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Certo: la delibera approvata stanotte dal consiglio comunale “non cambia il ruolo della polizia locale”. Eppure, la decisione approvata dal parlamentino romano e fortemente voluta dal sindaco Gianni Alemanno sembra essere una piccola svolta per la città capitolina.
Dopo trent’anni - nel 1978 le armi furono tolte dall’allora primo cittadino Giulio Carlo Argan - i vigili dell’Urbe potranno girare armati. La decisione, ha detto ieri il primo cittadino romano, garantisce “maggiori garanzie per l’autodifesa e consente ai vigili di essere rispettata e di avere anche maggiore autonomia rispetto agli altri Corpi di polizia”. A differenza delle altre forze dell’ordine, le armi potranno però essere utilizzate solo in casi di difesa personale : “I vigili urbani” ha spiegato l’assessore alle Risorse umane del Comune di Roma Enrico Cavallari “svolgeranno gli stessi servizi, ma con una dotazione in più che consentirà di difendere meglio i cittadini”.
L’armamento è costituito da una pistola a funzionamento semiautomatico, da una sciabola per i componenti della squadra d’onore, e da bombolette spray antiaggressione e mazzette distanziatrici per tutti gli agenti della Polizia Municipale.
Nel regolamento, composto di 18 articoli, si affronta anche il problema di “possibili danni che possono essere causati a beni e persone dall’uso dalle armi” e “sono stipulate dall’amministrazione polizze per la responsabilità civile e patrimoniale entro sei mesi dall’assegnazione dell’arma”.
La prima “tappa” per dare le pistole ai vigili urbani è del giugno scorso quando la giunta approvò la delibera nella quale si decideva di armare i vigili urbani, con pistola calibro nove, spray anti aggressione e manganelli di plastica. Mentre il 6 agosto dello scorso anno, dopo una lunga trattativa, c’è stata la sottoscrizione di tutte le sigle sindacali ad eccezione degli Rdb.
Una decisione che ha comunque spaccato l’opposizione al consiglio comunale (2 astenuti e 8 contrari nelle fila del Pd) e che tuttavia non è affatto isolata: delibere simili sono già in vigore a Palermo (1.400 vigili urbani hanno in dotazione una calibro nove), a Napoli (i più anziani girano con una beretta calibro 7.65), senza dimenticare altre grandi città come Torino, Milano Genova e Bologna: tutte realtà nelle quali le armi saranno solo utilizzabili per legittima difesa.
L’Associazione romana vigili urbani (Arvu) ha però già deciso di ricorrere al Tar, pur essendo la promotrice dell’armamento della polizia locale perché: “i vigili urbani potranno difendersi da atti criminosi ma non potranno difendere i cittadini in quanto l’arma viene data per la sola difesa personale”.
Il colpo di scena è arrivato ad indagini ormai concluse. Quattro dei dieci vigili urbani accusati di aver pestato e umiliato il giovane ghanese, Emmanuel Bonsu, 22 anni, scambiato per un pusher nel settembre scorso e trascinato al comando municipale, sono agli arresti domiciliari.
I provvedimenti di custodia cautelare sono stati adottati dal giudice Pietro Rogato su richiesta del sostituto Roberta Licci, che coordina l’inchiesta della Procura. Alla base dei provvedimenti c’è il pericolo di inquinamento delle prove.
Il sindaco di Parma, Pietro Vignali, appena saputo degli arresti ha “dato mandato agli uffici di provvedere alla sospensione immediata” dal corpo di tutti gli agenti coinvolti nell’inchiesta. La giunta comunale di Parma, aveva già provveduto a trasferire ad altre funzioni tutti e dieci i vigili indagati, sospendendoli in via cautelativa, da ogni servizio. Anche la magistratura ha chiesto ulteriori provvedimenti cautelari nei confronti degli altri sei agenti indagati: il Gip dovrà decidere se sospenderli dai pubblici uffici. Gli interrogatori sono stati fissati per venerdì.
Giovanni Maria Jacobazzi, nominato a capo della Polizia Municipale subito dopo il caso Emmanuel, commenta: “Non ci aspettavamo questi provvedimenti da parte del magistrato. I quattro agenti non era più operativi da tempo”.
