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Verdi

La crisi e i partiti: a sinistra è profondo rosso

Paolo Ferrero

di Stefano Brusadelli

Ironia della sorte (e della politica): sempre sprezzanti verso il primato del dio denaro, le forze italiane della sinistra radicale rischiano di chiudere bottega non perché mancano gli elettori (che peraltro negli ultimi tempi si sono ristretti), ma perché mancano i soldi. “La situazione” confessa a Panorama il tesoriere di Rifondazione, Sergio Boccadutri, “è drammatica. I soldi incassati alle elezioni del 2008 li abbiamo già tutti spesi per le europee. Dalle quali però, disgraziatamente, non ci arriveranno rimborsi”. E se il partito di Paolo Ferrero è alla canna del gas, sono preoccupanti anche le condizioni degli altri “nanetti” accampati alla sinistra del Pd, ossia i comunisti italiani di Oliviero Diliberto, Sinistra e libertà di Nichi Vendola, i Verdi di Grazia Francescato, i socialisti di Riccardo Nencini. L’incubo, per tutti, è rimanere senza più un soldo già nel 2010.
Per capire la situazione occorre ripassare il machiavello del finanziamento dei partiti (qui la Legge 3 giugno 1999, n. 157, qui le nuove norme per il finanziamento dei partiti europei). Che in verità sarebbe stato abolito da un referendum nel 1993, e che invece venne resuscitato 8 mesi dopo travestito da “rimborso “; con inganno anche lessicale, perché l’erogazione avviene senza bisogno di documentare le spese e dunque di finanziamento si tratta e non di rimborso. Le (ricche) torte a disposizione sono quattro: elezione della Camera, del Senato, elezioni europee e regionali. Per accedere alla spartizione delle prime due basta raggiungere l’1 per cento. Per la torta europea l’asticella è più in alto, sta al 4 per cento.
Ogni torta vale all’incirca 250 milioni di euro, e le fette, distribuite in rate annuali, sono proporzionali ai voti conseguiti. Va aggiunto che, grazie alla generosità che i partiti dimostrano sempre verso se stessi, i rimborsi per Camera e Senato vengono erogati per 5 anni anche nel caso la legislatura (come accadde a quella scorsa) duri di meno.
Il guaio per la sinistra radicale è che ormai colleziona un flop elettorale dietro l’altro. Alle politiche del 2008, tutti intruppati nella Sinistra arcobaleno, Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica (un gruppo di scissionisti ds guidato da Fabio Mussi) hanno raccolto un misero 3 per cento. Non sono quindi riusciti a eleggere né deputati né senatori (il che ha la sua importanza perché le trattenute sugli stipendi degli eletti sono un’importante voce di entrata), ma hanno almeno incassato i rimborsi; i quali però, divisi in quattro parti, si sono rivelati una miseria. Speravano di rifarsi alle europee succhiando voti al Pd e si erano baldanzosamente divisi in due squadre, ciascuna convinta di superare lo sbarramento del 4 per cento.
È andata male di nuovo: la Lista comunista (Prc e Pdci) si è fermata al 3,3 per cento mentre Sinistra e libertà (gli scissionisti del Prc capitanati da Nichi Vendola, Verdi, Socialisti e Sd) al 3,1. Niente eletti e, stavolta, zero finanziamento.
Con le banche che, non vedendo entrate certe per i prossimi anni, cominciano ad alzare i ponti levatoi. Conseguenza: crisi nera e rischio di finire l’ossigeno già l’anno prossimo, quando invece ci sarà da tirare fuori un mucchio di soldi per la campagna regionale. A viale del Policlinico, sede del Prc, girano cifre da brivido. La curva delle entrate è quella di un’azienda in crisi: 21 milioni di euro nel 2007, 15 nel 2008, 9,5 milioni nel 2009, 6,5 nel 2010, per finire a “zero euro” a partire dal 2011. Le uscite (mettendo da parte il buco di Liberazione, il quotidiano ufficiale) non scendono altrettanto velocemente: 13 milioni nel 2008, 10 milioni nel 2009 e altrettanti nel 2010. Quanto a Liberazione, le perdite ammontano, solo per il 2008, a 3 milioni. “Negli ultimi 5 anni ” si dispera Boccadutri “gli abbiamo dato 10 milioni: ora basta!”.

