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ANSA/MASSIMO PERCOSSI/DRN
L’appuntamento era al campo di calcio. L’allenatore li aspettava lì i suoi ragazzi che una volta entrati nello spogliatoio diventavano anche le sue vittime. Con la scusa degli allenamenti e soprattutto dei massaggi si isolava con adolescenti di 12 e 14 anni e abusava di loro. Spesso li invitava nella sua casa di montagna spiegando ai genitori che i baby calciatori Continua

«M amma scusa… Cambiami scuola!!! Adesso, ti prego. Non voglio più restare qui. Non riesco a vivere!… Ho fatto una cosa bruttissima e schifosissima, ma non mi credevi se te lo spiegavo io… Perché ti saresti solo arrabbiata… Anche se mi vuoi bene. Non so cosa mi dici se torno a casa. Te e anche papà. Io comunque vi voglio bene, anche se non si vede. Cambiami scuola… Qui, anche se adesso ce la metto tutta, vengo cannata… Ormai ce l’hanno su con me».

Silvia ha 12 anni. Il suo nome, come quello di tutti gli altri minorenni coinvolti e raccontati in questa storia, è di fantasia. Silvia è la ragazzina violentata dentro la classe di una scuola media a Salò, sul lago di Garda. Durante la lezione di francese, con il professore in cattedra intento a interrogare, Silvia viene circondata da tre compagni che l’afferrano a forza per i capelli e la costringono a un rapporto orale. L’insegnante non si accorge di nulla. Undici ragazzi sono in piedi a far da palo. Continua

L'arresto di Danilo Speranza (ANSA/CLAUDIO PERI)
Truffa e induzione a pericolo immaginario. È accusato anche di questo Danilo Speranza, arrestato oggi per avere stuprato donne e bambine. L’uomo utilizzava qualsiasi mezzo per estorcere denaro agli adepti della setta Re Maya. Foto
Milanese, 34 anni, di bell’aspetto. Abbastanza conosciuto dal pubblico televisivo per i suoi sketch comici sulle reti Mediaset e su All Music, con il nick name di “Neuron” ha intrecciato un’amicizia su Facebook con Carla (il nome è di fantasia), ragazzina della stessa città all’epoca 13enne. Amicizia che per Alessio Saro, attore, si è conclusa questa mattina in carcere. L’uomo è stato arrestato nella sua casa di Sesto San Giovanni con l’accusa di atti sessuali con una minore di 14 anni. Rischia fino a dieci anni.
I due si sono conosciuti appunto sul social network più famoso del mondo. Carla ha subito riconosciuto Saro come volto noto della tv e per questo è diventata sua “amica”. Secondo gli inquirenti della Squadra mobile, che hanno condotto le indagini ed eseguito l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Mariolina Panasiti su richiesta del pm Ada Mazzarelli, l’attore ha usato proprio la su popolarità per sedurre la giovane. Ha infatti partecipato alla trasmissione Intralci su All Music ed è conosciuto anche con il soprannome di Billy Ballo, il personaggio di alcuni videoclip trasmessi da Mai dire martedì e ripresi dal web.
La foto del profilo su Facebook di Alessio Saro
Saro ha convinto Carla a passare la notte tra il 6 e il 7 aprile scorsi a casa sua e in quell’occasione ha avuto con lei un rapporto sessuale completo. La 13enne ha ottenuto il permesso di dormire fuori, raccontando alla madre che andava a una festa e che sarebbe rimasta da un’amica. Ma qualche giorno dopo, quando l’uomo è passato a prendere Carla in auto, la madre vedendolo dalla finestra si è insospettita e, dopo aver fatto domande alle amiche della figlia, si è fatta raccontare tutto da lei.
Da qui è partita la querela. La madre di Carla ha anche portato alla polizia le conversazioni tra i due su Facebook, che facevano inequivocabili riferimenti ad atti sessuali. Quando è stato il momento dell’audizione protetta della giovane, Saro l’ha opportunamente indottrinata al telefono, intercettato dagli inquirenti. E Carla ha ripetuto agli agenti l’esatta versione voluta dall’uomo. Che tra loro c’era stato solo un bacio e che lei gli aveva detto di avere 18 anni. La ragazza ha aggiunto di avere avuto un rapporto sessuale con un amico di 16 anni.

Una catena con anelli grossi quanto una noce a chiuderle le caviglie, lacci ai polsi, dentro una baracca chiusa a chiave più simile a una cuccia per cani che a una casa. Per due mesi è stata questa la prigione di una ragazza romena appena 18enne, prelevata alla Stazione Centrale di Milano, segregata, stuprata, picchiata e costretta a prostituirsi. Il suo carceriere, quello con le chiavi dei lucchetti, era un 14enne connazionale, figlio della coppia che sfruttava la giovane Jonela (il nome è di fantasia, le iniziali del suo nome in realtà sono M.F.).
