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Verdi

Per le Europee tra Pdl e Pd spunta la riforma del 90° minuto

Alle urne

di Stefano Brusadelli

Sia pure espresso nel linguaggio curiale della politica, il messaggio che i due negoziatori affidano a Panorama è inequivocabile: entrambi gli usci sono ancora aperti. Tra meno di sei mesi, il 6 e 7 giugno, si vota per rinnovare il Parlamento europeo, la maggioranza e l’opposizione sono ai ferri corti su quasi tutta l’agenda politica, ma la possibilità di riscrivere insieme le regole elettorali esiste ancora. A condizione di stringere un accordo in fretta, non oltre la fine di gennaio, e di procedere a una sorta di scambio in nome della reciproca utilità.
Dice il vicepresidente dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, plenipotenziario di Silvio Berlusconi per le riforme istituzionali: “Sulla riforma della legge elettorale europea abbiamo scontato l’incertezza della linea del Pd dopo le politiche. Ma il Pd sa bene che se decide di tornare a perseguire la valorizzazione del bipartitismo, da parte nostra non troverà le porte sbarrate”.

Sull’altro versante ecco Antonello Soro, presidente dei deputati del Pd, il primo, dopo il voto di aprile, a proporre ai vincitori un tavolo per un accordo complessivo sulle regole: “Su tutte le riforme importanti non ci siamo mai sottratti al confronto. Ci vorrebbe un diverso clima politico generale, ma non siamo contrari a riprendere la discussione sulla riforma elettorale europea. A condizione però che questa legge consolidi il bipolarismo, e non consolidi invece la scelta verticistica degli eletti che c’è nella legge elettorale nazionale”.
Entrambi gli schieramenti avranno motivi di seria preoccupazione, se a giugno si dovesse applicare il sistema attuale, con le preferenze e senza soglia di sbarramento. Silvio Berlusconi teme che all’indomani del congresso di metà marzo, che sancirà l’avvio della fusione tra Fi e An, tra i due (ex?) partiti ricominci uno scontro fratricida per la raccolta delle preferenze; destinato, per di più, a concludersi con la prevalenza di An, partito più radicato. Walter Veltroni, soprattutto dopo l’esito disastroso del voto abruzzese, ha un timore più corposo, e cioè che i minipartiti neutralizzati alle ultime politiche grazie alle soglie di sbarramento possano tornare in campo rubando voti e seggi al già esangue Pd.
In base a un recente sondaggio della Ipr Marketing, sarebbero ben cinque (Prc, Verdi, Sinistra democratica, Ps e Radicali) i partiti di centrosinistra che navigando sopra la soglia dell’1 per cento riuscirebbero a mandare almeno un rappresentante a Strasburgo. In queste condizioni sarebbe impossibile per Veltroni presentare il voto a queste liste come una scelta inutile, e al Pd mancherebbero probabilmente tra 4 e 5 punti percentuali, accelerando il definitivo tracollo della stagione veltroniana e forse la stessa sopravvivenza del partito che ha messo insieme Ds e Margherita.

Senza contare che anche per Veltroni l’abolizione delle preferenze sarebbe vantaggiosa, consentendogli di attribuirsi la parola definitiva sulla scelta degli eletti a scapito dei suoi avversari interni, Massimo D’Alema in primis.
“Tra Berlusconi e Veltroni” ragiona il politologo Augusto Barbera, area Pd, “ci sono paradossalmente interessi convergenti, anche se non lo possono dire. Tutti e due sono interessati a cancellare le preferenze e a rafforzare l’evoluzione bipolare del sistema politico italiano contro chi vuole rimetterla in discussione”.
Fatto sta che gli sherpa dei due schieramenti hanno ripreso in questi giorni il filo del dialogo, mettendo sul tavolo anche un’idea inedita per tentare di superare lo scoglio delle preferenze. Mentre su una soglia di sbarramento al 4 per cento ci sarebbe già un’intesa di massima, sull’abolizione delle preferenze si tratterebbe di fare i conti non solo con la contrarietà di An e Udc, ma anche con quella di buona parte del Pd.

