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L’ex amm. delegato di Unipol, Giovanni Consorte | (Marco Merlini/LaPresse)
Tutto lo stato maggiore del centrosinistra, una spruzzata di centrodestra, i vertici della Banca d’Italia, delle Generali, funzionari delle maggiori banche d’affari nazionali sfileranno al palazzo di Giustizia. O almeno è quello che ha chiesto Giovanni Consorte, ex amministratore delegato dell’Unipol, al tribunale di Milano che il primo febbraio inizierà a celebrare il processo di primo grado contro lo stesso Consorte e Ivano Sacchetti per la vicenda della mancata scalata della compagnia assicurativa bolognese alla Bnl. Continua

Possibili problemi in vista per Vincenzo Visco a causa del suo dammuso affacciato sul mare di Pantelleria. Lo rivela Panorama in edicola da venerdì 16 maggio. La questione riguarda due vani, di circa 9 metri quadrati ciascuno, che prima ospitavano delle cisterne interrate (per i quali era stata avviata già una sanatoria) e che ora sembrano essere stati trasformati in camere. Per le stesse nel 2004, tra giugno e dicembre, Visco aveva pagato un’oblazione di 2.800 euro circa chiedendo una seconda sanatoria. Il Comune di Pantelleria sarebbe ora orientato a respingere la richiesta. In questo caso Visco dovrebbe ripristinare i locali con le cisterne.
La procura della Repubblica di Marsala ha invece aperto un procedimento penale per abusi edilizi per il villaggio intestato alla Santa Marta, immobiliare con sede a Roma e amministrata da Doriana Mandrilli, moglie dell’architetto Massimiliano Fuksas. L’azione è partita dopo che lo scorso ottobre i vigili dell’isola avevano stilato un verbale denunciando opere abusive e il comune aveva notificato l’ingiunzione di demolizione. La proprietà dei Fuksas si estende in una delle zone più affascinanti dell’isola, tra la Città dei vivi e la Città dei morti. Qui la Santa Marta ha fatto costruire due piscine da 60 e 30 metri quadrati con relativo locale tecnico, quattro terrazze per quasi 150 metri quadrati, una veranda per altri 50 metri quadrati. Per poi unire alcuni dammusi, rendere i fabbricati “residenziali senza le prescritte autorizzazioni, concessioni e nullaosta della sovrintendenza”, sostengono gli investigatori. “Al massimo di irregolare ci sarà qualche muretto, non ci sono grandi problemi” ha dichiarato Fuksas a Panorama.

A sentirne il nome, non ci sarebbe nulla di scoraggiante o minaccioso. Anche perché la sua finalità , e cioè quella di strappare all’evasione diversi miliardi di euro nei prossimi anni, non può che essere vista di buon occhio da quei milioni di cittadini che le tasse le pagano ogni mese. Ma sin dalla sua approvazione, ha già suscitato un’infinità di polemiche e proteste, tutte in difesa di un’eventuale violazione della privacy del contribuente italiano.
Elisa - è questo il suo nome- è l’ultima creatura della “linea-Visco”, ma nasce dalla cooperazione tra governo ed enti locali. Costerà in tutto 14 milioni di euro, di cui poco più di due terzi finanziati dalle amministrazioni territoriali che vi aderiranno.
È una specie di grosso occhio telematico che avrà il compito di monitorare, incrociandoli, informazioni catastali e rilievi fiscali, con la creazione di un unico, enorme data-base, capace di verificare i dettagli patrimoniali di ogni singolo contribuente.
Bologna è la città apripista del progetto: investirà un milione e mezzo di euro e tenterà di recuperarne quasi cento dalla lotta all’evasione. E proprio nella città di Sergio Cofferati, insieme al plauso per l’approvazione del progetto da parte dell’ex viceministro dell’Economia (”bene, tutto ciò che va verso l’efficienza, lo scambio e la trasparenza dei dati è un fatto positivo”), sono arrivate anche le prime proteste. Secondo alcuni osservatori, il rischio è infatti che Elisa si trasformi in un occhiuto e invasivo Grande Fratello economico, a disposizione di molti, troppi, occhi indiscreti.

