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Vox populi, vox dei: «Quello è finito sul giornale», dove il verbo finire è quanto mai appropriato. «Sputtanati di tutta Italia, unitevi»: potrebbe essere lo striscione in qualche teatro dove la platea è ricca di gente semplice e famosa, di belle ragazze e uomini con pancetta, di persone di destra, di sinistra e di centro, di operai, imprenditori, studentesse. Sono le vittime delle intercettazioni. Continua

Un fotogramma di La mala educación di P.Almodovar
Negli Stati Uniti le vittime dei preti pedofili hanno messo la Chiesa in ginocchio. In Italia, invece, i fedeli scendono in piazza per difendere coloro che sono stati bollati dalla giustizia come orchi. È successo a Firenze con Roberto Berti, condannato dalla Congregazione per la dottrina della fede per molestie sessuali. Continua

È maschio, italiano, lontano dall’essere un criminale incallito o un malato mentale: l’identikit dello stalker somiglia molto a quello di una persona comune, senza problemi evidenti. “Sulla base delle denunce e degli arresti abbiamo notato che si tratta nella maggioranza dei casi di uomini di nazionalità italiana” spiega il vice questore aggiunto Chiara Giacomantonio, del Servizio centrale operativo della polizia. Continua
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Visualizza Dopo Viareggio: i treni a rischio in una mappa di dimensioni maggioriLa strage ferroviaria di Viareggio occupa tutte le prime pagine. E dopo la cronaca arrivano le inevitabili polemiche. Il Corriere della Sera punta il dito sui nuovi pericoli. Ogni giorno ci sono 35 treni ad alto rischio. Trasportano gas, acido solforico, zolfo. Viaggiano sulla rete ordinaria, spesso di notte.
Anche Il Giornale punta l’attenzione sulla sicurezza. Sicurezza, il libro nero: tre anni di incidenti: si dà conto di motrici deragliate, vagoni di traverso, disastri sfiorati. Salta fuori un dossier elaborato dai macchinisti preposti al trasporto merci su rotaia: un elenco degli incidenti sconosciuti alla cronache e delle tratte più a rischio.
Nella sua edizione in edicola, Il Giornale pubblica anche un’infografica con le zone critiche della rete ferroviaria italiana. Ve la riproponiamo qui in una versione multimediale.
Repubblica mette l’accento sulle polemiche, i controlli mancati, le omissioni da individuare, il j’accuse del procuratore: “Un disastro non per caso”. Le ipotesi di reato sono omicidio colposo plurimo e incendio colposo. Ora dovrà fare luce l’inchiesta aperta dalla procura di Lucca.
Il video un minuto dopo l’esplosione
Le tragedie sfiorate a giugno
Il disastro di Viareggio è stato preceduto, nel mese di giugno, da altri due incidenti avvenuti sempre in Toscana, che hanno bloccato a lungo la linea ferroviaria, sfiorando, in alcuni casi, la tragedia.
6 giugno: un cavo della linea elettrica aerea si stacca e colpisce il locomotore di un treno Intercity partito da Milano, rompendo uno dei finestrini anteriori. Le schegge feriscono al volto, lievemente, uno dei macchinisti. L’incidente succede nella galleria Val di Sambro, tra Bologna e Firenze, in una zona tristemente famosa per le stragi dell’Italicus (1974) e della vigilia di Natale (1984). L’Intercity riesce a uscire dal tunnel e ad arrivare alla stazione di Vernio (Prato), ma un altro treno rimane bloccato in galleria per due ore circa. Pesanti ripercussioni su tutto il traffico ferroviario.
22 giugno: due vagoni di un treno merci deragliano a Vaiano (Prato) urtando un Intercity regionale, ma senza conseguenze per i passeggeri. Uno dei vagoni era una cisterna piena di acido fluoridrico. Il traffico ferroviario rimane bloccato per più di 4 ore e riprende poi su un solo binario, con ritardi enormi.