Un po’ perché (vedere le parole di Soro) in tal modo risulterebbe legittimata l’analoga abolizione esistente nella legge elettorale nazionale, contro la quale il partito è in polemica; un po’ perché in nome della comune battaglia a favore delle preferenze si spera di agganciare i centristi di Pier Ferdinando Casini.
La soluzione del rebus, stando ai contatti di questi ultimi giorni, potrebbe arrivare da nord. Cioè dai sistemi in vigore in Svezia e in Belgio che, in modo a dire il vero piuttosto complicato, mantengono le preferenze ma ridimensionandone il peso. In Svezia esiste un meccanismo per cui le preferenze possono sovvertire l’ordine di lista soltanto se superano una determinata percentuale. In Belgio, in base a una formula matematica, si computano i voti al partito non accompagnati dall’indicazione della preferenza come se fossero voti confermativi dell’ordine di lista. Due soluzioni salomoniche per salvare le preferenze, ma depotenziandole.

Terremoto a sinistra: nessun uomo in Parlamento. E Fausto lascia

Il candidato premier della Sinistra Arcobaleno Fausto Bertinotti | Ansa
Un vero e proprio terremoto. E un addio: quello di Fausto Bertinotti, già presidente della Camera e candidato premier della Sinistra Arcobaleno. Di fronte alla prospettiva, sempre più reale e concreta, di non avere rappresentanti in Parlamento, il Subcomandante Fausto lascia: “La mia vicenda di direzione politica termina qui, purtroppo con una sconfitta. Proseguirò da militante, ma la mia stagione da dirigente politico è finita”. Quella della sinistra radicale è, stando ai dati, una “sconfitta netta”, dalle proporzioni “impreviste”, che rende necessaria una “riflessione approfondita” ma che comunque non deve mettere in dubbio la necessità di proseguire con il progetto politico della Sinistra Arcobaleno, anzi: “il risultato negativo rende più urgente l’avvio di una fase costituente già da domani”. Secondo Bertinotti, anche il Pd sarà chiamato ad una riflessione, perché le scelte di Walter Veltroni “hanno contribuito allo svuotamento della sinistra senza riuscire a vincere, ma andando incontro ad una sconfitta visto che Pdl e Lega si apprestano a Governare il Paese”. Fausto Bertinotti chiama direttamente in causa la strategia dei Democratici per il suo primo commento dei risultati elettorali.
Il cartello elettorale composto da Rifondazione, Sinistra Democratica, Comunisti italiani e Verdi, insomma frana davanti all’evidenza dei numeri. E i numeri dicono che nella prossima legislatura a Palazzo Madama e a Montecitorio non ci sia alcun rappresentante della sinistra. Un evento storico. E non certo nel senso buono della parola.
Dati particolarmente negativi giungono dalle regioni “rosse”, quelle dove era atteso il raggiungimento della soglia di sbarramento del 4% per la Camera e dell’8% per il Senato. Per esempio, in una città come Pistoia la Sinistra Arcobaleno raccoglie soltanto un terzo dei voti rispetto a quelli che nelle elezioni passate ebbe la sola Rifondazione Comunista. Discorso analogo anche per altre realtà da cui ci si attendeva un buon risultato, come la Liguria. Naturalmente ogni valutazione definitiva è ancora prematura, ma la tendenza mette in ansia i quattro leader della Sinistra Arcobaleno. Tanto basta per fare dire a caldo a Giovanni Russo Spena - che del Prc è capogruppo uscente al Senato - che si è trattato di una pesante “sconfitta”: si è votato in una fase di “torsione bipartitica violenta imposta anche dai mass media. Sembrava che vi fossero solo due contendenti e tutti gli altri di contorno e questo ha fatto percerpire all’opinone pubblica che si trattasse di una questione tra Berlusconi e Veltroni”. Per Paolo Cento si tratta invece di “anno zero della sinistra: è prevalso il voto utile e forse la costruzione della sinistra arcobaleno è arrivata tardi. Dovevamo farla già nel 2006. Ora dobbiamo fare i conti con i nostri insediamenti sociali in cui c’è crisi di fiducia”. Secondo il verde Angelo Bonelli, si apre “una riflessione”: “Non si può far finta di niente, bisogna avviare una discussione tra di noi e con gli amici della Sinistra arcobaleno”.
Per Franco Turigliatto, senatore di Sinistra critica, uno dei “ribelli” che per primi si sono sfilati dalla coalizione che sosteneva Romano Prodi, la sconfitta di SA ha un responsabile: “Si chiama Fausto Bertinotti”. Per Turigliatto “la Sinistra Arcobaleno si è dissanguata per Prodi a tutto vantaggio di Veltroni”. E adesso? “Vedo uno spazio ancora a sinistra” risponde Turigliatto “c’è un grandissimo lavoro da fare per ricostruire una sinistra davvero anticapitalistica”. Anche
Salvatore Cannavò esulta: “Siamo noi la vera sorpresa”. Il deputato uscente di Sinistra critica, non riesce a trattenere l’entusiasmo per il dato delle proiezioni del Senato, che danno a Sc l’1,2 per cento, un risultato più che confortante in vista del vero obiettivo: le elezioni europee del prossimo anno. Cannavò è caustico sul risultato della Sinistra arcobaleno: “Dove ieri non era riuscito a distruggere Occhetto, ci riesce oggi Bertinotti”.

