: “Gli ho fatto gli auguri”. Poi il candidato del Pd ha commentato la sua sconfitta riconoscendo di provare una “grande amarezza” ma anche di essere convinto “di aver fatto il mio dovere”. “Il risultato” ha aggiunto “è stato condizionato dalla strumentalizzazione che il Centrodestra ha fatto sul tema della sicurezza”. Rutelli ha poi precisato di “essersi messo a disposizione della coalizione e di Roma”.
L’astensionismo sembra insomma aver colpito soprattutto a sinistra. Infatti Alemanno ha superato di 100mila voti i consensi ottenuti al primo turno. Rutelli, invece, ne ha persi circa 80mila rispetto a due settimane fa. A “tradire” il candidato democratico, aun primo esame del voto nei singoli municipi, pare non siano stati i municipi più moderati, quanto quelli più a sinistra della capitale, dove Rutelli doveva e prevedeva di vincere con ampio margine e invece il risultato è stato molto negativo, un vero e proprio tracollo, segnando addirittura in alcuni casi, incredibilmente, di preferire Alemanno a Rutelli.
Le sue prime parole da neosindaco di Roma, Alemanno le ha pronunciate acclamato dai suoi sostenitori: “Abbiamo vinto una lunga battaglia. Quando si vince bisogna essere generosi, ci lasciamo alle spalle tutte le polemiche e i veleni di questa campagna elettorale. sarò il sindaco di tutti, senza distinzioni. Oggi non ha una vinto una parte, ha vinto tutta Roma”.
Dentro e fuori la sede del comitato elettorale dell’esponente di An, in via Salandra, si iniziano a registrare assembramenti e caroselli di persone esultanti. Fra le auto che transitano suonando il clacson sono stati notati anche diversi taxi, i cui titolari evidentemente festeggiano la probabile sconfitta della coalizione che nell’ultima consiliatura aveva provato a varare un provvedimento sulle liberalizzazioni delle licenze che era stato vigorosamente contestato dalla categoria. Sul successo di Alemanno è intervenuto anche il leader di An, Gianfranco Fini, raggiante: la vittoria di Gianni Alemanno a Roma “è una gioia enorme” ha commentato mimando con le mani un enorme sorriso sul volto. “È una delle pagine più belle in assoluto per il centro destra e per Alleanza Nazionale”. Accompagnato da Ignazio La Russa e Andrea Ronchi, il presidente della Camera in pectore ha poi osservato che: “per An questa è una vittoria storica”.
Di “grave sconfitta” parla invece il segretario del Pd Walter Veltroni: aver perso la roccaforte capitale della sinistra (il Campidoglio fin dal ‘93 è stato appannaggio della staffetta Rutelli-Veltroni, ndr) “richiederà fin dalle prossime ore una analisi seria e approfondita a cui tutti parteciperemo ragionando anche sulla differenza tra i dati politici e quelli amministrativi della Capitale”. Veltroni ha poi aggiunto di ritenere “che nell’insuccesso al Comune ha pesato anche il vento politico che spira nel Paese in particolare sul tema della sicurezza”. “Quella di Roma”, ha proseguito il segretario del Pd “è una sconfitta molto pesante, che io non posso non sentire con particolare acutezza e amarezza personale e politica. Voglio ringraziare Francesco Rutelli per il suo lavoro generoso e per il suo impegno e amore per la città”.
Il responso elettorale nella Capitale non potrà infatti non avere una valenza nazionale. In caso di sconfitta, infatti, per Alemanno era già previsto un recupero nella squadra del nuovo governo Berlusconi. Resta ora da vedere cosa farà Rutelli: si è parlato per lui anche di un possibile ruolo da presidente dei senatori del Pd (anche se Veltroni ha già chiesto di confermare in questo ruolo Anna Finocchiaro) ma resta da verificare se, dopo il risultato di Roma, vi saranno contraccolpi interni al Partito democratico. Anche perché la poltrona che andrà ora ad occupare Alemanno è quella lasciata libera da Walter Veltroni che ha rinunciato al Campidoglio per occuparsi a tempo pieno del Pd e, soprattutto, della campagna elettorale.
Intanto sono arrivati al Viminale i dati definitivi relativi all’affluenza: a livello nazionale è stata del 54,99% per le Provinciali e del 62,5% per le Comunali. Si è registrato mediamente un crollo di circa venti punti percentuali rispetto al primo turno, quando i votanti oscillarono tra il 74 e il 76%. In quell’occasione, però, si votava anche per il rinnovo del Parlamento nazionale e questo ha sicuramente favorito l’afflusso.