Il vicepresidente del gip di Roma, Antonino Stipo, ha archiviato la posizione del viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, in relazione alle presunte minacce esercitate nei confronti dell’allora comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale, per il trasferimento di alcuni ufficiali delle Fiamme gialle. Per le presunte pressioni, il numero due di via XX Settembre era stato indagato per tentato abuso d’ufficio e minacce.
A chiedere l’archiviazione del fascicolo processuale, sulla base del presupposto che non sussiste il dolo, erano stati il procuratore della Repubblica Giovanni Ferrara ed il sostituto Angelantonio Racanelli. I due magistrati avevano, infatti, censurato il comportamento del viceministro Visco ritenendo, tuttavia, l’insussistenza di fattispecie penalmente rilevanti. L’archiviazione degli atti decisa dal gip Stipo chiude definitivamente il caso. Precedentemente, il magistrato aveva respinto un’analoga richiesta di archiviazione ritenendo indispensabili ulteriori accertamenti. All’esito di questi la Procura ha riproposto l’archiviazione del procedimento contro il quale si era opposto Speciale, per il tramite del suo difensore Ugo Longo. I due avevano sollecitato l’emissione dell’imputazione coatta nei confronti del viceministro sulla base delle conseguenze patite da Speciale in seguito alle pressioni subite dal braccio destro di Padoa-Schioppa.
“La richiesta dei trasferimenti, indipendentemente dalla modalità con cui sia stata formulata”, spiega il gip “travalica, senza alcun dubbio, l’ambito dei poteri concessi al viceministro nei confronti del Comandante generale della guardia di finanza”. Tuttavia Stipo non ha potuto configurare un “dolo intenzionale”, necessario per la contestazione dell’abuso d’ufficio, per “l’inesistenza di un intento esclusivo di danneggiare gli ufficiali” delle Fiamme gialle.
“Con l’archiviazione del gip si chiude una vicenda che non avrebbe avuto alcuna ragione di essere portata all’attenzione della magistratura”. L’avvocato Guido Calvi è soddisfatto perché dall’inchiesta “il viceministro Visco esce a testa alta” confermando “la linearità delle sue scelte” e “la grande efficacia del suo impegno nel contrasto all’evasione fiscale”. “Pur non condividendo la decisione del giudice di archiviare” ha detto Ugo Longo, che assiste il generale Speciale “sono soddisfatto della motivazione in cui si dà atto dei comportamenti illegittimi posti in essere dal viceministro nei confronti di Speciale”.

“Non sarò con voi, ma contro di voi” avrebbe detto nel suo discorso di addio agli amici del Pd. Così, dopo giorni di tensioni, Ciriaco De Mita sbatte la porta ed esce dal Pd.
Motivo? Il secco “niet” ricevuto dal segretario del Partito Democratico alla sua ricandidatura alle prossime elezioni politiche. Con la prossima, le legislature di De Mita avrebbero toccato quota 12: troppe per l’ex sindaco di Roma, anche perché lo statuto del nuovo partito parla di un limite massimo di tre mandati, a cui possono essere concesse solo poche deroghe per il gruppo dirigente. Anche per questo, oggi il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco ha annunciato che non si ripresenterà alla prossima tornata elettorale: “largo ai giovani economisti” ha detto, mentre salgono le probabilità di una candidatura del suo “arci-nemico”, l’ex comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale, nelle liste del Popolo delle libertà .
Tutto un altro atteggiamento rispetto a quello del politico di Nusco, che ha preso la parola per primo al coordinamento nazionale del Pd (di cui è membro di diritto in quanto ex Presidente del Consiglio) e ha annunciato il suo addio. A nulla è servita la mediazione del segretario campano Tino Iannuzzi, che fino ieri aveva promosso la sua ricandidatura in quanto “espressione di una prestigiosa esperienza al servizio dello Stato e delle istituzioni”. Inutile anche la petizione popolare “pro De Mita” partita dall’Irpinia. A questo punto, il futuro dell’ottantenne politico campano si presenta più nebuloso che mai. Di certo, come ha fatto intendere lui stesso, non si ritirerà a vita privata: “Come diceva un poeta spagnolo, ‘Quando morirò morirò con la chitarra in mano’, io dico che quando morirò farò l’ultimo discorso elettorale”. In queste ore sono in molti a dare per certo un accordo con la Rosa Bianca di Bruno Tabacci.