Sinistra Arcobaleno: griglie pronte. Per riempirle, il Prc rilancia Caruso

Il candidato premier della Sinistra Arcobaleno, Fausto Bertinotti | Ansa
Anche la Sinistra Arcobaleno sta per definire le candidature per le liste comuni. Gli strateghi dei quattro partiti, dopo un’ennesima riunione fiume a Montecitorio, hanno tratteggiato la griglia dei posti, e cioè, la collocazione dei candidati nei diversi collegi. Ora spetta a Verdi, Pdci, Prc e Sd inserire i nomi all’interno delle caselle. Lavoro non semplice, visto che gli sherpa del tavolo tecnico devono sciogliere ancora qualche nodo, in vista dell’incontro fissato per giovedì, tra i leader dei quattro partiti che dovranno porre la parola fine al capitolo candidature.
Eppure, diversi sono ancora i malumori sul mancato rispetto della parità di genere, e sulla questione dei posti a rischio. Stabilite infatti le teste di lista, per i quattro partiti resta ancora aperta la discussione sulle candidature da inserire nei posti a rischio. Già assegnati, invece, i posti dei leader: il candidato premier Fausto Bertinotti (Prc) sarà candidato a Roma, Fabio Mussi (Sinistra Democratica) a Milano, Oliviero Diliberto (Pdci) in Piemonte, Franco Giordano (Prc) in Toscana e Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi) in Puglia.
In attesa dell’incontro risolutivo, il Prc, che questa mattina ha riunito la segreteria nazionale insieme con l’esecutivo, ha già deciso la collocazione dei suoi big. Il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, capolista in Veneto 1, sfiderà il presidente di Federmeccanica Massimo Calearo del Pd.

Gennaro Migliore, capogruppo del Prc alla Camera correrà in Campania, mentre Rita Borsellino, che è in corsa per le elezioni regionali in Sicilia (in ticket con la democratic a Anna Finocchiaro) come capolista della Sinistra Arcobaleno, sarà candidata per il Prc in Emilia Romagna. Anche se non si esclude per ora l’ipotesi che possa essere spostata in Lombardia. Sempre in Veneto, ma nella seconda circoscrizione e al secondo posto - in una posizione difficile, in cui l’elezione non è affatto scontata - ci sarà il deputato no global Francesco Caruso. Per il giovane disobbediente la corsa nella stessa regione in cui vive (e milita) Luca Casarini, leader degli attivisti del Nord est (che non ha mai nascosto critiche a Francesco Caruso sulla decisione di entrare in Parlamento) non sarà facile. In Veneto 2 (Belluno, Treviso e Venezia) nel 2006, Rifondazione prese un solo deputato, Verdi e Comunisti italiani nessuno.

