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vigili
di Carmelo Abbate
Sembra la storia di Bocca di rosa, con la musa di Fabrizio De André che si tira addosso “l’ira funesta delle cagnette a cui aveva sottratto l’osso”. E con i quattro gendarmi che arrivano con i pennacchi e con le armi e l’accompagnano a prendere il primo treno. Solo che questa volta la prostituta alla stazione successiva è scesa, è andata da un avvocato, ha preparato un bel ricorso al Tar che le ha dato ragione e l’ha reintegrata sul “posto di lavoro”.
È accaduto a Lonate Pozzolo, 11 mila abitanti in provincia di Varese, aerei sulla testa in fase di atterraggio verso Malpensa. La cosa potrebbe quasi passare per una storia curiosa di paese se non fosse che andando a spulciare l’archivio del Tribunale amministrativo regionale della Lombardia si scopre che il mese scorso ci sono state quattro sentenze identiche contro fogli di via emessi dai questori di Varese e Como. E a favore di altrettante prostitute, tutte di nazionalità dell’Est Europa, età compresa tra 21 e 28 anni, chi cittadina Ue chi con regolare permesso di soggiorno, chi sposata o fidanzata, e con una cosa soltanto in comune: l’avvocato. Si chiama Andrea Brumana, ha 34 anni e uno studio a Legnano. Seduto alla scrivania spiega: “Il principio che sta alla base è semplice, la prostituzione in Italia non è un reato ma un’attività lecita. Lo strumento del foglio di via è inadatto perché presuppone la commissione di un crimine che non c’è”.
Una delle quattro ragazze, bionda, jeans, maglietta e telefonino che squilla in continuazione, seduta nel suo ufficio guarda stupita: “Perché mi devo beccare un divieto del genere come se fossi un criminale? Io non ho fatto niente di male, non mi sento in colpa. Non sto in mezzo alla strada e non cerco di fermare le macchine “. Perché ha fatto ricorso? “Se mi capita un buon lavoro proprio in quel paese, perché devo rinunciarci?”. Di fronte ai provvedimenti dei questori, che per motivare l’allontanamento coatto dai comuni per un periodo di 3 anni a carico delle prostitute hanno fatto ricorso a motivi di ordine pubblico e pericolo per l’integrità morale dei minorenni, a causa dell’”adescamento in abiti succinti”, l’avvocato Brumana nel suo ricorso ha sostenuto che le sue clienti svolgevano la “professione di prostitute nel massimo rispetto della legge, del comune senso del pudore, della sicurezza pubblica”. Non solo ha allegato una cartina per mostrare la distanza del luogo di lavoro dal centro abitato, ma anche le foto delle prostitute in divisa d’ordinanza: “Stivali bianchi, jeans al ginocchio, maglione girocollo di colore verde chiaro, giubbotto bianco con cappuccio”.
Elementi che hanno convinto i giudici amministrativi della terza sezione di Milano, ai quali “appare incongruo il rilievo secondo cui l’attività di prostituzione determini la messa in pericolo della sicurezza pubblica e della moralità comune senza alcuna precisazione di un particolare comportamento”. Le spese processuali sono a carico del ministero dell’Interno.
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L’ultimo, in ordine di tempo, è l’assessore ai Quartieri di Bologna, Libero Mancuso. L’ex magistrato, ha lanciato la sua proposta anti lucciole: creare zone isolate in cui convogliare, a rotazione, la prostituzione, per agevolare controlli delle forze dell’ordine e presenza organica dei servizi sociali del Comune.
Molte e prevedibili le critiche, ma è arrivata anche qualche adesione, come quella del sindaco di Catania, Umberto Scapagnini (di Forza Italia, a dimostrazione che la questione non si presta a divisioni ideologiche) pronto a farsi promotore tra i sindaci delle aree metropolitane di una legge che consenta di superare gli ostacoli della normativa attuale: indicando zone dove convogliare la prostituzione, il sindaco potrebbe infatti essere accusato di favoreggiamento.

Dal punto di vista operativo alcune città si sono da tempo messe all’opera. Ad Alessandria, per esempio, sono state approvate una serie di misure per scoraggiare i frequentatori delle prostitute che esercitano ai bordi delle strade. L’ordinanza prevede il divieto di arresto delle vetture in certe strade e le multe (comprese tra 25 e i 500 euro) per chi indossa abiti indecorosi e compie atti più o meno osceni alla luce del sole (o dei lampioni).