Gli interrogatori di garanzia sono previsti domani, venerdì. La Procura ha inoltre chiesto ulteriori provvedimenti nei confronti degli indagati: e sarà ancora il Gip a dover decidere sulla richiesta di sospensione dai pubblici uffici.
Fu lo stesso Bonsu a fornire agli inquirenti, nel corso di un lungo interrogatorio, la descrizione degli agenti più violenti, che stando alla denuncia presentata dal ragazzo, lo avevano malmenato e insultato con frasi razziste durante il blitz antidroga al parco e nelle ore passate nella centrale del corpo di Polizia municipale.
Emmanuel frequenta un istituto tecnico, non ha precedenti penali e presta volontariato in una comunità antidroga. I genitori, padre operaio e madre che lavora nel settore delle pulizie, si sono da tanti anni stabiliti e inseriti a pieno nella comunità cittadina.
L’aggressione è avvenuta la sera del 29 settembre, in un parco del centro città , in attesa dell’inizio delle lezioni scolastiche. Una versione confermata da più di un testimone. Ore da incubo per il 22enne che dovette ricorrere alle cure in pronto soccorso (qui il verbale degli agenti al loro superiore). Gli agenti, secondo le accuse, lo apostrofarono con offese tipo “scimmia” e gli consegnarono una busta con i documenti sulla quale compariva la scritta “Emmanuel negro”.

La foto che mostra uno dei vigili indagati con il giovane ghanese picchiato
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La verità sul presunto pestaggio di Emmanuel Bonsu in un parco di Parma forse è ancora lontana. Ma iniziano a chiarirsi i ruoli di tutti i protagonisti. Come Panorama può ricostruire in esclusiva.
Partiamo dal punto più importante: la ferita all’occhio del ventiduenne ghanese che ha impressionato l’opinione pubblica. Ecco che cosa scrive nella relazione del 2 ottobre al suo comandante, il trentenne Pasquale F., ex studente di scienze naturali, agente scelto del Nucleo di pronto intervento della polizia municipale: “Dato il modo energico e violento di divincolarsi non posso escludere di aver urtato involontariamente al volto Emmanuel Bonsu durante la collisione con lo stesso”.
Il più giovane dei vigili coinvolti nella discussa operazione antidroga che ha portato al fermo di Bonsu sembra ammettere implicitamente che potrebbe essere lui l’uomo che ha colpito il ragazzo africano.
Ora le relazioni di Pasquale F. e dei colleghi che hanno partecipato il 29 settembre al parco Falcone e Borsellino di Parma all’arresto di uno spacciatore e alla ricerca dei complici sono in mano al sostituto procuratore emiliano Roberta Licci. I vigili hanno dato quasi un’unica versione: Pasquale F. si sarebbe avvicinato a Bonsu, gli avrebbe mostrato il tesserino di riconoscimento e lui avrebbe iniziato la fuga. Nelle versioni degli agenti poche differenze: c’è chi dice che Bonsu era seduto, chi lo ricorda in piedi, per qualcuno è stato strattonato da F., per altri ha iniziato subito a scappare. Ma su una cosa sono tutti d’accordo: pensavano che il “signore di colore” fosse uno spacciatore e gli avrebbero intimato l’alt al grido “fermo, polizia!”.
I racconti concordano anche sul fatto che il primo a placcare Bonsu sarebbe stato Pasquale F., subito aiutato da tre colleghi che dopo essere caduti “rovinosamente” a terra con Emmanuel lo avrebbero ammanettato. I tre uomini, notati da diversi testimoni, sono gli agenti scelti Giorgio A., 39 anni, laurea in lettere e aspirante professore, e Ferdinando V., 48 anni, ex autista di autobus e titolo di dottore in legge, e l’agente semplice Andrea S. Quest’ultimo sarebbe stato il primo a ostacolare la fuga del giovane ghanese, come ricorda lo stesso vigile: “Riuscivo a fargli perdere momentaneamente l’equilibrio tanto che lo vedevo andare a ridosso della recinzione della struttura sportiva”.