Come si fa ad andare avanti? La risposta è una drastica ristrutturazione, maneggiata con imbarazzo comprensibile da un partito che ha sempre condannato i licenziamenti fatti dagli altri. Per Liberazione è stato decretato il ridimensionamento: contratti di solidarietà per sei-otto giornalisti e cassa integrazione per tutti gli altri, una quarantina compresi i poligrafici. Ci si accontenterà di un giornale ridotto a quattro pagine. Ma saranno i dipendenti della direzione a dover subire i tagli più pesanti: dai 125 in organico, un’enormità, bisognerà scendere a non più di 40.
I lavoratori sono sul piede di guerra e minacciano azioni eclatanti. Il partito ha offerto 7 mila euro di buonuscita più una mensilità per ogni anno di anzianità. Finora nessuno ha accettato.

Dalle parti dei comunisti di Diliberto la situazione è meno allarmante solo perché i dipendenti sono solo una ventina. “Non ci saranno licenziamenti” dice il tesoriere Roberto Soffritti “ma chi va in pensione non verrà sostituito”. Il bilancio 2008 si è chiuso con un disavanzo leggero, “però i problemi arriveranno già dal consuntivo 2009″. Anche qui c’è un macigno, il settimanale La Rinascita della sinistra, con 15 tra giornalisti, grafici e amministrativi.
I vendoliani si salvano (per ora) solo perché molti dei funzionari che hanno fatto lo strappo dal Prc sono in carico ai sindacati, non esiste un giornale e nemmeno una sede. Il tesoriere, Francesco Ferrara, confida in una sottoscrizione tra militanti e simpatizzanti. Problemi seri, invece, in casa dei Verdi, dove oltre alle entrate è in calo anche il numero degli iscritti e il bilancio 2008 si è chiuso con 1 milione di disavanzo. L’amministratore, Marco Lion, annuncia il taglio di un organico già scheletrico: “Abbiamo sei dipendenti e quattro lavoratori a progetto: li dimezzeremo”. Tutti i soci di Sinistra e libertà possono almeno sperare che la vittoria di Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema al congresso Pd riapra le porte o del partito (è il caso di vendoliani e Sd) o almeno porti a una riedizione dell’Unione sotto il cui simbolo superare le future soglie di sbarramento. Ma Rifondazione e Pdci non possono nutrire neppure questa speranza.

(ha collaborato Vasco Pirri)

