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violenza

Il G8 degli altri. Black bloc: quel che resta del movimento

Noglobal in azionel

Dal G8 di Genova a quello dell’Aquila sono trascorsi 8 anni (il 20 luglio è l’anniversario di quello in Liguria), ma per no global e forze dell’ordine sembrano trascorsi decenni.
I primi, colpiti da indagini e arresti, numericamente non sono più quella marea nera che incendiò Genova (nonostante gli episodi di guerriglia di questi giorni e in attesa della manifestazione nazionale anti G8 dell’Aquila del 10 luglio); le seconde hanno imparato a rispondere in modo chirurgico dopo gli errori e le violenze del passato (vedere il riquadro a pagina 26). Panorama ha ricostruito la nuova mappa degli antagonisti.
Cattivi maestri
A Genova la guerriglia era guidata dagli anarcoinsurrezionalisti del Nord Europa, i black bloc originali. A Roma, Vicenza e Torino, per citare alcuni degli ultimi scontri, gli stranieri erano meno e male organizzati (sono stati fermati, tra gli altri, spagnoli, svedesi, francesi, argentini e polacchi). Dalle piazze sono sparite eterodiretti da vecchi arnesi dell’Autonomia.
Il confronto fra i Black bloc a Genova nel 2001 e i manifestanti di Torino. pure le tifoserie, anch’esse protagoniste negli scontri del 2001 e da due anni sempre meno impegnate politicamente. Adesso il testimone della protesta violenta è passato agli studenti universitari dell’Onda, eterodiretti da vecchie conoscenze dell’Autonomia e della disobbedienza veneta. Nella capitale Panorama, il 7 luglio, ha ascoltato l’arringa nell’Università La Sapienza di Paolo, capelli brizzolati, 45 anni, leader dei Blocchi precari metropolitani (i Bpm, presenti anche a Vicenza negli scontri): annunciava violazioni di zone rosse, in un clima già surriscaldato (davanti al rettorato ragazzi di due diversi centri sociali sono venuti alle mani). Gli studenti romani sono stati blanditi, dopo il fermo di 36 di loro e 10 arresti, anche dai rappresentanti dei Sindacati di base, decisamente agée per la platea.
A Vicenza e Torino a guidare gli studenti sono stati invece personaggi come Max Gallob, 36 anni, uno dei leader dei Disobbedienti del Nord-Est, arrestato lunedì 6 per gli incidenti del maggio torinese. Gli attivisti più radicali (anarchici e marxisti) sono 150 a Milano, altrettanti a Torino, un centinaio a Roma e nel Nord-Est, da Vicenza a Trieste, 50 a Genova.
Guerra telegenica
Nel capoluogo ligure il numero dei violenti che parteciparono agli scontri era di gran lunga superiore a quello dei giovani che scendono in piazza oggi. Un rapporto di 1 a 10 (circa 3 mila a Genova, non più di 300 a Torino). Allora i black bloc fecero impazzire le forze dell’ordine con attacchi mordi e fuggi e le tute bianche di Luca Casarini provarono a sfondare la zona rossa con caschi, scudi di plexiglas e protezioni. Oggi bianchi e neri (forse per esigenze numeriche) non sono distinguibili nei cortei, anche perché i veri black bloc stanno disertando le piazze. I Disobbedienti (o No logo), invece, non abdicano e insieme con gli studenti dell’Onda hanno sviluppato con tocco scenografico il loro wargame, come hanno dimostrato a Torino e Vicenza: gli scudi hanno immagini di Barack Obama, gli striscioni sono stati rinforzati e dotati di feritoie all’altezza degli occhi. Cercano il confronto con le divise (oltre alle telecamere) e studiano fino a dove possono spingersi. Le armi sono fumogeni ed estintori, ma le forze di polizia hanno sequestrato anche centinaia di biglie di metallo (per le fionde), mazzette, pietre e bottiglie. Le tute bianche sono state sostituite da giacche a vento nere in serie (deve esserci un merchandising anche per quelle).
Negli zaini maschere antigas, limoni, acqua e un farmaco per lenire il fastidio causato dai lacrimogeni. Rispetto al passato sono sempre più numerose le ragazze impegnate in prima linea. Per esempio Cecilia, la ventitreenne arrestata per gli scontri di Torino e fotografata mentre assalta senza timore la polizia.
Rivoluzionario di professione

