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Vincenzo-Visco

Finanziaria leggera e poi alle urne? Intanto ci sono da superare queste trappole

Il presidente del Consiglio Romano Prodi con il ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa sull'aereo di Stato
La Finanziaria, che oggi verrà discussa a palazzo Chigi con sindacati e Confindustria, e che soprattutto Romano Prodi intende blindare in un summit con la maggioranza, sembra improvvisamente divenuta una sorta di preavviso di sfratto per il premier. Gli umori prevalenti nell’Unione, infatti, concedono a Prodi la possibilità, anzi il dovere di far passare la legge di bilancio. Dopodiché, all’inizio 2008, dovrebbe togliere le tende per lasciare spazio alle elezioni anticipate da lì a tre mesi, o al massimo ad un governo diverso che faccia durare la legislatura fino al 2009. La novità è che queste voci si alzano non più dall’opposizione, ma dalla maggioranza, ed in particolare dal futuro Pd di Walter Veltroni, che teme di essere trascinato a fondo dall’impopolarità del governo certificata da sondaggi sempre più disastrosi.

Prodi cerca di giocare d’anticipo, proponendo sì un governo diverso dopo la Finanziaria, ma in questo caso una sorta di rimpasto, un dimagrimento della squadra di ministri e sottosegretari, sempre però sotto la sua regia. In attesa di capire ciò che avverrà da qui a tre mesi, cerchiamo di vedere che cosa c’è nella Finanziaria e se davvero si tratterà di una manovrina leggera da mandar giù come un bicchier d’acqua.

10,7 miliardi è l’entità dell’operazione (circa 6 di entrate - grazie al maggior gettito fiscale - e 4,6 di risparmi), una bazzecola rispetto ai 70 di un anno fa. La riduzione delle tasse si concentrerà soprattutto sugli sgravi per le imprese, o diminuendo l’Irap al di sotto del 4% o abbassando dal 33 al 28% l’Ires; il tutto al posto degli attuali incentivi. L’altro obiettivo è la casa, con un taglio dell’Ici pari a un miliardo di euro; taglio però che prevede due ipotesi: o beneficiare solo i contribuenti fino ad un certo reddito (40 mila euro) e con famiglie numerose; oppure concederlo a tutti, indipendentemente dal reddito, ma solo nelle grandi città. Il capitolo casa proseguirebbe con la possibilità per i meno abbienti di detrarre dal reddito una quota dell’affitto e con il rilancio dell’edilizia popolare.

A parte, in un decreto collegato da 7 miliardi, verrebbe inserito il pacchetto Welfare: riforma delle pensioni e ammortizzatori sociali, ma niente modifiche alla legge Biagi. E niente aumento della tassa (al 20%) sulle rendite finanziarie. In questo modo Prodi spera di varare una Finanziaria “di equità”, di lanciare un primo segnale di riduzione delle tasse, ma soprattutto di accontentare un po’ entrambe le anime della maggioranza, l’estrema sinistra e i moderati. È possibile che gli alleati si accontentino, ma i rischi non mancano.

La manovra sulle tasse, attraverso l’Ici, appare abbastanza ridotta rispetto a quanto chiesto dalla Margherita e dai Ds: un miliardo in luogo di 3-4. Il rinvio a tempi migliori della tassa sulle rendite indispettisce l’estrema sinistra, che ripete che l’impegno fa parte del programma dell’Unione. L’ostacolo maggiore viene però dal decreto sul Welfare. Le misure contro il precariato non ci sono: se non in forma indiretta, perché gli sgravi alle imprese presuppongono che queste si impegnino a fare più contratti a tempo indeterminato. E anche la riforma delle pensioni è stata bocciata dalla Fiom. Non solo. Il ministero dell’Economia sta studiando una misura per mandare in pensione di vecchiaia alcune categorie di dipendenti pubblici. Il pensionamento avverrebbe a 65 anni, anziché a 67; o addirittura a 70 e 75 anni come adesso è consentito per esempio a magistrati e docenti universitari. Certo, si tratta di una misura che contraddice la richiesta del governo di aumentare l’età pensionabile, ma che farebbe risparmiare dei soldi allo Stato. Scontentando però molti interessati: magistrati, cattedratici e dirigenti del settore pubblico.

