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Business in buona fede: Santa Natuzza degli affari

Un uomo tiene tra le mani la confezione di una delle statuette dedicate a Natuzza

Un uomo tiene tra le mani la confezione di una delle statuette dedicate a Natuzza (Foto Eligio Paoni)

“Prima Lourdes, poi Fatima, ora Paravati” dice Pasquale Barone, sacerdote colto e diffidente, in un raro momento di enfasi. Sta mostrando ai fedeli il Rifugio delle anime, lo scheletro della chiesa, a forma di cuore, capace di accogliere 3 mila persone al chiuso e 15 mila all’aperto. Ed ecco pure il centro congressi dal tetto in legno, la struttura per i malati terminali, la casa d’accoglienza per i diseredati, il percorso della Via Crucis. Tutti luoghi dai nomi gai e giocondi: Villa della gioia, Ospiti della speranza, Villaggio del conforto, Viale della misericordia, Viale della salvezza
Così che Natuzza, la mistica del popolo, che ha recevuto le stimmate e il dono della veggenza, l’analfabeta che comunicava con i morti, possa risultare contenta nell’aldilà. “Da lì” secondo l’opinione del vescovo di Mileto Luigi Renzo “ci guarda e ci protegge” dopo che lei, “la Mamma”, se n’è andata il 1° novembre, a 85 anni d’età: “Morta già santa nel giorno dei santi”. Continua

Ior parallelo. Conti segreti in Vaticano

Vaticano

Per la prima volta nella storia del Vaticano dalle Mura leonine filtrano migliaia di documenti sugli affari finanziari dell’Istituto per le opere di religione (Ior), l’impenetrabile banca della Santa sede che ogni anno offre i suoi utili alla gestione diretta del Papa. Lettere, relazioni, bilanci, verbali, note contabili, bonifici, missive tra le più alte autorità d’Oltretevere su come il denaro sia talvolta gestito in modo spregiudicato da prelati, presuli e cardinali.

Oltre 4 mila documenti che costituiscono l’archivio di un testimone privilegiato: monsignor Renato Dardozzi, parmense nato nel 1922, cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e, soprattutto, per vent’anni uno dei pochissimi consiglieri dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano.
Dardozzi ha voluto che dopo la morte, avvenuta nel 2003, il suo sterminato archivio diventasse pubblico. Così, dopo anni di ricerche, è ora in libreria il mio libro-inchiesta (Vaticano spa, Chiarelettere, 15 euro) che rilegge dalle carte del Vaticano alcuni passaggi cruciali di quegli anni: dalle tangenti della Prima repubblica ai soldi per Bernardo Provenzano e Totò Riina (è Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo, a indicare in un’intervista pubblicata in Vaticano spa l’esistenza presso lo Ior di un sistema di conti intestati a prestanome del padre e dai quali partivano somme destinate ai due boss della mafia).

Dall’Ambrosiano all’Enimont, dalle tangenti alle minacce: per ogni questione Dardozzi raccoglieva documentazione e appunti, li custodiva in cartelline gialle classificate nell’archivio. Si è così costituita una vasta memoria storica che ora svela come una sorta di “ufficio affari riservati” all’interno del Vaticano abbia operato per raddrizzare o mettere a tacere le vicende finanziarie più imbarazzanti e tormentate negli anni di Karol Wojtyla, appena sopite le trame dell’arcivescovo Paul Casimir Marcinkus e dell’Ambrosiano di Roberto Calvi.
Dall’archivio Dardozzi emerge che un fiume di denaro, fra contanti e titoli di Stato, veniva veicolato in una specie di Ior parallelo, una ragnatela off-shore di depositi paravento intestati a fondazioni benefiche inesistenti e dai nomi cinici (”Fondazione per i bambini poveri”, “Lotta alla leucemia”), una ragnatela costruita in segreto per anni da monsignor Donato De Bonis, ex segretario e successore di Marcinkus, nominato da Casaroli prelato dello Ior.
Il sistema viene avviato nel 1987 per assicurare un discreto passaggio del testimone da un Marcinkus ormai sulla via del tramonto a De Bonis, che doveva mettere d’accordo le esperienze passate con le esigenze più riservate della clientela degli anni Novanta. E così lo Ior occulto ha continuato a prosperare per anni sfuggendo anche all’attuale presidente dello Ior, Angelo Caloia, espressione della finanza bianca del Nord.
Sono 17 i conti principali sui quali De Bonis “opera sia per formale delega”, si legge nel rapporto inviato da Caloia a Wojtyla nell’agosto 1992, quando la banca parallela inizia a emergere, “sia per prassi inveterata”. Tra il 1989 e il 1993 vengono condotte operazioni su questi depositi per oltre 310 miliardi di lire, circa 275,2 milioni di euro a valori attualizzati. Ma sono i movimenti in contanti a sorprendere: secondo una stima prudenziale, superano 110 miliardi (97,6 milioni di euro a valori attualizzati).