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Il centrodestra strappa i comuni di Roma e Brescia. Il centrosinistra quelli di Vicenza e Sondrio. Complessivamente le comunali 2008 si concludono 6-4 per il centrosinistra, ma i comuni di Roma e Brescia sono molto più popolosi rispetto a quelli di Vicenza e Sondrio. Il centrodestra si aggiudica i comuni di Treviso, Brescia, Viterbo, oltre che il Campidoglio. Il centrosinistra i comuni di Pescara, Udine, Pisa, Massa, Vicenza e Sondrio. A conclusione della tornata elettorale iniziata il 13-14 aprile i rapporti di forza risultano quindi cambiati 5 a 4 a favore del centrodestra.
Udine
Furio Honsell è il nuovo sindaco di Udine. L’ex rettore dell’Università del capoluogo friulano, sostenuto da Pd, Innovare con Honsell. Sinistra Arcobaleno, Italia dei Valori e Cittadini per il sindaco, con il 52,76 per cento ha battuto lo sfidante Enzo Cainero, sostenuto da Lista Cainero, Pdl, Lega Nord, Udc e Udine Cainero sindaco, che ha raccolto il 47,24 dei consensi.
Vicenza
Si consola così il Pd: strappando, per un’incollatura, con Achille Variati, il ballottaggio alle elezioni comunali di Vicenza (tradizionalmente legata al centrodestra). Secondo il conteggio definitivo pubblicato sul sito del Viminale, si è aggiudicato 27.645 voti pari al 50,48%, contro i 27.118 voti pari al 49,52% della sua avversaria, Lia Sartori, rappresentante dell’alleanza Pdl-Lega nord.
Sondrio
Alla fine ce l’ha fatta: Alcide Molteni ha conquistato Palazzo Pretorio stabilendo a Sondrio la “roccaforte lombarda” del Pd. Passato il primo turno di amministrative, con un centrodestra capace di espugnare anche la “rossa” Brescia, e lasciate alle spalle le politiche, che hanno visto i candidati nelle fila di Lega e Pdl dilagare in Lombardia, il candidato ha vinto il turno di ballottaggio con il 54,158% dei voti. Mentre Pdl e Lega hanno visto fermarsi il proprio candidato, Aldo Faggi, al 45,841% delle preferenze. Un risultato già anticipato dalla precedente tornata elettorale quando, a urne chiuse, il nome di Molteni veniva associato al 49% delle schede scrutinate, mentre quello di Faggi al 33%.
Massa
Il nuovo sindaco di Massa è Roberto Pucci, candidato della Sinistra arcobaleno e delle liste civiche, che ha ottenuto il 54,2% dei voti. Il comune di Massa era governato dal centrosinistra. Pucci ha battuto al ballottaggio il candidato Pd, Ps, Idv Fabrizio Neri. Pucci, criticando le modalità di scelta della candidatura, e si è presentato da indipendente, sostenuto da due liste civiche e dalla Sinistra Arcobaleno: staccato di circa dieci punti da Neri (28,88% contro 38,78%) al primo turno, ha però superato il candidato del Pdl Corrado Amorese, fermatosi al 16,1%, guadagnando l’accesso al secondo turno, nel quale ha beneficiato dell’apparentamento con la lista civica centrista “Massa al Centro”.
Pisa
Marco Filippeschi è il nuovo sindaco di Pisa: il candidato del Pd, appoggiato anche da Italia dei valori, Partito socialista e da una lista civica, secondo i dati diffusi dall’ufficio elettorale del Comune ha ottenuto il 53,09% dei consensi nel turno di ballottaggio, contro la sfidante Patrizia Paoletti Tangheroni, candidata del Pdl, che ha avuto il 46,91%.
Viterbo
Vittoria schiacciante a Viterbo per il candidato a sindaco del Pdl Giulio Marini (62,1%) sul suo avversario democratico Ugo Sposetti (37,9%).