Se davvero la Finanziaria passerà liscia per poi aprire la strada a nuovi scenari, lo si capirà da tre cose cose: il 3 ottobre dal voto al Senato sull’affaire Visco, chiesto da Antonio Di Pietro contro il viceministro; dalla condotta, sempre a palazzo Madama, del drappello di Lamberto Dini, in marcia verso il centrodestra; e dalla manifestazione del 20 ottobre indetta dall’estrema sinistra contro il piano Welfare. Manifestazione alla quale, nonostante promesse e divieti, sembrano voler partecipare anche segretari di partito e forse ministri in carica. E nel frattempo si terrà il referendum nelle fabbriche promosso dalla Cgil dopo la ribellione della Fiom: un vittoria del no metterebbe in crisi il sindacato, e probabilmente anche il governo. Che in questo caso non arriverebbe a Natale.

Tagliare i ministri? Quasi impossibile. Eppure circola una black list

Nella foto Romano Prodi circondato da alcuni suoi ministri (Bersani, Letta, Bianchi, Nicolais, Pecoraro Scanio, Melandri, Bindi, Lanzillotta e D'Alema)
Come anticipato da Panorama.it, Piero Fassino dovrebbe trasferirsi nel governo, come vicepremier unico, subito dopo le primarie del Partito democratico, il 14 ottobre.

È indubbiamente la soluzione più indolore per trovare una sistemazione al segretario Ds che rischia di restare disoccupato dopo la nascita del nuovo partito e dopo “una vita da mediano”. In realtà Fassino aveva chiesto a Romano Prodi un segnale, un “cambio di passo” nella faraonica compagine ministeriale anche per rispondere all’antipolitica dilagante. Insomma, una riduzione del 50 per cento del numeo di ministri e sottosegretari. Qualcosa che Prodi teme come la peste: “Se togli un mattone crolla tutto”. È così, il rimpasto è sempre pericoloso, figuriamoci il taglio tout court dei ministri. Eppure esiste una black list che circola tra palazzo Chigi e vertici del Pd, di titolari di poltrone dei quali si farebbe volentieri a meno. Sia delle poltrone, sia soprattutto di chi le occupa.

Vediamola questa lista. Il nome più illustre è Tommaso Padoa-Schioppa, superministro dell’Economia, entrato in rotta di collisione con Ds e Margherita, e in special modo con il suo vice alle Finanze, Vincenzo Visco. Il problema sono le tasse: TPS è restio a tagliarle se non si riducono le spese, i partiti vogliono invece dare un “massaggio forte” (leggi elettorale) ai contribuenti. Non solo. Il ministro ha un fronte aperto con sindaci e amministratori locali, ai quali ha soffiato 4 miliardi di fondi inutilizzati, e che ora sollecita a nuovi sacrifici. Se si riducessero i ministeri e si “reimpacchettassero” alcune cariche spacchettate, TPS perderebbe il posto a favore di Visco. Ma neppure quest’ultimo gode di grande popolarità: quindi ecco affacciarsi l’ipotesi di Pier Luigi Bersani, l’uomo che per il Pd si è sacrificato a favore di Veltroni. Ma silurare TPS è difficilissimo, Prodi continua a difenderlo, e lo appoggia pure l’estrema sinistra per antipatia verso il Partito democratico. L’unica soluzione è “promuoverlo” ad una carica internazionale: ma sia il Fondo monetario sia la Banca mondiale sono, al momento, al completo. Resta la commissione europea, dove l’Italia è rappresentata solo da Franco Frattini, dopo la rinuncia di Rocco Buttiglione.

Nella lista nera c’è un altro ministro di peso, Cesare Damiano del Welfare. Damiano ha l’handicap di essere fassiniano, e se il suo leader entrasse nel governo (soprattutto con la rinuncia di D’Alema e Rutelli alle cariche di vicepremier) rischierebbe seriamente di trovarsi in sovrannumero. Non solo. Se il referendum su lavoro e pensioni producesse un “no” la sua posizione si farebbe ancora più difficile, specie per tenere buona l’estrema sinistra. Del resto anche la poltrona di Damiano potrebbe essere reimpacchettata; con quella di Paolo Ferrero (Rifondazione) delle Politiche sociali.

L’elenco prosegue con Alessandro Bianchi, ministro dei Trasporti come indipendente, in realtà in quota Pdci. Anche il suo dicastero sarebbe da ricongiungere con le Infrastrutture, senonché qui c’è Antonio di Pietro, che nessun vuol far crescere di potere. E nel mirino c’è pure Alfonso Pecoraro Scanio, le cui sparate all’Ambiente non sono per nulla gradite all’ala riformista dell’Unione (soprattutto a Bersani). Ma è l’unico ministero che hanno i Verdi, e Pecoraro ci piazzerebbe comunque un fedelissimo.