Una delle novità rispetto alla scorsa legislatura è la candidatura di Pietro Folena, deputato indipendente che dalla Camera traslocherà al Senato, e che sarà candidato in Puglia. Sempre per Palazzo Madama correrà il presidente della commissione Antimafia Francesco Forgione, capolista in Calabria.
Tra le new entry del Prc ci sarà il segretario regionale della Puglia Nicola Fratoianni, candidato alla Camera insieme nella stessa lista con Cristina Tajani, la giovane ricercatrice precaria. Non sarà in lista invece Nicolò Pecorini, segretario regionale della Toscana, altra new entry prevista dal Prc, ma che alla fine ha deciso di rinunciare.
Alla Camera arriverà Claudio Grassi, leader della minoranza di Essere comunisti che sarà il numero due nella lista dell’Emilia Romagna. Al Senato correrà invece Alberto Burgio, capolista per il Friuli Venezia Giulia.
Risolto anche il caso di Marilde Provera, altra rappresentante della minoranza che fa capo a Claudio Grassi, che correrà in Piemonte per palazzo Madama. In Sicilia per Montecitorio correrà invece Vladimir Luxuria.

Cosa rossa e rissosa: Diliberto, Mantovani e le Cento critiche a Fausto

Il presidente della Camera e leader della ' Sinistra Arcobaleno ', Fausto Bertinotti | Ansa<br />
“Fausto è moscio. Con quello che sta combinando Veltroni avremmo un’autostrada davanti a noi. Ma lui non brandisce la sciabola e neppure il fioretto”: così, secondo Panorama in edicola da venerdì 29, il segretario dei comunisti italiani Oliviero Diliberto parla in privato di Fausto Bertinotti, candidato premier della Sinistra arcobaleno.
Non meno duri i commenti dentro Rifondazione, con il deputato Ramon Mantovani che dice: “Sono in disaccordo sulla scelta di Bertinotti come candidato premier. La sua popolarità è in caduta ed è segnata da due anni di esperienza di governo che nel popolo della sinistra è vista come negativa”.
Paolo Cento, dei Verdi, interpellato da Panorama, dice: “Bertinotti noi l’abbiamo scelto a scatola chiusa, nonostante venisse da due anni di presidenza della Camera. È l’ora che si liberi del vestito istituzionale”.

Il Subcomandante Bertinotti: Noi, gli Zapatero d’Italia

Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti | Ansa
Tre domande che impongono una “scelta di parte”, un’alternativa secca, un “aut-aut”. Segnando la differenza, manco a dirlo, con gli “et-et” (il ma anche) di Veltroni.
Sono queste le parole d’ordine di Fausto Bertinotti, che compariranno sui manifesti elettorali della Sinistra l’Arcobaleno presentati alla Città del Gusto a Roma. Ambiente, salari e diritti sono i tre temi scelti. E sono proposti così: “Energia pulita o affari sporchi?”, “Aumentare i salari o aumentare i precari?”, “Libera scelta o diritti all’inferno?”, oltre all’ormai consolidato slogan “il 13 e il 14 aprile fai una scelta di parte”.