Ma non è escluso che le firme raccolte per chiedere ai dirigenti del Pd la sua rielezione, piuttosto che finire tra i rifiuti, si riciclino come punto di partenza per una lista di delusi ed esclusi di Pd. Che, stando alle parole di De Mita, di certo non si alleerà con Walter e compagni.
Il VIDEO servizio:

Appena approvato da Veltroni, il regolamento per definire le candidature, che impone un forte ringiovanimento delle liste, fa scoppiare subito la prima ‘querelle’ e i primi due addii di peso: quello di Vincenzo Visco e di Ciriaco De Mita. E se il primo lascia con una lettera garbata in cui invita, dopo 24 anni passati in Parlamento, a “valorizzare i giovani economisti”, l’ex presidente del Consiglio se la prende. Si dice offeso, sbatte la porta e se ne va: “Sono vittima dell’età e per questo mi ribello e vi lascio. Mi sento insultato”.
Eppure, Walter Veltroni continua a difendere il “profilo diverso” del partito, tutto impegnato a dimenticare Prodi. A cominciare dal programma elettorale che sarà “un decimo”, dice Veltroni, di quello dell’Unione del 2006: e infatti è 30 pagine contro le 281 di allora.
Ma è tutto lo “skill” del Pd, ha spiegato ancora Veltroni, cioè il suo profilo, che “deve essere innovativo per essere vincente”; a leader nuovo, con formula politica nuova e programma innovativo, devono corrispondere liste innovative. Il ragionamento si traduce in un regolamento che esclude i parlamentari uscenti che abbiano già fatto tre mandati anche se inferiori a 15 anni, con una deroga per le donne e per 32 personalità .
Tra queste ultime il presidente del Senato Franco Marini, il vicepresidente della Camera Pierluigi Castagnetti, i capigruppo dei due rami del parlamento e i loro vice (Antonello Soro, Anna Finocchiaro e Gianclaudio Bressa, hanno più di tre legislature) e i ministri. Rimangono 20 posti liberi per 60 parlamentari. Se i comitati provinciali del Pd vorranno, potranno chiedere che la deroga sia applicata a uno di questi parlamentari, ma la decisione finale spetterà alla segreteria nazionale. Dunque, a Veltroni.
La scure colpirebbe personalità di un certo calibro: da Tiziano Treu, a presidenti di commissione come Lino Duilio, Mimmo Lucà , Enzo Bianco o Giorgio Benvenuto, a parlamentari come Peppino Giulietti, Giuseppe Lumia, Massimo Brutti, Antonio Maccanico e numerosi altri specie tra gli ex popolari che nel 2006 hanno avuto scarso ricambio. Gli interessati si stanno quindi muovendo perché domenica si svolgeranno le assemblee provinciali dei circoli del Pd che dovranno indicare a Veltroni le rose dei candidati, chiedendo quindi le eventuali deroghe.
Inoltre il vertice del Pd ha anche approvato il programma elettorale scritto da Enrico Morando e in parte anticipato sabato da Veltroni. Nell’attuale stesura, sono 30 pagine e non le 281 di quello dell’Unione del 2006. Il motivo è semplice e lo spiega Morando: “possiamo chiamare le cose con il loro nome. Quando indichiamo la Tav Torino-Lione, scriviamo ‘Tav Torino-Lione’ e non astrusi giri di parole che negano una cosa mentre la affermano per contentare noi e Pecoraro Scanio”.
Insomma, ha chiosato Veltroni, “quel programma doveva tenere insieme una coalizione variegata e sconfinata. E allora su ogni tema più parole c’erano e più venivano diluite le contrapposizioni”.