Si è fatta critica anche la posizione di Linda Lanzillotta (Affari regionali), osteggiata anche lei dalla lobby degli amministratori locali e dall’estrema sinistra. Linda è difesa da Rutelli e potrebbe saltare solo se quest’ultimo, rinunciando alla medaglia di vicepremier, ottenesse una poltrona più pesante da aggiungere (o da sostituire) ai Beni culturali. Poi c’è un elenco di ministeri considerati inutili al di là di chi li occupa: Giovani e Sport (Giovanna Melandri), Famiglia (però c’è Rosy Bindi, impensabile declassarla dopo la probabile sconfitta nel Pd), e soprattutto l’Attuazione del programma, in mano al prodiano Giulio Santagata.
Come ha suggerito qualcuno, per verificare se il programma è attuato oppure no non serve un ministro, basta una segretaria.

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In caso di rimpasto del governo Prodi, secondo voi, quale ministro rischia la poltrona
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Vale, Visco e il Fisco. Ora la polemica corre anche sul video

Valentino Rossi passa al contrattacco e dopo le accuse di evasione fiscale si difende da Londra con un video messaggio diffuso dai TG nazionali. Il Dottore insomma non ci sta e rassicura tutti i suoi tifosi, giurando di aver sempre rispettato le regole e di avere la coscienza a posto.
Il monologo in tv di Vale Rossi sulle tasse fa discutere. Anzi, non è proprio piaciuto al viceministro dell’Economia Vincenzo Visco: “Il problema è delle televisioni. L’uso che si è fatto di quella cassetta in tv pone problemi seri”. E ha aggiunto: “Da un lato c’è lo Stato dall’altro il contribuente. E ora non mi pare giusto che se il contribuente è un cittadino importante debba occupare la scena mediatica da solo. Questo è un problema”. Nel merito non vuole replicare al campione di motociclismo: “In Italia c’è un sistema garantista e a nessuno è vietato difendersi. Vedremo, se lui dimostrerà di essere residente in Inghilterra non ha molto da temere”.
Il campione marchigiano dopo giorni di silenzio, si è sfogato in tv, presentandosi nelle cade degli italiani dagli schermi dei telegiornali serali, il giorno prima di Ferragosto, con queste parole (qui il video del TG5): “Sono stato crocifisso e condannato ancora prima delle necessarie verifiche, come spesso accade. Da sette anni ho la mia residenza a Londra. Londra, non Paperopoli o un paradiso fiscale su qualche isoletta”.
Ma per dichiarare la propria innocenza, il Dottore non ha concesso interviste. Ha preferito consegnare all’inviato a Londra della Rai, che si aspettava di incontrarlo presso la società che ne cura l’immagine, una videocassetta con un filmato. Poco meno di due minuti, senza contraddittorio, durante i quali il Dottore ribadisce - come si suol dire - la sua estraneità ai fatti contestatigli dagli agenti tributari italiani. Dice di avere “la coscienza pulita, questa storia si chiarirà al più presto”. E poi spiega: “I professionisti che mi fanno la denuncia dei redditi mi hanno assicurato, come ho sempre chiesto, di rispettare le regole e questo hanno fatto”.
Valentino appare in collegamento da Londra per spiegare le ragioni della sua residenza nel Regno Unito. “Da sette anni ho la mia residenza a Londra, in questa bella casa. Londra, non Paperopoli o un paradiso fiscale su qualche isoletta. L’ho scelta perchè mi piace e per le esigenze del mio mestiere”. Dice di essere stato strumentalizzato, “probabilmente perché il fisco italiano non è d’accordo con quello di altri paesi, come l’Inghilterra. Però la soluzione devono trovarla fra loro, senza prendersela con me”.
Poi torna all’attacco. “Mi hanno sbattuto come un mostro in prima pagina - dice Valentino - Prima con la storia completamente inventata con la Canalis, una persona che conosco appena. Poi, con un fascicolone pieno di numeri e numerini che è stato consegnato quasi prima alla stampa che a me”.

