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Izktoika Loyos (D) e Racz Karol (S) , i romeni arrestati a Roma per lo stupro al parco della Caffarella
Per giorni ha lasciato squillare il telefono a vuoto. Ha ignorato gli sgradevoli messaggi che le sono arrivati al cellulare. Si è fatta sostituire dai colleghi in udienza. Ha scansato i giornalisti sotto casa. Ma far passare la buriana non sarà comunque facile per Mariangela Gentile, giudice onorario di Bologna. La scorsa estate si era opposta al rimpatrio di un romeno dall’aria spavalda: Alexandru Isztoika Loyos. Il biondino che sette mesi dopo, la notte di San Valentino, ha stuprato una quattordicenne nel parco della Caffarella, a Roma.
Suo malgrado, questo magistrato è diventato un simbolo: di un sistema perdonista e imprudente, che lascia in circolazione i criminali e non tutela i cittadini. Ma dalla lettura delle carte, e dai corridoi al primo piano del tribunale di Bologna, viene fuori una realtà discorde. Che trasforma una storia dall’epilogo abietto in un guazzabuglio all’italiana.
Dietro la libertà concessa al futuro stupratore della Caffarella c’è più dell’indulgenza: ci sono decreti incompleti, poliziotti svagati, udienze sbrigative, leggi poco chiare e giudici inesperti. Un sistema farraginoso, che può tramutare il meccanismo delle espulsioni in una lotteria.
I fatti sono riassunti in 11 pagine. Il primo documento è del 2 maggio 2008. L’allora prefetto di Roma, Carlo Mosca, decide di rispedire a casa Loyos: dagli “accertamenti” emerge che si è “già reso responsabile di altri delitti”. Nelle righe successive sono elencate le imprese criminali del romeno. Viene fermato il 27 settembre 2007 per “rapina e lesioni personali”. Tre giorni dopo per “ricettazione”. L’11 ottobre 2007 per “furto aggravato”. Ma gli accertamenti si fermano qua: nessun riferimento alle circostanze, e neppure alle due condanne già subite.
Una dimenticanza? Forse. La prefettura è comunque risoluta: “Considerata la concreta e attuale minaccia per la sicurezza pubblica” si chiede “l’allontanamento dal territorio nazionale”. A maggio 2008, però, Loyos è in carcere: al Mammagialla di Viterbo. Il decreto, allora, viene inviato al questore della città laziale, Raffaele Micillo, che poi dovrà adoperarsi per l’espulsione. Due mesi dopo il romeno finisce di scontare la sua pena. Potrebbe tornare in patria, ma a Viterbo, scrive il questore, è impossibile fare “accertamenti supplementari” sulla sua identità .
Per questo motivo, il 12 luglio 2008, il giovane viene mandato nel centro di identificazione e accoglienza (Cie) di Bologna. Il provvedimento dovrà essere convalidato “entro 48 ore”. A decidere sarà , quindi, il tribunale della città in cui c’è il centro di identificazione. Di queste cause si occupa la prima sezione civile persone e famiglia: sei giudici, circa 400 sentenze all’anno. Nel 2008 ha discusso nove allontanamenti di cittadini Ue: otto non sono stati confermati, uno annullato per questioni procedurali. L’orientamento è chiaro: gli stranieri vanno espulsi in casi gravissimi. “Per noi le condanne non giustificano da sole un provvedimento così restrittivo” sostiene, chiedendo l’anonimato, un magistrato dell’ufficio.
La sezione è inoltre sotto organico. E spesso si ricorre ai giudici onorari: laureati in giurisprudenza che aiutano i togati di ruolo. Normalmente si occupano di udienze interlocutorie o di processi facili. Decidere della libertà di un criminale romeno non è una banalità . Eppure, il fascicolo viene assegnato a un giudice onorario: Mariangela Gentile, avvocato poco più che trentenne. È iscritta all’ordine da due anni e mezzo. Ha fatto patrocinio gratuito per la Cgil e partecipato a convegni dell’Udi, un’associazione femminista. Scelta per il suo curriculum brillante, lavora per il tribunale di Bologna da cinque anni. L’allontanamento di Loyos va convalidato entro 48 ore, però i magistrati ordinari hanno in calendario altri processi: a decidere le sorti del giovane delinquente romeno sarà così Gentile.
L’udienza comincia alle 9.45 del 15 luglio 2008. Per primo viene interrogato il romeno. Sostiene di essere in Italia da due anni e mezzo: “Arrivato ancora minorenne, senza famiglia, da solo” riassume il verbale. “Dice di aver sempre lavorato in nero nella ditta Moretti di Roma. Il suo datore gli ha promesso di regolarizzarlo, ma non ha mai provveduto”.
Il giudice gli domanda quali reati ha commesso. Ha sotto gli occhi il decreto di espulsione firmato dal prefetto di Roma: c’è scritto che Loyos è stato fermato tre volte, ma non si fa riferimento ad alcuna condanna. Paradossalmente, è proprio lui a rivelare di aver scontato “la pena di 2 mesi e 20 giorni” per il furto di un motorino, nel settembre 2007.
Gli viene chiesto degli altri due precedenti: “rapina e lesioni personali” e “ricettazione”. Il giovane nega la prima accusa. “Specifica che alcuni suoi connazionali lo hanno denunciato per ritorsione dopo una discussione” sintetizza il verbale. “In seguito a ciò è stato sottoposto a un processo e poi assolto”. Assolto? Sarà vero? Negli atti, del resto, non si parla di carcere. Ma neppure di assoluzioni. Non si può far altro che credergli.
Poi c’è la ricettazione: Loyos “dichiara di aver preso in prestito una moto da un amico, ma non sapeva che fosse rubata”. Anche in questo caso, sostiene, sarebbe stato scagionato. Il violentatore della Caffarella tenta di farsi beffa della giustizia italiana, nessuno riesce a contraddirlo.
Viene interrogato allora il poliziotto dell’ufficio immigrazione di Bologna: è in aula per dare, all’occorrenza, altre informazioni sul romeno. A domanda, però, l’agente tentenna. Sa solo che l’8 febbraio 2008 il tribunale di Roma ha condannato il giovane a 5 mesi e dieci giorni. E poi? Il poliziotto scuote la testa: non ha altre notizie. Tocca alla difesa. Il legale arringa: il suo assistito non è una minaccia per l’ordine pubblico. L’udienza è chiusa. Sono le 10.05: il dibattimento è durato una ventina di minuti.
Il pomeriggio stesso vengono depositate le motivazioni: “I fatti non circostanziati ma solo genericamente indicati nel decreto prefettizio” scrive Mariangela Gentile “non appaiono sufficienti”. E anche le indicazioni dell’agente non giustificano l’allontanamento immediato”. Conclusione: “Non convalida”. Il romeno è un uomo libero. Sette mesi dopo stupra una ragazzina in un parco assieme a un connazionale. Opinione pubblica e mezzi di informazione concludono sdegnati: colpevole è chi ha lasciato libera la belva.
Al primo piano del tribunale il giudice onorario divide la stanza 227 con altri due colleghi. Lei però non c’è. Al cellulare, dopo giorni di silenzio, le parole le escono fuori d’un fiato, per non lasciare varchi a eventuali repliche: “Non rilascio nessuna dichiarazione. Quello che dovevo dire è stato già spiegato dal presidente del tribunale. Arrivederci”.
Quindi, con toni garbati, Francesco Scutellari, il presidente del tribunale di Bologna, afferma: “Non difendo tanto il giudice, ma la libertà di decidere. Lei ha interpretato la legge così, un altro poteva fare diversamente… Ma l’indirizzo della sezione è chiaro: le norme sull’allontanamento sono intese in senso molto restrittivo”.
Per rimandare a casa un comunitario i reati devono essere gravi, il pericolo imminente. Il presidente si sistema sulla sedia foderata di rosso: “Il fascicolo però non faceva riferimento ad alcuna condanna” dice scuotendo la testa. “Era difficile prendere una decisione differente. E comunque il prefetto di Roma poteva riproporre il provvedimento, giustificandolo meglio”.
Di questa storia adesso restano 11 pagine piene di burocratese. Atti, decreti e sentenze che, tra una riga e l’altra, ritraggono una giustizia fiacca e paradossale. Scutellari fa un sorriso amaro e si lascia andare: “Le condanne precedenti del romeno le abbiamo lette sui giornali. Per quello che ne sappiamo potrebbe anche non essere mai stato in galera. Le carte ufficiali non sono arrivate”. Nell’attesa Loyos ora è nel carcere di Regina Coeli. Ma a furor di popolo più che a furor di legge.

In sei casi su dieci gli autori delle violenze sessuali sono italiani. Il dato è emerso durante un convegno dedicato alla violenza sulle donne, che si è tenuto oggi a Roma.
Secondo i dati del ministero dell’Interno, gli autori di stupro sono di nazionalità italiana nel 60,9 per cento casi. Solo il 7,8 per cento dei violentatori, invece, è romeno, mentre il 6,3 per cento è marocchino. In Italia gli episodi di violenze sessuali nel 2008 sono comunque diminuiti dell’8,4 per cento, secondo dati diffusi dal dipartimento della Pubblica sicurezza. La maggior parte degli stupri rientra nelle violenze sessuali non aggravate, anche queste in diminuzione del 7,4 per cento.Le vittime di violenza sessuale sono per lo più donne (85,3 per cento) e di nazionalità italiana (68,9 per cento).
I casi di stupro di gruppo, dopo un incremento registrato nel 2007 (+10,9%) invece sono diminuiti del 24,6 per cento, mentre per le violenze sessuali aggravate è stato registrato un trend decrescente nel triennio 2006-2008 con il 16 per cento in meno. Nel 2007, invece, in Italia era stato registrato un aumento dei casi di violenza sessuale del 5 per cento rispetto al 2006 (da 4.821 a 5.062 episodi).
Lo scorso anno le forze di polizia hanno individuato 8.845 autori di violenze sessuali, a fronte di 8.749 segnalazioni nel 2007 e di 7.715 nel 2006. I numeri sono nazionali, ma ci sono anche dati relativi alle singole zone e città .
“Vicino Roma il dato cambia”, sottolinea il capo di gabinetto delle Pari opportunità , Simonetta Matone. “Rimane la prevalenza degli italiani, ma nei dintorni della capitale la percentuale scende al 48 per cento, mentre quella dei romeni sale al 28 per cento”. A Milano le violenze sessuali sono diminuite nel triennio 2006-2008: si passa dai 526 episodi del 2006 ai 480 del 2008. Anche qui però prevalgono gli italiani tra gli autori del reato: nel 41 per cento dei casi denunciati il responsabile è cittadino italiano, nell’11 per cento romeno, nell’8 per cento egiziano e nel 7 per cento marocchino. A Bologna il fenomeno ha fatto registrare un netto calo, passando da 179 episodi nel 2006 a 139 nel 2008. Con riferimento alla nazionalità degli autori, risultano nel 47 per cento dei casi italiani, nell’11 per cento marocchini e nel 10 per cento romeni.
“Ritengo che la violenza sessuale sia il reato che più lede i diritti fondamentali delle donne. Io sono in realtà tra i fautori del decreto legge antistupro, bisogna far capire che le istituzioni sono dalla parte delle vittime ma soprattutto che con questo decreto si sono abbreviate di molto le lungaggini burocratiche della legge”, aggiunge la Matone. “Oltre a tutto questo, il ministero per le Pari opportunità sta portando avanti un Piano nazionale antiviolenza. Stiamo pensando alla creazione di corsi di formazione per il personale di base delle forze dell’ordine, a corsi da fare nelle scuole per rendere i bambini consapevoli dei propri diritti, a campagne di informazione”.
Il VIDEO servizio:
Arriva la risposta del governo agli episodi di violenza sessuale che si sono succeduti nelle ultime ore a Bologna, Roma e Milano. L’esecutivo intende anticipare, con un provvedimento da approvare al prossimo Consiglio dei ministri, alcune misure contenute nel disegno di legge sulla sicurezza approvato dal Senato, tra cui quella che esclude la possibilità della concessione degli arresti domiciliari a chi è accusato di stupro. Lo si apprende da ambienti del Viminale.
Il provvedimento vuole essere un segnale forte dopo gli ultimi fatti di cronaca, con il moltiplicarsi dei casi di violenze sessuali in strad. “Domani il ministero dell’Interno prenderà un’iniziativa molto forte, chiedendo di anticipare una serie di norme che sono garanzia della certezza della pena”, ha spiegato il sindaco di Roma Gianni Alemanno che, insieme al ministro delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi, ha effettuato un sopralluogo al parco della Caffarella, dove è avvenuto uno degli stupri. Ronchi ha portato la “solidarietà del governo ad Alemanno, che sta facendo tantissimo per combattere la delinquenza”. E contro le violenze sessuali, ha concluso, “il governo nelle prossime ore farà sentire la sua voce”.
Mentre la Lega annuncia una raccolta di firme per la castrazione chimica degli stupratori, dall’opposizione si moltiplicano le voci di critica per l’inadeguatezza delle misure del governo, mentre dalla maggioranza si levano voci in difesa del decreto sicurezza e accuse alla magistratura, colpevole di eccessivo lassismo. Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini parla apertamente di fallimento: “Nessuno può strumentalizzare gli atti di violenza che si ripetono nelle più grandi città italiane. Ma la frequenza con cui essi avvengono, a partire da Roma, dimostra che è giunto il momento della riflessione e dell’autocritica nella gestione della sicurezza. Le misure prese dal governo sono un fallimento o nella migliore delle ipotesi acqua fresca”. Di fallimento parla anche Massimo Donadi, capogruppo dell’Italia dei valori alla Camera: “Gli ultimi episodi di stupro sono terribili e dimostrano che il piano del governo per la sicurezza è fallito”.
Il ministro della Pubblica Amministrazione e Innovazione Renato Brunetta invece alla consueta rubrica radiofonica Il Brunetta della domenica su Rtl 102.5 ha lanciato una provocazione sullo scarso coordinamento delle forze dell’ordine. “A loro va il nostro plauso”, ha precisato Brunetta, “ci sono però troppi corpi di polizia, spesso non coordinati tra loro. Tutti straordinari, ma è proprio necessario in questo paese avere tanti corpi di polizia con propri apparati, propria organizzazione e propri sistemi? Non sarebbe preferibile avere coordinamenti forti e non unici corpi, e poi via via specializzarli rispetto alle funzioni? Molto probabilmente, lo vedo anche da economista, si raggiungerebbe maggiore efficienza, minori costi, più operatività e più poliziotti e carabinieri per strada”.
Molto critico contro il governo che ha praticato “tagli proprio sulla sicurezza”, ma pronto al tempo stesso a collaborare a un “piano straordinario del territorio” si dichiara Marco Minniti, ministro ombra Pd dell’Interno: “C’è una vera e propria emergenza nazionale nel campo della sicurezza e in particolare per la violenza contro le donne. Si è sbagliato a sottovalutare e si sta continuando a farlo. È evidente che prima di tutto c’è un problema di controllo del territorio in aree cruciali del Paese. La strada finora perseguita non ha dato risultati”. Per Minniti, occorre “un piano straordinario per il controllo del territorio a partire dalle città , impegnando le forze di polizia e dotandole, anche attraverso un decreto legge, dei mezzi e degli uomini che possano renderlo concretamente operativo. Se il governo imboccherà questa strada, l’opposizione farà fino in fondo la sua parte”.

Squadre antistupro e spray al peperoncino: strumenti di difesa dalla violenza sulle donne. Sono solo due delle soluzioni proposte da istituzioni e associazioni in giorni in cui le aggressioni nelle grandi città tornano a fare notizia. Le prime dovrebbero essere un po’ come gli ausiliari del traffico. Un’idea di Telefono Donna, centro di ascolto per donne e famiglie in difficoltà , dopo i recenti casi di violenza sessuale a Milano. Il centro lancia una petizione e una raccolta di firme per chiedere al sindaco Letizia Moratti di istituire appunto una speciale “squadra antistupro”.
“Chiediamo che la città di Milano dia una risposta forte all’aumento drammatico degli abusi contro le donne e proponiamo al sindaco la creazione di una squadra antistupro, all’interno del corpo dei vigili urbani sulla falsariga di quella già realizzata contro la sosta vietata, capace di vigilare sull’intera città e monitorare i comportamenti lesivi contro tutti i soggetti a rischio”, dichiara Stefania Bartoccetti, presidente di Telefono Donna. Il coordinamento sociale della squadra verrebbe affidato al centro di ascolto, mentre il comando operativo all’amministrazione comunale.
Gli spray urticanti invece, per lo più a base di peperoncino, sono in dotazione alle forze dell’ordine in alcune città (oltre che utilizzati in certi casi dagli stessi aggressori). Ma si trovano anche nella borsetta di molte donne, nonostante lo scorso dicembre la Cassazione abbia dichiarato che è vietato portarli in pubblico, proprio come un’arma da fuoco. Le bombolette comunque si comprano facilmente, a partire da 4 euro, in alcuni negozi e soprattutto su siti Internet e aste online. Ci sono anche offerte che citano l’autorizzazione alla vendita del ministero dell’Interno.
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“Milano non è una giungla, ci sono i controlli delle forze dell’ordine e i reati in città sono diminuiti”. “Passeggio da sola esclusivamente in centro, mai in certe zone buie e isolate”. “Evito di uscire la sera senza compagnia e non prendo i mezzi in periferia”. “Rientro la notte da sola e non sempre trovo parcheggio sotto casa. Ma non ho mai avuto paura”. “È fondamentale scegliere con cura i posti e la gente da frequentare”. “Una volta in tram mi hanno importunato in sei. Da allora tengo in borsetta uno spray irritante”. Voci di donne dalle notti milanesi. La città è davvero ostile e insidiosa per le sue abitanti? A leggere cronache e numeri, c’è da chiudersi in casa. Nel 2006 i casi di violenza sessuale sono stati 272, 342 nel 2007. Statistiche per difetto, visto che molte vittime non sporgono denuncia e che a volte polizia e carabinieri non diffondono la notizia di questi reati.
Il 2008 è cominciato nel peggiore dei modi. La notte di Capodanno una madre e le sue due figlie sono state aggredite durante i festeggiamenti in piazza del Cannone (davanti al Castello Sforzesco), a gennaio gli episodi denunciati sono stati più di uno al giorno. Una ventenne di origini egiziane fatta salire in auto a forza fuori dall’ospedale Sacco e stuprata in una scarpata a Garbagnate, due badanti ucraine violentate sui vagoni abbandonati in stazione Centrale, una donna sequestrata e seviziata per ore da un uomo italiano a Quarto Oggiaro… L’80 per cento dei violentatori viene arrestato, dicono le forze dell’ordine. Ma la paura resta.
Letizia Moratti, il primo sindaco donna di Milano, si è impegnata per renderla più sicura. La sua battaglia è partita proprio dall’emergenza stupri. Nell’agosto 2006, a pochi mesi dalla sua elezione e dopo un’estate nera sul fronte delle aggressioni contro le donne, varò il cosiddetto “piano antiviolenze”. Previsti taxi agevolati per le donne in attesa alle fermate della metro di periferia, un “Radiobus rosa” per riaccompagnarle a casa, più telecamere nelle zone a rischio, come la stazione Centrale e i parchi, un pulsante di allarme alle fermate dell’autobus e ai semafori collegato con la centrale dei vigili, corsi di autodifesa, le insegna dei negozi accese ovunque anche la notte. Alcuni progetti sono stati realizzati, altri non ancora.
“Servono più controlli, a partire soprattutto dai luoghi a rischio”, spiega Alessandra Kustermann, responsabile del Servizio violenze sessuali dell’ospedale Policlinico-Mangiagalli. L’aumento degli stupri, secondo il medico, è legato a quello delle clandestine che arrivano in città per lavorare, ad esempio come badanti, e diventano facili bersagli. Il consiglio è di tornare a casa col Radiobus o in taxi invece che a piedi. Le straniere sono la maggior parte delle donne che si rivolgono all’Svs e, ricorda Alessandra Kustermann, le aggressioni per strada da parte di sconosciuti sono minoritarie rispetto a quelle tra le mura domestiche da parte di parenti o conoscenti. Tuttavia chi si occupa di soccorrere le donne descrive Milano come una città insidiosa, con aree degradate, strade buie. Che spegne le luci dopo le 20 e nel fine settimana e nei periodi di festa o in estate diventa un deserto dove gridare per chiedere soccorso è inutile.
Spulciando le storie raccolte dall’Svs, viene fuori che i luoghi più a rischio sono davanti al portone di casa o in cortile, l’orario da coprifuoco va dalle 20 alle 8 del mattino e i pericoli non si corrono solo in periferia o intorno alla stazione ma anche in quartieri centrali. A Milano molti ruoli di potere sono occupati da donne, sono numerose le giovani o meno giovani che arrivano in città da fuori per lavorare o studiare. Ma quello che trovano è un luogo a misura del “sesso debole”, soprattutto dopo il tramonto? Panorama.it ha trascorso le notti insieme alle donne che per lavoro vanno a dormire all’alba. E che smontano da dentro i luoghi comuni.
Cristina, la poliziotta
Rosaria, la tassista
Adriana, la cassiera in discoteca
Silvia, il medico di pronto soccorso
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Nasce per uso medico, come anestetico. Poi si diffonde tra i body builder che vogliono un aiuto per gonfiarsi i muscoli velocemente. Ma il Ghb, detto anche ecstasy liquida, è conosciuto soprattutto come “droga dello stupro”. Viene utilizzata infatti per stordire le vittime di violenze sessuali. Gli aggressori lo sciolgono in una bevanda facendolo bere a loro insaputa, è inodore e insapore. A quel punto è tutto più semplice: la donna, pur restando cosciente, è totalmente incapace di reagire e, successivamente, fa molta fatica a ricordare che cosa è successo. Il caso più recente sabato scorso a Milano.
Il Ghb è abbastanza semplice da trovare. Come tutte le droghe e le sostanze illegali si acquista sul mercato nero, ma anche sottobanco in ambienti medici. E, naturalmente, su Internet. Sui siti che vendono steroidi, su quelli che vendono Viagra e Cialis e su portali di shopping online che propongono le “alternative legali” alla sostanza illecita.
Sul forum di Drugbuyers.com si trovano informazioni su come si usa, sui suoi effetti contro l’insonnia, sui modi per trovarlo. Sul web esistono anche vere bacheche per chi vuole comprare e per chi vuole vendere il Ghb. Dieci grammi di sostanza in polvere costano 25 dollari, 20 ml di liquido 10 dollari.
Il Ghb si acquista per lo più sotto forma di liquido oleoso e si prende sciolto nelle bevande, spesso alcoliche. In piccole dosi (meno di 1 grammo) dà effetti simili all’alcol. In quantità più elevate, tra 1 e 2 grammi, provoca forte euforia e diminuzione delle inibizioni. Se si superano i 5 grammi, gli effetti sono più potenti: difficoltà a muoversi e a parlare e sonno molto pesante che durano dalle 3 alle 6 ore.
Secondo la polizia scientifica, la diffusione di questa droga è ancora bassa, di nicchia. Il Ghb può essere trasformato in Gbl (un’altra sostanza stupefacente), o viceversa, con un semplice processo chimico. Anche in casa. E il Gbl si trova ancora più facilmente, e per via legale, su molti siti stranieri.
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La prima conseguenza di una violenza sessuale su un bambino? Secondo un rapporto Unicef (qui il .pdf) le vittime di abuso possono avere sintomi di intrusione: il ricordo dell’evento traumatico continua a tornare alla mente sotto forma di pensieri o di sogni. Ecco perché i bambini possono aver paura di andare a dormire: gli incubi sono ossessioni inevitabili.
Alcuni eviteranno luoghi e persone che ricordano loro il trauma: cercano di rimuovere il dramma, ma la rimozione si accompagna spesso con forme di apatia e disinteresse per la vita e per il futuro.
I bambini in età prescolastica si trovano nella fase in cui imparano a fidarsi degli altri, sviluppano sicurezze e legami, oltre che il controllo sul proprio corpo e sui propri impulsi. Stanno sviluppando adesso la loro identità e autonomia, cercano di capire il mondo che li circonda e quindi hanno una capacità di capire quello che sta succedendo soltanto limitata. In caso di abuso, l’angoscia legata alla separazione dai genitori può aumentare e possono vivere con molta ansia l’incontro con persone al di fuori della cerchia dei familiari. Possono presentare comportamenti regressivi, come bagnare il letto, ma anche la perdita di interesse per il gioco, che rappresenta un segnale di depressione.
Alcuni bambini dicono che quando cercano di spiegare le proprie sensazioni ed emozioni gli adulti non li ascoltano. Sono molto più attenti, invece, quando si parla di dolori fisici. Ecco perché risulta più facile parlare degli effetti puramente fisici del trauma. Del resto, anche questi non mancano, perché sentimenti così potenti si trasformano facilmente in malattie: il sistema immunitario è indebolito dal dolore psicologico.
La violenza minaccia la sopravvivenza, il benessere e le prospettive future dei bambini. I segni fisici, emotivi e psicologici della violenza derubano i bambini dell’opportunità di sfruttare a pieno le loro potenzialità . Moltiplicata su scala maggiore, la violenza priva l’intera società del suo potenziale di sviluppo.