Bisogna aggiungere l’intensissima compravendita di titoli di Stato: in appena un biennio su questi conti riservati transitano tra 135 e 200 miliardi di cct. E si tratta solo di stime compiute dalla dirigenza della banca. Ancora oggi non si ha certezza alcuna su quanto De Bonis sia riuscito a movimentare realmente, visto che spesso ricorreva alla gestione extracontabile che non lasciava tracce.
Lo Ior parallelo ha così gestito non solo risparmi ma anche tangenti per conto terzi negli anni Novanta, assegni per i palazzi del Vaticano finiti al cardinale José Rosalio Castillo Lara, plenipotenziario economico di Wojtyla, soldi sottratti dalle somme che i fedeli lasciavano per le messe per i defunti, depositi per 30-40 miliardi delle suore che lavoravano nei manicomi, sino ai conti correnti criptati di imprenditori come i Ferruzzi, segretari dei papi come monsignor Pasquale Macchi e, soprattutto, di politici, a cominciare dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal primo politico condannato in Italia per associazione mafiosa, Vito Ciancimino.

È il 15 luglio 1987 quando De Bonis firma regolare richiesta e apre il primo conto corrente del neonato sistema off-shore, numero 001-3-14774-C, con un deposito in contanti di 494.400.000 lire e un elevato tasso d’interesse garantito, il 9 per cento annuo. Per tenere lontana anche l’ombra dei sospetti il monsignore intesta il deposito alla Fondazione cardinale Francis Spellman. La scelta del nome non è casuale: si tratta del potente e temuto cardinale, ordinario militare per gli Stati Uniti, che nel dopoguerra dagli Usa finanziava la Dc anche con soldi che potrebbero essere stati trafugati agli ebrei dai nazisti. E fu Spellman ad accreditare Marcinkus presso l’allora Papa Paolo VI.
Se un funzionario dello Ior avesse voluto curiosare nel fascicolo del conto Spellman, avrebbe scoperto che agli atti non c’è traccia documentale della fondazione, né un atto costitutivo, né una lettera su carta intestata. Avrebbe dedotto che la scelta della fondazione era un semplice ma efficace artificio. Ma nello Ior nessun funzionario nutriva simili curiosità. Il prelato della banca vaticana era troppo potente e protetto dai cardinali perché qualcuno desse un’occhiata ai suoi affari. E allora perché tanto riserbo? Se si gira il classico cartellino di deposito delle firme indicate per l’operatività del conto, oltre a De Bonis è segnato il nome di Andreotti. “Non mi ricordo di questo conto” fa sapere oggi Andreotti, interpellato da Panorama.