Il VIDEO servizio:

Oltre il caso Visco: finanzieri in rivolta

Gli uomini della Guardia di Finanza
“Riaffidare le deleghe sulla Guardia di finanza al viceministro Vincenzo Visco? Il governo potrebbe farlo, è una sua prerogativa. Ma devono avere ben chiaro che per noi finanzieri in questo momento l’obiettivo più importante è ritrovare la serenità che ci è stata tolta, per tornare in fretta a lavorare al meglio negli interessi della collettività, contro l’evasione fiscale e contro i reati economici. Per questo ci permettiamo rispettosamente di suggerire all’esecutivo il massimo di cautela e sensibilità prima di prendere qualsiasi decisione che potrebbe provocare altre lacerazioni e suscitare altre polemiche”.
Eliseo Taverna, Daniele Tisci, Raffaele Dalessandro e Salvatore Trinx, delegati del Cocer delle Fiamme gialle, l’organismo di rappresentanza dei finanzieri, in questa intervista a Panorama si augurano che il
Far West sulla Finanza
finisca al più presto. E suggeriscono: “Se invece che una rappresentanza militare fossimo stati un sindacato, come chiediamo da tempo, avremmo avuto gli strumenti e la forza per bloccare sul nascere queste bruttissime vicende”.
Il vostro ex comandante, il generale Roberto Speciale, dopo essere stato rimosso e attaccato pesantemente in Senato dal governo, ha annunciato querele contro il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, e il capo del governo, Romano Prodi. Che ne pensate?
Era un suo diritto e l’ha esercitato, anche se è difficile ritenere che un’iniziativa del genere, senz’altro anomala, contribuisca a riportare serenità all’interno del corpo.
Non pensate che uno dei presupposti per la riconquista della serenità sia l’accertamento rigoroso dei fatti?
Questo aspetto ci interessa molto, naturalmente. In Senato il ministro Padoa-Schioppa ha parlato di separatezza del corpo e di favoritismi fatti dall’ex comandante: roba grave. Se la mossa di Speciale favorisse davvero quella chiarezza che chiediamo, allora potrebbe risultare utile.
State dicendo che Speciale con quell’iniziativa si sta procurando un autogol?
Sarebbe così se fossimo convinti che il nostro ex comandante ha davvero agito male. Il governo ne è convinto e Speciale, comprensibilmente, lo nega, mentre noi non abbiamo i mezzi per accertare alcunché; spetta ad altri. Noi abbiamo chiesto a suo tempo al comandante Speciale con una delibera formale la pubblicazione dell’elenco degli encomi solenni concessi.
Vincenzo Visco, viceminsitro dell'Economia
È importante?
Sì, perché con quel sistema si possono costruire le carriere favorendo alcuni ufficiali a danno di altri. Gli encomi sono una prerogativa del comandante e nessuno la vuole mettere in discussione, ma sarebbe opportuno che fosse esercitata in piena trasparenza e nel rispetto dei regolamenti.
La risposta qual è stata?
È stata avviata la procedura di pubblicazione degli encomi, a partire purtroppo dai più lontani nel tempo. Se avessimo avuto i poteri di un sindacato, probabilmente sarebbe andata in modo diverso.
È molto importante per voi diventare un sindacato?
È importante per tutti gli oltre 60 mila finanzieri e per la collettività. Se un anno fa, quando è cominciata questa brutta storia con l’annuncio degli avvicendamenti degli alti ufficiali di Milano, ci fosse stato un sindacato in grado di intervenire tempestivamente, non saremmo precipitati in questo caos.
A che punto è la vostra richiesta per il sindacato?
In alto mare, purtroppo, e oltretutto il progetto di riforma in discussione alla commissione Difesa del Senato non va nella direzione sperata.

Alla fine Visco rimase invischiato nella Finanza

Il viceministro dell'Economia, Vincenzo Visco

La procura di Roma sta indagando sul viceministro dell’economia Vincenzo Visco per tentato abuso d’ufficio e minacce: l’inchiesta dei magistrati riguarda le presunte pressioni esercitate da Visco sull’ex comandante delle Fiamme gialle Roberto Speciale per l’avvicendamento di quattro ufficiali.

I misteri che circondavano la posizione dell’esponente di governo sono stati svelati in serata dal suo avvocato Guido Calvi, senatore Ds, al termine dell’interrogatorio al quale Visco è stato sottoposto dal procuratore della repubblica di Roma Giovanni Ferrara e dal sostituto Angelantonio Racanelli. Ipotesi di reato respinte da Calvi che ha annunciato di aver chiesto l’archiviazione del procedimento. Il viceministro, che ha lasciato la procura eludendo i giornalisti, aveva deciso di presentarsi spontaneamente ai magistrati per fornire la propria versione dei fatti soprattutto alla luce della conferma delle presunte pressioni fatta da Speciale in occasione della sua audizione del 15 giugno scorso.

