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L'arresto di Emilio Esposito, Il boss affiliato ai casalesi, fotografato in Questura a Roma, il 23 luglio 2011. ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Per quanto già da tempo non fosse più un segreto per nessuno, fa comunque effetto leggere nero su bianco che Roma, non meno di Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Bari e praticamente tutto il Sud e le appendici settentrionali scoperte negli ultimi anni, è in mano ai clan mafiosi. Così c’è scritto nella relazione consegnata ieri dal prefetto della Capitale Giuseppe Pecoraro alla commissione antimafia presieduta da Beppe Pisanu. Continua

Più povera delle altre regioni dell’Italia centrale. Sorprendente la fotografia scattata dall’Acli per il Lazio, alle prese con una crisi ancora più profonda rispetto alle regioni limitrofe. Lo attestano i dati del cosiddetto “indice Gini“, il metodo statistico più semplice messo a punto per misurare la disuguaglianza di reddito: quello del Lazio è il più alto d’Italia, 0,339 a fronte di quello nazionale che è pari a 0,332.
L’incidenza della povertà , che nel centro Italia è pari al 6,4 per cento, nel Lazio raggiunge il 7,9 per cento. Non solo. Secondo le Acli, per quanto riguarda il precariato, il 15,34 per cento del totale delle posizioni nazionali alla gestione separata vive nel Lazio e di questi precari circa il 90 per cento si concentra nella sola provincia di Roma. Non va meglio per la casa: per acquistare un appartamento di 50 metri quadrati nel centro di Roma servono in media 26 anni, mentre in Germania, a parità di reddito, ne bastano cinque. La situazione appare ancora più grave per le famiglie straniere che, nella sola provincia di Roma, sono oltre 321 mila, pari all’82,3 per cento del totale regionale.
Un altro indicatore di crisi è dato da un’indagine condotta da Unioncamere e Infocamere, secondo la quale nel 2008 il Lazio registra una diminuzione di titolari di imprese al femminile dello 0,43 per cento. Andamento che conferma la tendenza nazionale dove, a esclusione di Lombardia e Calabria, nel resto d’Italia il numero di imprese “rosa” registra un segno meno, anche se la tenuta è ancora abbastanza stabile.
E con la crisi sempre più forte, aumentano i casi in cui le famiglie romane cadono nella rete degli usurai. Lo denuncia il Codici in un rapporto presentato ieri. In base alle richieste di aiuto arrivate al centralino del numero verde antiusura della Provincia di Roma, gestito in collaborazione con l’associazione dei volontari a sostegno dei consumatori, nel 2008 il 55 per cento delle chiamate riguardava proprio le famiglie, impiegati per il 26,1 per cento, operai al 19 per cento e casalinghe per quasi l’8 per cento. Un trend di crescita che parte dal 1999 e che è arrivato “a superare le denunce fatte da liberi professionisti e commercianti”, dicono dal Codici. È il Municipio XIII, quello di Acilia e Ostia, da dove arrivano il maggior numero di chiamate (64 per cento): qui, spiegano dal Codici, l’usura è gestita direttamente dalle organizzazioni criminali. Dal rapporto, è inoltre possibile stabile la tipologia della persona che si rivolge agli usurai: maschio, età tra i 46 e i 65 anni, sposato e con un buon livello di istruzione. Segnale allarmante che e difficoltà economiche colpiscono proprio tutti.
La deferenza delle vittime del giro d’usura, più di cento, verso il capo degli strozzini era tale, che bastava nominarlo per terrorizzarle e convincerle a saldare subito il debito. “Kuya Boy” (dove “Kuya” è in lingua filippina un appellativo che manifesta rispetto, simile al nostro “don”) e i suoi intermediari e complici non avevano bisogno di realizzare le minacce passando ai fatti. Il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano ha scoperto che da questi rapporti di sottomissione era nata un’organizzazione di usurai filippini che prestavano dai 600 ai 4.000 euro ai connazionali in difficoltà economiche con interessi che arrivavano al 70 per cento.
Le indagini, coordinate dal pm Ester Nocera, sono durate dieci mesi e si sono concluse a novembre 2008. Grazie alle intercettazioni e ai pedinemanti sono state raccolte le prove del giro illecito e questa mattina sono state eseguite quattro ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip Micaela Curami, due in carcere e due ai domiciliari. In manette sono finiti “Kuya Boy”, cioè M.P., di 44 anni, un altro uomo di 38 anni con un ruolo importante nell’organizzazione, M.R., detto “Kuya Nomar”, e la moglie del primo, M.N., di 43 anni. Un’altra donna, l’unica clandestina del gruppo, G.E., di 42 anni, è ancora ricercata. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata all’usura. I quattro sono filippini, come filippine erano le vittime dei prestiti a usura, e i due uomini facevano i portinai a Milano.
Tutti i soldi ricavati dai quattro venivano spediti in patria, dove venivano investiti. Kuya Boy e sua moglie erano riusciti a costruirsi un intero palazzo. Il gruppo teneva liste dettagliate in duplice copia, coi nomi dei “clienti” e le cifre prestate. Gli investigatori hanno anche riscontrato come la pratica del “financing”, cioè dei prestiti a usura, sia considerata normale all’interno della comunità filippina, anche se illegale in Italia. Così come sono abbastanza diffuse anche se sommerse quelle del “paluwagan”, cioè una sorta di fondo comune da cui attingere in caso di bisogno, e del “trafficking”, vale a dire l’immigrazione clandestina con permessi di soggiorno falsi.
“È la prima volta che un giro di usura tra cittadini filippini (a Milano sono circa 27 mila, ndr) viene portato alla luce in un’indagine”, spiega il pm Ester Nocera. “E queste attività illecite, come quelle scoperte in passato sul traffico di una potente droga, lo Shaboo, sono inaspettate all’interno di una comunità considerata tradizionalmente tranquilla e priva di elementi criminali”.
Soldi allo sportello
Aveva prestato 7.500 euro a un piccolo imprenditore pratese, ma se ne è fatti restituire 10.500 esigendo, inoltre, la firma di tre cambiali da 2.500 euro l’una. Ma non si è accontentato. Per convincere il debitore a consegnare i soldi, dopo varie minacce di morte, lo ha colpito con un manganello: con questa accusa, la squadra mobile ha arrestato il titolare di un bar, 51 anni, italiano, domiciliato in un campo nomadi a Prato, e sua moglie, 42, complice dell’usura. Un anno fa l’imprenditore si rivolse al barista e ottenne in prestito 7.500 euro, pretendendo un tasso d’interesse mensile di 700 euro, salito poi a 1.500 euro. Per ottenere i soldi, il barista minacciò il debitore, danneggiandogli l’auto e, a luglio 2008, colpendolo con un manganello e provocandogli un trauma cranico: il barista era già conosciuto alle forze dell’ordine per reati che vanno dalla detenzione illegale di armi, allo sfruttamento della prostituzione, alla rapina.
Secondo il ministero dell’Interno le denunce per il reato di usura si sono dimezzate negli ultimi anni: se nel 2004 erano 398, sono scese a 193 nel 2007. Campania, Puglia e Lombardia sono le regioni con il maggior numero di condanne. Ma l’indagine di Confesercenti Sos-usura testimonia che il giro d’affari è enorme: soltanto in Campania riguarda un quarto degli imprenditori, per un valore di 1,8 miliardi di euro. Per Lazio e Sicilia è stimato, rispettivamente, in 2 miliardi e 1,4 miliardi.
La Fondazione Umbra contro l’Usura è stata vittima di un’usuraia. Per otto anni la commercialista e consulente della Fondazione nata per aiutare piccoli commercianti e artigiani in difficoltà facendosi garante presso gli istituti di credito, ha ripulito i fondi dell’ente per circa 2 milioni di euro. Claudia Pasqua, 43 anni, originaria di Torgiano in provincia di Perugia, arrestata per falso e peculato dalla Guardia di Finanza, era riuscita a diventare in pochi anni il vero “dominus” dell’ente perugino e della gestione dei suoi fondi. Falsificando la firma del presidente della Fondazione ma anche presidente del Tribunale dei minori, Piero Cenci, sulla documentazione necessaria per il rilascio dei prestiti di cui l’ente di faceva garante, riusciva a convogliare sui propri conti correnti le migliaia di euro pagate mensilmente dagli imprenditori beneficiari. Infatti, dopo pochi mesi che la banca aveva concesso il prestito all’imprenditore in difficoltà , la commercialista, “dirottava” la rata del mutuo sul proprio conto bancario facendo apparire insolvente, nei confronti dell’istituto di credito, il commerciante. Così era la Fondazione, garante del prestito a dover saldare il debito con la banca. Intanto, i commercianti ignari continuavano a pagare convinti di dover ancora estinguere il mutuo. Con questo metodo Claudia Pasqua ha riscosso i soldi di oltre un centinaio dei piccoli artigiani che si erano rivolti alla Fondazione Umbra Contro l’Usura. Nel corso dell’ “operazione Fides”, le fiamme gialle hanno sequestrato quattro immobili di cui uno in Sardegna, in Costa Smeralda , e tre nel perugino oltre a due auto di grossa cilindrata, due moto, quote societarie e undici orologi di lusso. Un patrimonio stimato in oltre 3 milioni di euro. ” Le indagini proseguono per accertare altre irregolarità ” spiega il colonnello Fabrizio Martinelli, comandante provinciale della Guardia di Finanza di Perugia “in particolare per cercare di ricostruire i movimenti e le distrazioni di denaro pubblico che veniva affidato alla Fondazione Umbra contro l’Usura”. Ad occuparsi dell’inchiesta i procuratori Giuseppe Soresina e Giuseppe Bianco della Procura della Repubblica di Firenze, per il coinvolgimento, anche se come parte lesa, del Presidente del Tribunale dei Minori di Perugia, Piero Cenci.