I giovani antagonisti al posto della generica lotta alla globalizzazione oggi preferiscono concentrarsi su battaglie più concrete: la scuola, la repressione e le carceri, l’antifascismo, gli immigrati e il pacchetto sicurezza. Fioriscono le campagne sociali sul territorio (contro l’alta velocità o la base militare di Vicenza). A Milano sta fermentando la protesta contro l’Expo e la “cementificazione “. Le azioni diffuse (magari contemporaneamente in più città) hanno sostituito le manifestazioni oceaniche. L’ideologia prevalente di chi scende in piazza è quella legata all’autonomia di classe e alla “disobbedienza” e al rispetto delle sole regole condivise. Idee che animano il movimento studentesco dell’Onda e i Cua (Collettivi universitari autonomi).
I luoghi di ritrovo sono facoltà e centri sociali come l’Askatasuna nel capoluogo piemontese, il Crash di Bologna, il Pedro di Padova, il Vittoria di Milano, l’Insurgencia di Napoli, l’Esc, l’Horus e l’Acrobax di Roma, i centri della riviera adriatica. Questo arcipelago ha trasformato la disobbedienza e la lotta in un marchio, come dimostra lo Sherwood festival, kermesse padovana dove suonano gruppi di richiamo come i Subsonica o gli Afterhours (che si sono esibiti a Sanremo) e gli stand da festa dell’Unità sono stati sostituiti dalle insegne “lounge bar” con luci soffuse. Sugli scaffali si trova in vendita persino “il caffè del rebelde”, che trasforma in affare i legami con il Chiapas messicano. Intorno ai centri sociali del Nord-Est sono cresciute realtà cooperative come Città invisibile o Caracol. Presidente di quest’ultimo è uno dei fondatori del Pedro.
Molti dei centri sociali in auge nel 2001 si sono trasformati in “concertifici”, dall’Officina 99 di Napoli al Leoncavallo di Milano. Però non tutte le realtà sono sedotte dal business. Alcune prediligono la militanza dura, come il Gramigna di Padova, la Fucina o la Panetteria Okkupata di Milano. Diversi estremisti del Partito comunista politico militare (la sigla eversiva attiva sull’asse Torino-Milano-Padova) condannati a giugno per terrorismo cercavano di fare proselitismo in questi centri. A Roma la situazione è più compartimentata: l’eversione è meno movimentista e preferisce operare nell’ombra, in stile vecchie br. Come ha confermato l’arresto di giugno del presunto terrorista Luigi Fallico insieme con altri quattro. Insomma, disarticolato il Pcpm, per gli esperti non c’è un rischio serio di saldatura tra piazza e lotta armata.
Anarcoinsurrezionalisti
I grandi assenti nelle ultime proteste di piazza sono stati gli anarcoinsurrezionalisti.
Dal 2001 i loro rapporti con la galassia marxista-leninista sono peggiorati e a Bologna i due gruppi si sono scambiati persino raid squadristici. Inoltre le tute nere doc sono state colpite da arresti e denunce in tutta Italia, anche se la struttura informale e fluida dell’organizzazione ha scongiurato le retate (riuscita solo nel caso delle Cellule di offensiva rivoluzionaria pisane). Per questo si sono quasi inabissati e la loro area resta la più imperscrutabile. Ora gli investigatori per il G8 temono nuove campagne (legate soprattutto ai temi della sicurezza, dalle ronde ai centri di permanenza) e l’invio di pacchi bomba come a Genova. Ultimi veri attentati riconducibili agli anarcoinsurrezionalisti sono i tre ordigni esplosi a Torino nel marzo 2007. Da tempo sono sotto osservazione alcuni centri di documentazione, in particolare nelle loro capitali, Bologna (Fuoriluogo) e Torino (Porfido).
In Lombardia la situazione è in movimento, visto che sta crescendo una nuova rete intorno a Radio Cane e alla rivista Nonostante Milano. Se Roma è una realtà meno organizzata, attrae anarchici di altre città, da Viterbo a Lecce, a Teramo. A Genova l’Inmensa (intorno a cui si raccolse la protesta più dura del G8) ha chiuso ed è stato soppiantata da un paio di centri di documentazione: il Gagarin (ex Borgo rosso: uno degli animatori è stato arrestato recentemente con l’accusa di terrorismo), d’impronta marxista-leninista, e il Doppio fondo, di matrice anarchica. Neppure i genovesi sembravano intenzionati a trasferirsi in massa all’Aquila per il 10 luglio. Preferiscono agire in città, perché dal 2001 sono passati 8 anni ma sembra un secolo.

Il grido della scrittrice Randa Ghazy: “Troppi casi di razzismo in Italia. Ignorati dai media”

immigrati
Randa Ghazy è una scrittrice italiana di ventidue anni. Nata a Saronno da genitori di origini egiziane, ha esordito quindicenne con Sognando Palestina e la sua ultima pubblicazione è Oggi forse non ammazzo nessuno. Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista. Panorama.it l’aveva già incontrata parlando di integrazione lo scorso anno. Alcune settimane fa suo padre è stato aggredito a Limbiate (MI), per un parcheggio, da una famiglia brianzola che gli ha urlato “tornatene al tuo paese”. Con l’amarezza ancora in corpo, Randa sottolinea la preoccupante deriva xenofoba verso cui l’Italia sembra andare.

di Randa Ghazy
31 maggio 2009. Mohamed Ba, artista senegalese a Milano da molti anni, viene accoltellato senza motivo da un uomo mentre è alla fermata dell’autobus. Prima al collo, poi all’addome. Prima di andarsene l’aggressore gli sputa addosso.
22 giugno 2009. Mio padre viene aggredito da una famiglia brianzola, padre madre nonna nonno e giovane figlio, che lo prende a calci e a bastonate per un parcheggio, urlandogli “tornatene al tuo paese”, rompendogli due costole e fratturandogli una vertebra.
30 giugno 2009. Alla fermata dell’autobus, a Bari, Mohamed Abdi Nasir, un rifugiato politico somalo e presidente dell’associazione Comunità Somalia, viene selvaggiamente picchiato da un autista dell’Amtab, non identificato. L’aggressore lo apostrofa con epiteti razzisti e gli nega l’accesso all’autobus, colpendolo con una sequela di pugni al volto, provocandogli varie e gravi lesioni facciali, con fratture allo zigomo sinistro, al setto nasale e al seno mascellare.
2 luglio 2009. Un uomo congolese, rifugiato politico, viene aggredito a Roma da tre uomini, colpito alla testa con una bottiglia, mentre fa volantinaggio. “Sporco negro, dovete tornare a casa vostra, noi facciamo la volontà del governo”.

Ma volete sapere la cosa peggiore? Gli abitanti della zona hanno visto l’aggressione al ragazzo congolese, eppure nessuno parla. Gli aggressori rimangono ignoti. Mohammad Ba non è stato soccorso. È rimasto a terra, sanguinante e quasi in fin di vita, e le persone ferme ad aspettare il bus con lui non solo non l’hanno soccorso, ma sono anche scappate, facilitando la fuga dell’aggressore, anche lui ignoto. Mohammad ha aspettato un’ora prima di riuscire a fermare il traffico strisciando in mezzo alla strada e a farsi soccorrere.
C’erano testimoni mentre mio padre veniva picchiato. Nessuno parla.
Testimoni sul caso di Bari, zero. Abdi Nasir è stato soccorso solo dopo un po’, da due passanti.

Ci sarebbero molti altri casi. Quasi tutti ignorati dalle televisioni e dai giornali perché il sangue di uno straniero, si sa, vale meno di quello di un italiano. È un po’ come la vecchia legge di McLurg.
Questo non toglie agli stranieri, agli immigrati, agli italiani come mio padre la voglia, la dignità e l’orgoglio di vivere qui e lavorare sodo per garantire a se stessi e alla propria famiglia una vita decorosa.
Questo toglie civiltà all’Italia. Le toglie umanità. Le toglie amor proprio, la deforma, la rende mostruosa, pericolosa, indegna.
È giunto il momento che quegli italiani che non sono sensibili a pulsioni razziste, xenofobe, reazionarie, alzino la mano, si contino, si oppongano alla barbarie, si rifiutino di essere presi per omertosi, indifferenti, insensibili, lobotomizzati dalla televisione.
Se questi sono la maggioranza, come credo, come spero, la loro protesta condizionerà, per forza di cose, l’agenda politica.
Sarà un segnale a chi detiene il potere, un po’ come dire “non tirate troppo la corda. Ci rifiutiamo di diventare dei mostri. Risolvete la crisi. Offriteci servizi dignitosi. Non scaricate le colpe sui deboli, sugli stranieri, sugli indifesi”.
Se non accadrà, continuerà a succedere quello che succede ora.
Passa un decreto legge che massifica e umilia migliaia di lavoratori tenaci catalogandoli tutti come criminali, lavoratori che, pur entrati irregolarmente sul suolo italiano, lavorano alacremente nella speranza di essere regolarizzati, contribuendo alla produttività del paese.
Passa un linguaggio politico involgarito, barbaro, con ministri che si permettono di dire “Con i clandestini bisogna essere cattivi“. Non severi. Non rigidi. Cattivi.
Passa un europarlamentare che spruzza disinfettante nei treni quando vede salire delle ragazze nigeriane, e passa un altro ex ministro che riferendosi al diritto di voto affermò “Ma per favore. Dare diritto di voto a dei bingo-bongo che fino a ieri stavano sugli alberi”.
Non perdonerò mai gli aggressori di mio padre. Ma non perdonerò mai nemmeno i miei concittadini, se continueranno ad accettare la deriva razzista in cui sta languendo il nostro paese.

Una linea verde per i minori scomparsi. Nel 2008 sono stati 1.330

Numero unico europeo 116-000

In crescita costante, dagli anni ‘90 ad oggi, il numero dei minori scomparsi. A certificarlo, i dati del ministero dell’Interno: 1.330 (332 dei quali italiani) nel 2008. In grande aumento rispetto ai 510 del 2007. L’ultimo caso, fortunatamente sventato, è datato proprio 24/25maggio. Quando cinque nigeriani, tre uomini e due donne hanno tentato di sequestrare una bambina napoletana di 11 anni, forse oggetto del desiderio di un piccolo boss locale della comunità immigrata. I cinque sono stati arrestati a Napoli dagli agenti dell’Ufficio prevenzione generale della Questura di Napoli. Bloccati dai familiari della bambina, hanno rischiato il linciaggio della folla prima di essere portati via dalle forze dell’ordine.
Un aiuto per rintracciarli da oggi arriverà anche tramite il numero unico europeo 116-000, la linea verde dedicata ai bambini scomparsi. L’iniziativa (qui il protocollo d’intesa) è stata presentata oggi al Viminale dal ministro Roberto Maroni e da Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, l’Associazione che gestirà la linea telefonica grazie a un protocollo d’intesa siglato oggi con il ministro. “L’iniziativa di oggi” ha spiegato Maroni “conferma il grande impegno del ministero e del governo a tutela dei minori, accendendo un faro sui cosiddetti bambini ombra, quelli che scompaiono”. Si tratta di un fenomeno, ha proseguito il ministro, “che nasconde spesso l’odioso crimine dello sfruttamento dei minori”.
L’incremento senza sosta del numeri dei piccoli spariti è riconducibile ai mutamenti socio economici degli ultimi anni e, in particolare ai flussi migratori: i minori scomparsi, e ancora da rintracciare, dal 1974 al 30 settembre 2008, in Italia sono 9.802, di cui 1.722 italiani e 8.080 stranieri.
Il numero verde 116.000 - di cui Telecom Italia ha fornito la tecnologia - viene avviato simultaneamente oggi, oltre che in Italia, in altri nove Paesi europei. Il lancio della linea sarà accompagnato da una campagna di comunicazione per informare genitori e bambini sull’esistenza del servizio. La campagna, ha sottolineato Maroni, “partirà dopo le elezioni, perchè le normative ci impediscono di farlo prima, ma fosse dipeso da me sarebbe partita subito”. Il ministro ha anche ricordato che “nel ddl sicurezza che verrà approvato nelle prossime settimane sono contenute alcune norme a tutela dei bambini, come l’introduzione del reato di sottrazione e trattenimento del minore all’estero e pene severe per chi sfrutta i minori nell’accattonaggio”.
Il numero verde è attivo 24 ore su 24; risponderanno alle chiamate operatori adeguatamente formati per gestire queste segnalazioni. Il servizio è organizzato in una centrale operativa collocata presso la sede di Palermo di Telefono Azzurro. Il 116.000 ha detto il presidente dell’Associazione, “non è soltanto intervento in emergenza, ma è anche prevenzione. Sul sito che da oggi è attivo in Italia, www.116-000.it, i genitori, i bambini e gli adolescenti possono trovare informazioni utili a comprendere questo fenomeno e, cosa ancora più importante, suggerimenti utili a prevenire il verificarsi di queste drammatiche situazioni”. Ma perchè il numero sia veramente efficace, ha aggiunto Caffo, “c’è bisogna di una comunità attenta, solidale e sensibile ai diritti dei bambini e degli adolescenti; c’è bisogno di rompere il muro dell’indifferenza e il timore di esporsi. L’auspicio è dunque che i cittadini italiani siano opportunamente sensibilizzati e siano pronti a cogliere tutti quegli elementi che possono essere utili a ritrovare un bambini, segnalandoli a questo servizio”.

A Torino prove di guerriglia: dove vuole arrivare il nuovo movimento

Scontri a Torino tra polizia e studenti per il G8 dell'Università

Il leader della rivolta è uno studente con un volto duro e affilato che sembra uscito dai fumetti di Andrea Pazienza. La serata è fresca, i “compagni” elettrizzati: il giorno successivo è previsto a Torino il corteo contro il cosiddetto G8 dell’università. Ma gli intendimenti sono più alti: “Il sistema è malsano, lottiamo contro la Tav, per la Palestina, a favore dei migranti”. E soprattutto “contro i fascisti”. Ne incontrate tanti? “La nostra università è piena”. Lampo di rabbia. “Non siamo violenti” spiega il giovane, già condannato per aggressione alle forze dell’ordine, “ma, se la polizia ci provoca, di certo reagiamo”. Come sarebbe finita sembrava già scritto. L’epilogo di guerriglia urbana era già palpabile dopo i primi passi del corteo.
Alla manifestazione dell’Onda anomala il colore che si nota di più è un mesto nero. Pochi passi e dal gruppone si sfilano gruppetti di ragazzi con il volto coperto: imbrattano, una dopo l’altra, le colonne color crema dei portici con simboli e scritte anarchiche. Qualche centinaio di metri dopo qualcuno comincia a riempirsi le tasche di cubetti di porfido.
I contenuti sembrano fiacchi. Negli slogan i riferimenti all’università sembrano accessori. Ben più partecipati sono gli insulti a poliziotti e governanti. L’Onda pacifica e propositiva, quella che in autunno aveva scosso gli atenei, a Torino non emerge. Nascosta dietro le nostalgie ideologiche e i metodi della parte “dura e pura” del movimento.
A sassaiola finita gli organizzatori torinesi che si ritrovano davanti all’università sembrano paghi. Quasi in tempo reale il loro blog ufficiale riferisce trionfante il successo di una manifestazione con 24 agenti feriti e due studenti arrestati: “L’Onda perfetta”. Una marcia “determinata e convinta, che ha raggiunto la sede del summit, senza dimenticarsi di colpire i simboli della crisi (banche e agenzie del lavoro), per tentare di sfondare il muro di un esercito frapposto tra i propri bisogni e le autorità di un’università che di sostenibile non ha assolutamente nulla”.
Dietro questa perfezione c’era il Cua, il collettivo universitario autonomo che anima l’Onda anomala torinese. Sono stati loro le menti dei tre giorni di dissenso. Una cinquantina di studenti, centinaia di simpatizzanti, benvoluti da estrema sinistra e parte del mondo accademico, un apparentamento con il centro sociale Askatasuna. Il Cua non partecipa alle elezioni studentesche “perché sostiene una pratica politica dal basso e autorganizzata” al motto di “autonomia, sapere e conflitto”.
Comincia a farsi conoscere nel maggio 2007. Si scatena durante un volantinaggio del Fuan, cercando di impedirlo; fumogeni, bacheche rovesciate e lanci di uova. Davanti alla polizia gli autonomi reagiscono. Tre di loro vengono arrestati per violenza, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Chiede la loro scarcerazione una decina di docenti torinesi, tra cui Gianni Vattimo, candidato alle europee con l’Italia dei valori. Lo scorso febbraio i giovani vengono condannati a 11 e 12 mesi.
Oltre ai “fascisti”, un altro nemico oggetto di plateali dimostrazioni è Israele. Il collettivo, un anno fa, tentò di boicottare la Fiera del libro di Torino, che l’aveva invitato come paese ospite. Nel 2005 aveva contestato una docente ebrea, rea di aver chiamato per una lezione di economia il diplomatico israeliano Elazar Cohen.
Nel marzo 2009 si fanno notare per altri scontri con la polizia. Nell’atrio dell’ateneo alcuni militanti di Azione universitaria cercano di allestire un banchetto di firme per le elezioni studentesche. Gli autonomi si oppongono. Intervengono gli agenti. Qualcuno lancia una bomba carta (”macché: era un petardone” minimizzano): tre agenti della Digos restano feriti. Un militante di Askatasuna viene arrestato.
Più goliardici sono stati una decina di giorni fa, quando hanno “sequestrato” il rettore, Ezio Pelizzetti, dopo aver bloccato il suo ufficio. Al magnifico viene imputata la decisione di chiudere l’università per il timore di disordini, “adducendo fantasmagorici allarmi sicurezza e motivi di ordine pubblico” recita un comunicato firmato dall’Onda anomala di Torino. Qualche ora dopo agli studenti è stato concesso l’uso della palazzina Aldo Moro, accanto alla sede centrale dell’università.
“Purtroppo c’è una solidarietà accademica nei loro confronti pericolosa e poco costruttiva: in pratica possono fare quello che vogliono” lamenta Augusta Montaruli, 25 anni, laureanda in giurisprudenza, reponsabile di Azione universitaria a Torino. È chiamata “fascista”, è la più detestata dagli autonomi. Sospira: “Hanno bisogno di avere un nemico. Li esalta lo scontro, il conflitto. Si sentono eroi”.
Vattimo, camicia azzurra e cravatta rossa, appare per un fugace saluto poco prima della partenza del corteo. “A me sembrano solo bravi ragazzi che reagiscono alle provocazioni. Ora quest’altra intollerabile trovata del G8 dei rettori. La tensione sociale cresce pericolosamente. Io piuttosto sono stupito dalla mansuetudine di questi studenti”. Poco distante un dirigente della polizia compendia: “Fra di loro ci sono i dialoganti e i facinorosi. Ma vanno di certo tenuti d’occhio”.
Alla fine del corteo, soddisfatta e dialogante sembra Dana Lauriola, del Cua, 27 anni, che fa un po’ da portavoce dell’Onda anomala torinese, capelli rossi e piercing al labbro. Lamenta il taglio di fondi e l’ingresso dei privati nell’università, la crisi globale, la precarietà e la violenza delle istituzioni: “Abbiamo lanciato il segnale che il movimento non è morto. Oggi migliaia di persone lo hanno dimostrato. Torneremo a farci sentire. Sarà un autunno di lotta in tutti gli atenei italiani”.
Appagato dagli esiti di questo controsummit è pure Simone Rubino, anch’egli del Cua, studente di scienze a Torino: “Abbiamo fatto tutto quello che ci eravamo prefissi, i blocchi stradali, i cortei, la contestazione ai rettori per impedire loro di entrare nella Mole Antonelliana. E anche con le forze dell’ordine abbiamo manifestato il nostro dissenso”. Cioè? “La polizia doveva capire che non abbiamo paura di loro. Del resto il concetto di violenza in senso stretto è superato: la vera violenza è del capitalismo, che ha prodotto devastazione e illibertà”. Sintetizza dunque il manifesto: “Siamo un movimento studentesco, non studentista. Abbiamo interessi vasti”.
Rubino fa parte di Askatasuna. Il centro sociale occupa una bella palazzina di tre piani color mattone a qualche centinaio di metri dall’università. Molto attivi, raccolgono un certo consenso tra studenti e gente del quartiere. Organizzano affollati concerti, qualche cena popolare e corsi di pugilato nella palestra Antifa boxe, nata per contrastare i picchiatori fascisti.
Qualche logo Antifa boxe si vede anche durante il corteo. Un ragazzo, che indossa una felpa della palestra, ha un fazzoletto bianco davanti alla bocca. Con occhi torvi dice che parlare di università non gli interessa affatto.

(ha collaborato Francesca Bacinotti)

LEGGI ANCHE: G8 Università, la battaglia online: l’esultanza dell’Onda, la preoccupazione della Polizia. Le IMMAGINI degli scontri

Coppa e spada, per la finale di Champions è allarme ultrà

Scontri tra polizia e tifosi del Manchester

Quando 10 giorni fa, al 93° minuto, nello stadio Stamford Bridge di Londra, Andrés Iniesta ha segnato il gol che spediva il Barcellona a Roma, per la finale di Champions league del 27 maggio, al posto del Chelsea, i funzionari della Uefa hanno tirato un sospiro di sollievo. Secondo i dati diffusi a settembre nella riunione annuale sulla coppa organizzata dal ministero dell’Interno olandese, i tifosi del club inglese hanno un poco invidiato primato: nella scorsa stagione sono stati gli ultrà che hanno causato più problemi all’estero, una trentina di episodi, risse nei pub comprese. Al secondo posto proprio i supporter dell’altra squadra finalista di Roma: il Manchester United (28 incidenti). Quindi la rete del Barcellona ha evitato che le due tifoserie più turbolente d’Europa si dessero appuntamento sotto il Colosseo per sei giorni di bagordi (le manifestazioni collegate alla finale cominceranno il 22 maggio). Senza contare che nella graduatoria degli ultrà più cattivi della stagione 2007-08 non figurano spagnoli: terzi quelli dei Glasgow Rangers, poi i sostenitori di Liverpool, Ajax, Anderlecht, Arsenal e, con meno di dieci episodi a testa, quelli di Milan, Roma e Inter.
A preoccupare i responsabili della sicurezza, dalla Digos, guidata da Lamberto Giannini, al Centro nazionale d’informazione sulle manifestazioni sportive (Cnims) del ministero dell’Interno, è il cortocircuito che potrebbe crearsi nell’incontro tra le due tifoserie locali (in particolare quella romanista) con quella inglese. E magari un’alleanza dei Boixos nois del Barcellona (gruppo di estrema destra) con i romanisti (i laziali, invece, sono alleati dei madridisti) contro i Men in black dello United, già protagonisti di scontri nella capitale due anni fa, compreso l’assalto a un pullman dell’Esercito.
I giornali britannici nelle scorse settimane hanno definito Roma “la città dei coltelli” per la vandalica abitudine di certi ultrà di segnare il territorio con la “puncicata”, un rito che consiste nel ferire superficialmente con la punta di un’arma da taglio il “nemico”, preferibilmente nei glutei o nelle gambe. La coltellata solitamente non è preannunciata da scontri di piazza, arriva vigliaccamente ed è diventata una scuola di pensiero che le frange estreme del tifo giallorosso riassumono nel motto: “Basta infami, solo lame”.
In questura spiegano che la tifoseria organizzata stigmatizza sempre più spesso la puncicata e il problema va circoscritto a 30-40 persone, ma ammettono anche che nella capitale si sta diffondendo la moda di girare con una lama in tasca, aumentando i rischi di gesti estemporanei. Per i media britannici 14 supporter del Liverpool (nel 2001), tre del Middlesbrough (2006) e 16 del Manchester (2007) avrebbero ricevuto questo benvenuto.
I dati del Cnims, che Panorama pubblica in esclusiva, sono diversi ma non migliori: negli ultimi 3 anni, a Roma sono stati feriti 25 tifosi inglesi, di cui otto del Manchester (almeno tre le puncicate), 14 del Middlesbrough e uno dell’Arsenal (colpito da alcuni vetri).
Il bollettino della guerra fra ultrà giallorossi e hooligan inglesi non si ferma qui: nel dicembre 2001 gli italiani hanno colpito alle gambe quattro tifosi del Liverpool, a febbraio dello stesso anno altri sei e nel marzo 2000 era stato “tagliato” un sostenitore del Leeds.
A Roma, negli ultimi anni, le puncicate sono state moltissime. Secondo i dati dell’archivio del Cnims, dal 2002 sono state denunciate più di 110 coltellate in una cinquantina di partite (circa quaranta dei giallorossi e quattro derby). Negli ultimi due lustri il bilancio sale a 130 coltellate. E nel conto mancano i tifosi che non denunciano l’aggressione e quelli che nei verbali di polizia vengono genericamente inseriti tra i feriti senza specificare l’uso dell’arma da taglio.
“Ma nell’ultimo anno abbiamo avuto solo tre casi e l’unico che si è verificato dentro lo stadio ha portato all’immediato arresto del feritore” avverte Roberto Massucci, direttore dell’Osservatorio.
I luoghi degli agguati sono quasi sempre gli stessi (grafico in alto) e per la finale della Champions league saranno particolarmente presidiati. Per esempio, il ponte Duca d’Aosta sarà zona off limits, un punto di osservazione per le forze dell’ordine. I tifosi del Barcellona, radunati in piazza Cipro, non dovranno oltrepassare il Tevere per raggiungere lo stadio; quelli del Manchester utilizzeranno ponte Milvio, quello dei lucchetti. In tutto i tifosi stranieri saranno circa 50 mila (60 per cento inglesi), di cui, si stima, circa 10 mila non organizzati da società e agenzie di viaggio. Il problema sarà controllarli soprattutto nel centro città.
Le polizie inglese e spagnola stimano che le vere teste calde non saranno più di 80, 50 al seguito dei Red devils e 30 dei blaugrana. Per cercare di arginarli atterreranno a Roma 26 funzionari dei due paesi, equamente divisi, tra cui due analisti, due ufficiali di collegamento, quattro bobby e altrettanti uomini dei Mossos d’esquadra catalani.
Le autorità di sicurezza italiane, per scongiurare i rischi di ordine pubblico, hanno coinvolto i colleghi di tutta Europa nell’organizzazione della finale. “Stiamo collaborando con inglesi e spagnoli come se fossero italiani, c’è una grande condivisione di responsabilità” conclude Massucci. L’obiettivo è completare un “progetto unico” per la gestione di tutte le grandi manifestazioni sportive, partendo dalle esperienze di chi ha organizzato le ultime tre finali. Purtroppo tutto questo rischia di essere vanificato da qualche irresponsabile, magari un “cane sciolto” (i più temuti dagli investigatori) che potrebbe usare la puncicata per conquistare le prime pagine dei giornali internazionali.
Ferendo più di tutto l’onorabilità, oltre che la vivibilità, di Roma.

Stadio-Olimpico

113: i suoi primi 40 anni. Nel 2008 5,2 mln chiamate, un intervento ogni 13 secondi

Polizia

L’arresto di 161 pericolosi latitanti (43 dei quali per associazione di tipo mafioso), oltre 436mila le persone controllate dagli agenti dei reparti prevenzione crimine nel corso delle operazioni mirate al controllo del territorio e il soccorso ai cittadini, il sequestro dei beni dei mafiosi e il contrasto al terrorismo islamico. C’è ogni aspetto della sicurezza nei numeri di un anno di attività della Polizia, che domani festeggia il 157esimo anniversario della fondazione (con una tre giorni dal titolo “C’è più sicurezza insieme” che si aprirà venerdì 8 con la tradizionale cerimonia a piazza del Popolo, a Roma, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) e lo sbarco su Facebook e YouTube, per essere sempre più vicino ai giovani.

Questi i numeri resi noti dalla Polizia in un anno di attività
113, oltre 5 milioni di chiamate in un anno - Un intervento ogni 13 secondi, quasi 7mila al giorno. Nel 2008 sono arrivate complessivamente al 113 5.252.748 chiamate; 4.225.263 sono state le persone controllate in seguito alle segnalazioni. Gli interventi sono stati complessivamente 2.465.952 così divisi: 1.710.000 per attività di polizia (incidenti stradali compresi), 78.777 per soccorso sanitario, 214.269 per calamità naturali e incidenti vari, 462.328 per interventi di natura diversa. Quasi 30mila (29.921), infine, le persone arrestate dopo l’intervento di una volante e 90.892 quelle denunciate.
161 latitanti arrestati, 3 in elenco 30 più pericolosi - Dei 161 finiti in manette, 43 sono stati arrestati per reati di tipo mafioso. Tra questi spiccano i nomi di Vincenzo Licciardi, Giuseppe Di Stefano e Pietro Criaco, inseriti nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi. Gli uomini della polizia hanno arrestato anche Giuseppe Nirta, Antonio Pelle, Antonio Romeo e Paja Ilir, che erano tra i cento uomini più ricercati. Sul fronte dei sequestri, il valore complessivo dei beni mobili e immobili recuperati ammonta a circa 1.600 milioni. In totale gli arrestati nel 2008 sono stati 46.118 e 230.943 i denunciati.
14 estremisti islamici in manette per terrorismo - Alcuni già noti alle forze dell’ordine. Altri quattro magrebini sono invece stati espulsi per gravi motivi di sicurezza nazionale, e 29 stranieri sono finiti in manette perchè appartenenti ad organizzazioni terroristiche di matrice non religiosa. Quanto al terrorismo interno, sono stati arrestati 9 anarco insurrezionalisti e 2 persone responsabili di attentati a danno di obiettivi islamici in Italia. Sul versante dell’estremismo di sinistra sono finiti in manette 35 militanti, mentre sul fronte opposto gli arresti hanno riguardato 73 militanti.
Immigrazione, 24mila irregolari allontanati - Su oltre 70mila stranieri rintracciati in Italia nel 2008. I provvedimenti di allontanamento sono stati adottati anche nei confronti di 910 cittadini comunitari, per motivi di pubblica sicurezza, mentre per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina sono state arrestate 408 persone e 2.693 denunciate.
Polstrada, 30.000 ubriachi al volante - Gli automobilisti in difficoltà che hanno ricevuto aiuto dalla Polstrada sono stati 480.706. Le pattuglie sono intervenute per 80mila incidenti, di cui 1.341 mortali con 1.507 vittime. Arrestate oltre 2mila persone. Quasi 4,5 milioni i punti patente tagliati. I controlli con gli etilometri sono stati oltre 1,3 milione ed hanno portato all’identificazione di 30mila ubriachi al volante e più di 2.500 drogati alla guida.
Pedofilia on line, 39 arresti - La polizia postale ha monitorato 23mila siti internet, arrestando 39 persone e denunciandone 1.167. Nell’ambito del contrasto ai reati relativi al commercio elettronico sono stati monitorati oltre 12mila siti, con più di 100 persone arrestate e 4.000 denunciate.
Monitorate 3.050 partite calcio - Sul fronte degli eventi sportivi, la polizia ha monitorato 3.050 partite di calcio alle quali hanno assistito 16,5 milioni di spettatori. Per il servizio di ordine pubblico in occasione dei soli incontri di squadre professionistiche è stato disposti l’impiego di 114.208 poliziotti. Nel corso delle manifestazioni sportive sono rimasti feriti 102 agenti (dato in netto calo rispetto ai 236 del 2007).
Sono stati arrestati 201 tifosi (-40% rispetto al 2007), mentre 848 sono stati denunciati in stato di libertà.

Storie di quotidiana baby criminalità: “Se non rubo bene papà mi picchia”

un finanziere in borghese cattura il baby ladro.

Milena fa scivolare un’altra pallina di plastica rossa lungo il filo di nylon. Mentre parla si intravede il brillantino incastonato in un incisivo. Capelli e occhi scurissimi, 9 anni appena, ha cominciato a rubare quando ne aveva 6: “Due volte al giorno. Ogni mattina, dalle 10 in poi, e nel pomeriggio. Prendevo di tutto: orecchini, collane, anelli… Riuscivo ad arrivare anche a 300 grammi d’oro”. Sceglie una pallina gialla dalla scatola: se la rigira tra le dita, la guarda con attenzione: “Mi piace rubare. Ma lo farò solo fino a 12 anni. Poi tornerò in Croazia per un po’ e deciderò cosa fare: se continuare o smettere”.

Milena è una bambina rom. Obbligata a rapinare: per questo picchiata, umiliata, insultata. Vive in un centro contro gli abusi nel Veneziano dallo scorso autunno. Da quando una banda di zingari è stata arrestata con l’accusa di avere sfruttato e maltrattato figli e nipoti, costringendoli a centinaia di furti in mezza Italia. Un’organizzazione a delinquere, hanno scritto i magistrati. Tredici persone sono state arrestate, grazie anche alle testimonianze di cinque ragazzini tra 9 e 13 anni: Milena, Mirko, Dana, Dragan e Tania (sono nomi di fantasia). I loro racconti, inconsapevoli e drammatici, sono finiti nelle carte dell’inchiesta della squadra mobile di Verona, guidata da Marco Odorisio. Gli agenti, insieme con i magistrati e con alcune operatrici culturali, hanno seguito i minorenni negli ultimi mesi, per evitare che fuggissero e per conquistare la loro fiducia. Ragazzini “informati sui fatti”: adesso, per la prima volta in un’indagine giudiziaria, decine di verbali rivelano le loro atroci storie.

Milena comincia a parlare una mattina dello scorso luglio. Sorride, scopre ancora il brillantino. “Chi te lo ha regalato?” le domanda un’educatrice. “Mio padre”. “È un diamante?”. “Sì, la mia famiglia ne ha tanti. Quando facciamo delle feste con i parenti, tutti hanno grandi collane d’oro e diamanti”. Descrive nei dettagli la sua infanzia da piccola manovale della criminalità. “Prima di andare a rubare mio padre o mia madre mi davano da bere una cosa che compravano al supermercato. Acqua santa, benedetta. Io e gli altri ci facevamo il segno della croce. Dopo non avevamo più paura: perché quell’acqua portava fortuna”. Secondo la polizia in quel liquido poteva esserci droga, per dare coraggio ai bambini. Poi venivano accompagnati in macchina nei paraggi delle case da svaligiare, a Verona, a Padova e a Vicenza. “Ma soprattutto a Bassano del Grappa” precisa Milena “perché lì c’era molto oro”. Il rituale era sempre lo stesso: “Andavo a rubare con gli altri, oppure da sola. Il mio patrigno ci indicava in quali appartamenti entrare. Prima dovevamo suonare il campanello, o tirare sassi sui balconi, per vedere se c’era qualcuno”.
Di solito venivano scelte case piccole e isolate. “Per aprire le porte usavo una tessera. Entravo senza fare casino: cercavo l’oro e i soldi nei cassetti, lo mettevo nei pantaloni o nelle mutande. Davo tutto ai miei genitori, loro nascondevano la roba nel camper, poi la portavano in Croazia”.

Milena, dopo molti tentennamenti, parla di botte e maltrattamenti: “Se non rubavo niente, il mio patrigno mi puniva. E anche se qualche volta non volevo andare: mi picchiava su tutto il corpo, pure con la…”. Milena indica la cintura dell’operatrice. Comincia a singhiozzare: “Se non ci andavo, minacciava di farmi violentare dai marocchini. A volte mi ha rinchiusa in una stalla per ore, senza darmi da mangiare”. Ora Milena, nel centro che l’ha accolta, pare serena: le piace stare con gli altri, giocare, divertirsi. “Ti piacerebbe frequentare una scuola?” si informa un poliziotto della mobile di Verona. Lei si fa seria: “La legge degli zingari dice che non ci possiamo andare. Ma io voglio studiare e imparare a leggere lo stesso”. Anche Mirko, 13 anni, un altro dei cinque ragazzini ascoltati, sarebbe felice di ritornare in classe: “Da quando sono in Italia non ci sono andato più”. Durante il colloquio è sereno, rilassato. “Sto bene in comunità” assicura. “Mangio cose buone, dormo molto, posso giocare e fare quello che voglio”. Non vuole scappare come ha fatto altre volte? “No, me ne andrò solo se mi cacceranno”. Sembra contento di poter parlare di sé, annotano nei verbali. Ma alle domande sulla sua famiglia diventa reticente. “Come si chiamano i tuoi fratelli?” gli chiedono. “Non ve lo posso dire. I miei genitori non vogliono che parli della mia famiglia agli sconosciuti”. Ma loro dove stanno? “Mia madre non la vedo da sei mesi. Ora è in Croazia, a Zagabria: lì ha comprato una casa da 100 mila euro. Mio padre, invece, lo tengono in “caserma” a Verona. E non lavora più: ha 46 anni, è vecchio”. “Come vivono?” domanda l’agente. Mirko ci pensa su. Gli viene rifatta la domanda. “Rubando” risponde.
Riferisce di essere stato in molte città del Veneto assieme ai cugini. Lo accompagnava suo zio Zoro: i poliziotti gli mostrano una foto dell’uomo. Lui, con gli occhi bassi, conferma che è lui. “Tutto l’oro che trovavamo” chiarisce il ragazzino “lo dovevamo poi dare a un uomo chiamato Kuse. Ma se tornavamo senza niente ci prendevano a calci e ci picchiavano”.

Racconta di alcuni furti. “Una volta, mentre stavamo entrando in una casa, mia cugina Dana si è fatta male a una gamba. Stava cercando di rompere un vetro a calci e si è tagliata. Le usciva tanto sangue. Allora siamo scappati subito. Quando ci ha visti, suo padre si è arrabbiato molto. E ha cominciato a picchiarla. Solo dopo l’ha portata in ospedale: l’hanno operata a una gamba. È rimasta lì un giorno”. Dana, 10 anni, viene sentita i primi giorni d’agosto. Parla bene l’italiano. È graziosa e diffidente: “La polizia mi ha fermato spesso. Alcune volte mi hanno pure puntato la pistola addosso. Io davo sempre un nome diverso, ma loro mi prendevano le impronte delle dita”. Una mediatrice le chiede se il padre e la madre l’hanno istruita su come comportarsi. Dana sembra imbarazzata. Si agita, si passa una mano tra i capelli: “Mi avevano detto che alla polizia dovevo dire che loro non mi mandavano a rubare” dice quasi gridando. “Certe volte mi portavano in una comunità. Ma io scappavo subito e tornavo a casa”. A dieci anni è già, suo malgrado, una rapinatrice incallita. “Solo io ho fatto almeno 100 furti. Quando prendevo l’oro poi lo nascondevo sotto terra”. “Come fai a riconoscere quello vero?” le chiede il magistrato. “Deve avere stampato il numero 750″. Se lei e i cugini non riuscivano a sottrarre nulla dalle abitazioni, c’erano intimidazioni e ingiurie. “Allora me lo vuoi dire cosa vi urlavano?” le domanda il pm. Lei abbassa la testa: “No” risponde “sennò mi metto a piangere”. Veniva picchiata da suo padre con la cintura. Le diceva che l’avrebbe portata dai marocchini.

Lo racconta pure Dragan, 9 anni, una mattina dello scorso novembre in un centro d’accoglienza del Veronese: “Mi portavano alla stazione o a una fermata. Poi io prendevo il treno; oppure l’autobus, tante volte, anche per tornare. Ero da solo, ma mio padre mi spiegava per telefono come fare”. Si ferma un attimo, riaffiorano altri particolari: “A volte mi chiamavano al cellulare per sapere come stava andando. L’oro lo davo a chi mi accompagnava. Poi le donne lo nascondevano nel camper”. Dragan riflette sull’ultima parola pronunciata. “Io una casa non ce l’ho mai avuta. Sono sempre stato in un camper”. Come sua cugina Tania, 12 anni vissuti in un furgone. Pure lei fruga tra ricordi e paure: “A Monticello, mentre ero con Dana, ci hanno scoperto. Allora ci siamo chiuse nel bagno, fino all’arrivo della polizia. Poi ci hanno portato in una comunità. Un’altra volta, a Malo, i proprietari ci hanno minacciato con una pistola finta”. Una ragazzina uguale a tante, pure lei finita in un’inconsapevole schiavitù: “Spesso mi tenevo i soldi e non dicevo nulla. Una volta anche 500 euro. Allora andavo in giro per i negozi con gli altri bambini a comprare delle cose”. Ci ragiona su qualche istante: “Rubare a volte mi piace. Altre no”. “E da grande continuerai?” le chiede un agente. “No, da grande voglio fare l’avvocato”.

Il decreto sicurezza è legge. Ecco cosa contiene

Intervento della polizia

Giro di vite per chi compie violenza sessuale (si rischia fino all’ergastolo) e per chi compie molestie insistenti, con l’inserimento del reato di stalking nel codice penale e il patrocinio gratuito per le vittime di stupri.
Questi i due punti forti del decreto sulla sicurezza convertito in via definitiva dal Senato con un voto bipartisan sul testo del governo con l’eliminazione delle contestate norme sulle ronde e sul prolungamento fino a sei mesi della permanenza degli immigrati clandestini nei Cie (Centri di identificazione e espulsione).
Queste le principali norme della nuova legge nata sull’ onda delle notizie di cronaca su alcuni stupri, tra cui quello al parco della Caffarella a Roma.

Ergastolo: È la pena prevista per chi uccide durante una violenza sessuale, o atti sessuali con minorenne, violenza sessuale di gruppo o stalking.
Custodia cautelare in carcere: È obbligatoria quando si è in presenza di gravi indizi di colpevolezza per i reati di omicidio e taluni reati in materia sessuale tra cui l ‘induzione alla prostituzione minorile, la pornografia minorile, il turismo sessuale, atti sessuali con minorenne, violenza sessuale di gruppo. Inoltre, c’è l’arresto obbligatorio in flagranza nei casi di violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo. Giro di vite anche sui benefici penitenziari per chi è condannato per delitti a sfondo sessuale: maggiori difficoltà di accedere al lavoro esterno, permessi premio e misure alternative alla detenzione.
Arresti domiciliari per stupratori se c’è attenuante: chi ha commesso uno stupro potrà ottenere gli arresti domiciliari, solo se il magistrato gli avrà riconosciuto le attenuanti. Nel testo del governo questa possibilità non c’era.
Patrocinio gratuito: Le vittime del reato di violenza sessuale possono accedere al patrocinio gratuito a spese dello Stato anche in deroga ai limiti di reddito ordinariamente previsti dalla legge.
Fondo sicurezza e fondo vittime violenza sessuale: si tratta di 150 milioni di euro per il 2009 per le esigenze urgenti di tutela della sicurezza pubblica e del soccorso pubblico. Altri 3 milioni di euro sono destinati al Fondo nazionale contro le vittime di violenza sessuale.
Stalking: Viene introdotto nel codice penale il reato di “atti persecutori”, il cosiddetto stalking che riguarda le molestie insistenti, che scatta quando c’è una ripetitività di azioni contro una persona. Ora è un reato “provocare un perdurante stato di ansia o paura nella vittima ovvero ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di una persona alla medesima legata da relazione affettiva ovvero tale da alterare le proprie abitudini di vita”. La pena è la reclusione da 6 mesi a 4 anni. Si agisce su querela della persona offesa che ha 6 mesi di tempo per presentarla e il magistrato può procedere d’ufficio nel caso in cui la vittima sia un minore o una persona disabile.
Ammonimento e divieto di avvicinamento: Nel periodo che intercorre tra il comportamento persecutorio e la presentazione della querela, e allo scopo di dissuadere il reo da compiere nuovi atti, viene introdotta la possibilità per la persona offesa di avanzare al questore richiesta di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta. Se il soggetto già ammonito commette reato di stalking la pena è aumentata. Il giudice può prescrivere all’imputato il divieto di avvicinarsi ai luoghi che la vittima frequenta abitualmente.
Numero verde e misure di sostegno: Le forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche che ricevono dalla vittima notizia di reato di atti persecutori, hanno l’obbligo di fornire alla medesima tutte le informazioni relative ai centri antiviolenza presenti sul territorio. Inoltre, presso il Dipartimento delle Pari opportunità viene istituito a favore delle vittime di stalking un numero verde nazionale, attivo 24 ore su 24, con compiti di assistenza psicologica e giuridica.
Videosorveglianza: i Comuni sono autorizzati ad impiegare sistemi di videosorveglianza nei luoghi pubblici o aperti al pubblico.
150 milioni a forze ordine: aumentano gli stanziamenti e questa è l’unica parte che resta dell’ articolo 6, quello che istituiva le ronde e che è stato cassato in attesa che se ne occupi il ddl Sicurezza all’esame della Camera.

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