Dopo questa mischia i tre sarebbero stati aiutati a bloccare lo studente da altri due colleghi: Marcello F., 32 anni, ex muratore, e Mirko C., 34 anni, ex operaio. Tra questi sei vigili gli inquirenti stanno cercando i colpevoli delle presunte violenze contro Bonsu.
I carabinieri del Ris dovranno stabilire anche chi avrebbe scritto sulla busta degli effetti personali del ragazzo “Emmanuel negro”. Un aiuto alle indagini potrebbe venire ancora una volta dalla relazione di Pasquale F. che scrive: “Giunti al comando mi occupavo in parte del piantonamento del Bonsu presso l’ufficio pronto intervento con l’ausilio dei colleghi (…) e nel frattempo provvedevo alla stesura del verbale di identificazione e di elezione domicilio”.
Il ragazzo ha pure denunciato di essere stato maltrattato in auto. Chi viaggiava con lui? Le relazioni concordano: davanti c’era Pasquale F., dietro, insieme con Bonsu, Marcello F. e un minorenne, A. M., portato al comando per un controllo.
Tutti i vigili protagonisti di quella missione hanno accettato di incontrare Panorama per spiegare le loro ragioni, in gruppo, senza entrare nel dettaglio delle singole responsabilità . Andrea S. si presenta all’appuntamento zoppicando. Dice di essersi fatto male nel tentativo di fermare Emmanuel. Il referto medico parla di una prognosi di 20 giorni. L’altro contuso nell’inseguimento è Marcello F., mosca sul mento, che nella relazione ha dato questa versione: “Tentavo di afferrare Bonsu per il braccio sinistro, ma questi si divincolava con violenza e accusavo un dolore acuto al polso destro che mi costringeva a lasciare la presa”. Inizialmente preferisce non rispondere alle domande del cronista: “Con quello che hanno scritto i giornali come possiamo fidarci?” dice con tono duro.
A vederli tutti insieme, questi vigili non assomigliano alla locandina degli Intoccabili. L’incontro sembra una terapia di gruppo e i più loquaci sono Andrea S., zazzera spettinata e maglione azzurro, e Stefania S., ispettrice, la veterana della squadra con 15 anni di servizio. Quel lunedì guidava l’operazione antidroga, “la seconda degli ultimi mesi”. Ma il ragazzo nella denuncia non se la prende con lei. Cita tre uomini: uno sarebbe alto 1,65, occhiali da vista con montatura rotonda, 30-40 anni, pizzo; un altro avrebbe 26-27 anni e quella sera avrebbe indossato pantaloni e giubbotto di jeans; un terzo, 30-35 anni, viene descritto come robusto e palestrato. Al magistrato il compito di identificarli. I vigili sotto osservazione hanno tutti i capelli corti, qualcuno ha il pizzetto e un paio il fisico di chi passa qualche ora in palestra. Niente di eccezionale. A vista nessun tatuaggio.
Con Panorama i vigili del Nucleo respingono l’accusa di essere picchiatori e razzisti. Un sospetto che li costringe a vivere in questi giorni in modo quasi clandestino. Infatti, dopo l’esplosione del caso, i loro cognomi sono stati pubblicati su alcuni siti di estrema sinistra e su un quotidiano. “Mia madre è agitatissima, da quando è uscita la notizia non perde un telegiornale e non dorme la notte” racconta Stefania S.
Adesso i vigili sono preoccupati, ma dieci giorni fa i testimoni li hanno visti scambiarsi il cinque, esultare, gridare. “Erano molto adrenalinici” ricorda Francesca Zara, campionessa di basket (ascolta l’AUDIO della testimone). Il dirigente del settore sicurezza e comandante dei vigili in via di insediamento, Giovanni Maria Jacobazzi, già capo dei carabinieri del Nas di Parma, li descrive così: “Qui nessuno è razzista, nessuno è iscritto al Ku klux klan e se si è verificato qualche errore è stato fatto in buona fede”. E dopo aver ascoltato la testimonianza raccolta da Panorama.it di Zara che assicura di aver visto pistole per aria e calci, ribadisce: “Se queste cose sono successe davvero, qualcuno dovrà risponderne. Per me sono inaccettabili”.