Illustrando la campagna elettorale, il candidato premier della Sinistra l’Arcobaleno sottolinea che si tratta di un’idea “alternativa alla destra e significativamente diversa da quella del Pd”. Sulla stessa linea, il segretario del Prc, Franco Giordano, avverte chiaramente che “la Sinistra Arcobaleno non farà accordi di desistenza al Senato. Quello che diciamo a parole noi lo traduciamo nei fatti. Noi, a sinistra. Quindi non faremo alcun accordo”. “Su diritti civili, stabilizzazione dei precari e ambiente il nostro programma è come quello di Zapatero, quindi forse è troppo di sinistra per il Pd”, ha spiegato il Verde Pecoraro Scanio, “in Italia l’unica sinistra moderna e innovatrice siamo noi”. Meno esterofila, ma ugualmente anti-Pd l’impostazione di Oliviero Diliberto: “Noi votiamo in Italia, e qui a destra c’è la Pdl e a sinistra noi. Il Pd è una bizzarra aggregazione che va da Binetti a Bonino e dall’operaio Thyssen a Colaninno, un partito che sui temi di crescita e competitività non ha una sola ricetta ma oscilla. Noi pensiamo che la competitività non passa sulla pelle dei lavoratori e non si misura solo con il Pil”.
Il programma (14 punti) rappresenta il ventaglio di tematiche, che da anni costituiscono i diversi cavalli di battaglia su cui le quattro forze politiche hanno concentrato i loro sforzi in questi anni: diritti civili, laicità, ambiente, istruzione e ricerca. Tradotto: salario sociale e casa per chi è iscritto alla lista di collocamento, insieme ad un assegno annuale di 2.500 euro per i servizi. Insomma, a dominare sono ovviamente i temi che si richiamano al lavoro. Ed è proprio partendo dalle proposte avanzate dalla sinistra in questo settore che Fausto Bertinotti elabora la “ricetta” per costruire una “nuova politica dei redditi”. Il presidente della Camera torna a ribadire l’esigenza dell’introduzione “nella prossima legislatura dell’indicizzazione dei salari anno per anno”, una specie di ’scala mobile’ con cui correggere “le dinamiche sociali”. La proposta non prevede alternative perchè è, nelle intenzioni del presidente della Camera “un’ ipotesi senza alternative. Il resto - dice tranchant - sono solo chiacchiere”.
Bertinotti però non si “accontenta” dei punti inseriti nel programma arcobaleno e prova ad alzare la posta: di fronte al Pdl che propone la detassazione degli straordinari, il candidato premier della ‘Cosa rossa’ risponde con l’ipotesi di “detassare tutta la retribuzione” dei lavoratori dipendenti in modo che “i salari recuperino potere d’acquisto”. Sabato e domenica infatti si terranno in tutta Italia una sorta di ‘primarie’ programmatiche in cui ad esprimersi sulle proposte sarà il popolo arcobaleno. Programma alla mano, il primo obiettivo è mettere in evidenza le differenze con il Pd.
Differenze che, tuttavia, non hanno impedito alla Cosa Rossa di tenere in vita tutte le alleanze con i veltroniani nelle amministrazioni locali, a partire dal Campidoglio.

Tra Lenin e Garibaldi, la Cosa Rossa perde falce e martello

Il Presidente della Camera dei deputati, Fausto Bertinotti, durante la presentazione del nuovo simbolo della Sinistra Arcobaleno da lui guidata, oggi al Caff Fandango di Roma | Ansa
Il simbolo è quello presentato a dicembre. E il candidato premier è quello naturale, storico: Fausto Bertinotti. Mentre il resto dell’arco costituzionale è in fermento, tra apparentamenti e strappi, a sinistra poco si muove. Però qualcosa cade. Cosa? La falce e il martello.

Sì, perché alla fine le icone del comunismo non compariranno nel simbolo elettorale de La Sinistra Arcobaleno per il voto di aprile. Dopo l’impasse delle scorse settimane, i quattro segretari dell’ala radicale hanno dato il via libera al “logo” che conterrà l’insieme delle diverse anime: un tratto con i colori dell’arcobaleno e sotto la scritta “la Sinistra l’Arcobaleno”.
Via libera raggiunto all’unanimità? Formalmente, sì. Praticamente, no: a “resistere resistere resistere” è stato il segretario del Pdci Oliviero Diliberto. Che non ha nascosto fino all’ultimo le sue perplessità. E che nei giorni scorsi aveva avanzato l’ipotesi, indicata come punto di mediazione, della presenza dei quattro “simboletti” nel logo comune.
Niente: il Diliberto che provocatoriamente il novembre scorso diceva di voler portare a Roma la salma di Lenin, ora, per ragioni elettorali ha infine accettato di riporre, la falce e martello nel cassetto: “Sono rimasto solo”, dice il leader dei Comunisti Italiani al termine della riunione, ma subito aggiunge: “Ho manifestato la mia contrarietà ma certo non rompo l’unità della sinistra. Ora siamo in campagna elettorale e non un voto va sprecato”.
A convincere tutti della scelta sarebbe stato uno studio ad hoc ed un sondaggio tra l’elettorato di sinistra proprio sulle diverse ipotesi da presentare come simbolo comune. Stando ai risultati, la scelta di presentare un simbolo comune con i quattro simboletti non solo risultava confusa ma non trasmetteva l’immagine di novità del soggetto politico.
E poi, citazione per citazione: “Anche Togliatti e Nenni alle elezioni del ‘48 decisero di mettere da parte quel simbolo per andare insieme alle elezioni sotto il volto di Garibaldi inserito in una stella”, ha commentato Bertinotti “con un pizzico di civetteria”, evocando l’esperienza del Fronte Popolare.
E a dire della pluralità d opinioni e posizioni che, nonostante il simbolo unico, imperversano comunque nella Cosa Rossa, si potrebbe anche sottolineare che il cammino ufficiale della Sinistra Arcobaleno non sia iniziato nei Palazzi della politica. Ma all’interno di un caffè, a due passi da Montecitorio: “Un luogo caotico” osserva il candidato Bertinotti che però “dà il senso di questa impresa che può essere divertente, plurale incasinata e creativa”.