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di Gianluigi Nuzzi
“Sono stato fatto fuori perché combattevo apertamente un disegno subdolo che preconizzava la smilitarizzazione della Guardia di finanza o il suo smembramento a favore dell’Agenzia delle entrate. La richiesta di trasferire l’intera gerarchia della Lombardia nell’estate del 2006, in piena inchiesta Unipol, va quindi interpretata come un campanello d’allarme della fase iniziale di un progetto più ampio e inquietante. Che passava prima nel commissariamento politico delle fiamme gialle, ‘congelando’ il suo comandante, affidato a generali di corpo d’armata amici, e poi via via nel ridurre lo spettro d’influenza e d’azione della Gdf. Del resto il fatto che il gip di Roma abbia disposto un supplemento di indagine nell’inchiesta su Visco dimostra che in questa vicenda rimangono troppe zone d’ombra”. Rimosso dal comando da Tommaso Padoa-Schioppa, reintegrato dal Tar del Lazio e dimissionario per scelta di contropiede, l’ex comandante della Guardia di finanza, Roberto Speciale, legge in tutta la sua storia, iniziata con i durissimi scontri del luglio 2006 con Vincenzo Visco che gli intimava di rimuovere da Milano senza motivo quattro ufficiali, il naufragio di un progetto per mettere la Finanza nell’angolo.
Generale, sono accuse gravi, può dimostrarle?
Già da articoli e dichiarazioni subito dopo l’insediamento di questo governo, ho assistito a tentativi striscianti e talvolta anche palesi di mettere in sofferenza la Gdf rispetto a tutte le altre articolazioni del ministero dell’Economia.
La maggioranza invece l’accusa di aver creato una gestione personalistica e persino deviata della Finanza…
Leggo tante bugie. Prenda i risultati della Guardia di finanza nella lotta all’evasione fiscale, sbandierati da questo governo pochi giorni fa. Tutti dimenticano che la direttiva per la lotta all’evasione seguita dai finanzieri nel 2007 è firmata da Roberto Speciale. Direttiva che a oggi non è stata modificata in nessuna delle sue parti. Strano, anche Romano Prodi ha perso la memoria.
Che c’entra il presidente del Consiglio?
Quando si insediò ci incontrammo e mi chiese con determinazione una mano nel recupero dell’evasione. Diceva che era fondamentale per il suo governo. Bene, al giuramento degli allievi a Bergamo, a fine primavera 2007, mi ringraziò personalmente per i brillanti risultati conseguiti. Poi è sparito. Deve essere un vezzo: dimenticano i complimenti e voltano le spalle. Eppure, nel centrosinistra avevo molti amici.
Lei è stato scelto dal centrodestra alla guida della Guardia di finanza.
Sì, però con il gradimento di tutti.
Ma non è stato Niccolò Pollari, ex numero uno del Sismi, a sostenere la sua candidatura a comandante della Guardia di finanza?
Pollari e io siamo entrambi siciliani, quasi dello stesso paese ma con carriere distinte e distanti. Ci lega un’amicizia fraterna e una stima incommensurabile, ma mai le nostre carriere si sono intersecate o hanno interferito. A volere fortemente la mia nomina fu Giulio Tremonti.
In questo suo scontro istituzionale cosa le ha pesato di più: l’accusa di usare elicotteri o aerei come taxi, di guidare la Gdf come un corpo deviato…
La interrompo subito: io respingo tutte le accuse giornalistiche di aver utilizzato mezzi del corpo a fini personali. I documenti lo dimostrano. Ma la sofferenza maggiore è il silenzio assordante di tutti gli amici dei Ds. O meglio di tutti coloro che consideravo tali. Penso a Massimo D’Alema, Marco Minniti, Anna Finocchiaro. Una parola da loro me la sarei aspettata.

Che rapporto aveva con D’Alema?
Splendido, di stima reciproca. Quando arrivai al comando generale, fu il primo a telefonarmi. Ricordo ancora le sue frasi di apprezzamento per il mio discorso di insediamento. Mi sono sempre ritenuto un interlocutore dei Ds. Molti di loro mi consultavano quando c’erano leggi che interessavano le Forze armate. Un esempio? Ricordo ancora contatti e riunioni quando doveva essere varata la trasformazione dell’esercito di leva in esercito professionale. Mi chiedevano pareri Minniti, il senatore Gianni Nieddu… persino Luciano Violante.
Per la riforma che ha rivoluzionato i servizi segreti?
