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Due fermo - immagine tratti dal video ripreso da una delle telecamere della stazione che mostra l'aggressione subita da una donna romena da parte di un ragazzo di 20 anni all'interno della stazione della Metro Anagnina a Roma, sabato 9 ottobre 2010. (ANSA / US CARABINIERI)
Due episodi di cronaca nera hanno colpito l’opinione pubblica negli ultimi giorni. Due casi di violenza accaduti nelle metropoli italiane. A Milano un tassista è stato pestato in un quartiere di periferia per aver investito e ucciso un cane che attraversava la strada. Ora è in coma. A Roma alla stazione Anagnina della metro un giovane di 20 anni dopo una banale lite in coda per acquistare il biglietto ha colpito con un pugno un’infermiera rumena di 32 anni. Uscita dal coma, la donna è in gravi condizioni all’ospedale. Continua


Cosa fa di uno scocciatore in apparenza innocuo un assassino spietato? Ci sono dei segnali per cui allarmarsi? E cosa deve fare la vittima delle molestie (in maggioranza sono donne) per evitare il peggio? “Proprio perché tra lo stalker e la sua vittima c’è o c’è stata una relazione sentimentale, la donna difficilmente è consapevole di essere in pericolo”, spiega Tiziana Terribile, dirigente della Divisione analisi del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, che si occupa tra l’altro di violenza sulle donne.
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Presidio contro la violenza maschile sulle donne a Roma (© Roberto Monaldo / LaPresse)
Una ricercatrice di 32 anni è stata stuprata a Milano, all’uscita dall’ospedale San Raffaele, dove lavora. Erano le 9 di sera. Il San Raffaele, fiore all’occhiello della sanità privata lombarda, si trova praticamente in aperta campagna. E il 75 per cento dei lavoratori dell’ospedale sono donne. La ragazza è uscita sola dal lavoro, è stata aggredita all’improvviso da uno sconosciuto che l’ha sorpresa da dietro, in una strada isolata, nessuna possibilità di reagire, nessuno che sentisse le sue grida d’aiuto. Tradotto: l’incubo peggiore di ogni donna. Continua
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Dalla prostituzione all’accattonaggio, dallo spaccio all’occupazione di case; questo il nuovo ambito di competenza che il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha assegnato ai sindaci per difendere “l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana”. Lo ha annunciato lo stesso ministro in una conferenza stampa al Viminale, dopo aver firmato il decreto (qui il .pdf) che su questi punti dà attuazione al decreto legge sulla sicurezza.
Insomma, secondo il ministro dell’Interno, con i nuovi poteri assegnati dal decreto, i sindaci diventano “protagonisti e non comprimari della sicurezza sul territorio”. Ma i nuovi strumenti avranno anche bisogno di finanziamenti ad hoc, come si è precipitato a chiedere il primo cittadino di Torino, Sergio Chiamparino. E così già a settembre sarà tempo di valutare in che modo i primi cittadini avranno espresso la loro “creatività ” nelle ordinanze consentite dai nuovi poteri loro concessi. Per l’autunno, ha spiegato ancora Maroni, verrà siglata un’intesa con l’Anci (che ha espresso soddisfazione per il decreto) per stabilire, dopo un monitoraggio sui primi risultati, come utilizzare al meglio i 100 milioni di euro che verranno messi a disposizione delle amministrazioni comunali per il 2009. Un primo stanziamento che consentirà di assicurare copertura finanziaria alle iniziative avviate nel frattempo in tema di sicurezza urbana.
Ma ecco in che modo, e in quali settori, i sindaci potranno ora utilizzare i nuovi poteri. Nello specifico, spetterà a loro decidere, visto che come ha spiegato il ministro “noi non siamo un prontuario di interventi sul campo”, ma solo l’ampliamento dei “margini di operatività ”.
Grazie all’input di Maroni, ai sindaci sarà consentito di emanare ordinanze in materie che erano di competenza statale, relativamente a “incolumità pubblica” e “sicurezza urbana”. Con la prima, recita il decreto del ministro dell’Interno, “si intende l’integrità fisica della popolazione”, mentre la sicurezza urbana “è un bene pubblico da tutelare attraverso attività poste a difesa del rispetto delle norme che regolano la vita civile”. Su queste premesse, i sindaci possono dunque intervenire “per prevenire e contrastare le situazioni urbane di degrado o di isolamento che favoriscono l’insorgere di fenomeni criminosi, quali lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, l’accattonaggio con impiego di minori e disabili e i fenomeni di violenza legati anche all’abuso di alcool”. Come ha già fatto a Verona il sindaco Flavio Tosi, dunque, non sarà più necessario contrastare il fenomeno appoggiandosi a stratagemmi quali la multa ai clienti per divieto di fermata, ma si potranno emanare ordinanze mirate per sanzionare chi contratta prestazioni sessuali.
Il sindaco cioè “agirà come ufficiale di governo”, ha detto Maroni, e saranno tenuti ad informare preventivamente dei loro provvedimenti i prefetti, i quali dovranno collaborare per dare attuazione a tali provvedimenti. Nel caso di contrasti fra sindaco e prefetto la situazione dovrebbe essere risolta in sede di comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza. “Noi diamo un margine di operatività ai sindaci con i soli limiti rappresentati dal loro territorio e dalle leggi vigenti”, ha spiegato Maroni.
Che, parlando poi del dispiegamento dei tre mila soldati nelle città d’Italia, si è detto molto soddisfatto di come è iniziata l’operazione: “È la strada giusta per garantire maggior sicurezza ai cittadini e per far capire ai delinquenti che lo Stato c’è e non arretra”. L’accoglienza da parte dei cittdini, aggiunge: “È stata un’ottima e il dispositivo ha dato subito i suoi frutti”. Il ministro ha aggiunto che entro 2/3 giorni il contingente di 3 mila militari sarà interamente schierato ed ha ribadito che tra 6 mesi ci sarà una verifica sul loro operato. “La loro presenza non è lasciata all’improvvisazione ma è definita da protocolli chiari” ha concluso “valuteremo nelle singole città come sono andati i servizi per decidere se continuare o meno l’esperienza di ulteriori 6 mesi”.
Nessuna verifica, men che meno una schedatura, assicura il ministro, è invece in corso sugli agenti in malattia: “Non c’è in corso nessuna operazione a tappeto, come hanno denunciato i sindacati. Non c’è e non ci sarà alcuna schedatura di nessuno” a proposito della denuncia dei sindacati di polizia secondo cui sarebbe stato chiesto alle questure di fornire i dati relativi agli agenti in malattia. “Contrariamente a quanto è stato scritto” ha ribadito Maroni “non è una iniziativa del Viminale ma di una singola questura, quella di Nuoro”.
Smentita infine l’ipotesi, riportata da alcuni quotidiani, che il governo stia pensando a nuove sanatorie per gli immigrati: “Il governo italiano non procederà ad alcuna sanatoria generalizzata”. “Sono stufo di ripetere sempre le stesse cose” ribadisce Maroni “il ‘Patto per l’immigrazione e l’asilo dell’Unione europea’ dice chiaramente che non bisogna procedere con sanatorie generalizzate e noi non lo faremo”. Quanto ai numeri del prossimo decreto flussi, il titolare del Viminale si è limitato a sottolineare che “non possono essere superiori a quelli dell’anno precedente. E comunque” ha concluso “attendiamo risposte dal Ministero del Welfare e poi valuteremo”.
Il VIDEO servizio:
Con i 3000 soldati dispiegati nelle città italiane, è aumentata la vostra sensazione di sicurezza?
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I casermoni popolari di viale Lombardia non ricordano le ville di Ocean drive, né l’antennone della Telecom ha il fascino evocativo della collina di Hollywood, anche perché qui non c’è un James Ellroy che trasformi il degrado in mistero. Eppure, da tempo, Rozzano, 40 mila abitanti alle porte di Milano, ha un soprannome: Rozzangeles. Non certo per le spiagge o i negozi esclusivi, ma per quel senso di insicurezza che si respira in certe zone della metropoli californiana. Sarà per questo che il sindaco Massimo D’Avolio, 42 anni ben portati dentro un giubbotto sportivo, e l’assessore alla Protezione civile Stefano Apuzzo, ex deputato verde, hanno deciso di indossare i panni un po’ rigidi degli sceriffi americani, degli sbirri di L.A. confidential o Clandestino.
E certo in questo cambiamento ha influito la batosta del Partito democratico alle ultime elezioni. Eh sì, perché la giunta rozzanese è targata centrosinistra e il voto amministrativo è previsto nel 2009. Per questo ora la parola d’ordine in città è sicurezza. Declinata in tutti i modi.
Sono in progetto l’associazione Rozzano SiCura, corsi di autodifesa per signore, un’assicurazione contro scippi e rapine in strada per donne e over 70 e un sistema di videosorveglianza collegato alle centrali di vigilanza privata.
Un nuovo corso che non poteva ignorare il forte significato simbolico delle ronde. Così da maggio le notti rozzanesi sono sorvegliate dai “pattuglioni della città ”, squadre di vigili, uomini e donne della protezione civile e i City angels, volontari di strada che da anni bazzicano le zone più pericolose di Milano. Pattuglioni, con tanto di cani al seguito, del tutto simili alle ronde padane della Lega Nord. Ma guai a chiamarle così davanti agli amministratori di Rozzano. Politicamente scorretto pure il termine “ronde democratiche”. Panorama ha seguito l’esordio dei pattuglioni, domenica 4 maggio. Ecco la cronaca.
L’appuntamento è dopo il tramonto all’ingresso di Rozzano. Apuzzo, 42 anni, si presenta su una vecchia Thema con impianto gpl. In auto ha un cappuccio bianco simile a quelli degli attivisti del Ku klux klan. Il cronista si preoccupa, Apuzzo sorride: “È uno di quelli che abbiamo regalato all’ex sindaco di Milano Paolo Pillitteri alla fine degli anni Ottanta perché rifiutò il voto agli immigrati. Ma i tempi cambiano per tutti”. Oggi l’assessore vuole controllare abusivi e rom. L’autoironia diventa antidoto per l’imbarazzo.
Arriva un furgoncino dei City angels, scendono una donna e due uomini con la maglietta rossa dell’organizzazione. Sentono che è in programma uno sgombero di un gruppo di nomadi. La donna, Paola, protesta: “Noi stiamo dalla parte dei deboli, che per ora sono ancora loro”. Apuzzo non ci sta: “I deboli sono le vecchiette che gli zingari scippano”. La prima tappa è nella zona degli orti di via Perseghetto, ripulita dagli abusivi il mese scorso. In un boschetto c’è una baracca con una decina di romeni. All’arrivo del cronista ci sono ancora il capofamiglia, Johan, 42 anni, disoccupato, il figlio Christian, 18 anni, lavavetri ai semafori, una ragazza che allatta un neonato circondata da vigili, carabinieri, uomini della protezione civile. Il sindaco discute con Johan: “Ve lo avevamo detto che non potevate più stare qui”. Quindi, con tono piatto, ripete più volte: “Via da Rozzano”.
Johan ribatte che vuole casa e lavoro. Sembra facile. “Cumpa’ te ne a ì a ccà ”, te ne devi andare di qua, sibila l’assessore Apuzzo. Uno dei volontari gli fa notare che l’uomo è romeno, non napoletano. Apuzzo replica che il dialetto partenopeo è internazionale. La ruspa abbatte le lamiere che circondano la baracca. La scena è illuminata dalla luce di molte torce. I cani abbaiano. I rom spostano una carrozzina e un gioco per bambini che inizia a trillare e lampeggiare. La giovane mamma adesso allatta seduta per terra. L’ordine è di lasciare la zona entro le 7 del mattino e di non farsi più vedere.
“Garantire la sicurezza ai propri cittadini e soprattutto alle proprie cittadine non è una questione ideologica o una risposta fobica ed emotiva alle notizie di cronaca di queste settimane, è un dovere di chi governa” spiega a Panorama il sindaco, un po’ impacciato nel ruolo di sceriffo.
Il lavoro del pattuglione non è finito. È il momento di spostarsi verso il ponte della tangenziale. Sotto vivono in condizioni igieniche disastrose due famiglie. Quando appaiono le ronde democratiche c’è il fuggifuggi. Il più anziano si chiama Stefan, ha 48 anni, accoglie i visitatori con un sorriso sgangherato: “Non siamo mica mafiosi” dice, riferendosi allo spiegamento di forze. Al cronista dice di essere senza lavoro: “Per 5 mesi ho fatto il manovale in un cantiere, ora cerco un altro impiego”. “Mi sa che a te lavorare non piace. Sei sempre davanti al centro commerciale a fare niente” ribatte il sindaco che quel romeno lo ha ben presente.
Anche per loro arriva il foglio di via. Devono sparire entro il mattino. Il sindaco mostra la faccia più determinata che gli riesce: “Voi a Rozzano non dovete più tornare”. “Va bene” ribatte Stefan “verrò solo per incontrare gli amici”. “No. Fatti venire a trovare da loro, fuori dalla nostra città ”. Due giovani carabinieri seguono il pattuglione e commentano: “Il clima è cambiato. C’è più intransigenza”.
A guidare le operazioni per la polizia locale è il vicecomandante dei vigili, Vincenzo LaVecchia. Ha faccia e baffi da film poliziesco anni 70: “A Rozzano scoraggiamo anche chi chiede l’elemosina, sebbene non sia un reato”. Con ottimi risultati. “Per esempio ai semafori sono spariti i lavavetri”. La riscossa è partita nelle scorse settimane. E ha molti padri. Tra questi c’è anche Luigi, capelli candidi e occhi azzurri. È lui che con altri operai ha scoperto che una delle ruspe del comune era finita nel campo nomadi di via Chiesa Rossa, al confine con Rozzano. E l’ha fatta recuperare dalle forze dell’ordine. “Da soli non avremmo potuto farlo. C’è da aver paura anche solo a fermarsi là , hanno le vedette e sono aggressivi”.
I rom, però, non sono la sola emergenza cittadina. Anzi, il problema più serio sembrano gli italiani. Il 40 per cento dei residenti di Rozzano abita in centro, nelle case popolari Aler. E i giardinetti di via Magnolie sono quasi off limits pure per il pattuglione. Sono circondati da una corona di palazzi alti dieci piani, tutti uguali: quando arrivano le divise, le luci degli appartamenti si illuminano e dalle finestre spuntano molte sagome. Sotto i ragazzi, boss in erba, si compattano e squadrano minacciosi i nuovi arrivati. Un vigile viene bersagliato da insulti, il più gentile è “pinguino”. Un giovanotto grida: “Viva Totò Riina”. Il padrino abita poco lontano da qui, nel carcere di Opera.
Il sindaco (che presenzia a tutti gli sgomberi degli occupanti abusivi delle case popolari) e i suoi uomini preferiscono non incrociare lo sguardo dei ragazzi. Apuzzo parla con Renato Porciello, presidente del nucleo della Protezione civile: “Poco per volta dovremo avvicinarli e fargli capire che questo non è il loro territorio. Le regole valgono per tutti”.
Donato, un altro volontario, consiglia al cronista di non fissarli: “Vivo qui e quando nel mio palazzo abbiamo protestato perché una signora si era allacciata abusivamente alla rete elettrica, alcuni vandali hanno distrutto l’atrio del palazzo e hanno rigato le nostre auto”.
È quasi l’ora di andare a dormire e il sindaco lancia l’ultimo messaggio: “Vogliamo che gli uomini e le donne del pattuglione siano presenti negli uffici postali quando gli anziani ritirano la pensione, nei parchi e nei quartieri Aler dove pochi bulli e malviventi tengono in scacco una maggioranza di persone oneste e lavoratrici”. Questa volta sembra convinto. Si capisce che la parte dello sceriffo democratico inizia a piacergli.
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Una condanna all’ergastolo per omicidio. Che è qualcosa di più: se il movente ipotizzato dai pm verrà recepito nelle motivazioni della sentenza, gli omicidi diventano due. Vent’anni dopo essere stato assolto dall’accusa di aver ucciso il figlio, ieri Bruno Lorandi è stato riconosciuto colpevole dalla corte d’assise di Brescia della morte della moglie Clara Bugna, di 53 anni. Ma la decisione dei giudici, che ha accolto per intero le richieste del pubblico ministero, suona come una doppia condanna, perché i due delitti sono indissolubilmente legati.
Cristian Lorandi, 10 anni, viene ucciso sul Monte Maddalena il 28 aprile 1986. Fu trovato strangolato con un fil di ferro. Il padre del bambino, marmista di Nuvolera che oggi ha 59 anni, venne accusato dell’omicidio e di aver depistato le indagini, ma è stato assolto per insufficienza di prove in tutti e tre i gradi di giudizio. Negli ultimi vent’anni marito e moglie hanno continuato a convivere, all’ombra del dolore per la perdita del figlio. Ma Clara Bugna, che diceva di credere nell’innocenza di Lorandi, portava un altro peso: non si era rassegnata e voleva trovare la verità sulla morte di suo figlio.
È la tesi del pm Antonio Chiappani. Clara era diventata il primo e più implacabile giudice del marito. Un giudice sempre presente, che vedeva ogni giorno, il cui sguardo era impossibile evitare. Così per vent’anni. Parlava sempre di Cristian, teneva le sue foto appese alle pareti, aveva conservato intatta la sua cameretta. E aveva dichiarato ad alcuni giornali di voler far riaprire le indagini alla luce delle nuove tecniche investigative. Secondo l’accusa, Lorandi a un certo punto non ha più retto e ha eliminato la persona che poteva portare alla luce il suo segreto. Ha ucciso la moglie nello stesso modo di Cristian, strozzandola con una cinghia, e ha poi inscenato l’intrusione di un estraneo, depistando le indagini ancora una volta.
La mattina del 10 febbraio 2007, l’ultimo giorno di lavoro di Bruno Lorandi prima della pensione, Clara Bugna è stata trovata morta nel salotto di casa. All’inizio si parlò di suicidio, ma due settimane dopo il marito venne arrestato con l’accusa di omicidio volontario premeditato. Accusa diventata condanna ieri, dopo un processo tutto indiziario, cioè costruito su una serie di indizi (anche gravi) ma senza una vera prova. “È stato un processo a senso unico, ora cercheremo di far valere le nostre ragioni in appello”, ha dichiarato il difensore Alberto Scapaticci.
Mentre Lorandi ha detto ai giudici: “Quella mattina a Clara ho dato l’ultimo bacio quando era ancora a letto. Credo nella giustizia, che venga la verità almeno per mia moglie, perché io per 43 anni non sono mai stato un giorno senza vederla e adesso è un anno e mezzo che non la vedo, e otto mesi che sono chiuso in cella e vorrei almeno sapere perché”.
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Di Carmelo Abbate
Via le prostitute dalle strade, calci nel sedere a chi occupa case o chiede l’elemosina; fedina penale immacolata e 730 alla mano per chi chiede la residenza. Quando, fino a pochi mesi fa, nei consigli comunali arrivavano quelli della Lega con richieste come queste, sindaci e assessori soprattutto di sinistra non nascondevano risatine di scherno. E nei salotti o nei convegni preferivano discettare di integrazione, multiculturalismo, globalizzazione, terzomondismo pacifista.
Così, davanti all’iniziativa di due giovani primi cittadini del centrodestra, Flavio Tosi di Verona e Pietro Vignali di Parma, che cercavano di coinvolgere i colleghi delle città del Nord in un documento con specifiche richieste in tema di sicurezza da indirizzare al governo di Roma, rispondevano con mezzi sì e mezzi no.
Poi sono arrivati i risultati elettorali e all’improvviso i telefoni di Vignali e Tosi hanno preso a squillare. Vengo anch’io! Firmo anch’io! Risultato: il 18 aprile 16 sindaci delle medie città italiane del Nord (Parma, Verona, Cremona, Pavia, Belluno, Mantova, Treviso, Padova, Asti, La Spezia, Alessandria, Novara, Modena, Lodi, Como, Piacenza) hanno approvato un documento con il quale chiedono al governo misure ben precise in fatto di sicurezza.
Ne hanno abbastanza di dover ricorrere al Codice della strada per combattere la prostituzione. Vogliono più poteri della multa per divieto di fermata. Ne hanno abbastanza di essere costretti a dichiarare pericolante un immobile occupato per poterlo sgomberare. Vogliono mettere l’elmetto e ripulirlo per motivi di ordine pubblico. E ne hanno abbastanza di ritrovarsi nuovi residenti che non si capisce da dove vengono e che cosa pensano di fare per guadagnarsi da vivere. Vogliono aprire le porte solo a chi ha un reddito minimo e la fedina penale pulita. E vogliono inoltre più mezzi e soldi per le forze dell’ordine, per impianti di illuminazione e videosorveglianza. E nuovi poteri per la polizia municipale.
Ma più di tutto chiedono certezza della pena: galera. Ne hanno le scatole piene di donne stuprate, topi e balordi negli appartamenti e ubriachi al volante che ammazzano a destra e a manca. Soprattutto quando si tratta di gente che è già stata arrestata 15-16 volte per lo stesso reato.
Lo spirito dell’iniziativa, che vede coinvolti primi cittadini di tutti gli schieramenti politici, è bipartisan. Un aspetto che nessuno dimentica di sottolineare. “I sindaci di sinistra si sono accorti che la solidarietà non basta più” dice Pietro Vignali, del Pdl. “E quelli di destra che la sicurezza passa anche per l’inclusione sociale e non solo per il rispetto delle regole. È proprio questa sintesi l’elemento di forza del nostro documento”. Processo che è stato favorito non poco dal risultato uscito il 13 aprile dalle urne. Che ha fatto venire allo scoperto molti sceriffi a sinistra. Tra questi il sindaco Pd di Modena, Giorgio Pighi, che tirato in ballo mostra le medaglie sul petto: vicepresidenza del Forum europeo sulla sicurezza urbana, ordinanze per sgombrare accattoni e lavavetri dai luoghi pubblici, spray al peperoncino e manganello in dotazione alla polizia municipale, e soprattutto la concezione della sicurezza come “condizione essenziale per la fruizione dello stato sociale, per la fruibilità della città ”.
Il linguaggio non sarà ancora da camicia verde, ma la strada è quella.
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Violenza, per le donne, fa rima con silenzio. Secondo l’Istat, nel 2006 sono state 1 milione e 150 mila quelle che hanno subito stupro e botte (il 5,4% del totale). Nel 62,4 per cento dei casi l’aguzzino era il partner o una persona conosciuta, se si considerano le violenze sessuali la percentuale sale al 68,3 per cento, mentre per gli stupri fino al 69,7 per cento. Ma il dato più allarmante è un altro: solo il 4 per cento denuncia i maltrattamenti subiti.
Proprio perché il nemico dorme nello stesso letto della vittima, molestie, calci e pugni restano inconfessati. Nonostante le associazioni che aiutano ad affrontare queste situazioni e nonostante le linee telefoniche dedicate. C’è però un canale grazie al quale emergono storie e denunce che altrimenti nessuno conoscerebbe. Su forum, blog o “sportelli telematici” molte donne, rassicurate dall’anonimato e facilitate dall’immediatezza della comunicazione, trovano il coraggio di esporsi e chiedere il sostegno di psicologi e consulenti. In alcuni casi semplicemente i consigli delle altre utenti.
Le parole sono quelle di chi non confesserebbe mai di essere vittima di violenza a un amico, a un parente e neppure a un medico. Un certo numero di questi post, avvertono gli esperti, sono frutto di fantasia. Ma la maggior parte sono vere richieste di aiuto. Il moderatore del forum di “Tribù-Mensile di sopravvivenza studentesca” chiede di raccontare esperienze di abusi e molte ragazze rispondono con racconti personali. Su “Girl power”, portale frequentato dalle giovanissime, sul sito dell’Associazione di volontariato Prodigio, su quello del Cesap (Centro studi abusi psicologici) e anche su “Answers” di Yahoo le utenti parlano dei soprusi e ricevono decine di consigli. Firdhaus invece ha dedicato un blog alle donne maltrattate.
“Al nostro counseling online, nato l’8 marzo 2007, arrivano molte e-mail che confessano abusi di questo tipo”, dice Stefania Bartoccetti, presidente di Telefono Donna. “È uno strumento scelto da chi non se la sente di parlare al telefono o riesce a mettere a fuoco meglio per iscritto le proprie sofferenze. La lettera inoltre lascia una traccia della risposta dei nostri esperti che dà una maggiore sicurezza rispetto alla telefonata. I dati ci dicono che le donne denunciano di più ciò che subiscono e la comunicazione le aiuta. Ma se la giustizia non va di pari passo, infliggendo pene certe a chi le maltratta, si rischia di tornare indietro”.
Anche Maria Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, legge una decina di messaggi al giorno con denunce di botte o prevaricazioni. “Figlie che parlano del calvario sopportato dalle loro madri, ragazze che si chiedono se lo schiaffo ricevuto dal fidanzato sia solo una manifestazione di gelosia ‘positiva’, amiche, zie, parenti di donne abusate. Anche se spesso chi parla per conto terzi, in realtà parla di sé”, spiega. “Scrivono perché hanno meno timore di essere riconosciute e possono avere con noi un approccio più soft. È come se mettessero davanti a sé una sorta di schermo protettivo, che noi piano piano cerchiamo di oltrepassare, ottenendo il contatto successivo”.
L’esperienza di chi sta dall’altra parte dello schermo e risponde alle e-mail parla chiaro. “Molte persone cominciano descrivendo altro, stati d’ansia o depressione”, dice Eliana Ottolina psicologa clinica di Telefono Donna. “Lentamente le aiutiamo a prendere coscienza del vero problema, a fare emergere fatti che senza il dialogo via mail resterebbero sommersi”. Chi scrive allo sportello virtuale? “Signore di mezza età , sposate da 30 anni che non riescono a dormire. Poi tra le righe viene fuori che il marito alza le mani su di loro. Oppure giovani mamme separate, segregate e sottomesse da un padre padrone. Nella maggior parte dei casi il contesto è di una normalità disarmante e l’uomo violento non beve, è un professionista con un lavoro stabile e un’istruzione medio-alta”.
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