Per quanto riguarda l’elezione dei presidenti di cinque Province (Asti, Catanzaro, Foggia, Massa Carrara e Roma) l’unico ribaltone è quello di Foggia dove il centrodestra strappa la presidenza della provincia al centrosinistra, mantenendo invece la presidenza ad Asti e a Catanzaro. Nella provincia pugliese, quando restano da scrutinare 4 sezioni su 693, Antonio Pepe, candidato di Pdl, Udc, Rosa bianca, Destra, As, Pensionati, I socialisti, liste civiche, ha ottenuto il 54,4% dei voti al ballottaggio. Battuto il candidato del Pd Francesco Palo Campo. Ad Asti , quando restano da scrutinare 9 sezioni su 266, Maria Teresa Armosino (candidata di Pdl e Lega) è al 58,1% dei voti. Battuto Roberto Peretti, candidato del Pd. Anche a Catanzaro, il centrodestra conferma la presidenza della provincia. Quando restano da scrutinare 42 sezioni su 422, Wanda Ferro, candidata di Pdl, Mpa, Destra, Pri, Npsi e Liste civiche, ha ottenuto il 59,7% dei voti, in netto vantaggio dunque su Pietro Amato, candidato di centrosinistra. A Massa Carrara Osvaldo Angeli, Presidente della Provincia uscente e candidato per il Partito democratico, vince il difficile confronto con Sandro Bondi, conquistando il 57,49% degli elettori. Per Bondi solo un 42,51%. Un voto che tiene ben salda nelle mani del centro sinistra la Provincia apuana, mai conquistata dal centro destra e che sembrava, dopo la candidatura del numero due di Forza Italia, in discussione.
Affluenza ai seggi
L’affluenza ai seggi degli elettori nei comuni capoluogo per i ballottaggi relativi alle elezioni dei sindaci è in netta crescita. A Sondrio si passa dal 67,4% del primo turno al 79,8% del ballottaggio; a Vicenza dal 63,7 all’81,1%; a Udine dal 59,5 al 77,3%; a Massa Carrara dal 62,7 all’82,5%; a Pisa dal 56,2 al 79,8% e Viterbo dal 69,1 al 85,7%.

Urne chiuse, stop al voto per i ballottaggi. L’esito? Il centrosinistra potrebbe riuscire a conservare la guida della provincia di Roma, ma ci sono serie possibilità che ceda al Pdl la poltrona che fu di Veltroni in Campidoglio.
È quanto emerge dai primi dati parziali (non ci sono exit poll: qui lo spoglio in diretta dal Viminale) dello spoglio delle schede che evidenziano un netto vantaggio del candidato di centrosinistra Nicola Zingaretti nella corsa per la guida della giunta provinciale (l’esponente Pd, con 876 sezioni scrutinate su 3.735, ha il 53,9% dei consensi contro il 46,1 del suo avversario Alfredo Antoniozzi) ma anche una partita tutta all’inseguimento per Francesco Rutelli, che alla vigilia del voto era considerato favorito: a tre quarti di spoglio su 2.600 sezioni romane, Gianni Alemanno risulta in vantaggio con più del 53%, contro il 46% del candidato di centrosinistra.
Dati più concreti quelli sull’affluenza: a livello nazionale è stata del 55% per le Provinciali e del 62,5% per le Comunali. Si è registrato mediamente un crollo di circa venti punti percentuali rispetto al primo turno, quando i votanti oscillarono tra il 74 e il 76%. In quell’occasione, però, si votava anche per il rinnovo del Parlamento nazionale e questo ha sicuramente favorito l’afflusso. A Roma, al ballottaggio per l’elezione del sindaco della Capitale, ha votato il 63,0 per cento degli elettori. Al primo turno la percentuale era stata del 73,5 per cento.
L’esito più atteso è proprio quello per la capitale - si votava anche per l’elezione del presidente e del consiglio provinciale e per il rinnovo di aluni municipi - considerato un test anche per i futuri equilibri del Pd, dopo la travolgente vittoria elettorale del centrodestra alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile e alle regionali in Friuli Venezia Giulia, la cui guida è stata persa dal centrosinistra.
Roma è governata dal centrosinistra dal 1993, anno in cui proprio Rutelli - oggi nuovamente candidato al Campidoglio - sconfisse Gianfranco Fini, allora segretario del Msi. Al primo turno, a Rutelli (sostenuto dal “vecchio” centrosinistra: Pd, Idv, Sinistra Arcobaleno e liste minori) è andato il 45,77% dei voti, mentre Gianni Alemanno (candidato Pdl), ex ministro dell’Agricoltura e già candidato contro Veltroni nel 2006, ha raccolto il 40,74% e può contare al ballottaggio sull’appoggio della Destra ma anche della Rosa Bianca e di altre liste.