I poliziotti difendono il loro operato: “Nessuno nega che nel fermo di Emmanuel ci sia stata una fase concitata, di contatto. Ma i ragazzi non hanno dato calci e pugni” afferma convinta l’ispettrice Stefania S. E la pistola agitata in aria? Nella stanza c’è uno scambio di sguardi. “Una cosa è certa: nessuno ha picchiato Emmanuel né in macchina né in caserma” puntualizza Marcello F., che sedeva a fianco di Emmanuel durante il trasporto. “In auto c’era anche una persona estranea che potrà testimoniare la verità ”. Il jolly dei vigili sarebbe A. M., il minorenne inizialmente sospettato di essere un cliente del pusher arrestato.
Il discorso passa alla politica. “Non siamo di estrema destra. Qui siamo apartitici, apolitici, asindacali. Siamo solo tutti cattolici e sputiamo sangue per 1.300 euro al mese con gli straordinari” rivendica sempre Marcello F.
“Tra di noi c’è gente che ha salvato sei o sette vite umane” aggiunge Andrea S. Che nei prossimi giorni dovrà presentarsi in tribunale per un’altra denuncia: “Ma non si tratta di una rissa, come ha scritto qualcuno. C’è stata una persona che ha sbagliato e per questo è stata arrestata. Dirò la mia dopo la decisione del giudice”.
Alla fine qual è l’aspetto più negativo di questa storia? “L’accusa di razzismo” rispondono tutti insieme. Pasquale F. è indignato: “Hanno paragonato questo caso al massacro dei ghanesi di Castel Volturno, è incredibile. Quando sequestriamo nei mercati merce contraffatta agli extracomunitari, c’è sempre qualcuno che ci accusa di discriminazioni” sospira.
Alcuni ricordano un inseguimento sulla via Emilia in mezzo agli insulti. “La stranezza è che nessuno ci attacca quando fermiamo i cinesi” nota Stefania S. I sei poliziotti municipali dell’operazione antidroga non sopportano più il presunto “doppiopesismo”.
Ferdinando V. si toglie l’ultimo sassolino dalla scarpa: “Durante un sequestro un extracomunitario mi ha fratturato il setto nasale con un calcio. Ho dovuto curarmi a mie spese, visto che non siamo assicurati per questi incidenti. Però non ho letto titoloni sui giornali. Forse perché un vigile ferito non fa notizia”.
Momenti di tensione davanti ad una scuola di Milano quando, all’ora di ingresso degli scolari, una pattuglia della polizia urbana, ha fermato per un parcheggio in divieto di sosta un senegalese che stava accompagnando il figlio. Alcuni dei genitori presenti hanno ritenuto eccessiva la reazione dei vigili, denunciando, oltre ai modi bruschi, un atto di razzismo. Un episodio che è un segnale del clima di pressione di questi giorni.
Prima la richiesta dei documenti, poi la colluttazione tra l’immigrato, Diop Moussa, in regola col permesso di soggiorno e due vigili che hanno riportato contusioni guaribili in 5 e 7 giorni, cui hanno assistito i bambini e molti genitori. L’uomo è stato ammanettato davanti a suo figlio. Nei suoi confronti è scattata una denuncia per resistenza, mentre non è stata confermata la notizia, secondo la quale l’immigrato a sua volta avrebbe denunciato i vigili per un atto di razzismo.
“Per il momento risulta del tutto infondata l’accusa di razzismo, comunque stiamo facendo tutti gli accertamenti necessari”, ha detto il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato. “Di sicuro noi abbiano la denuncia dei vigili nei confronti del senegalese: inoltre dall’inizio dell’anno è il settantaseiesimo caso di aggressione ai vigili”.
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Preso e trascinato sull’asfalto, con la forza, da tre agenti della polizia municipale, uno dei quali lo teneva per il collo fino a portarlo nell’auto di servizio. I vigili tentavano di stappargli di mano una cassetta di legno che all’interno conteneva qualche braccialetto. Protagonista del brutto episodio: un venditore ambulante di collanine.