Europee: la grande corsa. I partiti a caccia degli acchiappavoti

Alle elezioni

Il sogno? Roberto Saviano all’Europarlamento sotto le insegne della Lega. Un sogno balenato in mente al sindaco di Treviso, e segretario veneto del Carroccio Giampaolo Gobbo, che - dice - lancerà la proposta di candidare l’autore di Gomorra con il Carroccio il 6/7 giugno, in Campania o anche in un’altra circoscrizione: “è un’idea mia e di qualcuno di noi, ma devo ancora dirlo a Bossi. Vedremo” spiega Gobbo sulle pagine del Gazzettino. “In un Paese in cui dopo 60 anni ancora si parla di camorra e di mafia, in cui in tanti hanno pagato con la vita, Saviano ha lanciato un messaggio importante”.
In attesa dello scrittore, in campo ci sono comunque filosofi, hostess, ex pm, calciatori in pensione e volti noti. Tutti con un incarico preciso: rastrellare voti e vincere la sfida per Strasburgo. È già in moto la macchina organizzativa dei partiti che devono mettere a punto le liste per l’appuntamento del 6-7 giugno. La “caccia” agli acchiappavoti è già cominciata e a dare il là è stato lo stesso premier Silvio Berlusconi che, rispondendo all’altolà di Dario Franceschini, ha già fatto sapere che si candiderà come capolista in tutte le circoscrizioni utilizzando il proprio nome e la propria storia politica e personale come “bandiera”.
Fanno resistenza, invece, secondo quanto si è appreso, diversi ministri di provenienza azzurra che nicchiano di fronte allo sprone del Cavaliere che vorrebbe candidarli tutti nelle rispettive regioni di origine per capitalizzare al massimo il voto europeo. Ma non tutti - si dice nel Pdl - hanno la potenza organizzativa di un Claudio Scajola che è prontissimo alla “prova”, così come, tra gli altri, Raffaelle Fitto, Angelino Alfano, Renato Brunetta e Mariastella Gelmini. Ben felici di collocarsi in vetrina, invece, gran parte dei ministri di An, a cominciare da Ignazio La Russa (in lista nel Nord-Ovest), titolare della Difesa e coordinatore del Pdl.
Delle strategie elettorali bipartisan fanno anche parte la popolarità e la notorietà , ed è per questo che nelle liste che i partiti stanno presentando in questi giorni, spiccano diversi personaggi: mentre Emilio Fede ha fatto sapere che non ha alcuna intenzione di candidarsi, così come scrivevano alcuni giornali, nel Pdl circola insistente la voce di un posto in lista per Emanuele Filiberto che potrebbe così continuare “a ballare sotto le stelle” europee. L’interessato ha fatto sapere che scioglierà la riserva entro il 10 aprile, ma nel Pdl dicono che il “principe” terrebbe molto a essere della partita. Punta a Strasburgo anche Clemente Mastella che ha trovato ospitalità proprio nelle liste del Pdl.
Sulla sponda avversa, il Pd è alle prese con il caso di Sergio Cofferati (capolista nella circoscrizione Nord Ovest, in una sfida serrata con Ignazio La Russa) la cui candidatura in Europa è molto contrastata nell’area emiliana del partito ma è molto ben considerata da Dario Franceschini che ritiene l’ex sindaco di Bologna “una risorsa”. In lista dovrebbero entrare, per il centro, il sindaco di Firenze Leonardo Domenici e l’ex braccio destro di Veltroni, Gianfranco Bettini (spedendo in Europa il consigliere di Uòlter, Franceschini darebbeun altro colpo all’impianto del suo predecessore). Comunque, i due sindaci di Firenze e Bologna sono a fine mandato e solo per questo il motivo risultano candidabili per Strasburgo, visto che un documento di qalche giorno fa della Direzione Pd sbarra la porta dell’Europarlamento agli amministratori locali. Comunque, la definizione delle candidature è ancora in alto mare a Largo del Nazareno, dove si lavora per individuare delle candidature forti da inserire nelle teste di lista. La linea di Franceschini, infatti, opposta a quella di Berlusconi, è di collocare nelle liste non candidature di bandiera ma “reali”, persone cioè che raccolti i voti non cedano poi il posto ad altri per incompatibilità. Nel collegio Nord Est il capolista sarà l’europarlamentare uscente Vittorio Prodi. Al Sud in lista probabilmente Umberto Ranieri e Sergio D’Antoni. Nella circoscrizione isole il capolista del Pd dovrebbe essere Enzo Bianco, ex ministro, ex sindaco e oggi senatore. Secondo alcune indiscrezioni, Franceschini starebbe cercando di convincere Rita Borsellino, che potrebbe essere candidata in Sicilia.
L’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris; il filosofo del pensiero debole Gianni Vattimo (che è già stato europarlamentare per i Ds e ha una storia tutta a sinistra); l’esperto di droga e mafia Pino Arlacchi (sociologo con tanto di incarico all’Onu); Sonia Alfano, figlia del giornalista ucciso dalla mafia; l’ex hostess Alitalia Maruska Piredda, nota per la sua battaglia contro Cai (Maruska esultava felice nelle foto di tutti i giornali, mentre Daniela Martani mostrava il famoso cappio), saranno tra i candidati dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Che schiera anche Maurizio Zipponi, già esponente della Fiom e di Prc, l’ala dura e prua “di sinistra” della Cgil e Giovanni Pesce, avvocato e membro del collegio difensivo di Clementina Forleo.
Il Governatore della Sicilia e leader del Mpa Raffaele Lombardo, dopo aver stretto la “strana” alleanza con La Destra di Francesco Storace, dovrebbe essere capolista in tutte le circoscrizioni.
A buon punto anche le candidature dell’Udc: i fiori all’occhiello del partito di Pier Ferdinando Casini sono: l’ex Golden boy Gianni Rivera (ex Margherita), nel centro Italia; l’ex vice direttore del Corriere della Sera, convertitosi di recente al cristianesimo, Magdi Cristiano Allam fondatore del Ppec, Protagonisti per l’Europa Cristiana (capolista nella circoscrizione Nord-ovest).
Chi ancora non è uscito allo scoperto, a parte il “sogno” di Gobbo, è la Lega. Le prime decisioni sui nomi in lista dovrebbero essere adottate dal Consiglio federale che si riunirà nei prossimi giorni, dice alle agenzie l’europarlamentare del Carroccio Mario Borghezio. L’unica cosa certa, al momento, è la riconferma degli uscenti: oltre allo stesso Borghezio Francesco Speroni e il gigantesco Erminio Boso, a suo tempo ribattezzato Obelix proprio in ragione della sua mole.
Nella corsa ad un seggio ci sarà anche la sinistra. Ma così divisa. Da una parte, la lista della neonata Sinistra e libertà, che riunisce Verdi, socialisti, Sinistra democratica e il Movimento per la sinistra del Governatore della Puglia Nichi Vendola. Dall’altra, la lista Pdci-Prc, insieme all’Associazione Socialismo 2000 di Cesare Salvi e a Consumatori uniti, potrebbe far scendere in campo i leader Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero, insieme con lo stesso Salvi, l’europarlamentare uscente Vittorio Agnoletto e l’astrofisica Margherita Hack.