Un conto per Andreotti. Alle persone (quasi tutti prelati e porporati) che aprono un conto allo Ior viene chiesto di lasciare in busta chiusa le volontà testamentarie. Nel fascicolo del conto Fondazione Spellman, fotocopiato da monsignor Renato Dardozzi e custodito nel suo archivio, sono indicate quelle del “gestore”, appunto De Bonis. Che con il pennarello nero a punta media che prediligeva aveva scritto su carta a righe le illuminanti disposizioni: “Quanto risulterà alla mia morte, a credito del conto 001-3-14774-C, sia messo a disposizione di S.E. Giulio Andreotti per opere di carità e di assistenza secondo la sua discrezione. Ringrazio nel nome di Dio benedetto. Donato De Bonis, Vaticano 15.7.87″.
Che si tratti di un conto segreto di Andreotti gestito da De Bonis non lo dicono solo i documenti. Ne era convinto anche l’attuale presidente dello Ior Angelo Caloia. In una serie di lettere riservate sugli affari del prelato inviate periodicamente al segretario di Stato cardinale Angelo Sodano, e riprodotte nel libro Vaticano spa, Caloia si dice certo. In quella del 21 giugno 1994, a 7 anni dall’apertura del deposito Fondazione Spellman, Caloia dà ormai per scontato che “il conto della Fondazione cardinal Spellman che l’ ex prelato ha gestito per conto di Omissis contiene cifre…”.
“Omissis” come emerge chiaramente dalla convergente documentazione conservata nell’archivio di monsignor Dardozzi, era la parola convenzionale utilizzata da Caloia e altri manager dello Ior per criptare il nome di Andreotti. Per De Bonis, invece, era stato scelto il nome in codice “Roma”. Per altri correntisti, rimasti ancor oggi nell’ombra, venivano concordati altri nomi di città, come “Ancona” o “Siena”, da usare nelle comunicazioni scritte. In pochi dovevano capire. Ancora oggi rimane sconosciuta, per esempio, l’identità di Ancona. Interpellato da Panorama, Angelo Caloia preferisce non rilasciare dichiarazioni sull’argomento.

Sul conto gestito dal prelato dello Ior per conto di Andreotti affluisce un fiume di denaro. Milioni di banconote, miliardi in contanti. Le note contabili conservate nell’archivio di Dardozzi ricostruiscono nel dettaglio tutte le movimentazioni. Il conto ha goduto di accrediti in cct e in contanti. Dal 1987 al 1992 De Bonis introduce fisicamente in Vaticano oltre 26 miliardi e li deposita tutti sul conto Fondazione Spellman. A valori rivalutati la somma corrisponde a 26,4 milioni di euro di oggi. Importo che bisogna sommare all’enorme quantità di titoli di Stato depositati e ritirati, per complessivi 42 miliardi di lire, pari ad altri 32,5 milioni di euro. In tutto sul conto in una manciata di anni entrano 46 miliardi di lire.
Ma da dove arrivano tutti questi soldi e a chi erano destinati? In Vaticano spa vengono elencati tutti i beneficiari che si dividono in due categorie: religiosi e laici. I primi sono una moltitudine. Se “la carità copre una moltitudine di peccati”, come si legge nella prima lettera di San Pietro (capitolo 4.8), è vero che dal conto Spellman vengono periodicamente distribuite centinaia tra elemosine e donazioni a suore, monache, badesse, frati e abati, enti, ordini e missioni. L’elenco dei beneficiari è sterminato: suore ospedaliere della Misericordia, adoratrici dell’Eucarestia, orsoline di Cortina d’Ampezzo, oblate benedettine di Priscilla, carmelitane d’Arezzo.
Beneficenza quindi, ma non solo. L’apparente gestione caritatevole del patrimonio rimane marginale. Per il cassiere della Dc Severino Citaristi, pluricondannato in Tangentopoli, compare un assegno da 60 milioni. Tra il 1990 e il 1991 dal conto Spellman dello Ior escono 400 milioni per l’avvocato Odoardo Ascari, difensore di Andreotti nei procedimenti aperti a Palermo per concorso in associazione mafiosa. Poi 1,563 miliardi vanno a un fantomatico Comitato Spellman con prelievi in contanti o con il ritiro di pacchi di assegni circolari di taglio diverso (da 1, 2, 5, 10, 20 milioni).