Le informazioni per chi viaggia
Sono stati attivati tue numeri verdi per rispondere agli inevitabili disagi dei treni dopo l’esplosione a Viareggio. Il numero 800.892.021 attivato dalle Ferrovie dello Stato: informazioni sul servizio dei bus sostitutivi. Il numero verde regionale 800.570.530: informazioni sui ritardi e sui blocchi del traffico ferroviario. Il numero verde 800.732.911 è stato invece attivato dal Comune di Viareggio: qui è possibile avere informazioni “relative all’incidente ferroviario, danni, vittime, interventi”.

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“C’è un’inversione di tendenza molto positiva: nel periodo 2001 - 2008 nel nostro Paese sono stati registrati circa 150 mila incidenti in meno, per un calo relativo, tenendo conto della crescita occupazionale, del 21,1 per cento e una mortalità ridotta del 33,3 per cento. Si tratta di un record storico che vede l’Italia scendere nettamente, per la prima volta dal 1951, sotto la soglia dei 1200 casi/anno”.
Esprime soddisfazione a Panorama.it Marco Fabio Sartori, presidente dell’Inail, nel giorno della presentazione del “Rapporto annuale 2008″. E aggiunge: “Il decremento di eventi infortunistici è stato più sostenuto nell’industria (-8,2 per cento) e in agricoltura (-6,9 per cento). Un calo significativo si è registrato in quei due settori fondamentali dell’industria rappresentati dalle costruzioni e dal metalmeccanico, con una flessione rispettivamente del 12,4 e del 10,6 per cento”.
Quali sono, secondo lei, gli altri dati sui quali focalizzare l’attenzione per il 2008?
Un aspetto che, a mio parere, merita una particolare sottolineatura è quello relativo alle aziende coinvolte dal fenomeno infortunistico. Su una platea di 3 milioni e 820 mila imprese iscritte all’Inail, quelle dove si è verificato almeno un incidente sono risultate circa 290 mila: meno del 7,6 per cento sul totale. Contrariamente a quanto si pensa, i dati non segnalano una situazione più negativa nelle piccole imprese rispetto a quelle medie e grandi. Se limitiamo il confronto dimensionale alle sole imprese di tipo industriale, vediamo che gli indici di incidenza più elevati non riguardano affatto le realtà al di sotto dei 15 dipendenti, anzi la maggiore pericolosità si registra nelle imprese con più di 30 dipendenti.
Nel rapporto si fa riferimento anche alle alle malattie professionali. Può spiegarci meglio questi numeri?
A differenza di incidenti e morti sul lavoro, le malattie professionali procedono purtroppo in controtendenza con un sensibile incremento nel corso dell’ultimo biennio: dai 26.700 casi circa nel 2006, il 2008 registra 29.700 casi circa, di cui 280 mortali. In prospettiva la “generazione completa” di morti per patologie professionali denunciate nel 2008 si aggirerà intorno alle 1.000 unità, quasi eguagliando gli infortuni “tradizionali” complessivamente considerati. Riteniamo che tale crescita sia riconducibile a una progressiva emersione del fenomeno, sia per l’impegno profuso dall’Istituto nella sensibilizzazione e informazione delle parti coinvolte, sia per i più stringenti obblighi di segnalazione delle malattie professionali da parte dei medici che ne vengano a conoscenza.
Qual è e quale sarà in futuro l’impegno dell’Inail e cosa chiedete al mondo politico per risolvere questo annoso problema?
L’Inail, di concerto col governo e le parti sociali, ha messo a punto un piano che, in vista di una diffusione davvero capillare della prevenzione e della formazione, punta a una diversa articolazione dell’Istituto, sia della sua struttura territoriale diretta, sia dei suoi rapporti con tutti gli operatori di settore che sono a contatto quotidiano con i lavoratori e con le imprese. Si tratta non solo di un approccio innovativo al problema – che viene considerato prima di tutto da un punto di vista culturale – ma anche al trattamento post infortunio per consentire a chi è stato preso in carico di ritornare a un pieno e soddisfacente reinserimento professionale. L’Inail potrà fare di più se il governo sarà disponibile a lasciarci agire con maggiore capacità di movimento. Le risorse certo non mancano. Anzi, ne potremmo destinare ancora di più alla prevenzione e agli interventi per la sicurezza. Una risposta operativa importante l’abbiamo data proponendo, nel pieno rispetto dei limiti imposti dalle norme, la costituzione di un fondo immobiliare che restituisca al paese un Istituto più virtuoso anche sotto il profilo della redditività del suo consistente patrimonio immobiliare.