Speciale va, ma D’Arrigo non viene: chi comanda alla Finanza?

Il generale Cosimo D'Arrigo, nuovo comandante della Guardia di Finanza
Chi è il comandante generale della Guardia di Finanza? La domanda non è retorica e la risposta quindi non è ovvia né scontata.
Dopo la rimozione dell’attuale comandante Roberto Speciale, decisa dal Consiglio dei ministri su proposta del responsabile dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. E dopo il dibattito con relativo voto di fiducia in Senato in cui lo stesso ministro ha ribadito che era venuto meno il rapporto di fiducia che legava il governo all’alto ufficiale e dopo, infine, la trasmissione dell’atto di nomina del successore nella persona del generale Cosimo D’Arrigo, in un paese normale non ci sarebbero dubbi. Ma evidentemente anche in questa circostanza l’Italia si dimostra un caso a sé.

Ieri Speciale si è congedato dai suoi collaboratori con un discorso nel salone d’onore del comando generale in viale 21 aprile a Roma e le sua parole sono state salutate da una specie di standing ovation di generali, colonnelli ed alti ufficiali durata cinque minuti. Una specie di dimostrazione inscenata lì per lì che sembra andare al di là dell’affetto e della stima ribaditi al comandante uscente per assumere, invece, contorni di diversa natura. Quel battimani così ostentato e prolungato a prima vista sembra una specie di dichiarazione polemica e di sfiducia dei vertici del Corpo nei confronti del potere politico. Se così fosse, sarebbe un atto senza precedenti e di una gravità notevole.

Il fatto grave, inoltre, è che mentre lo stato maggiore dell’Arma effettua un pronunciamento così plateale, il successore di Speciale non riesce ad insediarsi. La cerimonia prevista per questa mattina a Roma è saltata e al momento non si capisce se per effetto delle turbolenze tra governo e vertici militari o se a causa del decreto di nomina trasmesso dal governo alla Corte dei Conti per la ratifica e non ancora ufficialmente registratro dalla magistratura contabile. L’incartamento non sarebbe formalmente ineccepibile secondo la prima valutazione del dirigente a cui è stato affidato, un alto funzionario in passato collaboratore dell’ex ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli (An), ora sindaco di Orbetello.

A complicare ulteriormente il quadro c’è anche la cerimonia del 233mo della fondazione della Guardia di Finanza fissato per le 11 di giovedì 21 giugno alla scuola ispettori dell’Aquila alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. L’invito ufficiale alla cerimonia, inviato dopo il voto al Senato sul caso Speciale, è rivolto ad autorità e giornalisti dallo stesso Speciale. E per di più sembra di capire che lo stesso Speciale sia presente all’appuntamento in qualità di comandante dell’Arma.

E a questo punto c’è da chiedersi davvero chi comanda alla Finanza.

Padoa-Schioppa: Speciale impresentabile. E allora perché promuoverlo?

Il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa in Senato
Sarà per farsi sentire, nel caos di una lunga e calda seduta a Palazzo Madama sulla vicenda Visco-Guardia di Finanza, che il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa ha usato parole dure, durissime, presentando il suo dossier sul Generale della Gdf, Roberto Speciale. Per difendere l’operato del proprio viceministro Vincenzo Visco, per dipingere il comportamento dell’ormai ex comandante, per giustificare la sua rimozione dal comando delle Fiamme Gialle, Padoa-Schioppa ha scelto questi termini: mancanza di lealtà nei riguardi dell’autorità politica, gestione personalistica della Guardia di Finanza con l’attribuzione di “decine di encomi”, un comportamento non leale nel nascondere le lettere della procura di Milano che chiedevano informazioni, l’inadeguatezza nello scegliere i collaboratori, un tentativo, in sostanza, di trasformare la Guardia di Finanza in un corpo separato.
Il piglio con cui il titolare di via XX Settembre ha letto il documento di 22 cartelle - messo a punto dagli uffici del viceministro Visco e depositate in Aula - ha spiazzato tutti. Un atteggiamento battagliero quello sfoderato da Padoa-Schioppa, che ha dovuto difendersi nell’arena di Palazzo Madama, dov’è sceso solo, senza il sostegno del premier Prodi. Sia come sia, davanti a una tale ricostruzione dei comportamenti ascrivibili a un ufficiale a servizio dello Stato, ci sono tre domande che restano senza risposta.