Europee: sì all’election day e ai contributi per chi resta fuori

i protagonisti degli ultimi due anni

Dopo il sì all’innalzamento dell’asticella al 4% per le europee, ecco un alro ok da parte del Senato.
Che ha approvato il decreto che fissa l’election day per accorpare le prossime elezioni europee e amministrative in unica tornata, i prossimi 6 e 7 giugno. Pe rendere possibile l’accorpamento, si voterà il sabato pomeriggio del 6 e tutta la giornata di domenica 7 giugno. Il “sì” è stato ampiamente bipartisan, avendo votato a favore 252 senatori, nessun cotrario e due astenuti. Il provvedimento, che allinea le dimensioni dei simboli delle liste fra le due competizioni (3 centimetri) porta con sé anche un altro emendamento di un certo rilievo: su proposta dei senatori democratici Vincenzo Vita e Paolo Nerozzi, la soglia per ottenere i rimborsi elettorali è stata portata al 2 per cento, quindi anche i partiti che non raggiungeranno il quorum del 4% necessario per ottenere seggi nell’Europarlamento potranno comunque accedere ai fondi pubblici; su proposta del relatore Lucio Malan.Per il via libera definitivo, ora la norma passa al vaglio di Montecitorio.

Tradotto: con questa modifica, anche i partiti che non raggiungeranno il quorum del 4%, quella che serve ad avere un seggio (dei 72 messi a disposizione per l’Italia) nell’Europarlamento, potranno accedere comunque ai fondi pubblici. Un modo - adottato dai due partiti più grandi - per rispondere alle polemiche dei partitini (Verdi, Sd, Socialisti, Prc e La Destra) che accisavano Pdl e Pd, di voler letteralmente “uccidere la democrazia”, togliendo di mezzo le voci fuori dal loro coro. La legge numero 18 del 1979, sul sistema elettorale con il quale si voterà il 6-7 giugno, prevede che il riparto dei seggi avvenga con il metodo proporzionale in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna lista, su un collegio unico nazionale e con il principio dei quozienti interi e dei resti più elevati. Alzare la soglia di accesso di fatto “costringe” i “cespugli” a non correre da soli (pena l’esclusione dal Parlameto europeo) ma ad accordarsi tra loro unendo forze ed elettori. Un po’ come avviene per le elezioni politiche italiane: lo sbarramento, nell’ultima tornata, ha comportato l’esclusione di forze politiche come .
Non avere seggio significa poi non accedere ai contributi a titolo di rimborso elettorale, con la conseguenza di una drastica diminuzione delle entrate su cui gli stessi partiti basano la propria sopravvivenza, a tutto vantaggio delle forze politiche maggiori. Una batosta finanziaria, oltre che politica, insomma per gli attuali “extraparlamentari”. Che, almeno fino al 2010 potranno contare sui rimborsi per le politiche 2006; poi fino al 2012 arriveranno i rimborsi delle politiche 2008, ossigeno anche per chi, come la Sinistra arcobaleno (1,858 milioni) o i socialisti (498 mila euro), non ha avuto seggi ma ha superato l’1 per cento. L’incubo riguardava le europee 2009 però anche la soglia per i rimborsi è al 4.
Il 2012 sarebbe stato un incubo. E allora, in extremis, ecco l’emendamento democratico che tenta di riportare un minimo di equilibrio nella spartizione del gruzzolo dei rimborsi. Sempre che i partiti minori riescano a toccare il 2%…