Nel nord est sono in corso da qualche tempo sperimentazioni di aree nelle quali “circoscrivere” il fenomeno. A Mestre è in atto il progetto “Zoning”: un piano che individua le aree calde della città e delimita, in accordo con le prostitute, alcune “isole” periferiche che pur gravitando nelle stesse zone garantiscono un minor impatto sociale ma anche più sicurezza e controlli sanitari in favore delle lavoratrici del sesso. Anche se il Terraglio, la statale che unisce Mestre a Treviso, continua a essere a tutt’oggi una sorta di supermarket notturno del sesso. A Padova esiste invece da due anni una sorta di quartiere a luci rosse in periferia, alle spalle della Fiera. Un’area hard come ad Amsterdam? Non proprio, quello di Padova è un quartiere a “luci rosse” in versione vorrei-ma-non-posso. Le circa 130 “belle di notte” (in maggioranza giovanissime extracomunitarie, su 1000 abitanti del quartiere) non stanno esattamente in vetrina. Si adattano a occhieggiare dalla finestra del tinello, o dal balconcino della camera da letto. E se per i clienti di poche pretese basta un pizzico di fantasia per immaginare di essere in Olanda, la gente del quartiere (quella poca rimasta) non ne può più del viavai, e, stanca di vivere in una specie di “zona franca”, ha chiesto e ottenuto dal sindaco diessino Flavio Zanonato lo stop al traffico notturno: ora l’accesso a via Confalonieri, la strada centrale del vizio, è limitato ai residenti dalle 22 alle 5 di mattina. E multa di 71 euro per i fuorilegge in auto per intralcio alla circolazione automobilistica. A questa iniziativa le lucciole padovane hanno prima manifestato e poi inventato una forma di “risarcimento” per i loro clienti: il “bollino rosa dell’amore”, cioè una prestazione gratuita a chi è stato pizzicato dai vigili urbani.
Tutte soluzioni per niente gradite a Tiziana Maiolo, assessore alle Politiche sociali di Milano, convinta che il problema non è una questione solo comunale, ma un dramma nazionale che non può essere affrontato “con trovate estemporanee, poco serie e non risolutive”. Nell’attesa, a Milano i “quartieri a luci rosse” li hanno già creati viados brasiliani, donne cinesi, lucciole dell’Est, esperte prostitute italiane e giovani rumeni che si sono spartiti i marciapiedi della città in base al cliente di riferimento.
E allora, occhi puntati alla ripresa autunnale, quando (una volta conclusa la protesta istituzionale dell’Anci che non partecipa più a tavoli con il governo) si potrà affrontare la questione alla conferenza Stato-Città. Magari anche da noi qualcuno si travestirà da Nicolas Sarkozy e regolerà la questione come fece l’allora ministro dell’Interno francese: con una brusca legge che vieta l’adescamento e punisce i clienti, ripulendo così strade, vicoli, raccordi anulari e boulevard.

“Una proposta che mi fa tornare in mente gli allarmi ai semafori che il sindaco Moratti voleva installare a Milano. Rimasti, per ora, sulla carta”. Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, commenta, dalla parte delle donne, l’idea del nuovo sindaco diessino di Genova, Marta Vincenzi, di dare alle signore che escono sole un bracciale antiaggressione.
L’ennesima posizione di un primo cittadino di sinistra che potrebbe benissimo appartenere a un politico dello schieramento opposto, dopo quelle di Cofferati, Veltroni, Chiamparino. Il dispositivo individuato da Marta Vincenzi, che dovrebbe costare 1.000 euro, sarebbe direttamente collegato alla centrale operativa dei vigili urbani, attiva 24 ore su 24.
“Braccialetto o allarme ai semafori, il problema rimane chi sta dall’altra parte”, continua Gabriella Moscatelli. “La notte ci sono pochissime pattuglie in servizio, che non possono coprire tutta la città. È una questione di uomini e mezzi impiegati per la sicurezza, spesso insufficienti”.
A chi lavora da sempre nel soccorso alle donne vittime di violenza certe proposte appaiono estemporanee e di facciata. “Si pensi piuttosto ad affrontare questo fenomeno, che sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti, in modo più serio e più ampio”, suggerisce il presidente di Telefono Rosa. “Con programmi di prevenzione, che partano dalle scuole, e con un’assistenza psicologica alle persone violente”.

La multa? Non fa più paura se te la rimborsano. Se poi a farlo è una prostituta…
Già perché le lucciole padovane, per rispondere all’iniziativa del sindaco Flavio Zanonato che ha rispolverato un’ordinanza di nove anni fa grazie alla quale si possono multare per intralcio alla circolazione automobilistica i clienti delle prostitute, hanno inventato una forma di “risarcimento” per i loro clienti: il “bollino rosa dell’amore”, cioè una prestazione gratuita a chi è stato pizzicato dai vigili urbani.
L’80% delle ragazze che lavorano in strada ha deciso di aderire all’iniziativa ed esporrà l’adesivo sul vestito. La stampa locale ha riportato con grande evidenza il progetto. “Con il ‘bollino rosa dell’amore’, che indosseremo sopra i nostri vestiti, il cliente saprà” dichiara trionfante Kristal, la portavoce del comitato al quotidiano Il Gazzettino “che se dovesse essere multato dalla polizia municipale pagherà la contravvenzione, ma non la nostra prestazione che sarà assolutamente gratuita. E l’idea pare avere riscosso un grande successo tra di noi, perché ha deciso di aderirvi circa l’ottanta per cento delle ragazze che lavorano per strada”.
Il piano anti-multa segue di pochi giorni l’annuncio di una grande manifestazione di protesta in centro città, prevista per mercoledì 16 maggio nel pomeriggio: “Un corteo pacifico e colorato” dice ancora Kristal, transessuale brasiliana di 41 anni “con il quale rivendichiamo il diritto a una sessualità libera e consapevole”.
L’attesa per questa manifestazione è grande, il dibattito tra pro e contro diventa sempre più acceso e la linea dura anti prostituzione non si arresta: come riportano con evidenza i giornali della città, il Comune ha aumentato i controlli sulle strade più frequentate e ha addirittura attivato dei display luminosi che avvertono gli automobilisti dell’ordinanza.

Il mattino dopo è tutto tranquillo, in via Paolo Sarpi, l’arteria principale della Chinatown milanese: quiete quasi irreale dopo la guerriglia tra immigrati cinesi e agenti della polizia locale. Ora sventola anche un tricolore, proprio dove giovedì era un tripudio di bandiere rosse a stelle gialle. Ieri a tenerle alte erano i cinesi, al grido di: “Basta razzismo e repressione”, in un italiano chiaro anche se a volte sgrammaticato, per protestare contro vigili e polizia, che per ordine dell’ amministrazione Moratti, hanno recentemente inasprito controlli e sanzioni sul commercio all’ingrosso e la viabilità nel quartiere.
Che, abitato da inizio secolo dagli immigrati cinesi, ora è da loro praticamente dominato (sono più di 12mila in tutta Milano), come si può notare dalle scritte sulle porte dei negozi e persino nei cartelli delle agenzie immobiliari scritti coi caratteristici ideogrammi. Negli anni, nel capoluogo meneghino la comunità cinese, anche limitatamente ai dati ufficiali ritenuti da molti sottostimati, ha fatto registrare una crescita esponenziale: 500 i residenti nel 1986, 5.700 nel 1996, oltre 11mila nel 2004. Ma forte è l’immigrazione clandestina e diverse fonti sottolineano la ridottissima mortalità ufficiale, l’assenza di funerali visibili: il sospetto è che i deceduti non vengano denunciati, per riutilizzare i documenti e le identità dei morti per i nuovi arrivati.
Il mattino dopo, dai balconi sventolano anche un paio di vessilli arcobaleno della pace e diversi stendardi arancione con la scritta “Vivi…Sarpi, no all’ingrosso e all’illegalità”. Sono scoloriti, probabilmente stanno lì da tempo e sono il segno delle proteste dei residenti italiani che da mesi protestano e chiedono al governo della città di intervenire con misure in grado di “riportare la legalità anche in questa zona”.
L’impressione è infatti questa: che gli scontri di ieri - premeditati o scoppiati per una banale multa - siano comunque nati da un contesto di profondo malcontento e di mal riuscita integrazione tra i cittadini della “vecchia Milano” e i nuovi abitanti orientali, come il ricorso a bandiere e vessilli sta a testimoniare. E ora, se come diceva ieri un poliziotto intervenuto sul luogo degli scontri: “Il dragone ha alzato la testa”, si è creato un pericoloso precedente per altre guerriglie in stile banlieue, come bene racconta questo filmato:
Gli ritirano la patente per stato di ebbrezza, lui ne denuncia lo smarrimento e ne ottiene una nuova: ripete lo stratagemma per 3 anni . Lo fermavano di solito ubriaco all’uscita della discoteca, ma sempre ripeteva il giochetto: l’indomani si recava presso la polizia se era stato fermato dai carabinieri e viceversa. Non essendo i dati ancora inseriti nei terminali, otteneva un documento sostitutivo con cui circolava. L’astuto guidatore, impiegato statale di Genova, è stato denunciato per falso ideologico.