I due aguzzini sono stati arrestati due giorni fa dai carabinieri della compagnia di Milano Porta Magenta con le accuse di riduzione in schiavitù, violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione. Sono Jon e Silvia Jhaltea, cittadini romeni di 32 e 31 anni senza precedenti penali. Il loro figlio di 14 anni, Z.J., è stato denunciato a piede libero per gli stessi reati. La famiglia ha contattato Jonela in Romania, dove vivevano nello stesso paese vicino a Bucarest. L’ha fatta venire a Milano con la promessa di un lavoro regolare, ma all’arrivo nelle baracche del campo di via Selvanesco, alla periferia sud della città, l’hanno rinchiusa.
Per due mesi Jonela è stata stuprata, dal 32enne, da suo figlio e da altri rom del campo, picchiata, minacciata con un coltello e incatenata. Mentre la donna 31enne custodiva i documenti della giovane, per evitare che scappasse. Ogni giorno Jonela era costretta a prostituirsi sulla vicina via Manduria, finché un cliente, vedendola piena di lividi anche in volto, si è impietosito e l’ha accompagnata dai carabinieri.
Jonela ora si trova in una comunità protetta, in condizioni fisiche e psicologiche critiche. Chi la perseguitava è stato arrestato e lei cerca di ricostruire al meglio quello che le è successo: “Quando è arrivata da noi”, spiega il capitano Vittorio Stingo, comandante della compagnia, “distingueva a malapena il giorno dalla notte”.
Abusi su bambini e ragazzini, da parte di coetanei o di adulti. Da Taranto, a Verona, fino a Palermo storie diverse tra loro, ma con un denominatore comune: le vittime indifese. Le violenze avvenute in Puglia sono maturate nel contesto familiare. Due uomini conviventi, di 39 e 58 anni, di Taranto, il primo dei quali è lo zio delle vittime, avrebbero narcotizzato e costretto per oltre dieci anni quattro minorenni a subire abusi sessuali. Per questo sono stati arrestati dai carabinieri in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale jonico Patrizia Todisco su richiesta del pm Filomena Di Tursi.
Il trentanovenne è stato arrestato questa mattina, all’altro indagato il provvedimento restrittivo è stato notificato in carcere dove l’uomo sconta una pena di due anni e sei mesi per abusi sessuali compiuti nei confronti del figlio. Le vittime dei nuovi abusi sono un ragazzo di 21 anni, una ragazza di 19 anni, e due gemelli (maschio e femmina) di 16 anni. L’inchiesta è stata avviata nel novembre del 2008 dopo la denuncia da parte della madre delle vittime, che poi hanno confermato le accuse nel corso di un incidente probatorio. Le violenze - secondo l’accusa - si sarebbero protratte da quando i due gemelli avevano cinque anni e fino al 2007. Le vittime vivono in una casa famiglia, ma per più di dieci anni hanno trascorso i fine settimana con il padre ed il suo convivente. Le violenze si sarebbero consumate in una casa di campagna e nell’abitazione del trentanovenne.
La moglie dell’uomo di 58 anni cui è stata notificata in carcere l’ordinanza di custodia cautelare per abusi sessuali si suicidò nel 1991 dopo aver scoperto che suo marito aveva violentato il loro figlio minorenne. Il cinquantottenne è tornato in carcere nel febbraio scorso dopo che la sentenza di condanna alla pena di due anni e sei mesi di reclusione per la violenza sessuale ai danni del figlio era diventata definitiva.
“Mettevano qualcosa nel latte o nel succo di frutta e poi ci costringevano a bere. Dopo qualche minuto non capivamo più niente”: è una delle dichiarazioni rilasciate dai minorenni nel corso dell’incidente probatorio durante il quale la magistratura tarantina ha ritenuto di aver raccolto prove a carico dei due uomini accusati di aver narcotizzato e violentato per circa dieci anni quattro ragazzi. L’uomo di 39 anni aveva in affidamento i nipoti nel fine settimana poiché i genitori dei piccoli non si occupavano dei figli da quando questi alloggiavano in una casa famiglia.
La vittime delle violenze sessuali di Verona invece è una ragazzina che all’epoca dei fatti aveva 12 anni o oggi ne ha 13. Tre minorenni tra i 14 e i 16 anni sono stati arrestati dalla squadra mobile. I provvedimenti sono stati emessi dal tribunale dei minori di Venezia. L’indagine, coordinata dal procuratore capo del tribunale dei minori Gaspare Larosa, è iniziata alcuni mesi fa, dopo la segnalazione alla polizia da parte di un’insegnante, che aveva notato un cambiamento nel comportamento della ragazza, rispetto ad un anno prima.