Europee: sì del Senato, lo sbarramento al 4% è legge

Aula del Senato

La riforma del sistema elettorale per le europee è legge, dopo il voto del Senato. Prevede l’introduzione di una soglia di sbarramento al 4%. Un’asticella prevista anche nei sistemi elettorali di molti altri Stati membri dell’Ue. In Germania, Polonia e Francia, ad esempio, lo sbarramento è fissato al 5%, mentre per la Svezia e l’Austria è al 4%.
I voti favorevoli sono stati 230, 15 i contrari e 11 gli astenuti. A favore del provvedimento, oltre a Pdl e Pd, anche Lega Nord e Idv. Il voto contrario è stato espresso dai senatori dell’Mpa di Raffaele Lombardo, dai Radicali eletti nel Pd Marco Perduca e Donatella Poretti, dalla senatrice Luciana Sbarbati dei Repubblicani europei, eletta sempre nel Pd. Astenuti i senatori democratici Paolo Nerozzi, Vincenzo Vita, Franca Chiaromonte, Gianfranco Carofiglio e Ignazio Marino.
Il provvedimento è formato da un solo articolo e prevede che siano eletti al parlamento di Strasburgo i rappresentanti delle liste che sul piano nazionale abbiano conseguito almeno il 4% dei voti validi. Fino alle scorse elezioni non era previsto in Italia alcuna soglia di sbarramento. La norma non introduce altre modifiche alla legge numero 18 del 1979. Ecco, in pillole, il sistema elettorale con il quale si voterà il 6-7 giugno e che servirà ad eleggere il gruppo dei 72 europarlamentari della delegazione italiana a Strasburgo.
Proporzionale puro: Il riparto dei seggi avviene con il metodo proporzionale in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna lista, su un collegio unico nazionale e con il principio dei quozienti interi e dei resti più elevati.
Sbarramento: Hanno diritto ad accedere alla ripartizione dei seggi solo le liste che abbiano conseguito sul piano nazionale almeno il 4% dei voti validi espressi.
Cinque circoscrizioni: Il territorio italiano viene suddiviso in cinque circoscrizioni. La prima, “Italia nord-occidentale” comprende Piemonte, Valle D’Aosta, Liguria e Lombardia. La seconda, “Italia nord-orientale” è composta da Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna. Terza circoscrizione, quella dell’Italia centrale: Lazio, Umbria, Marche e Toscana. L’Italia meridionale: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. Infine, l’Italia insulare, cioè Sardegna e Sicilia. Anche se nel prossimo consiglio dei ministri ci sarà un provvedimento per scorporare la regione Sardegna, ai fini elettorali, dalla circoscrizione Sicilia-Sardegna in modo da consentire ai sardi di avere un proprio rappresentante nel prossimo parlamento europeo.
Preferenze: Restano le preferenze, nonostante, nella prima ipotesi di riforma, il centrodestra avesse tentato di cercare un accordo per l’introduzione delle liste bloccate come per le politiche. L’elettore può esprimere, dunque, non più di tre preferenze per ogni circoscrizione.
Sottoscrizioni: Le liste devono essere sottoscritte da non meno di 30mila e da non più di 35mila elettori e i sottoscrittori devono rappresentare almeno il 10% degli elettori di ognuna delle regioni comprese nella circoscrizione. Non devono raccogliere le firme i partiti che abbiano un gruppo parlamentare anche in una sola Camera, le forze che abbiano almeno un europarlamentare e anche le liste con un contrassegno composito, ma contenente il simbolo di un gruppo politico esonerato dalla raccolta. Nel passaggio alla Camera, il governo ha accolto anche un ordine del giorno del Pd che impegna il governo ad “agevolare la presentazione di nuove liste contraddistinte da simboli che rappresentino l’aggregazione di più liste o partiti già esistenti e contribuire a una maggiore semplificazione del sistema politico”. In buona sostanza, se un europarlamentare si ripresenta ma con una lista nuova, che aggrega più forze, quella lista verrebbe esentata dalla raccolta delle firme.
Rimborso elettorale: Ha diritto al rimborso elettorale solo chi ha almeno un eletto e, dunque, solo chi ha superato lo sbarramento del 4%.

I partiti alla prova del 4: per i “nanetti” disperati incubo 2012

Paolo Ferrero
di Laura Maragnani
Il socialista Riccardo Nencini prova a fare il duro: “Tranquilli, non ci ammazzano. Solo col tesseramento mettiamo in cassa 1 milione di euro l’anno. Anche senza i rimborsi elettorali per le europee sopravviviamo tranquillamente”. Ma tranquilli ora non sono affatto i tesorieri dei “nanetti”, i partiti che rischiano di non superare la soglia del 4 per cento alle europee. Nel 2004, 7,5 milioni di elettori avevano scelto sigle che ora vedono sfumare non solo i seggi ma anche i rimborsi (250 milioni in totale). Una batosta finanziaria, oltre che politica, a vantaggio dell’accoppiata Pd-Pdl. “Si spartiscono il bottino di democrazia e di finanza” accusa Nencini. E non è l’unico a fare conti amari.
Fino al 2010 conteranno sui rimborsi per le politiche 2006, compresa l’Udeur, che alle ultime elezioni non si è nemmeno presentata (1,091 milioni di euro l’anno). Fino al 2012 arriveranno i rimborsi delle politiche 2008, ossigeno anche per chi, come la Sinistra arcobaleno (1,858 milioni) o i socialisti (498 mila euro), non ha avuto seggi ma ha superato l’1 per cento. Per le europee 2009 però anche la soglia per i rimborsi è al 4. Il 2012 è un incubo. E le regionali del 2010 per molti rischiano di essere l’ultima occasione.

Trovato l’accordo, presto la legge. Alle europee sbarramento al 4%

Al voto

La riforma della legge elettorale europea è praticamente fatta. E avrà una soglia di sbarramento al 4%. Il testo verrà esaminato alla Camera a partire da martedì 3 febbraio pomeriggio, mentre il voto è previsto per la giornata di mercoledì. Questo almeno è l’orientamento emerso durante la conferenza dei capigruppo di Montecitorio, che dovrebbe calendarizzare l’esame del provvedimento in Aula per la prossima settimana. “Abbiamo ritenuto allineare il nostro paese al sistema di voto degli altri paesi europei dove è presente il superamento di uno sbarramento superiore a questa cifra”, dice il presidente dei deputati del Pd, Antonello Soro. “Il testo” sembra quasi giustificarsi Soro “non corrisponde né a quello della maggioranza né a quello proposto dagli altri partiti. L’intesa è stata raggiunta su un aspetto specifico”.
Soddisfatto il capogruppo della Lega, Roberto Cota: “La proposta Calderoli” commenta “già prevedeva una soglia al 4%. Certo era più complessa e questa riforma riguarda solo una parte, ma la riteniamo valida”. L’Udc non ostacolerà la riforma. Il vicepresidente dei deputati Michele Vietti conferma che “nel corso della discussione in aula saremo neutrali e non metteremo i bastoni tra le ruote” ma avverte: “Se l’impegno di governo, gruppi e presidente della Camera a non modificare il testo dovesse venire meno, l’esame sarebbe sospeso”.
Ma se i centristi non ridono, a sinistra piangono. La “quasi intesa” tra Pd e Pdl, che già la settimana scorsa aveva provocato critiche a sinistra, ma anche dalla Destra di Francesco Storace, darà vita oggi ad almeno due manifestazioni di piazza a Roma. “No allo scippo di democrazia”, dice in un volantino Sinistra democratica, che parteciperà col Sole-che- ride a un sit-in alla Galleria Colonna. “In cambio dello sbarramento al 4% per le Europee Veltroni è pronto a svendere la Rai, a cedere sulla giustizia, a ingannare il Paese con un falso federalismo”. “L’ipotesi di introdurre lo sbarramento elettorale per le elezioni europee è con ogni evidenza un favore che il governo intende fare a Veltroni e Di Pietro” ha detto invece in un comunicato il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero il cui partito ha organizzato una manifestazione davanti alla sede del Pd. “È infatti evidente che non vi sarebbero le condizioni politiche per una modifica della legge fatta dalla sola maggioranza ed è altrettanto evidente che Berlusconi è interessato molto di più all’abolizione delle preferenze, che però non è prevista”.

Era proprio a Berlusconi che guardava nei giorni scorsi soprattutto il Pdl, prima di prendere una decisione definitiva. Ancora sabato, il premier aveva ribadito di preferire la soglia al 5%, e di non credere comunque nella possibilità di una intesa con l’opposizione. Ma l’avvio, ieri, della serie di incontri da parte del ministro Vito sulla “ipotesi 4%” ha indicato un cambio di orientamento. Secondo gli esperti, la modifica della legge elettorale per le Europee può essere varata fino a due mesi prima del voto, dunque fino ai primi giorni di aprile. Pd, Idv e Udc hanno sempre criticato la proposta di eliminare il voto di preferenza, ma non l’introduzione di una soglia, pur indicando limiti diversi dal 5% chiesto dal Pdl.

Europee con sbarramento al 4%? La sinistra insorge: a rischio la democrazia

Il momento del voto

Entra nel vivo il confronto tra Pdl e Pd per la modifica della legge elettorale in vista delle Europee. A quanto apprende l’Adnkronos sembra infatti che si vada verso un accordo per introdurre una soglia di sbarramento al 4%.
“Alleanza nazionale condivide l’ipotesi di proporre un innalzamento della soglia di sbarramento nella legge elettorale per le elezioni europee”, dice il vice capogruppo vicario dei deputati Pdl Italo Bocchino in merito alla possibilità che Pdl e Pd siano vicini ad un’intesa su un limite del 4% in vista delle elezioni del 6 e 7 giugno (già, le operazioni di voto sono state stabilite dal Cdm nelle giornate di sabato, ore 15-22, e domenica, ore 7-22, in analogia con altri Paesi europei).
Non la pensa così il leader dell’Udeur Clemente Mastella, per il quale accordo tra Pdl e Pd per una soglia di sbarramento al 4% per le elezioni europee sarebbe “un atto di ‘dittatura’. Spero che il presidente della Repubblica intervenga”, confida all’Adnkronos. “Vuol dire” aggiunge l’ex ministro “che salteranno le intese che a livello locale abbiamo con il Pd. E questo significa che in Campania e più in generale al Sud loro saranno devastati”. “Non si possono” sottolinea ancora Mastella “fare le leggi elettorali solo per la convenienza di alcuni, e per di più a pochi mesi dal voto. Invito le altre forze politiche che sarebbero colpite da una simile intesa a costituire un ‘fronte di emergenza democratica’”. Emergenza che, secondo l’ex Guradasigilli, ha dei precedenti recenti: “Questa” conclude Mastella “sarebbe la conferma che Pdl e Pd continuano a voler dare dimostrazioni di forza: prima con la vicenda Villari e ora contro i partiti più piccoli”.

Ma le bordate più forti provengono da sinistra. Obiettivo? Il Pd, ovviamente. E il suo quasi accordo con la maggioranza. Leggere per credere: c’è chi tira in ballo la difesa della “biodiversità politica”; chi parla di “pulizia etnica a sinistra”; chi grida all’assassinio. “Con lo sbarramento del 4% nella riforma elettorale per le europee il Pd sarebbe complice del Pdl nello spegnimento della democrazia in Italia”, afferma la portavoce dei Verdi Grazia Francescato. L’unica speranza, ha concluso Francescato, resta il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al quale ci rivolgiamo affinché intervenga in difesa della democrazia e della biodiversità politica”.
E ancora: “Sappia il Pd che Sinistra Democratica assumerà tutte le decisioni e le iniziative necessarie affinché sia restituita agibilità democratica a tutte forze politiche, per la prossima scadenza elettorale europea”, commenta Claudio Fava, segretario di Sd. “Che questa proposta indecente” prosegue il segretario Sd “sia frutto dell’accattonaggio di Veltroni e del suo bisogno da una parte di pulizia etnica a sinistra e dall’altro di evitare un prevedibile insuccesso elettorale, fa del segretario del Pd un campione di cinismo politico. Se questo accordo del Pd con Berlusconi diventasse realtà, evidentemente le conseguenze politiche nei rapporti del Pd con la sinistra a livello nazionale e negli enti locali sarebbero chiare e nette”.
Infine, la butta sull’inciucio deleterio il socialista Riccardo Nencini: “Le idee degli altri si devono piegare o con le buone o con le cattive; le regole democratiche di tutti devono essere decise solo da Berlusconi e Veltroni; gli italiani restino seduti davanti alla televisione a guardare il Grande Fratello e, se vogliono, il nuovo telegiornale unificato, l’Orecchio da Mercante. Ritengo che siano questi i tre allegati all’accordo sottobanco sul cambiamento della legge elettorale per le europee che Pdl e Pd stanno siglando in queste ore”, dichiara il segretario del Partito Socialista . “Tutto così sarebbe perfettamente in linea” conclude Nencini “con la semplificazione di cui tanto si parla: l’assassinio della politica e di ogni sua forma di vita”.

Quando si spegne l’Arcobaleno

Un militante del Prc

di Paola Sacchi

Muoia, come direttore di Liberazione, Piero Sansonetti e con lui tutti i “filistei” della sinistra radicale? La messa in vendita del quotidiano di Rifondazione comunista, gonfio di debiti, rischia di essere l’inizio di una slavina che dal 2011 potrebbe seppellire l’intera sinistra extraparlamentare. Da Rifondazione ai Comunisti italiani, ai Verdi, a Sinistra democratica (gli scissionisti ex ds del Pd), i partiti e partitini spazzati via dal Parlamento dallo tsunami delle elezioni del 13 e 14 aprile, con i loro organi di informazione, sono a rischio di estinzione. Non è fantapolitica parlare di “2011 odissea della sinistra extraparlamentare”.
Sarà quella la deadline dei rimborsi pubblici di cui quei partiti continueranno a usufruire per aver partecipato alle elezioni del 2006. Altri fondi arriveranno per le elezioni del 2008 (anche se non si è rappresentati in Parlamento basta l’1 per cento di voti per avere i rimborsi elettorali), ma saranno briciole. I soldi, infatti, Rifondazione, Pdci, Verdi e Sinistra democratica se li dovranno spartire, visto che alle elezioni andarono sotto l’unico e sfortunato cartello Sinistra arcobaleno.
Intanto, non essendo più in Parlamento, addio anche al sostanzioso contributo che deputati e senatori versavano mensilmente al partito. Addio pure ai sontuosi uffici di Palazzo Madama e Montecitorio. Durante le riunioni della Sinistra democratica di Fabio Mussi e Claudio Fava spesso c’è chi si tappa il naso per il forte odore di kebab che aleggia nella spartana sede di via Merulana, al primo piano, proprio sopra la rosticceria esotica. Fulvia Bandoli e Luciano Pettinari, ex parlamentari della Sd, riconoscono: “Si è tornati all’antica abitudine di andare a a mangiare e dormire dai compagni quando siamo in trasferta”.
I viaggi sono quasi tutti in treno e rigorosamente in seconda classe sugli Eurostar. Paolo Cento, ex sottosegretario dei Verdi e storico leader ambientalista, va ancora in albergo, “ma in quelli di tre e anche di due stelle”. Ben sotto le sette dell’albergo milanese frequentato da Alfonso Pecoraro Scanio.