Le altre sfide
Il Pd s’impone a Udine e strappa Sondrio al centrodestra. Il Pdl mantiene la poltrona di sindaco a Viterbo. Sono questi i primi risultati dei ballottaggi per l’elezione dei presidenti di 5 Province (Asti, Catanzaro, Foggia, Massa Carrara e Roma) e dei sindaci di 44 comuni, di cui 7 capoluoghi di provincia: Roma, Massa Carrara, Pisa, Sondrio, Udine, Vicenza e Viterbo. A Udine il nuovo sindaco è Furio Honsell. Il candidato del centrosinistra ha battuto l’antagonista Enzo Cainero candidato per il centrodestra. La vittoria di Honsell (ex rettore dell’Università di Udine) si è delineata sin dalle prime sezioni scrutinate. Ora si è giunti a 99 su 100 sezioni scrutinate con Honsell al 52,73 e Cainero che è attestato al 47,27. A Sondrio il candidato sindaco di centrosinistra Alcide Molteni è stato eletto con il 54,2 percento dei voti. Al 45,8% il candidato di centrodestra Aldo Faggi al 44,9. A Viterbo si profila una vittoria schiacciante per il candidato a sindaco del Pdl Giulio Marini sul suo avversario del Pd Ugo Sposetti: quando restano da scrutinare solo 10 sezioni su 66, il candidato del centrodestra Giulio Marini ha il 62,3% dei voti. A Vicenza Pd in vantaggio nella corsa per la poltrona a sindaco. Achille Variati (Pd-liste civiche) si impone definitivamente nel ballottaggio di Vicenza e viene eletto sindaco con il 50,481%. Lia Sartori (Pdl-Lega-lista civica) ottiene il 49,518%. A Pisa (scrutini di 65 sezioni su 86) il candidato sindaco del del Pd Marco Filippeschi è al 52,8 contro il 47,2 di Patrizia Paoletti Tangheroni, candidata del Popolo delle Libertà.
Per le provinciali il centrodestra conferma la presidenza della provincia di Asti. Quando restano da scrutinare 9 sezioni su 266, Maria Teresa Armosino (candidata di Pdl e Lega) è al 58,1% dei voti. Battuto Roberto Peretti, candidato del Pd. Il centrosinistra conferma la presidenza della provincia di Massa Carrara. Quando restano da scrutinare 2 sezioni si 267, Osvaldo Angeli, candidato di Pd, Ps, Idv, ha ottenuto il 55,4% dei voti, battendo il candidato del Pdl Sandro Bondi. A Catanzaro, dove sono state scrutinate 192 sezioni su 422 Wanda Ferro, candidata del Pdl, è in netto vantaggio con il 59,2% contro il 40.8% di Pietro Amato, candidato di centrosinistra. testa a testa a Foggia: quando sono state scrutinate 274 sezioni su 693 Antonio Pepe il candidato presidente del Pdl è al 50,9% contro il 49,1% del candidato del Pd Francesco Paolo Campo.

La composizione della squadra? Un bel rebus. E non solo per il Cavaliere, prossimo inquilino di Palazzo Chigi. Anche il “principale esponente dello schieramento avverso”, alias Walter Veltroni, è alle prese con il rebus. A chi affidare la guida dei gruppi parlamentari dei Democratici alla Camera e al Senato?
Molto (quasi tutto) dipende dal ballottaggio in Campidoglio. E tante sono le ipotesi e le opinioni che ruotano intorno alla sfida tra Rutelli e Alemanno. Un punto fermo, tuttavia c’è. Anzi, sono due. Il primo riguarda il rapporto tra Pd e Idv, proprio sulla formazione di una compagine unitaria in Parlamento. Il nodo, secondo quanto sintetizza il capogruppo dell’Idv alla Camera, Massimo Donadi che, insieme a Leoluca Orlando ha incontrato al loft Dario Franceschini e Goffredo Bettini, non è ancora stato sciolto. Però, sostiene Donadi, “c’è totale armonia sull’approdo finale che è quello del partito unico”. C’è solo una differenza (non da poco) sui tempi: “O sono tre mesi o sono due anni” dice Donadi “ma di certo faremo il partito unico entro questa legislatura. Il gruppo unico è solo una conseguenza”. Quindi, se non ci sarà immediatamente il gruppo unico, è probabile che ci sia una federazione e un forte coordinamento tra i due gruppi con uno speaker unico in Parlamento per i provvedimenti più importanti.
La differenza la fanno i tempi, anche in casa Pd. In attesa che Di Pietro entri a far parte della pattuglia, ecco l’altro punto fermo a cui è aggrappato il segretario Veltroni: dare una presidenza dei gruppi del Pd di Montecitorio e Palazzo Madama agli ex Ds e una agli ex Dl. Prima di maggio (il 29 aprile si inaugura la XVI Legislatura), il segretario deve mettere a posto gli incastri di quella sorta di “cubo di Rubik” che sono le scelte dei capigruppo, dei loro vice, delle vicepresidenze di Montecitorio e di Palazzo Madama e dei ministri-ombra dell’annunciato “shadow cabinet”. L’ipotesi al momento più accreditata, sempre che Rutelli vinca il ballottaggio a Roma, è che alla Camera resti un popolare e al Senato un diessino. Lo schema potrebbe allora essere Fioroni a Montecitorio e Chiti, Latorre o Morando a Palazzo Madama. Anche se quest’ultimo pare in netto vantaggio rispetto agli altri due.
Sarebbe soprattutto Franco Marini a spingere in questa direzione perché l’attuale seconda carica dello Stato dovrebbe andare a ricoprire il posto di Prodi come presidente del partito e tra i senatori ex-Dl non ci sono le personalità più “rappresentative e forti” di quell’area.
Secondo fonti del loft, il segretario però è tra chi spinge per una “linea di continuità”, ossia riconfermare gli attuali responsabili Antonello Soro (vicino al vice Franceschini) e Anna Finocchiaro (dalemania doc), anche a costo di contravvenire uno dei suoi pallini: il rinnovamento delle poltrone. Cambio che Massimo D’Alema invece vorrebbe. E con queste novità: Pier Luigi Bersani a guidare i 217 deputati a Montecitorio e a Palazzo Madama,a capo dei 118 senatori, l’ex margheritino Luigi Zanda. Con Bersani in campo, anche Piero Fassino potrebbe avanzare una nomina di pari livello, se non in Parlamento almeno nel governo ombra annunciato da Veltroni.
Ecco perché con tutte queste caselle da riempire, con il rischio che spostandone una crolli l’organigramma, a Veltroni, per ora conviene congelare gli incarichi attuali e sperare… Che Rutelli vinca la sfida, che Roma resti del Pd, che lui stesso possa stare saldo in sella alla guida del partito.
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Rush finale tra Gianni Alemanno e Francesco Rutelli per la carica di sindaco di Roma. Domenica e lunedì prossimo i cittadini romani (ma si vota anche per l’elezione dei presidenti di 5 province, dei sindaci di altri 42 comuni, di cui 6 capoluoghi di provincia) torneranno alle urne per il turno di ballottaggio.
L’ex leader della Margherita è forte del 45,77% incassato il 13 e 14 di aprile, mentre il colonnello di An riprende la sua scalata dal 40,74%. Rutelli sarà appoggiato ufficialmente da tre liste in più (Michele Baldi che aveva ottenuto lo 0,8% e da due formazioni dal nome calcistico “Forza Roma” e “Avanti Lazio” rispettivamente 0,3% e 0,1%) rispetto al primo turno con un peso elettorale complessivo di poco più di un punto percentuale. Ma dovrebbe avvantaggiarsi anche dei voti di Franco Grillini (0,8%) a cui ha rifiutato l’apparentamento perchè, spiegano i bene informati di cose capitoline, se Rutelli ce la fa, sarà “grazie ai voti che la Chiesa non gli farà mancare”.
Invariato invece lo schieramento che appoggerà il candidato del centrodestra. Pur senza apparentamenti si dovrebbe giovare dei voti de La Destra di Francesco Storace (3,3%) e di quelli di Mario Baccini (0,7%). La corteggiatissima Udc, che al primo turno ha schierato Luciano Ciocchetti (3,1%), ha lasciato libertà di voto.
Poi due endorsement che non ti aspetti: per Rutelli quello di Giuliano Ferrara e per Alemanno quello di Mario Capanna.
E stasera i due si scontrano in un duello tv da Giovanni Floris a Ballarò. Panorama.it li ha messi a confronto su alcune tematiche.
Sicurezza
La cronaca nera delle ultime settimane ha messo in primissimo piano la questione sicurezza. Rutelli ha sollevato un vespaio di polemiche con la sua idea del braccialetto elettronico per la richiesta di aiuto in caso di bisogno per le donne. Immediata la risposta di Alemanno che l’ha giudicato “umiliante per le donne perché rappresenta la resa da parte delle istituzioni incapaci di garantire la sicurezza dei cittadini”.
Poi botta e risposta tra i due sulla gestione della sicurezza da sindaci. Rutelli ha detto che, qualora eletto, si avvarrà di un nuovo organismo: “la Commissione Consultiva per la Sicurezza Integrata (Csi), formata da personalità di alto profilo istituzionale e con provata esperienza nel campo della sicurezza”. E poi ha spiegato: “Roma è la vetrina del Paese e sarà la vetrina della sicurezza. Da sindaco guiderò le politiche per la sicurezza di competenza del Comune di Roma”, eliminando quindi l’apposito assessorato. Pronta la risposta di Alemanno: “Voglio trasformare la polizia municipale romana, oggi abbandonata, in una vera polizia locale come previsto nella Costituzione, una vera polizia di prossimità, armata, che sia destinata a fare la lotta al degrado”. E ancora: “Se sarò eletto sindaco, provvederò all’espulsione dei 20mila stranieri che hanno commesso reati, nomadi, immigrati o romeni che siano, non è una questione etnica”.
Alitalia
L’altra tematica calda della campagna elettorale è stata la questione Alitalia. Tema tanto più scottante a Roma dove i posti di lavoro nel settore sono tanti. E a rischio.
Il vicepremier Rutelli nelle settimane prima del voto per le politiche ha più volte criticato la posizione di Berlusconi sulla cordata italiana. E a proposito dell’abbandono di Air France ha spiegato: “Quello che sta succedendo in queste ore è una tragedia per Roma. Se Alitalia fallisce è un disastro, con decine di migliaia di persone che vanno per strada. Per noi è come la Fiat per Torino e forse di più”.
Alemanno, invece, prosegue nella linea adottata dal leader del Pdl, Berlusconi, di ricercare strade alternative: “Credo che una cordata italiana sia l’unica soluzione. Constatiamo con soddisfazione che Air France si è ritirata. Vogliamo mantenere la compagnia di bandiera in Italia e a Roma perché ci serve per il turismo e per mantenere elevato il livello internazionale”.
Grandi opere e traffico
Per il problema numero uno di Roma, il traffico, Alemanno punta sul potenziamento del trasporto pubblico sul ferro e sul decongestionamento del traffico. Secondo il candidato del centrodestra “è fallita la cura del ferro degli ultimi 15 anni di governo” della Capitale. Poi propone la realizzazione del secondo anello del Grande raccordo anulare e il completamento dell’anello ferroviario con un deciso aumento dei parcheggi.
Rutelli vuole proseguire con la cura del ferro già avviata con i lavori per la metro C, il prolungamento della metro B e la futura metro D. L’ex sindaco ha promesso più parcheggi di scambio, più offerta di trasporto pubblico, corsie preferenziali e la revisione del sistema tariffario della sosta differenziata a seconda delle zone. Ma spazio anche all’innovazione tecnologica: vendita di almeno un terzo dei biglietti del trasporto pubblico locale mediante pagamento on line e via sms.
Case e asili
Sulla questione casa il candidato del Pdl a sindaco di Roma ha ribadito di voler costruire “25 mila case nei prossimi anni”. Sugli asili nido, invece promette “10mila nuovi posti a Roma nel prossimo quinquennio”.
Rutelli per affrontare l’emergenza casa ha annunciato la realizzazione di 10mila case popolari, 10 mila case in affitto agevolato e 6 mila alloggi per studenti.
Unioni civili
I due candidati sono contrari alle unioni civili. Alemanno segue la linea del Pdl, che in materia di diritti prevede il pieno rispetto della Costituzione e quindi la tutela delle famiglie basate sull’unione tra uomo e donna.
Nel programma di Rutelli non c’è spazio per il Registro delle unioni civili (che già con Veltroni non ebbero successo). Saranno pero “garantite – si legge nel suo documento programmatico - pari opportunità alle persone che vivono in unioni di fatto. In tutti i regolamenti del Comune si dovrà fare riferimento alle risultanze delle convivenze anagrafiche, a prescindere dalle scelte sessuali liberamente adottate”.