Esattamente. È stato davvero cortese. Un giorno mi chiese se poteva sentirmi sulla riforma e gli risposi: “Presidente, prendo l’auto e vengo a trovarla subito”. E lui di rimando: “No, vengo io al comando generale”. E così è stato. Oggi in alcuni punti di quella riforma ritrovo il mio pensiero. Infatti ho insistito perché fosse più stringente il coordinamento del servizio segreto centrale, l’ex Cesis, sul braccio civile e su quello militare. Poi se Gian Carlo Caselli afferma che non mi vorrebbe avversario in una partita di scacchi, battuta che mi ha ripetuto ieri mattina Francesco Cossiga al telefono, significa che apprezza implicitamente il mio rispetto delle regole. Che negli scacchi sono cristalline.
È normale che un comandante coltivi rapporti con i politici?
Il comandante generale non è un politico ma una figura istituzionale e quindi può essere amico di tutti.
Oggi quali politici apprezza?
Le dico i pochi della maggioranza. Fausto Bertinotti e Franco Marini per la loro equità , Antonio Di Pietro perché è un legalitario. Giuliano Amato e lo stesso Violante. Fuori da ogni coro Cossiga.
E nel centrodestra?
Non faccio mistero delle mie simpatie per la Casa delle libertà . E quindi Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e Roberto Castelli. Ma stimo moltissimo anche un antimilitarista come Daniele Capezzone: autentico liberale negli ideali e nei comportamenti.
Non sono un po’ troppi? Lancia messaggi per la sua discesa in politica?
Ora penso alla mia famiglia naturale, con la quale mi devo scusare perché per 42 anni ho pensato solo alla mia seconda famiglia, ovvero l’Esercito, e per altri quattro alla terza, ossia la Finanza. E mi scuso con mia moglie, unica consorte di un comandante della Guardia di finanza a finire sui giornali solo perché è stata madrina di eventi sulle nevi esattamente come tutte le mogli dei precedenti comandanti. Comunque, se dovessi un domani fare politica, scenderei in campo a difesa delle persone in divisa, in servizio e in quiescenza. Immagino un ruolo politico che metta al servizio del Paese le mie competenze in sicurezza e difesa.
Insomma, già studia per un incarico di governo?
Ogni studente nutre la legittima ambizione di conseguire la laurea con il massimo dei voti.
Da politico quale priorità individuerebbe?
È sempre più urgente la razionalizzazione delle forze armate e delle forze di polizia, oggi afflitte da sovrapposizioni, diseconomie, risparmiando così risorse a beneficio del personale. Il panorama delle forze armate è infatti sbilanciato. Ci sono forze come l’Esercito che sono sottovalutate negli impegni operativi e nella pianificazione delle risorse.
Quando annuncerà con chi farà politica?
Ancora non ho deciso. Ogni giorno ricevo proposte che preferisco declinare. Stamattina mi ha tirato giù dal letto Francesco Storace chiedendomi di entrare nel suo partito.
Lei è comunque un generale che gode di giudizi controversi. A iniziare da quelli di ex amici come il suo successore, Cosimo D’Arrigo, che l’accusa di avere compiuto un gesto fuori dalla realtà , quando ha chiesto che la sua lettera di dimissioni fosse inoltrata a tutte le fiamme gialle.
L’ho chiesto perché la sentenza del tar parla chiaro. Annulla con effetto immediato la rimozione dall’ufficio e dispone il ripristino dello status quo ante 1º giugno 2007. Altro che pensione! Il giudice mi ha riportato in servizio. Lo status quo ante non ammette altre interpretazioni.
E le accuse di D’Arrigo che prende le distanze?
L’unica nota positiva in questa vicenda era costituita dalla scelta del mio successore, appunto D’Arrigo, a cui mi legano da sempre sentimenti di stima e d’amicizia, ovviamente ricambiati. Va da sé che questi sentimenti non potranno mutare anche a seguito delle dichiarazioni poco felici che ha rilasciato o che meglio gli hanno suggerito di rilasciare.