Visualizza Incidenti sul lavoro: il rapporto Inail 2008 in una mappa di dimensioni maggiori
La GALLERY: I dati del rapporto Inail in .pdf
Meno infortuni e, soprattutto, meno morti sul lavoro in Italia, lo scorso anno. A dirlo è l’Inail nel rapporto 2008. Anno in cui sono giunte all’Istituto nazionale infortuni sul lavoro 874.940 denunce, circa 37.500 casi in meno rispetto al 2007. Anche per gli infortuni mortali il bilancio 2008 risulta numericamente favorevole: 1.120 morti con una riduzione del 7,2% rispetto ai 1.207 dell’anno precedente. Un trend confortante, che tuttavia non riguarda i lavoratori stranieri, tra i quali si è invece registrato un aumento (+2 per cento.)
Le cifre italiane in dettaglio
La distinzione dell’Inail è tra gli infortuni “in occasione di lavoro”, cioé quelli avvenuti all’interno del luogo di lavoro nell’esercizio effettivo dell’attività, e gli infortuni “in itinere”. Da questo punto di vista, il nemico numero uno è sicuramente la strada, colpevole di oltre la metà delle morti bianche. Dei 1.120 infortuni mortali del 2008, infatti, 335 sono quelli determinati da circolazione stradale in occasione di lavoro (autotrasportatori, commessi viaggiatori, addetti alla circolazione stradale, ecc.) e 276 quelli in itinere, ovvero sul percorso casa lavoro e viceversa, accaduti prevalentemente su strada. Un dato particolarmente importante quest’ultimo se si tiene presente che alcuni Paesi dell’Europa a 15 (Danimarca, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito e Portogallo) non rilevano gli infortuni in itinere e che tra questi, Irlanda e Regno Unito, non registrano neppure quelli stradali occorsi durante l’esercizio dell’attività lavorativa.
Nord, centro e sud
L’analisi territoriale mostra che la riduzione degli infortuni osservata tra il 2007 e il 2008 ha riguardato praticamente tutte le regioni, ad eccezione della Valle d’Aosta (+3,9 per cento), che, tuttavia, presenta una consistenza numerica molto limitata. Più sostenuti i cali in Friuli-Venezia Giulia (-7,6 per cento) e nella provincia autonoma di Trento (-7,1 per cento). Da rilevare la stabilità della Sicilia che ha registrato solo una settantina di denunce in più (+0,2 per cento) e del Lazio che ha contato 70 denunce in meno.
A livello di ripartizione la riduzione ha interessato tutte le grandi aree geografiche, con maggiore accentuazione nel Nord-Est (-5,3 per cento); il calo più modesto si rileva, invece, nelle isole (-0,6 per cento). Le morti sul lavoro sono diminuite in particolar modo nel Nord-Ovest (-14,5 per cento) con punte ancora più elevate in Piemonte (-27 per cento) e Lombardia (-16 per cento).
In valori assoluti, la regione con più elevata frequenza di accadimento è l’Umbria, per la quale si è rilevato un indice maggiore del 48 per cento rispetto alla media nazionale, sceso comunque da 45,23 a 43,70 rispetto al precedente triennio. Al secondo posto nella graduatoria troviamo l’Emilia-Romagna, segue il Friuli-Venezia Giulia. Migliora la posizione della Puglia che scende dal quarto al sesto posto. Agli ultimi posti si confermano ancora una volta Sicilia (-16 per cento rispetto alla media nazionale), Campania (-31 per cento) e soprattutto Lazio (-35 per cento), con una situazione analoga a quella riscontrata nel triennio precedente.
Meno incidenti in agricoltura
Il calo degli infortuni in ambiente lavorativo è risultato più consistente, come ormai di consuetudine, in agricoltura (-6,9 per cento) e sostenuto, comunque, anche nell’industria e servizi (-4,3 per cento), mentre per i dipendenti dello stato si è registrato un aumento del 7,6 per cento, sulla scia degli incrementi già osservati negli anni precedenti. Il calo è molto più accentuato per gli uomini (-5,6 per cento) che per le donne (-0,2 per cento). Per quanto riguarda invece gli infortuni mortali la situazione è diversa: una riduzione del 7 per cento circa, in linea con l’andamento generale, per gli uomini (dai 1.110 morti del 2007 ai 1.035 del 2008) mentre la componente femminile fa registrare una flessione superiore al 12 per cento (85 lavoratrici decedute nel 2008 rispetto alle 97 del 2007). Dal punto di vista dell’età, i lavoratori che hanno avuto maggiore beneficio del miglioramento dei livelli di rischio infortunistico nel 2008 sono i giovani (fino a 34 anni) per i quali gli infortuni sono scesi da 350.000 circa del 2007 agli oltre 320.000 del 2008, con un calo dell’8 per cento, mentre per i casi mortali le flessioni più consistenti, nell’ordine del 16 per cento, si registrano per le classi di età più anziane (50 - 64 e 65 e oltre).
Confronto Italia-Europa-Mondo
Secondo le statistiche dell’Ilo, l’Organizzazione internazionale del lavoro, ogni giorno circa 6 mila lavoratori nel mondo muoiono per incidenti e malattie professionali, un dato in continuo aumento. L’Organizzazione stima, infatti, in 268 milioni i casi di incidenti sul lavoro non mortali che mediamente si verificano ogni anno. I decessi per incidenti sul lavoro sono stimati pari a oltre 351 mila ogni anno. Tutto ciò rappresenta un costo per la società pari a circa il 4 per cento del prodotto interno lordo mondiale (1.250 miliardi di dollari americani), che è assorbito dai costi diretti e indiretti determinati da incidenti sul lavoro e dalle malattie professionali.

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Meglio di Spagna, Francia e Germania
L’Italia, infine, evidenzia l’Inail sulla base dell’ultima rilevazione Eurostat, (del 2006, ultimo anno disponibile) non risulta affatto maglia nera in Europa. L’Italia ha infatti registrato un indice infortunistico pari a 2.812 infortuni per 100mila occupati, inferiore alla media delle due aree Ue (3.469 per l’Area-Euro e 3.013 per l’Europa a 15), collocandosi al di sotto di importanti Paesi come Spagna, Francia e Germania. Stesso trend per gli infortuni mortali: con 2,9 decessi per 100mila occupati nel 2006, l’Italia, pur con un indice leggermente superiore alla media Ue, si pone al di sotto di grandi Paesi come Portogallo, Austria, Grecia, Spagna e Francia.

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“Buca! Buca con acqua…”. Nel vecchio film Il federale, sullo sfondo di un’Italia squassata dalla guerra, il gerarchetto Ugo Tognazzi su un sidecar segnalava solerte le asperità del percorso al suo passeggero-prigioniero, il professore antifascista capo della nascente opposizione al regime.
A distanza di oltre 60 anni le buche sono ridiventate una costante del panorama nazionale, soprattutto nelle vie cittadine. Per un motivo tanto semplice quanto sconcertante: la manutenzione effettuata dai comuni è scarsa o nulla e le poche volte che i lavori di riparazione si fanno durano pochissimo perché le ditte asfaltatrici spesso stendono meno materiale di quanto dichiarato. E pure di qualità scadente.
Strade colabrodo e scarsa manutenzione
Basta un nonnulla, il transito di bus e mezzi pesanti, il traffico sostenuto, le piogge e il gelo, e le buche tornano, i tombini riaffiorano come scalini dal profilo della strada, si riaffacciano avvallamenti, crepe e solchi. Lo riconosce perfino il rappresentante degli asfaltatori, Carlo Giavarini, presidente Siteb, l’associazione del bitume, dell’asfalto e delle strade, un tecnico che insegna alla facoltà di ingegneria della Sapienza di Roma: “I lavori spesso sono eseguiti male; la manutenzione affidata con gare al massimo ribasso e assegnata a ditte che propongono prezzi inferiori del 50 per cento e passa rispetto ai minimi necessari. Con queste premesse e per non rimetterci, le aziende si arrangiano e se sul capitolato c’è scritto che la strada deve essere “scarificata”, cioè grattata, per 5 centimetri, ne grattano 1, così abbattono i costi di smaltimento e poi stendono meno asfalto. Tanto nessuno controlla. Inoltre le imprese risparmiano anche sulla qualità dei materiali, sulla percentuale di legante e di bitume. Per questo poi la strada non tiene, dopo 6 mesi è peggiore di prima e i lavori devono essere rifatti mille volte”.
Sulle strade italiane si muore molto più che su quelle europee
Le conseguenze sono gravissime. Soprattutto a causa della pessima qualità delle strade, nelle città italiane si muore molto più che nelle altre città europee, in particolare tra gli utenti più a rischio: motociclisti, pedoni, ciclisti, anziani. Nel 2007 i morti sono stati 2.269, ossia 6,2 al giorno, i feriti 238.718, cioè 654 al giorno, con un costo economico per la collettività di quasi 21 miliardi di euro (57 milioni al giorno). A Roma, per esempio, è una mattanza: ogni 100 mila abitanti ci sono in media 7,4 morti, 5,4 in più rispetto a Parigi, 5,8 in più rispetto a Berlino, 4,7 a Madrid, 4,4 a Londra. A Bari e Milano i dati sono quasi una fotocopia di quelli romani, però a Catania, Messina, Verona e Bologna va anche peggio.
In 3 anni, dal 2003 al 2006, la percentuale di morti sulle strade a Napoli è cresciuta di oltre l’80 per cento, a Roma del 40, a Catania di circa il 30 e a Milano più del 15. Solo in alcune città di paesi a basso tasso di sviluppo, con modesti volumi di traffico e sistemi di mobilità antiquati, come Vilnius, Riga o Lubiana, le strade sono più pericolose di quelle italiane. Tuttavia, mentre altrove in genere cercano di migliorare, in Italia si fa finta di niente e il rischio cresce.
Protesta anche Tom Hanks
“Sulle strade di quasi tutte le città grandi, medie e piccole i livelli di sicurezza peggiorano di anno in anno” avverte Maurizio Coppo, un’autorità in materia di circolazione, responsabile della Consulta sulla sicurezza stradale del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.
Molti italiani ci hanno fatto il callo, purtroppo rassegnati a convivere con il pericolo, ma per chi viene da fuori il dissesto delle vie è una sorpresa e un dramma. Con l’occhio stupito dello straniero se n’è accorto di recente, per esempio, Tom Hanks, premio Oscar e attore di fama mondiale, che dovendo lavorare a Roma per il film Angeli e demoni si è lamentato in pubblico dello stato pietoso delle strade e dei marciapiedi: “È un miracolo che sia ancora vivo, credetemi”.
5 mila punti critici segnalati dai cittadini
Che causa del moltiplicarsi di incidenti, morti e feriti siano soprattutto le buche e il manto stradale malmesso è opinione non solo di esperti e addetti ai lavori, ma degli stessi utenti della strada, automobilisti, motociclisti e pedoni. Degli oltre 5 mila punti critici segnalati dai cittadini e verificati uno per uno dalla Fondazione sicurezza stradale dell’Ania, l’associazione delle imprese di assicurazione, quasi 3 mila riguardano strade di città e circa 2 mila indicano buche o strade dissestate. I tratti sono stati segnalati alle autorità competenti, comuni, province, Anas, concessionari autostradali, che spesso, però, si sono girati dall’altra parte. I casi risolti con un intervento sono stati appena 160, il 3 per cento, in prevalenza sulle autostrade.
Racconta Umberto Guidoni, segretario generale della fondazione: “Le amministrazioni pubbliche e i concessionari delle strade all’inizio non ci hanno capito. Le cose sono migliorate quando abbiamo spiegato che non volevamo appioppare pagelle o bacchettare gli inadempienti, ma solo dare una mano. A quel punto molti hanno smesso di chiuderci la porta in faccia, anche se le vie non sono migliorate come d’incanto, i tempi di risposta alle segnalazioni restano insufficienti”.
Per esempio l’Anas, l’ente la cui ragione sociale è proprio la cura delle strade, per mesi si è rifiutato perfino di ricevere le segnalazioni dei punti pericolosi. Solo dopo infinite insistenze ha istituito un call center che però si limita a trascrivere il caso segnalato e ad avvertire che è stato girato all’”ufficio competente”. Intanto, mentre la gente continua a rischiare la pelle, i premi delle polizze di assicurazione fanno fatica a scendere perché il numero di sinistri resta elevatissimo e, considerato 100 il totale dei costi di gestione dell’Rc auto, quasi l’82 se ne va per i risarcimenti delle vittime.
I soldi delle multe per coprire le buche
Anche tra i comuni i tempi di intervento non sono brucianti. Mesi fa, per esempio, la Fondazione Ania ha firmato protocolli di intesa con Roma e Milano mettendo a disposizione dei due comuni 1 milione di euro per ridipingere le strisce pedonali: “Sembra impossibile, ma non riusciamo a far spendere quei quattrini” constata il segretario dell’associazione.
I comuni in base all’articolo 208 del Codice della strada per la manutenzione dovrebbero attingere dalle somme raccolte con le multe, 12 milioni di contravvenzioni nel 2008, più 7,9 per cento rispetto all’anno prima, quasi 2 miliardi di euro incassati. Ma non lo fanno perché sanno che tanto nessuno controlla. Alla Camera proprio in questi giorni i parlamentari stanno cercando di introdurre sanzioni per gli inadempienti, per esempio riducendo i trasferimenti statali alle amministrazioni che non dichiarano il numero delle multe effettuate e i relativi incassi.
“Ma occorre vigilare anche sulla qualità dei lavori” raccomanda Angelo Artale, direttore della Finco, federazione confindustriale che raggruppa i produttori di materiali e impianti per le costruzioni, strade comprese. Con una nota ai parlamentari, la Finco ha proposto l’istituzione di un servizio ispettivo stradale alle dipendenze del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti pagato dagli enti proprietari delle strade, con un contributo dell’Inail e delle imprese di assicurazione.
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Le buche di Bologna:
Voragine alla circonvallazione di Catania:
Il disastro delle buche sulle strade di Roma:
Le strade di caverzere (Ve):
Dopo una notte relativamente tranquilla gli sfollati vivono il giorno di Pasqua nelle tendopoli o negli alberghi sul litorale Adriatico nei quali sono alloggiati. Ma la terra continua a tremare: secondo la Protezione civile si è registrata una scossa alle 5.29 del mattino, di magnitudo 3.1 sulla scala Richter. Poi un altro evento sismico alle 11.48, con magnitudo 3.2: le località prossime all’epicentro sono L’Aquila, Pizzoli e Collimento.
Intanto le ruspe hanno iniziato a portare via le macerie e i detriti dalla zone terremotate, mentre andranno avanti le rilevazioni dei tecnici sui danni e l’agibilità degli edifici. Sabato, infatti, sono terminati gli scavi per cercare eventuali corpi: non ci sono ulteriori dispersi, hanno fatto sapere i soccorritori. Il bilancio delle vittime è però salito a 294 morti, dopo che nell’ospedale di Teramo è deceduto per le ferite riportate nel sisma Tommaso Iovinitti. Aveva 59 anni.
Nelle zone colpite dal sisma è tornato anche Silvio Berlusconi: il premier ha partecipato alla messa celebrata presso la scuola della Guardia di finanza a Coppito. “Li tireremo fuori dalle tende” ha dichiarato il presidente del Consiglio. “Mai come in questi giorni, in questi 15 anni”, ha proseguito, “mi sono sentito orgoglioso di essere italiano”. E dall’altare allestito nel cortile, il vescovo dell’Aquila, monsignor Giuseppe Molinari, si è rivolto direttamente a lui: “Noi sappiamo che lei manterrà le promesse. Mi auguro che si ricordi questo amore e che non ci siano polemiche sterili”.
Più tardi lo stesso capo del governo ha assicurato: “Non vogliamo ricadere negli errori dei precedenti casi. Adesso, finita l’emergenza, toglieremo le persone dalle tende e dovremo assicurare loro condizioni di vivibilità. E poi ripartiremo con la ricostruzione, affidando i cantieri alle singole province”. Il premier ha poi fatto il punto della situazione in conferenza stampa: “La decrescita delle scosse fa ben sperare dal 6 aprile abbiamo registrato un numero rilevante di scosse che però negli ultimi giorni è diminuito e, pur se le previsioni sono impossibili da fare su base scientifica, anche gli esperti dicono che questa diminuzione fa ben sperare”.
Secondo Berlusconi, “forse siamo già fuori dall’emergenza. Al momento sono state allestite 106 tendopoli”, ha proseguito. “In queste ci sono tutti i servizi garantiti: riscaldamento, pasti caldi, assistenza sanitaria, televisioni. Certo, se si spigola su alcuni centri più piccoli è possibile trovarne qualcuno in cui tutte le opere non sono ancora lì, ma sono in corso accelerato di completamento. Soltanto tra due mesi potremo però sapere quanto sono le persone che possono rientrare nelle proprie case e quante quelle che hanno bisogno di un’altra abitazione”.
Anche Gianfranco Fini è arrivato in visita in Abruzzo: il presidente della Camera è giunto nell’ospedale da campo allestito a L’Aquila. “Grazie per tutto quello che state facendo”, ha detto ai volontari impegnati a preparare il pranzo di Pasqua. “L’Italia è orgogliosa di voi”. Poi, parlando con gli sfollati, ha aggiunto: “Adesso dobbiamo rimboccarci le maniche, noi prendiamo l’impegno di non dimenticarvi”. Sui tempi di ricostruzione, ha aggiunto: “È difficile da prevedere, dalle tende passeremo ai prefabbricati. I tempi sono medio-lunghi, ma l’impegno è di fare tutto nell’arco di qualche anno. Per il centro storico dell’Aquila il tempo sarà più lungo e difficile”.
I vigili del fuoco sabato sera hanno regalato un momento di serenità ai bambini che si trovano nel campo degli sfollati di Bazzano: hanno anticipato di un giorno la festa portando ai bambini un uovo alto quattro metri che è stato poi rotto con i martelli. Da molte parti d’Italia c’è poi stata una gara di solidarietà per far arrivare nei campi, soprattutto ai bambini, uova di Pasqua e colombe. Il Papa ha mandato alla diocesi un’offerta in denaro, 500 uova per i bambini, calici e paramenti per la celebrazione delle Messe. Mille uova di Pasqua per i bambini dei campi sono stati regalati dalla Polizia.
Il governo invece ha deciso di aprire un altro canale per sostenere le popolazioni che hanno subito danni durante il terremoto. Il 5 per mille all’interno della dichiarazione dei redditi potrà infatti essere destinato anche ai terremotati d’Abruzzo. “Il ministro dell’Economia e finanze Giulio Tremonti”, si legge in una nota di via XX Settembre, “ha attivato presso il ministero le procedure per introdurre il terremoto dell’Abruzzo nell’elenco delle causali di destinazione per il 5 per mille”.
Destinare il 5 per mille della propria Irpef ai terremotati dell’Abruzzo sarà molto semplice. Con tutta probabilità basterà indicare nella dichiarazione dei redditi un codice numerico. La soluzione tecnica alla quale starebbero lavorando i tecnici di via XX Settembre è quella di attribuire per le destinazioni a favore dei terremotati un numero d’ufficio di 11 caratteri che sarà reso noto nei prossimi giorni. Si tratta di una soluzione facilmente attuabile senza dover modificare i modelli di dichiarazione. Viene infatti semplicemente prevista una ulteriore destinazione per la quale si potrá optare utilizzando l’attuale modulistica.
La scelta di destinare il 5 per mille della propria Irpef può essere fatta apponendo la firma in un apposito spazio del modello di dichiarazione denominato “Scelta per la destinazione del cinque per mille dell’Irpef”. Oltre alla firma per la scelta occorre indicare il codice fiscale del beneficiario che nal caso dei terremotati sarà con tutta probabilità attribuito d’ufficio. La scelta può essere fatta anche da chi non presenta il modello Unico o il 730 utilizzando l’apposita scheda allegata al Cud.