La docente è riuscita a scoprire che nell’estate 2008 l’adolescente, mentre stava andando ad un campo scolastico, è stata accerchiata e trascinata in una stradina dai tre coetanei, che le hanno poi usato violenza sessuale. La sezione specializzata tutela minori della squadra mobile scaligera è riuscita ad accertare le reponsabilità dei tre ragazzi, il più grande dei quali è già noto alle forze dell’ordine per essere il capo di una baby gang. Per tutti l’accusa è di violenza sessuale di gruppo.
Quella condotta dalla mobile di Verona è stata un’indagine difficile anche per l’omertà degli amici dei tre minori poi arrestati. Gli investigatori non escludono che l’atteggiamento tenuto dagli amici possa essere dovuto alla paura per la possibile reazione del più grande dei tre, ritenuto il capetto di una baby gang, più volte denunciato e al centro di varie indagini su episodi di bullismo. I tre indagati sono di origine albanese, integrati e ben inseriti anche a scuola.
La violenza, come accertato dalle indagini, è avvenuta un pomeriggio di un giorno d’estate 2008. La ragazzina stava andando al campo estivo quando ha incontrato i tre che conosceva di vista. Una volta avvicinata i tre l’hanno portata in una stradina e stuprata. Da quel momento la vita della ragazza, allora dodicenne, non è stata più la stessa e del suo cambiamento si sono accorti sia i genitori sia un’insegnate. I primi si sono affidati ad una psicologa, la seconda invece ha avviato un rapporto fiduciario con la piccola che è proseguito e approfondito con personale specializzato del Tribunale dei minori di Venezia. Sulla base degli accertamenti svolti il pm dei minori Rossella Salvati ha chiesto e ottenuto dal gip Marina Ventura gli arresti per i tre: il sedicenne è finito nel carcere minorile di Treviso, gli altri due invece in una comunità di collocamento.
Sono accusati di violenza sessuale di gruppo, oltre che di detenzione e trasmissione di materiale pedopornografico, tre minorenni che avrebbero fatto sesso con una 13enne e poi avrebbero ripreso i fatti col telefonino per inviare le immagini da un cellulare all’altro. I protagonisti sono due studenti e una studentessa di una scuola media ed uno che frequenta un liceo del centro di Palermo, tutti di età compresa tra i 13 ed i 15 anni. A scoprire il sesso di gruppo è stato un professore che ha denunciato il caso. Un’inchiesta è stata aperta dalla Procura del tribunale dei minorenni che ha indagato i tre studenti. Le indagini, condotte nel massimo riserbo, come scrive oggi il Giornale di Sicilia, sono coordinate dal pm Maria Grazia Puliatti.
L’ambiente è quello della scuola media, frequentata da tre dei quattro protagonisti. Gli atti sessuali sarebbero stati compiuti da due ragazzi insieme ad una loro coetanea. Le immagini sarebbero state riprese con il telefonino da un’altra ragazza. La polizia ha effettuato perquisizioni e sequestrato alcuni cellulari e computer alla ricerca di prove e del video incriminato.
Ha preso di mira due bambine di dieci anni, una sera le ha aspettate sotto casa di un loro amichetto e le ha seguite. Poi, in strada, poco prima delle 19, le ha costrette entrambe a subire abusi sessuali. Il maniaco è un cittadino senegalese di 23 anni, con regolare carta d’identità e in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. Ibrahima N. è in Italia dal 2005, non ha precedenti penali e vive a Corsico, alle porte di Milano, dove fa il venditore ambulante di merce contraffatta. I carabinieri lo hanno arrestato ieri sera, dopo che sono arrivati a lui anche grazie all’aiuto della comunità senegalese della cittadina.
L’uomo è accusato di violenza sessuale su minore, ora si trova in carcere. Gli abusi risalgono al tardo pomeriggio dello scorso 27 febbraio. Le due bambine, italiane, si trovavano al parco con un amico di origini gambesi di un anno più grande, che poi le ha invitate a giocare a casa sua. Verso le 18.30 il ragazzino le ha riaccompagnate a casa e ad aspettarli in strada c’era Ibrahima N., che si è offerto di andare con loro. I bambini hanno rifiutato, ma lui li ha seguiti. Ha atteso fuori mentre i tre salutavano la madre di una delle due bimbe nel negozio in cui lavora e poi li ha di nuovo affiancati.
Poco lontano dalla casa delle bambine il senegalese le ha bloccate e, dopo essersi abbassato i pantaloni, le ha costrette entrambe a toccarlo nelle parti intime, mentre il loro amico 11enne assisteva senza poter fare nulla. La pesante molestia non è andata oltre e i tre ragazzini sono corsi a casa, dove hanno raccontato tutto ai genitori. Il giorno dopo è stata fatta la denuncia ai carabinieri. I bambini hanno descritto il maniaco (di colore, alto un metro e 70 e coi capelli tipo “rasta”) e il padre del ragazzino gambese, chiedendo informazioni tra gli stranieri immigrati che vivono a Corsico, ha intuito che si potesse trattare di un senegalese soprannominato “Monsour”. A quel punto la comunità senegalese si è attivata per cercarlo e si è arrivati all’identificazione del 23enne. Nel frattempo si era rasato i capelli e aveva chiesto in Comune il rinnovo della carta d’identità. I tre bambini lo hanno riconosciuto attraverso una fotografia.