Tanti beneficiari. Un milione di dollari al cardinale brasiliano Lucas Moreira Neves, sino al 2000 prefetto della Congregazione dei vescovi, mentre altri bonifici sono destinati all’allora arcivescovo di New York, cardinale John O’Connor, al cardinale croato Franjo Kuharic dell’arcidiocesi di Zagabria, sino all’ausiliare di Skopje Prizren monsignor Nike Prela “per i fedeli di lingua albanese”.
Presenti anche diplomatici come Marino Fleri, quando era a Gerusalemme (30 mila dollari), l’ambasciatore Stefano Falez, che nel 1992 riceve somme per “la stampa cattolica slovena”, e il viceconsole onorario di New York Armando Tancredi.
Dal fondo si prelevano anche i soldi per i congressi, come quello che si tenne a New York per gli studi su Cicerone nell’aprile del 1991. Dal “memorandum presidente Andreotti” allegato alle disposizioni dei bonifici e dalla contabilità dello Ior si deduce che dal conto vennero pagati 100 mila dollari per le 182 camere degli ospiti al Plaza e allo Sheraton hotel, 225 milioni per i biglietti aerei, le visite guidate e i trasferimenti. Vengono depositati anche libretti al portatore con liquidazione del lavoro e risparmi personali. Né mancano i riferimenti alla politica.

A un versamento da 40 milioni è allegata l’indicazione, su carta intestata Palazzo di Montecitorio, “trasferire in Spellman”. Su un altro foglio viene appuntato “Sen. Lavezzari” in concomitanza con il deposito di assegni per 590 milioni di lire. Carlo Lavezzari, imprenditore siderurgico lombardo, era un amico personale di Andreotti. Ex senatore democristiano, a Roma aveva il suo ufficio sullo stesso pianerottolo di quello dell’ex presidente del Consiglio, in piazza San Lorenzo in Lucina.
Difficile, invece, individuare le identità dei beneficiari delle somme ritirate in contanti con una frenetica attività quasi quotidiana. Le valigette zeppe di denaro portate da De Bonis erano una consuetudine per gli impiegati dello Ior. Il monsignore ogni settimana consegnava migliaia di fascette delle banconote da 100 mila lire con depositi che arrivano anche a mezzo miliardo in contanti per volta.
Non disdegnava gli assegni circolari (da 4-500 milioni), né i bonifici esteri, soprattutto dalla Svizzera. I rapporti sono a Ginevra con l’Union bancaire privée, a Lugano con la Banca di credito e commercio sa e la Banque Indosuez, mentre per le operazioni con la Banca di Lugano si utilizza per comodità il conto 101-7-13907 aperto dallo Ior in quell’istituto elvetico.

La svolta del 1992. Dall’archivio Dardozzi raccontato nel libro Vaticano spa emerge che Caloia, arrivato nel 1989, comincia a sospettare dell’esistenza di questa struttura parallela solo nella primavera del 1992. Istituisce una commissione segreta, dispone controlli dai risultati allarmanti che inoltra al segretario particolare di Giovanni Paolo II, il fedelissimo don Stanislao Dziwisz, oggi arcivescovo di Cracovia, perché il Papa provveda. Ma non accade nulla.
La svolta arriverà solo nell’ottobre 1993 con l’esplosione della vicenda Enimont, la maxitangente pagata ai leader della Prima repubblica perché si rompesse il matrimonio della chimica italiana fra Eni e Montedison. Il pool di Mani pulite busserà al portone di bronzo ottenendo risposte parziali e fuorvianti. Lo scrive proprio Dardozzi all’avvocato Franzo Grande Stevens, legale di fiducia dello Ior: “Non bisogna indurre in tentazione” i giudici che vogliono far luce sui soldi transitati in Vaticano per i politici. Metà dei cct dello Ior parallelo rimarranno così fuori dallo spettro degli investigatori. Di certo senza remore anche perché, come ripeteva Marcinkus, “la Chiesa non si amministra con le Ave Maria”.

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gianluigi.nuzzi at mondadori.it)

Crociata per il Papa: scelto il nuovo segretario della Cei

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Il nuovo segretario generale della Cei è il vescovo siciliano Mariano Crociata. Lo ha nominato Benedetto XVI scegliendo in una terna di nomi proposti dal Consiglio Episcopale Permanente.
È la prima volta nella storia della Cei che questo incarico è attribuito a un presule del Sud. Teologo, studioso dell’islam, esperto di dialogo interreligioso (a dispetto del suo cognome), Crociata è nato a Castelvetrano, in provincia di Trapani. Il nuovo segretario della Cei ha studiato nel seminario vescovile di Mazara del Vallo e ha conseguito la maturità classica presso il liceo statale. È stato alunno dell’Almo collegio Capranica e ha frequentato i corsi di filosofia e di teologia presso la pontificia università gregoriana in Roma conseguendo il dottorato in teologia. Ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 1979.
Alla Cei sostituisce monsignor Giuseppe Betori, promosso il 9 settembre scorso nuovo arcivescovo di Firenze, nel ruolo chiave di responsabile del coordinamento della Chiesa Italiana a livello nazionale.

Faranno infatti capo a lui tutti gli Uffici Pastorali e sarà chiamato a preparare le Assemblee dell’Episcopato Italiano e il prossimo Convegno Ecclesiale Nazionale. La scelta del Papa conferma l’orientamento per un vescovo del Sud, e in particolare della Sicilia, già emerso nella designazione che era stata fatta per questo incarico due anni fa, quando stava per essere nominato segretario generale l’arcivescovo di Monreale Cataldo Naro, morto improvvisamente alla vigilia del Convegno Ecclesiale di Verona che aveva organizzato collaborando strettamente con monsignor Betori (così come venti anni, dopo il Convegno Ecclesiale di Loreto, prima segretario era stato nominato segretaro generale Camillo Ruini).
Monsisgnor Crociata è invece un out-sider in quanto non ha mai ricoperto incarichi in Cei. È stato però braccio destro del vescovo salesiano Calogero La Piana, promosso due anni fa da Mazara del Vallo all’arcidiocesi di Messina, ed è quindi ben conosciuto dal segretario di Stato Tarcisio Bertone, con il quale dovrà strettamente collaborare. Per il nuovo incarico, dicono fonti informate, è stato però proposto e caldeggiato dal presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, che sarà il suo interlocutore più diretto.

Luxuria: quel matrimonio non s’ha da fare se il testimone sono io

Il deputato transgender di Rifondazione comunista, Vladimiro Guadagno (Vladimir Luxuria),
“Ancora una volta la Chiesa dimostra il suo volto discriminatorio e integralista, imponendo ai fedeli divieti illegittimi e razzisti”. Basta così? Neanche per sogno: “Il paradosso è che io, da politico, ho il privilegio di poter celebrare matrimoni civili, ma da trans ho un diritto in meno”.
È inviperita Vladimir Luxuria. Si dice dispiaciuta ma, soprattutto, si sente discriminata la deputata di Rifondazione Comunista a cui il vescovo di Foggia ha vietato di poter essere testimone di nozze di una cugina. E per questo reagisce “con stupore e rabbia al divieto imposto, in quanto transessuale”.
“È un fatto gravissimo” accusa Luxuria “che dimostra ancora una volta la lontananza dei vertici ecclesiastici dalla comunità cattolica, sempre pià aperta e tollerante. Per quanto mi riguarda, ho accettato la richiesta di mia cugina e del futuro marito senza opporre alcun problema riguardo alla scelta di sposarsi con rito cattolico. Sono una persona educata rispetto dei valori altrui e quindi mi sarei aspettata un atteggiamento altrettanto tollerante da parte del vescovo”.
Alle rimostranze dell’onorevole transgender, la chiesa risponde così: “La decisione di negare il permesso di essere testimone di nozze” dice don Francesco, parroco del santuario pugliese “non è stata presa in quanto Luxuria è omosessuale, ma in quanto non crede nei valori della famiglia, anche dal punto di vista politico”.
Spiegazione che non consola Luxuria. Il cui piglio si fa ancora più battagliero quando spiega cosa pensa di fare: “Mi sono informata e so che non è necessario essere cattolici per fare il testimone di nozze. Non ti chiedono né il battesimo, né la cresima. Puoi essere di qualsiasi religione, non controllano neppure la fedina penale. L’unico requisito richiesto è la maggiore età e io l’ho passata da parecchio tempo”, afferma ridendo.
La deputata promette, anzi minaccia, di andare fino in fondo in questa storia, presentando, a breve, una interrogazione parlamentare sulla questione. Poi il giudizio, duro, sulla Chiesa di oggi: “Ancora una volta questa è la Chiesa del bussate e vi sarà chiuso, non disposta al dialogo, al confronto. La faccenda” conclude l’onorevole di Prc “mi rattrista e non è certo isolata. Molti, meno in vista di me, ogni giorno, subiscono queste umiliazioni senza poter fare nulla. Quanto accaduto spero che possa contribuire a far calare il velo di ipocrisia che spesso circonda gli ‘affari’ della Chiesa”.

Chiesa e scandali, Papa Ratzinger toglie il velo e chiede tolleranza zero

Papa Ratzinger nel suo studio
La questione morale è la nuova emergenza della Chiesa italiana.
A tre mesi dal successo del Family day la Chiesa finisce sul banco degli imputati. Sotto accusa parroci, religiosi e persino due vescovi. La Chiesa “non ha paura della verità” e “i vescovi hanno tutti gli elementi per dimostrare l’infondatezza delle accuse” contrattacca il segretario della Cei, Giuseppe Betori. Ma Papa Ratzinger chiede il massimo rigore e non fa sconti.
Il primo decreto emesso dalla Congregazione per la dottrina della fede, il 27 maggio 2005 (un mese dopo l’elezione di Benedetto XVI), è stata la condanna di padre Gino Burresi, fondatore dei Servi del cuore immacolato di Maria, per abusi sessuali, abusi nella confessione e nella direzione spirituale. La causa era ferma da anni di fronte all’ex Sant’Uffizio. Il Papa ha voluto inviare un messaggio chiaro ai vertici della Chiesa italiana: tolleranza zero, non c’è più spazio per coperture e reticenze.
Da quel momento si è voltato pagina, come testimoniano le drammatiche cronache dei mesi successivi: da padre Fedele Bisceglie di Cosenza a don Lelio Cantini di Firenze.
Abusi sessuali e malversazioni finanziarie sono i principali reati contestati a sacerdoti. In realtà si tratta di una piccolissima percentuale sul totale degli oltre 50 mila preti italiani. Ma sono casi che riempiono le cronache giudiziarie con un’inedita frequenza.
Il 7 marzo 2007 cambia la guida della Chiesa italiana. Angelo Bagnasco prende il posto del cardinale Camillo Ruini. E poche settimane dopo le cronache giudiziarie danno ampio risalto alle inchieste che chiamano in causa due fedelissimi di Ruini: l’arcivescovo di Siena, Antonio Buoncristiani, e il vescovo ausiliare di Firenze, Claudio Maniago. Il primo era stato inviato a suo tempo dal cardinale a commissariare Famiglia cristiana, ritenuta poco organica con la Cei. Il secondo è il braccio destro dell’ex segretario generale della Cei, il cardinale Ennio Antonelli.
Enfant prodige della Chiesa italiana, Maniago è stato ordinato vescovo a soli 44 anni, su indicazione del cardinale Ruini. Ora è finito sotto accusa per festini a luci rosse e malversazioni nella gestione dei beni della diocesi. Gli innocentisti gridano al complotto. I colpevolisti annunciano una “mani pulite” della Chiesa italiana. Le indagini della magistratura sono ancora in corso e le accuse restano tutte da provare.
La Chiesa italiana è divisa: c’è chi agita lo spettro degli scandali di pedofilia come negli Stati Uniti e c’è chi accusa la stampa di aver ordito una campagna denigratoria.
Massimo Camisasca
, fondatore della Fraternità sacerdotale di San Carlo Borromeo, una delle congregazioni religiose più attive e ricche di vocazioni tra quelle sorte negli ultimi trent’anni, invita a considerare entrambi gli aspetti: “Al primo posto dobbiamo mettere l’urgente necessità di una riforma della Chiesa. Al secondo posto c’è l’indubbio attacco sferrato alla Chiesa da parte di quei poteri che puntano a ridurla a una forza solo spirituale, priva di incidenza nella storia”.
Camisasca cita la denuncia fatta da Ratzinger poche settimane prima di essere eletto Papa: “Nelle meditazioni per la via Crucis del Venerdì santo 2005 il futuro Benedetto XVI ha lamentato la sporcizia che vi è nella Chiesa. La veste e il volto così sporchi della Chiesa ci sgomentano, ha scritto Ratzinger. Parole molto forti che danno idea di quanto sia chiara nella mente del Papa l’urgenza di una riforma della Chiesa. Benedetto XVI ha voluto dare un altro segnale molto forte in questa direzione: presto sarà beatificato Antonio Rosmini che denunciò le cinque piaghe della Chiesa e venne messo all’indice”.
La riforma della Chiesa per Camisasca deve partire dall’alto: “Si sente l’urgenza di porre mano a una riforma delle procedure con le quali vengono designati i vescovi. La Chiesa ha urgente bisogno di pastori: vescovi che siano capaci di prendersi cura dei propri sacerdoti, che li aiutino a discernere la propria vocazione e che seguano attentamente i seminari dove vengono formati i futuri preti”.
Una nuova tensione morale, insomma, “che coinvolga tutta la comunità cristiana senza occultare o minimizzare le mancanze e le difficoltà che oggi si presentano. Una Chiesa reticente sui propri peccati offre maggiori argomenti ai propri accusatori”.
D’altro canto il sacerdote invita a non sottovalutare “l’evidente attacco mediatico sferrato contro la Chiesa in generale e quella italiana in particolare”.
La principale ragione sta, a suo avviso, nelle posizioni assunte da Papa Benedetto XVI. Anche in questo senso si può fare un paragone con quanto accaduto negli Stati Uniti: la Chiesa americana è stata duramente attaccata sulla pedofilia per impedirle di alzare la voce contro il conflitto in Iraq voluto dall’amministrazione Bush.
“Oggi le parole di Ratzinger, che ripropone la forza dell’avvenimento cristiano contro la dittatura del relativismo, danno molto fastidio. Così come il continuo richiamo del Papa ai valori non negoziabili: vita, famiglia, libertà religiosa e libertà di educazione. Giovanni Paolo II proponeva con forza il medesimo messaggio ma la stampa e l’opinione pubblica sembravano concentrarsi più sul suo carisma mediatico che sulle sue parole esigenti. Con Ratzinger, invece, la reazione della cultura laica e dei mass media non si è fatta attendere”.
Il vescovo ausiliare di Firenze, Claudio Maniago, braccio destro dell'ex segretario generale della Cei, il cardinale Ennio Antonelli
Analoga convinzione esprime lo storico Giovanni Miccoli, autore di un recente saggio che mette a confronto il pontificato degli ultimi due papi (In difesa della fede. La Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Rizzoli): “Il messaggio di Benedetto XVI si caratterizza per una decisa contrapposizione ad alcuni aspetti essenziali della civiltà odierna. In primo luogo la tradizione illuministica. A essa Ratzinger riconosce il merito di alcune acquisizioni importanti come il rispetto dei diritti dell’uomo. Ma gravissimo torto dell’illuminismo per Ratzinger è quello di aver misconosciuto le radici cristiane, escludendo Dio dalla coscienza pubblica e imponendo il relativismo etico”.
Secondo Benedetto XVI, spiega Miccoli, “l’uomo contemporaneo è minacciato da una cultura che fa della libertà la misura di tutto, aprendo la strada a conflitti devastanti, come nel caso dell’aborto o dell’eutanasia”.
A questo, osserva lo storico, si aggiunge “un’enfatizzazione del ruolo del magistero che richiede obbedienza da parte dei fedeli senza possibilità di essere messo in discussione”, come su temi quali il celibato ecclesiastico e l’omosessualità. La Chiesa di Ratzinger insomma non accetta compromessi con il mondo contemporaneo. E non fa sconti a chi non rispetta le regole.

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