I passanti hanno seguito stupiti l’episodio: non solo hanno scattato foto con il telefonino (eccole qui), ma sono anche intervenuti in difesa dell’uomo: “Poveraccio, e lasciatelo stare”, “pensate invece ai problemi seri”. È successo la sera del 23 agosto scorso a Termoli, città costiera del Molise (governata dall’Unione), in provincia di Campobasso: secondo quanto riferisce il sito internet dell’associazione cittadina Primonumero, lo straniero vendeva merce lungo il corso (probabilmente senza licenza) e quando ha visto i vigili ha raccolto tutto per andare via, ma uno degli agenti è riuscito ad afferrargli la valigetta. Ne è nata una colluttazione perché lo straniero non voleva lasciare la sua merce ed è finito a terra: il venditore ambulante urlava e piangendo chiedeva aiuto, aveva gli occhi terrorizzati.
Un ragazzo che passava di lì si è avvicinato agli agenti dicendogli che era un avvocato e che la loro reazione era stata eccessiva e che “non potevano permettersi di comportarsi in quel modo”.
Gli agenti, sordi alle richieste dei passanti, hanno trascinato il venditore, assieme alla sua cassetta di legno, fino alla vettura parcheggiata di fronte all’entrata posteriore del Municipio. L’intenzione - sempre secondo quanto riporta Primonumero - era quella di infilarlo nel bagagliaio e così i vigili hanno cercato di alzare di peso il venditore, mentre continuavano a tenergli la testa con forza dentro il cofano.
Il responsabile della polizia municipale di Termoli Rocco Giacintucci ha sostenuto di non sapere nulla dell’accaduto: “Non sono a Termoli e non so nulla. Una cosa però è certa: se i vigili hanno agito in quel modo è perché evidentemente c’è stata una reazione spropositata del venditore ambulante. Le regole in qualche modo le dobbiamo fare rispettare. Capisco che certe scene possono apparire più o meno cruente, ma dipende dalla reazione del soggetto”.
Diversa la ricostruzione fatta dall’Amministrazione comunale che in una nota precisa: “Dalle prime verifiche risulta che il venditore ambulante, proveniente dal Bangladesh e residente a Roma, non è mai stato picchiato né trascinato o chiuso nel bagagliaio dell’automobile di servizio della Polizia Municipale”. “L’uomo, a quanto risulta dai primi rapporti”, continua il comunicato pubblicato sul portale Termolionline.it “sarebbe scivolato sulla strada mentre cercava di fuggire dai controlli degli agenti, e sarebbe rimasto deliberatamente a terra, attirando l’attenzione dei passanti con urla e lamenti e aggrappandosi con le mani alla cassetta contenente la merce che stava vendendo, opponendo perciò resistenza alla confisca, operata dai Vigli Urbani dopo aver verificato che il venditore ambulante non era in possesso della licenza di vendita. Gli agenti della polizia locale, quindi, hanno tentato di riporre nel bagagliaio dell’auto di servizio la cassetta della merce confiscata mentre il venditore ambulante restava aggrappato alla stessa”.
Dopo ben trentacinque anni, torna a girare armata la polizia municipale della Capitale.
La decisione è arrivata al termine di una lunga trattativa tra il sindaco di Roma Gianni Alemanno e le organizzazioni sindacali della polizia municipale che si è svolta nel tardo pomeriggio in Campidoglio.
L’annuncio dell’accordo (qui
il documento in .pdf )è stato fatto in tarda serata dallo stesso Alemanno che ha sottolineato come l’armamento “garantirà l’autodifesa e la difesa dei cittadini”. I vigili urbani avranno, dunque, la possibilità “di avere delle pistole salvo i casi di obiezione di coscienza”. L’addestramento “sarà lo stesso della polizia di Stato e considero questo - ha sottolineato il sindaco di Roma - un primo passo, ma molto importante, per garantire la sicurezza dei cittadini”.