Il Tribunale del riesame di Roma ha annullato le ordinanze di custodia cautelare in carcere per Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz. I due romeni sono accusati dello stupro di una ragazzina di 14 anni avvenuto il 14 febbraio scorso nel parco della Caffarella a Roma. Tuttavia Karol Racz resta in cella perché destinatario di un’altra ordinanza di custodia per lo stupro della donna di 41 anni avvenuto il 21 gennaio a Primavalle, sempre a Roma. E resta in carcere anche Alexandru Isztoika Loyos: proprio oggi infatti gli è stata notificata un’ordinanza per calunnia e autocalunnia.
La decisione è arrivata dopo una lunga camera di consiglio che ha fatto seguito all’udienza del Riesame di ieri nella quale erano comparsi gli stessi Loyos e Racz.
La Procura di Roma aveva chiesto la conferma della misura cautelare in carcere sulla base delle ricognizioni fotografiche fatte dalla coppia di fidanzatini. Nel dispositivo firmato dal collegio presieduto da Francesco Taurisano si legge: “L’impossibilità di individuare il Dna degli accusati sui reperti raccolti dagli investigatori, prevale su qualunque altro elemento attualmente a disposizione. Si annulla, pertanto, l’ordinanza in epigrafe, disponendo immediata liberazione degli indagati se non detenuti per altro”. Una formula che, nel caso di Racz, serve a tenerlo in carcere sulla base dell’altra ordinanza di custodia cautelare emessa nei suoi confronti, quella per lo stupro a Primavalle del 21 gennaio scorso. Loyos resterà, invece, in cella perché contro di lui, su richiesta del pm Barba, è stato emesso un nuovo ordine di custodia cautelare per le accuse di calunnia e autocalunnia. La Procura ha dunque ritenuto, una volta cadute le accuse di violenza sessuale e di rapina ai danni dei due fidanzatini, che Loyos, nel confessare lo stupro, abbia calunniato se stesso ed il connazionale Karol Racz pur sapendolo estraneo ai fatti.
La confessione di Loyos (poi ritrattata) da un lato, nonostante i contenesse “dettagli” che a parere dell’accusa non potevano essere conosciuti se non da chi avesse partecipato al fatto, non rappresenta un indizio sufficiente. Così come non bastano il riconoscimento fatto dalla ragazzina vittima della violenza e dal suo fidanzato, la “chiamata di correo” di Loyos nei confronti di Racz. Nessun peso è stato poi dato dai giudici, ma questo era prevedibile, a quello che qualcuno ha chiamato “supertestimone”: il medico che faceva jogging nel parco della Caffarella e ritiene di aver riconosciuto nei due accusati le persone che ha visto mezz’ora prima della violenza.
Le indagini intanto vanno avanti sia in Italia, dove gli inquirenti romani stanno lavorando a nuove piste che potrebbero portare a qualche conclusione già nelle prossime ore, sia in Romania, presenti alcuni agenti speciali della squadra Mobile di Roma. Si cercano, in particolare, cinque romeni, tutti appartenenti alla stessa famiglia, che potrebbero essere stati in Italia il giorno di San Valentino. Secondo quanto scrive il quotidiano La Stampa, i cinque fanno parte di un clan di pastori nomadi e sono parenti di uno stupratore da tempo in carcere a Bucarest. La notizia è stata ripresa anche dal quotidiano di Bucarest Adevarul che scrive: “Sarà difficile trovare i cinque ricercati perchè ora non sarebbero in Romania, ma si sarebbero trasferiti in qualche altro paese europeo”. Non ci sarebbe nessun legame, si legge ancora su Adevarul, tra questa famiglia di zingari nomadi e Alexandru Isztoika Loyos arrestato per lo stupro.
“Non posso che essere contento e soddisfatto e posso dire che mi aspettavo questo provvedimento del tribunale del riesame”. E’ il primo commento dell’avvocato Lorenzo La Marca, difensore di Karol Racz. “La revoca della misura cautelare è un atto dovuto”, ribadisce La Marca. “Ritengo che il sistema giuridico italiano e l’attuale codice penale funzionino e siano in condizione di garantire in modo celere la revoca di provvedimenti che possono limitare la libertà personale”. Quanto all’altra vicenda, lo stupro di Primavalle per il quale Racz è ancora detenuto, “preferisco attendere che vengano depositati i risultati del dna”, conclude il penalista.
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