La nota trasmissione di RAI 3 lancerà un appello.<br /> Il soggetto è anziano, forse con poca memoria ed è improvvisamente sparito.<br /> [i](Credits: [url=http://uberg.ods.org/]Gianfranco Uber[/url])[/i]
Esattamente come “incasinata” si prospetta la partita sulle candidature. Gli sherpa di Verdi, Prc, Sd e Pdci hanno avuto oggi una prima riunione. Un incontro tenuto in parallelo al vertice dei segretari, in cui iniziare a discutere dei criteri generali con cui comporre le liste comuni. Per ora sul tavolo ci sono solo ipotesi. Uno dei criteri potrebbe essere la pari rappresentanza di uomini e donne. Altro punto riguarderebbe il rinnovamento delle candidature con l’imposizione di un limite di due mandati. Al vaglio anche la possibilità di “aprire” le liste a personalità esterne alla politica (a cominciare dagli operai). Ma il vero nodo da sciogliere riguarderà il peso da dare alle quattro forze politiche.

E allora si vedrà se Diliberto rimpiangerà o meno di non poter (metaforicamente) utilizzare falce e martello per difendersi dal “duo pigliatutto” Bertinotti-Giordano.

LEGGI ANCHE: E Ferrara presenta il suo simbolo

Non chiamatela più Cosa Rossa: la sinistra sposa l’Arcobaleno


Adesso hanno smesso di essere l’indefinibile Cosa Rossa. Adesso ha un nome la federazione tra i partiti della cosiddetta “Sinistra radicale”: adesso c’è Sinistra-L’Arcobaleno.

L’annuncio della nascita è avvenuto alla fine di un vertice alla Camera tra i rappresentanti di Rifondazione comunista, Sinistra democratica, Verdi e Comunisti italiani.
Il battesimo della folla è invece fissato ufficialmente sabato 8 e domenica 9 dicembre alla Nuova Fiera di Roma, dove si riuniscono gli stati generali, una sorta di Costituente della sinistra e degli ecologisti.
Debutto probabile: alle amministrative di primavera, dove il nuovo soggetto politico potrebbe presentarsi per la prima volta. E il condizionale è d’obbligo, dopo aver sentito Fabio Mussi di Sinistra democratica dire: “L’impegno è quello di andare il più possibile uniti al voto”.
Uniti sotto il “segno grafico” (nessuno si azzarda a chiamarlo simbolo) comune della nuova federazione. Anche se non è ancora stato deciso che alle elezioni amministrative i tradizionali simboli dei partiti debbano scomparire.
Nel logo, per come mostrato dal sito dell’agenzia Dire.it, è un mare (un po’ mosso, in realtà) di colori a sorreggere il doppio nome. Segno che le acque, a sinistra del Pd, restano agitate. A tenere banco sono ancora le polemiche sulla rimozione della falce e del martello che aveva inalberato, nelle scorse settimane, il Pdci di Oliviero Diliberto e Marco Rizzo.
E proprio quest’ultimo non si è lasciato sfuggire l’occasione per criticare la scelta grafica: “Se il simbolo definitivo non avrà la falce e martello ben visibili, non sarò d’accordo”, ha minacciato. Ma anche la scelta tra forza di lotta o di governo, va ancora condivisa. Alle affermazioni del presidente della Camera sul “fallimento” del governo Prodi, Oliviero Diliberto, leader del partito che ha lasciò Rifondazione quando Bertinotti fece cadere il primo governo Prodi, risponde così: “Noi abbiamo la vocazione ad essere una forza di governo, bisogna vedere se ci sono le condizioni per farlo. Non è obbligatorio”.
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Al di là dell’appartenenza politica, quale simbolo graficamente vi piace di più?