Dopo le inchieste aperte dalla procura militare e dalla Corte dei conti sui viaggi da lei compiuti con aerei ed elicotteri del corpo e sull’uso dei fondi riservati era normale che l’attuale comandante prendesse le distanze.
Se io ho una colpa, è quella di avere voluto presenziare, per il bene della Gdf, a tutte le cerimonie, nessuna esclusa, che riguardavano il corpo. È una colpa? Ma questi che mi accusano di uso personale si sono mai immaginati il film di una giornata da comandante generale, la mole di impegni giornalieri?
E non lo trova uno spreco di denaro impiegare mezzi da 6 mila euro l’ora?
Presenziare a quegli appuntamenti significa essere vicini al personale con il vertice che si sposta ovunque nel Paese. Non è dispendioso, ne valeva la pena. Tra l’altro la somma investita è contemplata dalle procedure di impiego dei mezzi aerei della Gdf.
Scusi, ma quando andava e tornava da Capri mica era per le feste del corpo…
Io ho sempre raggiunto Capri con mezzi privati e credo che persone come l’imprenditore Roberto Russo lo possano testimoniare, visto che era lui ad accompagnare me e i miei familiari con la sua barca.
È andata sempre così?
Solo una volta con il mare grosso il compianto generale Giovanni Mariella, comandante della Campania, mi mise a disposizione un mezzo per rientrare su Roma per impegni di servizio.
Dai tabulati risulta invece che lei ha usato spesso l’elicottero a Ferragosto.
Perché dovevo presenziare come capo di una forza di polizia alla riunione che ogni 15 agosto fissa il ministro dell’Interno.
Non poteva tornare a Capri con mezzi propri, in auto e poi in traghetto?
E perché mai, scusi? Se per esigenze di servizio richiamo dalla licenza un finanziere semplice devo pagare la missione e il viaggio di andata e ritorno. Perché invece il comandante generale deve essere penalizzato?
Eppure sono pendenti due inchieste, della Corte dei conti e della procura militare…
Con testimoni pronti a ricostruire la verità . Guardi, chi mi diffama si è inventato che io andavo a queste cerimonie il fine settimana, non sapendo che queste celebrazioni venivano programmate proprio al sabato per non interferire con il ciclo scolastico. Io rientravo in giornata subito dopo la cerimonia. Basta controllare, è agli atti. Così ho querelato. Di nuovo.
L’accusano anche di avere fatto portare in montagna, a Passo Rolle, casse di spigole da mangiare con amici e mogli.
Ah quella storia… satira pura e altra querela. Quelle spigole e frutti di mare, in tutto 20 chili, li ho comprati a mie spese per regalarli ai militari della Scuola alpina di Predazzo che non mangiano mai pesce, solo patate, polenta e würstel. “Se non vi offendete ve li offro io”. Così ho fatto arrivare il pesce all’aeroporto di Pratica di Mare. Le cassette sono finite nella stiva dell’aereo che doveva tornare comunque a Bolzano a riprendermi. Così è stato: a Bolzano il pesce è stato scaricato e io mi sono imbarcato. Non l’ho nemmeno assaggiato.

E la gestione dei fondi riservati?
Chi può pensare che mi intascavo 2 mila euro al mese quando ho rinunciato allo stipendio di tutto riguardo che mi veniva offerto dalla Corte dei conti?
Come vengono gestiti questi fondi?
La Gdf come ogni forza di polizia dispone di 8-900 mila euro destinati alle spese per fini istituzionali, come il pagamento delle fonti informative. Ricordo ancora quando una fonte qualificata, subito dopo l’insediamento del governo Prodi, chiese 5 milioni di euro per la cattura di Bernardo Provenzano. La coltivammo per mesi…
E come andò a finire?
E chi li aveva 5 milioni di euro? Segnalammo la cosa a chi di dovere e non ne abbiamo saputo più nulla.
Vuol dire che è stata pagata questa somma per trovare Provenzano?
Questo lo dice lei. Noi abbiamo seguito la legge. Come sempre.
