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E se gli immigrati scioperassero? Negli Usa è già successo. E si bloccò Los Angeles

La manifestazione del 1 maggio 2006 a Los Angeles - Ansa Monica Davey

La manifestazione del 1 maggio 2006 a Los Angeles - Ansa Monica Davey

Cantavano “Sì, se puede” e “Yes we can” il primo maggio del 2006, quando Barack Obama era “solo” un senatore dell’Illinois e le sue ambizioni presidenziali erano ignote anche a lui stesso. Gli immigrati (in maggioranza ispanici) di Los Angeles quel giorno riuscirono nel loro intento: paralizzare interi quartieri della più grande megalopoli della costa Ovest.
È istruttivo andare a ripescare le cronache di quell’avvenimento, mentre in Italia prende corpo l’iniziativa, lanciata prima su Facebook e poi da un sito apposito, dello sciopero nazionale degli immigrati per il primo marzo 2010. Continua

L’Aquila, sei mesi dopo: le amnesie di Obama

La chiesa di San Marco: era stata "adottata" da Obama

La chiesa di San Marco: era stata "adottata" da Obama

Cosa posso fare per restaurare questa bellissima chiesa?”. Era l’8 luglio quando il presidente Barack Obama, giunto per il G8, visitò il centro dell’Aquila distrutto dal terremoto e pronunciò quelle parole davanti a San Marco e a molti testimoni (qui le FOTO della visita e il VIDEO da YouTube). In mattinata Michelle Obama voleva adottare la chiesa di S. Maria Paganica. Ma, a oggi, gli Stati Uniti non hanno ancora onorato la promessa. Continua