Non è più nemmeno una battuta, ormai: al primo vigile che, armato di penna e blocchetto, s’aggira per le macchine parcheggiate dove non si potrebbe, viene spontaneo chiedersi: “E quanti soldi servono al Comune?”. A rendere lapalissiana la costatazione del fatto, le cifre: le multe valgono 1,25 miliardi di euro all’anno, cioè 35 euro per ogni italiano con patente. Praticamente, un’altra, l’ennesima, imposta aggiuntiva che grava sui cittadini.
UN GRUZZOLO DA 1,44 MILIARDI
A dare i numeri, cioè a renderli pubblici, un’indagine condotta da Il Sole 24 ore su oltre 8.000 comuni. Fra il 2001 ed il 2005 le multe sono salite del 52%: una crescita dovuta principalmente agli eccessi di velocità registrati da vigili e Polizia stradale grazie agli autovelox. Insomma gli automobilisti piangono e le casse comunali sorridono.
Tanto più che se si sommano anche le entrate di Polizia Stradale, Carabinieri e Guardia di Finanza, che hanno raggiunto quota 201 milioni, il gruzzolo vale 1,44 miliardi.
Il picco è stato registrato nel 2004, quando gli accertamenti per infrazioni al codice della strada hanno superato il miliardo di euro, segnando un incremento del 21% rispetto all’anno precedente.
Fra le città, sono le due metropoli, Roma e Milano, a vantare il primato assoluto delle multe. Nel 2005 la Capitale ha registrato solo con le sanzioni 207 milioni di euro di entrate, mentre a Milano le entrate sono state 81 milioni.
Se si guarda invece al rapporto multe/imposte spicca Santa Luce in provincia di Pisa (piccolo comune toscano con 1.465 abitanti) dove in 800 metri c’è il record italiano delle contravvenzioni: nel 2005 la macchinetta che rileva la velocità ha emesso accertamenti per circa 1,7 milioni di euro, cioè il 326% di quanto incassato lo stesso anno in imposte, per un valore di mille e cento euro ad abitante, il rapporto multe-cittadini più alto d’Italia.
AMICO AUTOVELOX
Un caso isolato? Niente affatto: se vi capita di passare in auto dalle parti di Forlì, potreste fare la fortuna di Franco Cedioli, sindaco di Roncofreddo, che ha scoperto una miniera d’oro lungo la strada di scorrimento veloce che attraversa il piccolo borgo. È bastato piazzare un autovelox nel punto giusto perché i ricavi da sanzione stradale, 9 mila euro nel 2004, schizzassero l’anno successivo a 727.419, per la gioia delle casse comunali.
“Se in media il rapporto sanzioni-tributi locali si situa a quota 6,92% - si legge su Il Sole 24 Ore - sono sette i comuni in cui le entrate da infrazioni al codice della strada fruttano il doppio e 23 quelli in cui rappresentano più del 100%.
In 27 città, invece, l’incasso delle multe è stato superiore a 200 euro per abitante. A pagare di più è chi abita nelle regioni del Centro: 41 euro a testa. Seguono i cittadini del nord-ovest, con 27 euro ciascuno e del Nord-est (22 euro). In fondo il sud, con 16 euro, e le Isole (14 euro)”.
In tutta Italia, quindi i giustizieri in pettorina continuano a colpire. Si mimetizzano, stanno nascosti e al momento opportuno, zac: 68 euro di ammenda. Il comune incassa e ne gira 25 alla società che gestisce gli ausiliari. Più multe fai più guadagni: la dedizione al lavoro del singolo ausiliario si misura con la produttività. I più bravi portano a casa anche cento contravvenzioni al giorno.
Ma se si incrociano i dati dei Comuni con quelli forniti dall’Aci, come fanno ad aumentare le infrazioni, se il numero degli incidenti stradali è da tre anni in drastico calo? “Facile” rispondono al Codacons. “Nei grandi centri urbani si va sul sicuro: 2 verbali su 3, ormai, arrivano da situazioni statiche come doppie file e divieti di sosta. I rischi di contestazione, così, sono prossimi allo zero”.