Franco Giordano, ex segretario di Rifondazione comunista, non ha più neanche l’ufficio. Ma questa è anche colpa della vita da separati in casa dentro Rifondazione comunista. Il neosegretario Paolo Ferrero e i suoi si sono riservati il più spazioso terzo piano. Giordano, l’ex capogruppo Gennaro Migliore, l’ex sottosegretario Patrizia Sentinelli, tutta l’area di Nichi Vendola insomma, stanno invece stipati in poche stanzette comuni al primo piano. Tavoli anche a rotazione.
Così come la cassa integrazione che Liberazione, per la prima volta in sciopero sotto le festività natalizie, aveva proposto insieme ai prepensionamenti nel piano presentato alla Fieg e alla Fnsi. Piano però bocciato da Ferrero, l’editore che ha osato lanciare la parola bomba della vendita, per disfarsi di Sansonetti e della sua linea, secondo il giornale. Per salvare il partito, che rischiava di essere travolto dal crac finanziario del quotidiano, secondo ambienti vicini a Ferrero. “Non si può continuare a dare un terzo del nostro bilancio al giornale: quest’anno 3,3 milioni di euro su 10 milioni. Così è il partito che rischia di morire”. Ribatte a Panorama Sansonetti (sostituito il 12 gennaio da Dino Greco): “Liberazione era l’unico organo vivente a sinistra, cercare di ucciderlo mi sembra una follia, un delitto”. Poi, una chiosa amara: “Ho sempre combattuto il potere economico in quanto capitalistico. Ora quello stesso potere lo devo subire dai comunisti”.

Intanto il valdese Ferrero ha introdotto misure calviniste. Dopo essersi tagliato lo stipendio (da 5.500 a 3.200 euro), e avere abbassato quelli dei membri della segreteria, ha messo nello statuto norme da brivido. Secondo le quali tutti gli eletti, dal Parlamento, se Rifondazione ci tornerà, alle amministrazioni locali, non dovranno percepire una quota che vada oltre 2.500 euro. Il resto? Tutto devoluto al partito. Tutto questo per scongiurare lo spettro di dover vendere i gioielli di famiglia: Rifondazione è proprietaria della palazzina di viale del Policlinico a Roma, dove ha la sede nazionale, e di altre sedi, soprattutto nel Centro-Nord ma anche al Sud. Queste potrebbero essere oggetto dell’attenzione dei vendoliani, se si arriverà a una scissione a febbraio, ancora prima delle elezioni europee, accelerata dalle vicende di Liberazione.
L’acquirente in pole position del quotidiano è l’editore di Left Luca Bonaccorsi. Lo stesso che già edita il giornale dei Verdi Notizie verdi. Legato mani e piedi alle sorti della legge sull’editoria invece Rinascita, il settimanale dei Comunisti italiani, diretto da Manuela Palermi. Che puntualizza: “La nostra per fortuna è una situazione ben diversa da quella di Liberazione. Ma se non arrivano più i fondi pubblici, chiudiamo”. Il crac lo rischia l’intero Pdci. “Con i soldi che abbiamo oggi possiamo andare avanti ancora per un anno” confidano dentro il partito.
Addio alla nuova sede, l’elegante palazzina a tre piani vicino alla Breccia di Porta Pia, finita sulle cronache prima delle elezioni per “i fax fruscianti, i telefoni allacciati, le maniglie lucidate, le stanze assegnate”. Il Pdci non l’ha più acquistata. E addio al progetto di un quotidiano. Ma il tosto Diliberto non demorde e i miltanti possono continuare a seguirne le gesta dalla web tv del Pdci.

Nell’odissea della sinistra extraparlamentare non poteva mancare l’ennesimo e sempre più acuto grido di dolore del Manifesto, in febbrile attesa per la legge sull’editoria. “Siamo passati da un diritto, quello cioè di avere contributi pubblici in quanto giornale retto da una cooperativa, alla grazia dal re, ovvero del premier” dice sferzante Valentino Parlato. “Forse siamo puniti proprio perché non abbiamo padroni” protestano in redazione. Lì, però, almeno non si rischia di essere messi in vendita.

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