Il Gen. Roberto Speciale saluta il Presidente Giorgio Napolitano, di spalle,
Il Gen. Roberto Speciale saluta il Presidente della Repubblica Napolitano

Se il generale Speciale è quello descritto dal ministro dell’Economia, perché non è stato rimosso dal suo incarico per tempo, cioè esattamente un anno fa, il 7 giugno 2006, quando, come riportato allora da Panorama, iniziarono i contrasti tra il viceministro Vincenzo Visco e il generale, finito anche sulle pagine dei giornali in merito alla bufera giudiziaria che coinvolse il mondo del calcio? Perché (e se lo chiede lo stesso generale, in un’intervista al Corriere della Sera) a un militare macchiatosi di slealtà e insubordinazione è stato offerto, in cambio della destituzione dal comando della GdF, un incarico comunque importante come consigliere alla Corte dei Conti? Infine perché se Visco in tutta questa discussa vicenda ha agito correttamente ha dovuto rimettere le proprie deleghe sulla GdF?
Interrogativi posti alla vigilia del dibattito parlamentare di ieri, ma che continuano a rimanere inevasi. Contribuendo tra l’altro ad avvelenare il clima politico italiano.

Pareri a confronto:
L’ira della Cdl: “Mai caduti così in basso” dal Il Giornale
Ecco il dossier che accusa Speciale da La Repubblica

Il VIDEO dell’Ansa

Visco in bilico tra nuovi veleni. Che coinvolgono D’Alema

[i](Panorama)[/i]
Riuscirà il governo a superare indenne il dibattito al Senato sul caso Visco? Voto previsto intorno alle 22: nell’attesa, tiene banco un’altra vicenda, in parte collegata allo scontro tra il viceministro e la Guardia di Finanza.
Si tratta dei sospetti e dei veleni sul coinvolgimento dei vertici dei Ds (in particolare di Massimo D’Alema) in due partite finanziarie degli anni scorsi, la scalata alla Telecom di Roberto Colaninno e l’assalto alla Bnl ad opera di Unipol.
Sulla prima vicenda, il quotidiano La Stampa, in una ricostruzione completa dei fatti di questi giorni, pubblica estratti di un rapporto della Kroll, la più grande agenzia investigativa privata americana, che per conto (pare) della Telecom di Marco Tronchetti Provera indagò su alcune operazione brasiliane di Colaninno. A un certo punto si legge: “Fonti d’intelligence italiana indicano che il fondo brasiliano Inepar ha movimentato somme per l’allora primo ministro D’Alema, che fu interessato alle attività Telecom”. Due righe vaghe quanto a provenienza e attendibilità, ma che hanno scatenato una furibonda reazione della direzione della Quercia. Il suo comitato esecutivo si è riunito stamani in tutta fretta e ha approvato questa nota: “Non sono esistiti, né esistono conti bancari esteri ascrivibili, direttamente o indirettamente, ai Democratici di Sinistra o ai loro dirigenti nazionali. Si tratta di una calunnia contro la quale agiremo in ogni sede, a cominciare da quella giudiziaria”. E lo Stesso Massimo D’Alema definisce “spazzatura” quanto pubblicato da La Stampa.
Ma non solo. Clementina Forleo, giudice delle indagini preliminari di Milano che ha investigato sulle scalate bancarie di due estati fa ha stabilito che non sono più sottoposte a segreto le telefonate (73 in tutto ) tra gli indagati e sei parlamentari: i diessini D’Alema, Nicola Latorre (stretto collaboratore del presidente della Quercia) e Piero Fassino, e gli esponenti di Forza Italia Grillo, Cicu e Comincioli.
Ovviamente sono le prime tre conversazioni a suscitare la maggiore curiosità nel mondo politico. La decisione della Forleo ha spiazzato il “palazzo”: gli organismi istituzionali delle Camere avevano previsto di riservarsi la decisione se liberalizzare le intercettazioni quando gli atti fossero stati inviati in Parlamento. In concreto: da domani, più probabilmente dalla prossima settimana, ciò che si sono detti l’ex numero uno dell’Unipol Giovanni Consorte e il numero uno ds Massimo D’Alema, nel pieno della scalata alla Bnl, potrà diventare una nuova bomba pronta ad esplodere nella sinistra.
Oppure rivelarsi un bluff.

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