La decisione presa oggi nel corso dell’incontro fa seguito alla delibera approvata nel giugno scorso dalla giunta comunale nella quale si decideva di armare i vigili urbani, con pistola calibro nove, spray anti aggressione e manganelli di plastica. “Hanno firmato tutte le sigle” ha aggiunto il sindaco visibilmente soddisfatto e dopo l’applauso raccolto per il raggiungimento dell’accordo “eccetto gli RdB. È stata una lunga trattativa e adesso l’accordo sarà portato in consiglio comunale a settembre”. Soddisfatto anche il comandante dei vigili urbani Angelo Giuliani: “È terminata la concertazione sul regolamento delle armi che questo corpo aspettava da tanti anni. È stato un grande lavoro”.
Per il segretario generale aggiunto del Sindacato unitario lavoratori polizia municipale (Sulpm) Alessandro Marchetti “È un momento storico per la sicurezza di Roma”.
Nel corso del tavolo si è parlato anche della necessità che i vigili frequentino un corso di abilitazione all’uso delle armi che comprende test psico-attitudinali e un corso teorico-pratico.
La seconda fase sarà l’addestramento al tiro.
Per un uso corretto delle armi, i sindacati hanno chiesto oggi al sindaco di poter organizzare dei corsi di “Tecniche di gestione delle criticità “. Nel corso della riunione è stato anche trovato l’accordo, tra le altre cose, per l’istituzione di due tavoli tecnici permanenti sulla sicurezza e sulla verifica dell’applicazione dell’ordinamento professionale e sul prolungamento del contratto a tempo determinato.
Il VIDEO servizio:
Le prostitute? Soggetti pericolosi.
Il senatore Filippo Berselli, torna a riproporre il pugno duro contro la prostituzione. Chiede, il presidente della commissione Giustizia in Senato, di applicare a tutto il terrotorio nazionale la norma anti-lucciole, che assimila le prostitute ai “soggetti peicolosi”, già attiva a Rimini, attraverso una circolare del ministero dell’Interno. “Sarà di fatto una disposizione ai questori” sottolinea il senatore Pdl “affinché valutino ciò che ha fatto il questore di Rimini per applicarlo poi sul proprio territorio”.
Berselli ha avuto una conversazione telefonica col ministro dell’Interno, Maroni, sulla questione. Ho spiegato a Maroni” afferma Berselli “che cosa ha fatto il questore di Rimini e lui mi è sembrato molto interessato. Mi ha assicurato che avrebbe parlato direttamente con questo questore per capire meglio i dettagli della vicenda. Ma sulla possibilità di poter rimpatriare le prostitute straniere, applicando la norma che già esiste”, ha assicurato Berselli, “il Ministro mi è sembrato molto attento e interessato”.
Tutto ha inizio a Rimini, dove il questore, Antonio Pezzano, ha ripescato una sentenza della Cassazione del ‘96 che estendevano alle prostitute la legge del 1956 sui soggetti pericolosi. Tale legge prevede che ci sia prima una diffida del questore a non delinquere, poi la possibilità di rinviare i “rei” al comune di residenza con foglio di via obbligatorio, infine, in caso di “disobbedienza”, scatta l’arresto da uno a sei mesi, il processo, e il rimpatrio obbligatorio. Il questore di Rimini, applicando questa misura, nel solo mese di luglio ha così emesso fogli di via obbligatori per 47 prostitute straniere. Quindi ne ha denunciate 40 che ora dovranno attendere il processo e, in caso di condanna, dovranno essere rimpatriate nel loro paese, con foglio di via obbligatorio.
Oggi il senatore Berselli, confortato dall’iniziativa del questore, ha chiesto proprio a Maroni una circolare ad hoc. “Per evitare un’applicazione della normativa a macchia di leopardo, sarebbe bene che intervenisse una circolare del Viminale. Poi, evidentemente, spetterà ad ogni questore valutare la situazione, ma, forti dei risultati raggiunti a Rimini, dove la prostituzione si è dimezzata soltanto nel giro di un mese, confido che verrà applicata, in breve, a livello nazionale”.