Milano, Illinois. La notte elettorale degli americani d’Italia

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“Finalmente possiamo tornare in America”. Esagerano, Autumn Taylor e Jeff Clarke “Negli ultimi otto anni era un posto da incubo”. Il loro entusiasmo alle 2 di notte è prematuro. Eppure questi due giovanotti alti biondissimi e dagli occhi azzurri vogliono crederci. Lui indossa una divisa da pilota (“lavoro per l’aeronautica italiana” dice), lei un golfino azzurro. Bianchi, anglosassoni, protestanti. E hanno votato Obama. Questa è la notte che hanno aspettato per il lunghissimo periodo della campagna elettorale, gli statunitensi d’Italia. Il Consolato americano per l’occasione ha allestito una serata elettorale in grande stile in uno dei locali più in del centro di Milano, il “Le Banque”, vicino a piazza Cordusio. Organizza l’associazione Easymilano. Alle 10 e mezza di sera, pieno pomeriggio a New York, è già pieno zeppo. Giornalisti, invitati, ospiti illustri, cittadini americani e gli immancabili imbucati. Nessuno vuole perdersi l’evento dell’anno. Le colonne alle pareti sono adornate con le bandiere pittoresche dei cinquanta States. C’è Mike Bongiorno, il più celebre degli “americani a Milano”, che si alterna sul palchetto con Dan Peterson. Uno con il suo immutabile “allegria!” e l’altro con il “mamma butta la pasta” delle telecronache. Il menu non prevede hamburger né patatine ma nessuno sembra lamentarsi. Un tocco di Usa c’è nelle bevande: la Budweiser scorre a fiumi. Arriva Umberto Bossi, accompagnato dal consigliere comunale Matteo Salvini. Ci sono soprattutto tanti cittadini degli States: è la loro notte. E vogliono che sia una festa. Dopo una prima occhiata pare evidente da che parte pende la bilancia elettorale del “Le Banque”: i distintivi con la O che spunta dalle onde, i cartelli blu, le spille con scritto “change” non mentono. Anche se il console Daniel Wiegandt elude diplomaticamente la domanda, “Non posso esprimermi, sono un funzionario”, gli americani di Milano si schierano in maggioranza per il senatore dell’Illinois. “Siamo una comunità molto varia, quasi diecimila persone, per noi è una notte speciale anche lontani dall’ America” dice il console. Per trovare un “Maccaniac” si deve aguzzare la vista: un signore distinto, aspetto marziale, capelli bianchi, occhi blu. La spilletta con la bandiera appuntata sulla giacca: “Ho scelto Mc Cain per la sua competenza militare” dice Carl, dal Kansas. “Siamo meno appariscenti ma è come con la democrazia cristiana, nessuno dice che la vota ma poi vince” si espone un uomo di mezza età, sentendo il discorso. Intanto qualcuno ha scarabocchiato un puntino sulla sagoma in cartone di Mc Cain e ha scritto “questo è il mio cervello”. L’Obama di cartone invece è gettonato per le foto ricordo. Una ragazza con la spilletta blu dice di aver votato “Per Barack Obama, è l’unico in grado di cambiare le cose. Anche verso l’Italia”, si chiama Sara Rosso, viene da New York.
Intorno all’una il locale inizia a svuotarsi piano piano. Molti statunitensi vanno a seguire le prime proiezioni in un luogo più tranquillo. “Jesus Christ, that’s impossible” esclama un ragazzo, uscendo in strada, fuori dalla calca. L’atmosfera, da festosa, si fa impercettibilmente tesa. Gli sguardi vanno ai megaschermi: sul più grande la Cnn, sugli altri Cnbc o Fox News. Molti qui dentro si aspettavano una larga vittoria a valanga dei democratici, ma i primi exit poll che assegnano il Kentucky a Mc Cain fanno presagire una nottata lunga. Il primo boato arriva all’una e mezza: Obama è in vantaggio in Florida, dove si infransero le speranze di Al Gore. Ma il repubblicano non capitola, anzi. Il secondo boato un’ora dopo: Fox news annuncia Obama vincente in Pennsylvania. “Ce la facciamo, ce la facciamo, ce la facciamo” mormora Sara. Ma manca ancora molto. E il repubblicano è ancora in testa in Indiana. Due ragazze olandesi chiedono lumi agli americani: “Ma quand’è che si capisce qualcosa?” Gli viene in aiuto Teresa Morelli, un’italoamericana alta e mora con al collo una collana di pins pro-Obama:”Niente paura, la Pennsylvania è nostra”. Ha in mano i fogli con i dati del 2004 e per gli altri è una specie di guida spirituale. E’ lei a lanciare le urla più acute ogni qual volta la faccia di Barack appare abbinata a uno Stato, anche quelli più scontati. Ma lo spoglio è lungo, i dati incerti. L’entusiasmo inizia a cedere il passo alla stanchezza. Sono quasi le quattro, quando l’Ohio viene dato per certo. La calma inizia a diffondersi anche tra i più esagitati. I sostenitori di Mc Cain, già pochi, ormai sono spariti. Si brinda con le ultime budweiser. Sognando la California. Che arriva alle cinque di mattino. Con gli occhi lucidi, i superstiti della nottata applaudono. Qualcuno canta “Yes we can”. Chi brinda con il vino, chi con un cappuccino. Non un fischio né un coro ostile quando parla McCain. Mentre a Chicago impazza la festa. Alle sei i giochi sono fatti, il locale si svuota del tutto. Fuori, a Milano, deve ancora uscire il sole. Ma è già l’alba.
Guarda il video di Alberto Roveri:

Vicenza, annullato il referendum cittadino sulla Dal Molin

Protesta contro la nuova base Dal Molin

Vicenza non andrà alle urne domenica prossima per votare sull’ampliamento della base Usa del Dal Molin. Il Consiglio di Stato ha accolto la richiesta di sospensione del referendum previsto per il 5 ottobre. A comunicare il no alla consultazione referendaria è stato per primo l’avvocato Alessandro Moscatelli, uno dei legali del Comitato per il sì al Dal Molin, favorevole all’ampliamento della base. Ma gli effetti della decisione si sono riversati soprattutto sui NoDal Molin, che ora si vedono nuovamente sottratta la possibilità di un pronunciamento popolare sulla faraonica base militare americana che accusano di stravolgere l’intero territorio vicentino.
La consultazione popolare era stata promossa dal Comune di Vicenza, il cui sindaco democratico Achille Variati aveva deciso di sondare l’opinione degli abitanti sulla possibilità di acquistare l’area demaniale destinata all’ampliamento della base. Ma secondo quanto si apprende dal fonte del sì, l’ordinanza del Consiglio di Stato ha giudica il referendum “illegittimo” perché avrebbe per oggetto un auspicio “irrealizzabile”: quello di acquisizione al Comune della zona aeroportuale, mentre non meglio precisate “autorità competenti” si sono già pronunciate in senso sfavorevole al passaggio dell’area in questione dal demanio al comune. Quindi scrivono i magistrati, che ritengono “non condivisibile” l’argomentazione del Tar veneto: “l’assenza di danno non è sufficiente a sorreggere da sola la pronuncia cautelare” poiché è necessaria una valutazione della “legittimità dell’atto” che è stato impugnato davanti al giudice amministrativo. Non occorrono infatti sondaggi per accertare il fatto che i cittadini sono favorevoli ad aumentare il patrimonio del comune in cui vivono. Sarebbe come chiedere loro se sono favorevoli ad aumentare il loro patrimonio personale. Non solo “l’esito incerto della consultazione popolare” è insito in essa e non può essere assunto “a motivo di irrilevanza del danno” che può derivare dallo svolgimento del referendum.
Festeggiano al comitato del sì, dove il portavoce Roberto Cattaneo ritiene “di aver fatto una cosa giusta per la città, per quelle migliaia di cittadini che ci sono vicini. Riteniamo che ora sia il momento per tutti di fare un passo indietro e discutere sulle compensazioni e sul ritorno economico che Vicenza si aspetta dalla nuova struttura”. Per il presidente della Regione Giancarlo Galan, “Il Veneto del no e’ un Veneto minoritario, perdente e sfortunato. A questo Veneto piccolo piccolo appartiene la debolissima Giunta del sindaco Variati, che oggi si e’ beccato un bel rifiuto da parte del Consiglio di Stato che ha sospeso il penoso referendum sul Dal Molin”. “E al Veneto del sì - conclude - appartiene di sicuro il comitato del sì al Dal Molin a cui vanno i miei più calorosi complimenti che estendo all’amico avvocato Pierantonio Zanettin”.
Non si danno per vinti, invece, i vicentini del fronte del no, che anzi si danno appuntamento in serata per un “cacerolazo”, una protesta popolare con sbattimenti di pentole e coperchi alla maniera sudamericana. “Vogliamo mostrare l’indignazione contro un atto di autoritarismo” ha spiegato Marco Palma, del presidio permanente.
Sconcertati dalla decisione del Consiglio di Stato che annulla la consultazione di domenica prossima, gli eurodeputati della sinistra - Roberto Musacchio (Prc), Vittorio Agnoletto (Prc), Umberto Guidoni (Pdci) e Sepp Kusstatscher (Verdi) - hanno chiesto invece un incontro immediato al prefetto di Vicenza per “esporre al rappresentante del Governo le loro opposizioni” anche alla luce della sospensiva del referendum popolare sull’ampliamento della base decisa dal Consiglio di Stato.
Al di là della sospensiva rispetto al referendum del 5 ottobre, spiegano i quattro eurodeputati, bisognerà “operare in ogni modo affinché sia consentito ai cittadini di pronunciarsi democraticamente”.

Il VIDEO servizio:

La fiducia condizionata di Napolitano: “L’Italia ce la farà”. Con i sacrifici

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“L’Italia ce la farà” l’iniezione di ottimismo arriva da un ottantatreenne fresco di compleanno, il presidente Giorgio Napolitano: “A condizione che abbia la fiducia per affrontare i sacrifici necessari a costruire il futuro” .”l’Italia ce l’ha sempre fatta, la vera domanda è se noi altri ce la faremo” gli risponde il suo interlocutore, Henry Kissinger, ex Segretario di Stato americano (dal ‘73 al ‘77). L’incontro tra i due avviene a Palazzo Madama, in un dibattito promosso dall’Aspen Institute Italia. I due si conoscono da tempo, da quando Napolitano era uno dei più filoamericani tra i dirigenti del vecchio Pci. Oggi che è presidente della Repubblica, risponde a un’antica battuta di Kissinger (”Chi devo chiamare quando voglio parlare con l’Europa?”): “Spero che non sia troppo lontano il momento in cui per parlare con l’Europa il presidente degli Stati Uniti potrà chiamare un singolo numero di telefono e trovare all’altro capo chi sappia e possa rispondergli rappresentando e impegnando l’Unione Europea nel suo insieme”. Nel confronto con l’ex segretario di Stato statunitense,
Giorgio Napolitano ha affermato che l’Unione Europea deve farsi carico più apertamente anche dei problemi di una politica comune nel campo della sicurezza e della difesa. I ritardi dell’Unione, secondo il presidente è “la cacofonia, la varietà di posizioni e la difficoltà di approvare regole comuni, come si è visto con la Costituzione e col Trattato di Lisbona”. Un invito alla diplomazia e alla ricerca di accordi che Napolitano estende anche al quadro politico italiano: “Non dobbianmo farci paralizzare dai contrasti ideologici, non dobbiamo farci bloccare da una sorta di hyperpartisanship, un eccesso di spirito di parte, che è una camicia di forza”. Un capo di vestiario poco adatto alla politica.

Il Tar blocca la base di Vicenza: Ederle 2 non s’ ha da fare

Manifestanti del No dal molin

Ederle 2 non s’ ha da fare. L’ampliamento della base militare americana a Vicenza si deve fermare. Questo il giudizio del Tar del Veneto che avrebbe “accolto in pieno” il ricorso del Codacons, l’associazione dei consumatori che dà notizia della sentenza, depositata stamane. Il sindaco di Vicenza Achille Variati, Pd, parla di “una vittoria delle ragioni del territorio” e annuncia che i cittadini esprimeranno in un referendum ad ottobre il loro parere sull’allargamento della base Usa. “Nel motivare la decisione” spiega il Codacons in una nota “il Tar Veneto sottolinea che è mancata la consultazione della popolazione interessata, nonostante fosse prevista dal memorandum Usa-Italia”.

L’associazione dei consumatori elenca poi “i danni gravi” che con la richiesta di pronunciamento da parte del Tar ha voluto impedire, a partire dal “forte impatto sulla situazione ambientale ed urbanistica e rischi di danneggiamento delle falde acquifere” che l’allargamento della base avrebbe potuto creare. Bocciato e sospeso anche il consenso “espresso dal Governo nella persona del presidente del Consiglio Romano Prodi, poiché dato in ‘modo verbale’. Un modo che il Tar definisce, ‘extra ordinem‘ e illegittimo, perché “non ci sarebbe nessun supporto scritto all’atto di consenso espresso dal governo italiano a quello americano”.

I giudici ritengono quindi di sospendere l’efficacia dei provvedimenti impugnati dal Codacons, “inibendo nei confronti di chicchessia l’inizio di ogni attività diretta a realizzare l’intervento e ciò sotto l’intervento e il controllo degli organi del Comune di Vicenza competenti in materia di edilizia e urbanistica”.

Per approfondire:
Blog del presidio permanete contro la nuova base USA
“Il Giornale Dal Molin”
Raccolta video di eventi contro il Dal molin
Gruppo donne del presidio no dal molin

Un incontro tra vecchi amici: piena sintonia tra Silvio e George

Silvio Berlusconi e George Bush

“Sintonia totale” sulla politica estera, anche sulla questione iraniana, ringraziamenti reciproci per l’impegno nei teatri delle missioni internazionali, come Afghanistan, Iraq e Kosovo, sorrisi e pacche sulle spalle. Silvio Berlusconi e George W. Bush sono stati protagonisti di un vertice tra capi di governo, ma a Villa Madama si sono ritrovati anche due vecchi amici, che non hanno risparmiato quei siparietti e scambi di battute che fanno la gioia di fotografi e reporter. Così il Cavaliere ha mostrato i muscoli all’amico George che gli ha risposto “you are very strong…”.

L’ingresso nel “5+1″. Bush è sembrato perfettamente a suo agio ed espansivo: soltanto in merito al possibile ingresso dell’Italia nel “5+1″ (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania) per mediare con l’Iran sul nucleare è apparso prudente, limitandosi a dire che è stata affrontata la questione. Il presidente Usa ha spiegato: “Abbiamo discusso del 5 più 1 con Silvio. Ma al di là del 5 più 1, dobbiamo dire agli iraniani che non devono sfidare le domande del mondo libero. Sì all’energia nucleare pulita, ma no all’arricchimento dell’uranio”. Prima di giungere a Roma, il presidente degli Stati Uniti era stato in Germania, dove il primo ministro Angela Merkel non vede di buon occhio l’eventuale ingresso dell’Italia nel “5+1″, sul quale Berlusconi ha ribadito la richiesta: “Noi ci siamo offerti per dare una mano alla politica che Bush ha spiegato. Vogliamo dare una mano perché conosciamo l’Iran”.

Il supporto a McCain. Nel corso della conferenza stampa si è parlato quasi esclusivamente di politica estera, con due sole parentesi dedicate ad altro. Nella prima, relativa a Guantanamo, Bush ha commentato la decisione della Corte Suprema Usa (secondo cui i detenuti possono appellarsi al diritto costituzionale e ricorrere nei tribunali ordinari americani contro la loro detenzione), dichiarando: “Devo accettare la decisione, ma sono d’accordo con coloro che hanno dato il loro dissenso, che si basa sulle preoccupazioni per la sicurezza nazionale”. Seconda parentesi dedicata alle presidenziali statunitensi, con una battuta del premier Berlusconi: “Ho una preferenza per il candidato repubblicano per una personalissima motivazione: se vincerà McCain non sarò io il più vecchio ai G8…”.

Un clima più costruttivo. Berlusconi ha anche commentato le considerazioni del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: in mattinata, ricevendo Bush al Quirinale, aveva espresso la convinzione che “nella nuova situazione creatasi con le elezioni di aprile, si consoliderà la condivisione degli indirizzi fondamentali della politica estera anche grazie a un clima più costruttivo nella vita politica italiana”. Il Cavaliere ha osservato: “Prendo atto con piacere della previsione del presidente Napolitano“. E ha aggiunto: “Siamo contenti che l’opposizione possa condividere la nostra politica estera, che si svilupperà sullo stesso binario del governo 2001-2006″. Dal canto suo, il presidente statunitense non ha risparmiato elogi e ringraziamenti all’Italia per il lavoro che svolgono le truppe in Iraq, Afghanistan, in Kosovo e in Libano, sottolineando soprattutto il suo “apprezzamento per i Carabinieri che lavorano molto bene”. Sul fronte afgano, Berlusconi ha spiegato: “Abbiamo parlato con il presidente Bush della nostra disponibilità a togliere i caveat sull’Afghanistan. Abbiamo parlato anche della nostra intenzione di mantenere le truppe sugli altri fronti, in Kosovo, in Libano e ovunque siano impiegati i soldati italiani”.

Cena a Villa Madama. Dopo la conferenza stampa, cena d’onore all’italiana a Villa Madama, con George che ringrazia l’amico Silvio: “Mi piace sempre venire a Roma, da dove parto con più cultura e più ingrassato…”. E infatti la serata è finita tra le pennette tricolore, la bistecca chianina e le note di Mariano Apicella che ha allietato i due vecchi amici. In precedenza si erano scambiati dei doni: Silvio aveva regalato all’amico George due confezioni di cravatte di Marinella e Bush il segway per la villa in Sardegna.

Bush al Colle: “Clima più costruttivo”. Napolitano: “How are you?”

Giorgio Napolitano e George W. Bush

Una forte stretta di mano e un “How are you?”. Così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha accolto George W. Bush al Quirinale (qui il VIDEO) poco dopo mezzogiorno nella Sala del Bronzino. Bush, in completo scuro e cravatta verde, ha scambiato alcune battute in inglese con il capo dello Stato. Poi sono state presentate le rispettive delegazioni. I due presidenti si sono quindi ritirati nello Studio alla Vetrata per un colloquio: 40 minuti tra i due capi di Stato, serviti a Napolitano per esprimere a Bush la convinzione che nella nuova situazione creatasi con le elezioni di aprile si consoliderà la condivisione degli indirizzi fondamentali della politica estera, anche grazie ad un clima più costruttivo nella vita politica italiana. I due presidenti hanno parlato anche della situazione economica internazionale, in vista del G8 che si terrà il prossimo anno proprio in Italia, del processo di pace in Medio Oriente e del recente vertice Fao. Al termine i due presidenti, accompagnati dalle rispettive delegazioni, si sono recati nella sala degli Specchi per il pranzo offerto dalla presidenza della Repubblica (menù tutto italiano, ma non a base di pesce, secondo le indiscrezioni).
È la terza volta che il Capo di Stato italiano e il presidene Usa si incontrano da quando è iniziato il settennato di Napolitano: la prima volta fu il 9 giugno dell’anno scorso quando Bush venne a Roma; poi, a dicembre, per la visita di Napolitano a New York e Washington. Infine oggi per l’ultima visita in Italia di George W. Bush da presidente degli Stati Uniti d’America.
La giornata romana di George W. Bush è cominciata con una visita all’American Academy, a Villa Aurelia, dove ha incontrato una decina di borsisti italiani del Fulbright Best, un programma di studi che li porterà a fare un apprendistato di 5 mesi nelle aziende della Silicon Valley. Nell’occasione il presidente Usa ha fatto un breve discorso sull’ospitalità e lo spirito imprenditoriale americani: “C’è molta disinformazione e propaganda sul nostro Paese: in realtà siamo un Paese solidale, aperto e abbiamo a cuore i destini delle persone” ha detto. Nella platea era presente il sindaco di Milano Letizia Moratti, frequentatrice della moglie di Bush, Laura. Il presidente le ha fatto l’occhiolino.
C’è aria di vacanza nello staff presidenziale in questo suo “tour d’addio” in Europa. La sala stampa allestita in un salone del Palazzo Aldrovandi è praticamente deserta, con giornalisti e funzionari della Casa Bianca impegnati in una mattinata di turismo e di shopping romano. Una mattinata che invece è stata difficile per i romani, alle prese con il traffico creato dalla visita illustre e dalla pioggia.
Ma i momenti clou della giornata di oggi sono gli incontri con i vertici istituzionali italiani: oltre a quello con il presidente della Repubblica, attualmente in corso, è previsto nel pomeriggio, quello con il premier Silvio Berlusconi, a cui è legato anche da rapporti di amicizia e con cui verrà affrontata, tra l’altro, la questione del nucleare iraniano. Anche la cena di lavoro col presidente del consiglio, in programma a Villa Madama, dopo un primo colloquio e una conferenza stampa, avverrà ad un’ora insolitamente avanzata per l’inquilino della Casa Bianca, che sarà impegnato almeno fino alle 22 di questa sera. Per le abitudini di Bush, che spesso a quell’ora è già a letto, tanto da essersi meritato lo scherzoso soprannome di “mister excitement” dalla moglie, è sicuramente uno strappo alle regole.
Al di là di ciò che si diranno Berlusconi e Bush, le decisioni diplomatiche sembrano già segnate da ieri: nonostante la simpatia personale tra i due leader, l’opposizione della Germania all’entrata dell’Italia nel gruppo di Paesi negoziatori con l’Iran (il cosiddetto 5+1) avrà la meglio. Il presidente americano invece otterrà un maggiore impegno per le truppe italiane in Afghanistan, con la revisione dei caveat, ma non un aumento dei soldati.
Oggi il capo della Casa Bianca sarà raggiunto in Italia dalla moglie Laura. E con lei, domani, sarà ricevuto in udienza da papa Benedetto XVI.

Il VIDEO servizio:

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Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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