La Cosa rossa si toglie falce e martello? Al Manifesto cade la parola comunista

Franco Giordano e Oliviero Diliberto, leader di Prc e Pdci | Ansa
Due vere e proprie istituzioni della sinistra, Fausto Bertinotti e il Manifesto, sono pronti a rinunciare alla falce e al martello e alla parola comunista.
Il quotidiano, uno dei fogli storici della sinistra, va male. Le vendite calano e i redattori sono senza stipendio da mesi. E sottoscrizioni e abbonamenti non bastano più. E allora scende in campo uno degli storici fondatori, Valentino Parlato, che in un editoriale ha lanciato due segnali: uno contro lo spegnimento del giornale. Nel secondo, invece, si guarda ad una sorta di palingenesi dell’intera sinistra che potrebbe aprire il quotidiano ad un nuovo lettorato. E se la “Cosa Rossa” è pronta a rinunciare al simbolo della falce e martello, il Manifesto potrebbe cominciare col rinunciare alla dizione “quotidiano comunista” sopra la testata.
E così “Fausto il rosso”, che in questi anni ha vestito piuttosto i panni di “Bertinotti il presidente”, in queste settimane ha più volte invitato a lla sintesi e all’unità: “Fuori dalla prospettiva unitaria” ha spiegato nei giorni scorsi “non c’è vita possibile per la sinistra”. Un Bertinotti che, citando un celebre fatto storico, è pronto ad un cambiamento simbolico, non indifferente, pur di unire tutta la sinistra: “Togliatti era comunista, ma è andato alle elezioni del 1948 con il simbolo di Garibaldi. Ognuno il suo simbolo lo tiene per sé, ma per mettere insieme la sinistra serve un simbolo che vada bene a tutti”.
E così a furia di indiscrezioni, smentite, accuse, bozzetti lasciati filtrare alla stampa dall’uno e dall’altro partito della sinistra estrema, cresce l’attesa su nome e simbolo della futura federazione unitaria della sinistra.
I problemi, quelli del teatrino della politica direbbe il Cavaliere, ruotano attorno a Verdi e al Pdci, che si scambiano accuse sempre meno unitarie. E se fino alla settimana scorsa la Fed di sinistra sembrava realtà, o quantomeno vicina al varo, in queste ore le tensioni sono aumentate proprio a causa della falce e del martello. Angelo Bonelli, capogruppo alla Camera dei Verdi era stato categorico: “No”. E ha pure rilanciato la parola ecologista nel nome della futura Fed di sinistra. Tra i Comunisti Italiani c’è chi borbotta che “in realtà i Verdi, intesi come Pecoraro e Bonelli, pensano ancora al Pd, e che solo Paolo Cento vuole l’unità a sinistra”. Gli stati generali della Cosa Rossa sono previsti per la prima settimana di dicembre. E da giovedì prossimo gli “sherpa” dei vari partiti torneranno a incontrarsi. Proprio martedì 27 è prevista una riunione più politica con le delegazioni al completo.
Da sin. Armando Cossutta, Fausto Bertinotti ed Oliviero Diliberto in una foto del '98 | AnsaAl momento Prc e Sinistra Democratica scelgono di non intervenire, perché spiegano che “l’obiettivo è una sinistra che guardi anche a chi non è iscritto ai partiti, come le associazioni e i movimenti che saranno protagonisti all’assemblea generale della sinistra”.
E al com’eravamo prima del muro di Berlino e con la nostalgia della mummia di Lenin rimane solo il Pdci di Diliberto.

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