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Partita come candidato premier della Destra, non ha raggiunto il traguardo del Parlamento. Eppure Daniela Santanchè non ha smesso le sue battaglie. L’ultima? Una proposta che, e lei lo sa, “dividerà il Paese”: una richiesta referendaria (con tanto di sito web per aderire all’iniziativa), depositata insieme a un comitato promotore tutto al femminile, per l’abolizione della legge Merlin e la conseguente riapertura in Italia delel case chiuse. In particolare, la raccolta di firme per il referendum popolare chiede di abolire i primi due articoli della legge del 1958 che vieta “l’esercizio di case di prostituzione nel territorio dello stato e nei territorio sottoposti all’amministrazione di autorità italiane” e che prescrive che “le case, i quartieri e qualsiasi luogo chiuso dove si esercita la prostituzione, dichiarati locali di meretricio, dovranno essere chiusi”.
Il perché Santanché lo spiega, lanciando una provocazione: “A cinquant’anni dalla sua nascita la legge Merlin non può essere considerata un tabù. Questa è una battaglia doverosa per il nostro Paese, non è una battaglia di parte o di partito ma è una battaglia del popolo, di tutti gli italiani che sono stufi di avere sotto le loro case questo spettacolo e di tutte le donne che sono stufe di questa nuova forma di schiavitù, che vede molte minorenni e quasi sempre cittadine non italiane, sul cui corpo campano sfruttatori che guadagnano fino a 10-15 mila euro al mese”.
A dare ragione, a metà , alla portavoce de La Destra è Enrico La Loggia che all’Adnkronos dice: “Il problema c’è e va affrontato seriamente”, ma “sono perplesso” sulla soluzione prospettata anche se “bene ha fatto la Santanché a porre questo problema”. Non nasconde il suo scetticismo il centrista Mario Baccini: “Tutte le proposte vanno bene, non entro nel merito… Ma il problema di fondo è che la politica deve mettere in moto tutti i sistemi idonei a prevenire lo sfruttamento delle donne, del corpo usato come una cosa”.
Intanto in Parlamento, dall’inizio della sedicesima legislatura, sono otto le proposte di legge sulla prostituzione: cinque alla camera e tre al Senato. Il Pdl ne ha depositate quattro, 3 sono della Lega, una del Pd. In alcuni dei provvedimenti di legge a prevalere è la filosofia del pugno di ferro, come nella proposta presentata dal deputato del Pdl Tommaso Foti, secondo il quale “le proposte volte a riaprire le case chiuse non sono da prendere in considerazione. Oggi si tratta di promuovere una iniziativa legislativa” aggiunge Foti” che combatta seriamente la prostituzione attraverso norme di tipo repressivo. Repressione che, oltre a perseguire e punire veramente lo sfruttamento, impedisca non solo a chi pratica la prostituzione, ma anche ai clienti che la alimentano, il perpetrarsi dello spettacolo degradante ‘della strada’”.
Nella scorsa legislatura le proposte di legge sulla prostituzione erano state 13. E avevano spaccato il Parlamento tra ‘legalizzazione’ e tolleranza zero.
Anche tra le file del centrosinistra c’era chi prevedeva addirittura il carcere per i clienti delle prostitute, come il trentanovenne bolognese Alessandro Naccarato, convinto sostenitore di una battaglia senza quartiere contro la prostituzione. Il parlamentare ulivista alla sua prima legislatura proponeva che divenisse fuorilegge sia l’esercizio della prostituzione in luoghi pubblici o aperti al pubblico, sia la richiesta di prestazioni sessuali in cambio di denaro.
Le sanzioni pecuniarie arrivavano, nella proposta di Naccarato, fino a 5mila euro per entrambi i ‘contraenti’, e per il cliente c’era anche il sequestro dell’auto per 3 mesi. La mano si faceva più pesante se il cliente aveva a che fare con una minorenne o con una persona extracomunitaria non in regola: carcere da uno a tre anni e fino a 50mila euro di multa.
La prostituzione, propone la senatrice del Pd Donatella Poretti, sia riconosciuta some attività lavorativa e come tale sia tassata. Ma chi esercita deve rispettare precise norme igieniche e sottoporsi a controlli sanitari. Inoltre, sono indispensabili regole di sicurezza per i locali in cui si esercita.
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