( gianluigi.nuzzi at mondadori.it)
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”Ho letto i resoconti sulla trasmissione Anno Zero. Mi sembra che non vi si possa riscontrare nulla della serietà , della professionalità e dell’appropriatezza che dovrebbe avere una trasmissione che riguarda la giustizia”. Lo afferma il presidente del Consiglio, Romano Prodi, a proposito della puntata dedicata alla vicenda De Magistris. Fin qui l’Ansa. Che dire? Quanto meno che appare singolare come ci si possa sbilanciare in giudizi tanto severi, impegnativi e definitivi sulla base di “resoconti”. Tanto più da parte di chi ha la responsabilità del governo.
Forse se Prodi avesse visto la puntata del programma di Michele Santoro - ma soprattutto se avesse ascoltato dal vivo le testimonianze di Luigi De Magistris e Clementina Forleo - oggi qualche dubbio in più ce l’avrebbe. O forse quei dubbi se li terrebbe paludandoli egualmente di certezze pro-Mastella. Perché il problema è tutto qui: non la professionalità o l’imparzialità (non è quella la caratteristica di Santoro) di un programma televisivo, non la situazione della giustizia, ma la questione Mastella.
Il Guardasigilli è da tempo finito nel tritatutto mediatico-televisivo. Forse, anzi probabilmente, senza troppe colpe dirette. Magari ha peccato di ingenuità per essersi prestato al gioco, ma neppure questo è il punto. Il punto è che Mastella è decisivo per la sopravvivenza del governo, e dunque Prodi lo difende a priori. Così come, sempre a priori, rassicura Antonio Di Pietro che vorrebbe far fuori Vincenzo Visco, o Lamberto Dini che farebbe a fette l’estrema sinistra e i sindacati. Salvo poi ripetere lo stesso copione, con le battute al rovescio, con Visco, sindacati ed estrema sinistra.

Non con i magistrati, però. Quelli sembrano improvvisamente diventati figli di nessuno. Non stanno a cuore al governo e alla maggioranza di sinistra, dal momento che indagano su alcuni pezzi grossi dell’Unione , così come fino a poco tempo fa si erano dedicati al centrodestra. E infatti i De Magistis e le Forleo, non stanno a cuore neppure all’opposizione, in nome del garantismo. Perfino il Csm, organo lottizzato di autogoverno della magistratura, sembra non sapere più che pesci prendere: lunedì dovrebbe decidere se togliere o meno a De Magistris l’indagine sulle collusioni tra toghe, politici e business in Basilicata e Calabria. Ma il Csm guidato da Nicola Mancino, ex maggiorente della Dc, ha già detto che magari dovrà prendersi un rinvio.
Non si può certamente stabilire ora se De Magistris stia facendo il suo lavoro o se si sia anche lui ammalato di protagonismo come altri suoi colleghi. Così come è evidente che nei programmi di Santoro c’è un sovrappiù di partigianeria e antipolitica, a cominciare dalle lettere di Marco Travaglio. Ma in quest’ultimo caso siamo nel campo delle opinioni, discutibili quanto si vuole; nel primo caso - i magistrati - siamo invece nel minatissimo campo della separazione dei poteri. Ed è singolare che appena la Forleo approfondisce l’indagine sull’Unipol la Camera alzi le barricate intorno a Massimo D’Alema, mentre appena De Magistis sfiora Prodi e Mastella piombino gli ispettori.
Non vogliamo che la magistratura torni ed essere arbitra della politica e del Paese, come negli anni Novanta? Si desidera combattere il grillismo e il populismo? Il modo migliore sarebbe lasciar fare ai magistrati il loro lavoro, e lasciare che i politici eventualmente coinvolti si difendano nelle sedi proprie: non gli mancano certo mezzi e strumenti. Diversamente non sapremo mai se De Magistris è una vittima o un mitomane. Soprattutto non sapremo se i D’Alema, i Mastella, i Prodi, i Fassino, come ieri i Berlusconi ed i Previti, si sono davvero macchiati di qualche reato, oppure sono esposti ad una indebita “gogna mediatica”. “Comportamento illegittimo ma non illecito” ha del resto stabilito la Procura di Roma a proposito di Visco nell’affaire del generale Speciale. Bel modo di fare chiarezza e rispondere all’opinione pubblica.
Questo, preso da YouTube, è l’intervento di Clementina Forleo a Anno Zero: