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Ha preso di mira due bambine di dieci anni, una sera le ha aspettate sotto casa di un loro amichetto e le ha seguite. Poi, in strada, poco prima delle 19, le ha costrette entrambe a subire abusi sessuali. Il maniaco è un cittadino senegalese di 23 anni, con regolare carta d’identità e in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. Ibrahima N. è in Italia dal 2005, non ha precedenti penali e vive a Corsico, alle porte di Milano, dove fa il venditore ambulante di merce contraffatta. I carabinieri lo hanno arrestato ieri sera, dopo che sono arrivati a lui anche grazie all’aiuto della comunità senegalese della cittadina.
L’uomo è accusato di violenza sessuale su minore, ora si trova in carcere. Gli abusi risalgono al tardo pomeriggio dello scorso 27 febbraio. Le due bambine, italiane, si trovavano al parco con un amico di origini gambesi di un anno più grande, che poi le ha invitate a giocare a casa sua. Verso le 18.30 il ragazzino le ha riaccompagnate a casa e ad aspettarli in strada c’era Ibrahima N., che si è offerto di andare con loro. I bambini hanno rifiutato, ma lui li ha seguiti. Ha atteso fuori mentre i tre salutavano la madre di una delle due bimbe nel negozio in cui lavora e poi li ha di nuovo affiancati.
Poco lontano dalla casa delle bambine il senegalese le ha bloccate e, dopo essersi abbassato i pantaloni, le ha costrette entrambe a toccarlo nelle parti intime, mentre il loro amico 11enne assisteva senza poter fare nulla. La pesante molestia non è andata oltre e i tre ragazzini sono corsi a casa, dove hanno raccontato tutto ai genitori. Il giorno dopo è stata fatta la denuncia ai carabinieri. I bambini hanno descritto il maniaco (di colore, alto un metro e 70 e coi capelli tipo “rasta”) e il padre del ragazzino gambese, chiedendo informazioni tra gli stranieri immigrati che vivono a Corsico, ha intuito che si potesse trattare di un senegalese soprannominato “Monsour”. A quel punto la comunità senegalese si è attivata per cercarlo e si è arrivati all’identificazione del 23enne. Nel frattempo si era rasato i capelli e aveva chiesto in Comune il rinnovo della carta d’identità. I tre bambini lo hanno riconosciuto attraverso una fotografia.
Il Tribunale del riesame di Roma ha annullato le ordinanze di custodia cautelare in carcere per Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz. I due romeni sono accusati dello stupro di una ragazzina di 14 anni avvenuto il 14 febbraio scorso nel parco della Caffarella a Roma. Tuttavia Karol Racz resta in cella perché destinatario di un’altra ordinanza di custodia per lo stupro della donna di 41 anni avvenuto il 21 gennaio a Primavalle, sempre a Roma. E resta in carcere anche Alexandru Isztoika Loyos: proprio oggi infatti gli è stata notificata un’ordinanza per calunnia e autocalunnia.
La decisione è arrivata dopo una lunga camera di consiglio che ha fatto seguito all’udienza del Riesame di ieri nella quale erano comparsi gli stessi Loyos e Racz.
La Procura di Roma aveva chiesto la conferma della misura cautelare in carcere sulla base delle ricognizioni fotografiche fatte dalla coppia di fidanzatini. Nel dispositivo firmato dal collegio presieduto da Francesco Taurisano si legge: “L’impossibilità di individuare il Dna degli accusati sui reperti raccolti dagli investigatori, prevale su qualunque altro elemento attualmente a disposizione. Si annulla, pertanto, l’ordinanza in epigrafe, disponendo immediata liberazione degli indagati se non detenuti per altro”. Una formula che, nel caso di Racz, serve a tenerlo in carcere sulla base dell’altra ordinanza di custodia cautelare emessa nei suoi confronti, quella per lo stupro a Primavalle del 21 gennaio scorso. Loyos resterà, invece, in cella perché contro di lui, su richiesta del pm Barba, è stato emesso un nuovo ordine di custodia cautelare per le accuse di calunnia e autocalunnia. La Procura ha dunque ritenuto, una volta cadute le accuse di violenza sessuale e di rapina ai danni dei due fidanzatini, che Loyos, nel confessare lo stupro, abbia calunniato se stesso ed il connazionale Karol Racz pur sapendolo estraneo ai fatti.
La confessione di Loyos (poi ritrattata) da un lato, nonostante i contenesse “dettagli” che a parere dell’accusa non potevano essere conosciuti se non da chi avesse partecipato al fatto, non rappresenta un indizio sufficiente. Così come non bastano il riconoscimento fatto dalla ragazzina vittima della violenza e dal suo fidanzato, la “chiamata di correo” di Loyos nei confronti di Racz. Nessun peso è stato poi dato dai giudici, ma questo era prevedibile, a quello che qualcuno ha chiamato “supertestimone”: il medico che faceva jogging nel parco della Caffarella e ritiene di aver riconosciuto nei due accusati le persone che ha visto mezz’ora prima della violenza.
Le indagini intanto vanno avanti sia in Italia, dove gli inquirenti romani stanno lavorando a nuove piste che potrebbero portare a qualche conclusione già nelle prossime ore, sia in Romania, presenti alcuni agenti speciali della squadra Mobile di Roma. Si cercano, in particolare, cinque romeni, tutti appartenenti alla stessa famiglia, che potrebbero essere stati in Italia il giorno di San Valentino. Secondo quanto scrive il quotidiano La Stampa, i cinque fanno parte di un clan di pastori nomadi e sono parenti di uno stupratore da tempo in carcere a Bucarest. La notizia è stata ripresa anche dal quotidiano di Bucarest Adevarul che scrive: “Sarà difficile trovare i cinque ricercati perchè ora non sarebbero in Romania, ma si sarebbero trasferiti in qualche altro paese europeo”. Non ci sarebbe nessun legame, si legge ancora su Adevarul, tra questa famiglia di zingari nomadi e Alexandru Isztoika Loyos arrestato per lo stupro.
“Non posso che essere contento e soddisfatto e posso dire che mi aspettavo questo provvedimento del tribunale del riesame”. E’ il primo commento dell’avvocato Lorenzo La Marca, difensore di Karol Racz. “La revoca della misura cautelare è un atto dovuto”, ribadisce La Marca. “Ritengo che il sistema giuridico italiano e l’attuale codice penale funzionino e siano in condizione di garantire in modo celere la revoca di provvedimenti che possono limitare la libertà personale”. Quanto all’altra vicenda, lo stupro di Primavalle per il quale Racz è ancora detenuto, “preferisco attendere che vengano depositati i risultati del dna”, conclude il penalista.
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L’hanno rapita una prima volta, per costringerla a prostituirsi. Dopo qualche giorno di sottomissione lei era riuscita a scappare, ma è stata sequestrata di nuovo, segregata e stuprata. La vittima della violenza è una donna albanese di 36 anni, i suoi aguzzini sono alcuni suoi connazionali, due dei quali fermati la notte scorsa dalla polizia di Milano.
La ragazza è stata prelevata per strada a Magenta, nel Milanese, dopo essere stata rapinata e quindi portata a Milano in un appartamento nella zona Ticinese dove è stata ripetutamente violentata dai due albanesi, probabilmente legati al giro dello sfruttamento della prostituzione. La punizione è arrivata, perché la 36enne si era ribellata: non voleva più lavorare sul marciapiede. Questa notte ha tentato di scappare dall’appartamento, una passante l’ha vista sul cornicione e ha chiamato il 113.
La donna sequestrata era stata costretta a fare la prostituta, ma è una giovane che da oltre dieci anni vive regolarmente in Italia lavorando come addetta alle pulizie. Solo quindici giorni fa era stata rapita una prima volta, portata nella zona di Monza e messa sulla strada. Ma lei non aveva nemmeno concluso la serata: aveva spiegato tutta la situazione a un cliente convincendolo a riportarla a casa a Magenta.
I suoi persecutori però hanno continuato a cercarla e due giorni fa sono riusciti di nuovo a rapirla portandola questa volta nell’appartamento di Milano dove è stata violentata. A un certo punto lei, facendo finta di essersi convinta a tornare a prostituirsi, ha mandato gli uomini a comprarle dei vestiti adatti ed è rimasta sola. Subito dopo si è calata dal balcone ed è scesa fino in cortile dove ha chiesto aiuto a un inquilino. Gli agenti della Squadra mobile si sono quindi appostati e hanno aspettato il rientro dei due uomini. Si tratta di due albanesi irregolari di 26 e 34 anni, entrambi noti nell’ambiente dello sfruttamento della prostituzione.
Proprio oggi, in occasione della Festa della donna il presidente della Camera Gianfranco Fini, ha parlato di violenze sessuali. Le donne maltrattate sono state al centro anche del discorso di ieri del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, mentre Papa Benedetto XVI nell’Angelus di questa mattina ha affrontato il tema del rispetto della dignità femminile.
“La violenza sulle donne è da un lato una piaga sociale e dall’altro una vera e propria emergenza civile ma non ci può essere una connotazione etnica dietro lo stupro, ha affermato Fini, intervenendo alla manifestazione per l’8 Marzo al teatro Brancaccio di Roma. Fini ha sottolineato l’esigenza di una “convergenza bipartisan” che deve essere “un valore aggiunto della politica su questioni che attengono la dignità della persona”. E poi, echeggiando le parole dette ieri dal capo dello Stato, ha esortato a non dare connotazioni etniche agli episodi di stupro: “È giusto”, ha spiegato Fini, “titolare ‘donna stuprata da romeno’, ma bisogna fare lo stesso quando a commettere la violenza è un italiano”.
“Per un impegno corale delle istituzioni contro la violenza sulle donne non possiamo concentrarci solo su nuove leggi, non possiamo limitarci a una stretta repressiva, che pure è utile, ma occorre avere più attenzione per la violenza quotidiana e silenziosa, quella che avviene tra le mura domestiche e che provoca ferite ma anche un grande senso di ingiustizia”, ha aggiunto Fini. Occorre, ha sottolineato il presidente della Camera, “mobilitare le coscienze, senza distinzioni politiche: ci si può dividere sulla bontà di un singolo provvedimento, non nel momento in cui si lancia una mobilitazione delle coscienze”. Mobilitazione che, secondo Fini, deve riguardare “innanzitutto chi ha la responsabilità di educare i giovani”. Occorre, ha detto ancora, “far sentire alla donna che il suo grido di dolore viene ascoltato”. Bisogna dunque, secondo il presidente della Camera, occuparsi della violenza quotidiana, e per fare questo serve “un’azione culturale e l’impegno di tutti, ma anche l’impegno degli opinion leader”. Fini ha invitato a “porre maggiore attenzione ai messaggi distorti”, a quelli che comunicano uno scarso rispetto nei confronti della donna e del suo corpo.
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Nelle difficili indagini sullo stupro della Caffarella spuntano nuovi elementi. Dopo l’arresto lampo dei due presunti violentatori e i successivi dubbi causati dai mancati riscontri dei test del Dna, oggi gli inquirenti sono tornati a seguire la pista investigativa. Senza cambiare l’impianto accusatorio. Proprio oggi però sono arrivati i risultati di ulteriori accertamenti disposti dalla procura: l’esito è negativo, cioè favorevole ai due indagati.
Da ieri pomeriggio inoltre la polizia scientifica sta analizzando l’impermeabile della barista che la sera del 14 febbraio soccorse la ragazza vittima della violenza e il suo fidanzato. La giovane donna diede il proprio trench beige scuro alla ragazzina aggredita per coprirsi, dopo che lei e il fidanzato, entrambi in stato di choc, avevano chiesto aiuto nel suo bar. Ieri la barista si è accorta che sull’mpermeabile erano rimaste delle macchie di sangue e quindi lo ha consegnato alla polizia. Intanto per lunedì prossimo è prevista l’udienza davanti al tribunale del riesame che dovrà decidere se confermare o no l’arresto dei due romeni accusati dello stupro, Alexandru Loyos Isztoika, 20 anni, e Karol Racz, 36 anni.
Il primo ha inizialmente confessato davanti al magistrato, fornendo parecchi particolari, ma poi ha ritrattato. Anche la vittima della violenza lo ha riconosciuto attraverso una fotografia. Il secondo invece, tirato in ballo dal presunto complice, ha sempre negato tutto. Inoltre secondo il suo legale, l’identikit tracciato dalla questura non gli somiglierebbe neppure. I veri dubbi però sono nati dopo che la scientifica ha comunicato agli investigatori che le analisi del profilo genetico non avevano trovato corrispondenze con i reperti biologici prelevati sul luogo dello stupro. Nonostante questo ieri procura e questura avevano confermato le accuse a carico dei due romeni, ma oggi è arrivata la nuova doccia fredda dagli accertamenti genetici.
Ma l’esame del Dna è davvero infallibile? Non sempre. Ci sono infatti alcuni casi in cui il test viene invalidato. Un esempio: potrebbe essersi verificato un mescolamento di Dna di persone diverse, che renda impossibile ottenere un profilo genetico nelle analisi eseguite dalla scientifica. L’ipotesi è del genetista Giuseppe Novelli, dell’università di Roma Tor Vergata, uno dei massimi esperti italiani nelle indagini di questo tipo. “La presenza di tracce miste di Dna è una delle tre possibili cause che possono vanificare il test del Dna, che per il resto è un esame certo”. Considera assolutamente attendibile il test del Dna anche il giudice Amedeo Santosuosso, della Corte d’appello di Milano: “Per noi è un esame decisivo in casi del genere, ma sono gli scienziati che devono dire che il materiale è tale da rendere possibile ottenere un profilo sicuro”.
Il mescolamento del Dna, spiega Novelli, può avvenire quando la violenza sessuale viene esercitata da più persone e “quando questo si verifica”, aggiunge, “diventa praticamente impossibile ricostruire il profilo genetico di una sola persona”. In questi casi è come se i genetisti che eseguono il test si trovassero ad avere una serie di chiavi e una serie di serrature che non corrispondono. Dichiarare l’impossibilità di ottenere un profilo “è una prova di onestà da parte di chi esegue il test”, prosegue Novelli. Le altre due cause che possono rendere di fatto inutilizzabile il test del Dna sono la contaminazione fisica, chimica o batteriologica del materiale genetico, che può essere dovuta a procedure scorrette seguite al momento del prelievo o nelle modalità di conservazione. Altrettanto difficile è riuscire a ottenere un risultato attendibile quando il Dna prelevato e analizzato appartiene a consanguinei, come fratelli o gemelli. “In questi casi”, osserva il genetista, “è impossibile garantire l’appartenenza del profilo genetico in quanto l’informazione non può essere unica”. Ad esempio, nel caso di due fratelli, si possono trovare corrispondenze per il 50 per cento del materiale genetico.
Impossibile invece stabilire la nazionalità o la razza sulla base del test del Dna: “Se c’è una cosa che il Dna ha dimostrato è che le razze non esistono”, dice Novelli. Tecniche avanzate che Novelli sta studiando con il suo gruppo permettono, al più, di ricostruire il colore della pelle sulla base dei marcatori della pigmentazione: “Ma questo”, conclude, “è solo un marcatore che ha una funzione di orientamento e che comunque è utile soltanto per studi di popolazione”.
Oggi c’è stato uno sviluppo ulteriore. A Karol Racz è stata notificata un’altra ordinanza di custodia cautelare in carcere per lo stupro del 21 gennaio nel quartiere di Primavalle. La vittima, una donna di 41 anni, avrebbe infatti riconosciuto l’uomo come responsabile della violenza in sede di incidente probatorio. Il provvedimento è stato firmato dal gip Silvia Castagnoli su richiesta del pm Nicola Maiorano.
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Dopo i casi di Bologna e Roma, c’è stata un’altra violenza sessuale. La terza in poche ore. Lo stupro è avvenuto a Milano la scorsa notte. Una studentessa boliviana di 21 anni ha raccontato di aver subito una violenza, attorno alle 4, da parte di un uomo che ha descritto come nordafricano.
La ragazza aveva passato la serata nella discoteca “Magazzini Generali”, in via Pietrasanta. All’uscita ha preceduto a piedi il gruppo dei suoi amici e mentre li aspettava accanto all’auto si è avvicinato un maghrebino su una macchina di media cilindrata, l’ha afferrata e l’ha caricata a forza. Si è quindi diretto verso una zona appartata del parco Forlanini, dove si è consumata la violenza. La ragazza ha finto di assecondarlo, aspettando il momento buono per fuggire. Con la scusa di voler mangiare qualcosa, ha chiesto al maghrebino di tornare in città. Quando l’uomo è sceso dall’auto per prenderle un panino, in viale Corsica, lei ha chiamato un’amica e le ha raccontato tutto.
Il violentatore si è accorto della telefonata ed è tornato in auto, ma la ragazza è scappata e ha chiesto aiuto ai passanti, che si sono rivolti ai carabinieri. Dimessa dalla clinica Mangiagalli, dove è stata ricoverata, la giovane sudamericana non ha subito lesioni gravi ma si trova ancora in stato di choc. Ha fornito però una descrizione dettagliata dello stupratore ai carabinieri, che avrebbero elementi utili per poterlo rintracciare e arrestare.
La polizia avrebbe trovato “tracce importanti”, utili a rintracciare i due uomini, probabilmente stranieri, che ieri hanno aggredito una coppia a Roma, nel parco della Caffarella. La ragazza, di 14 anni, è stata violentata. Gli indizi sono stati raccolti sul luogo dello stupro. Le ricerche sono in corso.
Nel pomeriggio di ieri una coppia di ragazzi, lui ha 16 anni, è stata aggredita da due persone con accento dell’Est europeo. Sulla ragazza sono stati compiuti abusi da almeno uno dei due uomini. I due ragazzi stavano passeggiando in via Latina, quando sono stati avvicinati da due sconosciuti che li hanno trascinati nel vicino parco della Caffarella. Lì avrebbero minacciato il ragazzo: “Abbiamo una pistola, o ci fai andare con lei o vi facciamo molto male”. Poi avrebbero picchiato il ragazzo e abusato della ragazza. Prima di darsi alla fuga, hanno portato via i loro cellulari e pochi soldi. I due ragazzi, ancora sconvolti e sotto choc, hanno chiesto aiuto entrando in un bar della zona in via Amedeo Crivellucci. I medici dell’ospedale San Giovanni hanno riscontrato sul corpo della giovane tumefazioni e graffi. La quattordicenne ha tentato più volte di difendersi e di sottrarsi alla bestialità dei suoi aggressori. Il ragazzo è stato più volte gettato a terra dai violentatori e ha subito un trauma a una spalla.
In mattinata un gruppo di uomini si è ritrovato davanti all’entrata del parco, nel quartiere Appio Latini. “Stiamo organizzando una fiaccolata per richiamare l’attenzione del mondo politico e istituzionale verso quest’area abbandonata da anni”, hanno spiegato. “Abbiamo paura a mandare i nostri nipotini alla scuola vicino al parco”, dice una nonna. “Li lasciamo davanti all’ingresso e li adiamo a riprendere. Ci sono troppi stranieri e nomadi che ci mettono paura. Poi di sera, quando cala il buio, qui davanti non ci passiamo”.
Intanto, dopo la presa di posizione del sindaco Gianni Alemanno (”Nessuna clemenza, via agli sgomberi dei campi rom”), è intervenuto sulla vicenda anche il ministro della Pubblica Amministrazione e Innovazione, Renato Brunetta: “È proprio necessario avere tanti corpi di Polizia con propri apparati, propria organizzazione e propri sistemi?”, si chiede il ministro. “Le forze di polizia molto probabilmente dovrebbero stare molto di più per strada, sul territorio”.
Ieri sera poco dopo le 22 una ragazza italiana di 15 anni è stata stuprata in un parco alla periferia di Bologna. Un uomo che abita nella zona ha visto sentito le urla e ha chiamato la polizia, che ha arrestato in flagrante l’aggressore. Si tratta di un tunisino di 32 anni, clandestino. La giovane era in strada ad aspettare alcuni amici, quando si è avvicinato l’uomo che l’ha bloccata violentemente e ha cominciato a picchiarla con pugni e schiaffi. Quindi l’ha trascinata tra alcuni cespugli poco lontano dove è avvenuta la violenza.
Le urla della ragazza hanno richiamato l’attenzione di un residente alla finestra di un palazzo poco lontano che ha avvertito la polizia. Gli agenti hanno sorpreso il tunisino ancora addosso alla ragazza e l’hanno bloccato, nonostante l’uomo abbia cercato di fuggire e abbia reagito violentemente. Trentadue anni, clandestino, l’aggressore era stato arrestato nello scorso agosto per spaccio di eroina e rilasciato dal carcere di Lanciano il 15 gennaio. Il violentatore è già stato interrogato e si trova nel carcere di Bologna, mentre la ragazza è stata medicata anche al volto, per aver riportato un trauma con fratture al naso. La prognosi è di otto giorni.
La vittima, che abita nel condominio di fronte al luogo della violenza, ha detto di non aver mai visto prima lo stupratore. Quest’ultimo, che ha precedenti di polizia anche per resistenza a pubblico ufficiale e violazione della legge Bossi-Fini, è ora accusato di violenza sessuale, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale per i calci e pugni contro i poliziotti. In più, come ha riferito il pm Francesco Caleca, titolare dell’inchiesta, gli à stata contestata l’aggravante di clandestinità. All’arrivo della volante lo stupro era in corso. Subito dopo l’uomo è scappato ma, rincorso a piedi e in macchina dagli agenti, è stato bloccato in una strada vicina.
Ha visto i calci, le botte e poi lo stupro. Solo dopo si è reso conto che quella ragazzina la conosceva bene: è un’amica di suo figlio, oltre che vicina di casa. Ma quando si è avvicinato con la macchina e ha chiesto aiuto ai passanti, nessuno si è fermato. È la testimonianza raccolta dall’agenzia Ansa di un altro testimone, che ha assistito all’aggressione. Verso le 22 l’uomo - che ha chiesto di rimanere anonimo e che abita nella palazzina di fronte a quella della famiglia della vittima - era uscito di casa dopo una discussione con la moglie.
“Ho deciso di fare un giro per sbollire il nervosismo”, spiega. “Ero in macchina quando ho visto, nel parco di fronte, un uomo che trascinava una donna, la prendeva a calci e pugni fino a farla cadere e poi si è abbassato i pantaloni. Allora ho avviato la macchina, ho fatto inversione di marcia e mi sono avvicinato. Nel frattempo ho chiamato il 113″. Lo stupro è avvenuto tra i cespugli di una zona semibuia di un parco che si trova davanti a una polisportiva, spesso luogo di ritrovo dei ragazzi del quartiere. “Più tardi il fratello della ragazza mi ha detto che era uscita di casa per incontrare gli amici”, ha riferito il testimone. In quel momento non c’erano altre persone nel parco che costeggia una strada abbastanza trafficata e separata solo dal marciapiede e da una recinzione. “Per fortuna una volante della polizia, che cercava un’auto rubata, era nelle vicinanze ed è arrivata in pochi minuti”. Nonostante la presenza dell’uomo, lo straniero (di corporatura abbastanza robusta) non ha interrotto lo stupro se non alla vista dei poliziotti. Nel frattempo il testimone (che ha difficoltà a muoversi per un problema al ginocchio) ha cercato di fermare qualche passante ma inutilmente: “Incredibile il fatto che di fronte a un’aggressione a una donna, indipendentemente da chi sia, prevalga l’indifferenza. Questa è la cosa che mi ha colpito di più”.
Due donne seviziate e stuprate, due storie di violenza e paura, subite da parte di sconosciuti o di ex compagni. Sono venute alla luce oggi a Milano, dopo che le vittime hanno fatto denuncia alla polizia. In un caso il responsabile è stato fermato, nell’altro invece i quattro violentatori sono ricercati.
La prima testimonianza è stata raccolta dagli agenti del commissariato Sempione. Una ragazza italiana di 22 anni, nata da genitori tunisini, ha denunciato il suo ex fidanzato, un cittadino marocchino di 30 anni, clandestino e con precedenti per droga e lesioni, B.N., che è stato fermato per spaccio. Ma le accuse della ragazza vanno ben oltre. I due giovani sono stati fidanzati per quattro anni, non senza difficoltà, visto che la ragazza è stata anche costretta ad abortire. Poi lei ha deciso di troncare la relazione. Dando inizio a un incubo.
L’uomo, che non ha accettato la fine del rapporto, ha cominciato a tormentare l’ex fidanzata, prima con un pesante stalking e con le minacce a lei con un coltello puntato alla gola e alla madre: “Le do fuoco dentro il negozio” (la mamma della giovane ha una lavanderia in centro), poi con atti di violenza veri e propri. Botte, sevizie, bruciature di sigarette, cocaina e crack somministrati a forza, fino allo stupro. La 22enne è rimasta segregata nell’appartamento del marocchino per diversi giorni.
Finché, fingendosi disposta a tornare con lui, l’ha convinto a portarla fuori. E, una volta in Tangenziale, si è gettata dall’auto in corsa rischiando la vita e chiedendo aiuto a una pattuglia della Stradale che stava passando. Il suo aguzzino è riuscito a scappare a piedi, ma dopo il ricovero in ospedale per un trauma cranico, la giovane l’ha denunciato e ha indicato alla polizia la sua casa. Dove è stato fermato.
La seconda vittima di violenza è una donna sudamericana di 28 anni, separata e con tre figli. Si trovava su un treno diretto a Novara, verso le 22, partita da poco da Milano. In un vagone deserto si è appisolata (forse anche a causa dei farmaci per l’epilessia che è costretta a prendere) e si è risvegliata con la mano di un uomo che le tappava la bocca e la lama di un coltello puntata al collo. La giovane ha visto quattro uomini, probabilmente nordafricani, due dei quali hanno abusato di lei.
La donna quella sera è tornata a casa, ma il giorno dopo si è sentita male al lavoro ed è stata portata alla clinica Mangiagalli a Milano. Dove ha raccontato a una dottoressa quello che le era successo. Il medico ha riscontrato in lei uno choc talmente forte che in un primo momento ha impedito alla polizia di interrogare la vittima. La 28enne si è poi presentata negli uffici della Squadra mobile per sporgere denuncia. Anche se i segni della violenza non erano più riscontrabili, gli investigatori giudicano la sua testimonianza credibile e hanno chiesto aiuto anche alla Polfer.
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