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Fini, di destra o di sinistra?

Gianfranco Fini/foto: Marco Merlini/Lapresse
Foto: Marco Merlini/Lapresse

Vittorio Feltri, dal suo Giornale, a Fini lo chiede esplicitamente: Sei ancora di destra o da quella parte ti sei fatto superare da Berlusconi?”. E il presidente della Camera risponde, anche se indirettamente: a parlare per lui Alessandro Campi, direttore scientifico dell’associazione finiana “Fare Futuro”, che sottolinea come “è ridicolo accusarlo di non essere di destra: Fini lo è, ma il suo modo di intendere la destra è diverso da quello di Feltri”.
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Vaticangate: il caso Boffo visto dalle segrete stanze della Chiesa

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Un segreto custodito da un manipolo di fedelissimi, un’arma di ricatto nelle mani degli avversari, un’imbarazzante verità da seppellire negli archivi giudiziari. L’affaire Boffo ha assunto una dimensione che neppure il cardinale Camillo Ruini, informato sulla vicenda da almeno cinque anni, avrebbe mai immaginato.
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Boffo e il pasticciaccio brutto di Terni. Da piccolo scandalo di provincia a caso nazionale

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Guarda la GALLERY: i protagonisti della battaglia mediatica

È quasi un contrappasso: nella terra di San Valentino e delle promesse d’amore eterno scambiate sulla sua tomba il 14 febbraio, nella città della leggenda di Sabino e Serapia, un Romeo e una Giulietta d’epoca imperiale, Terni è salita alla ribalta per le molestie telefoniche a una ragazza e per le voci maligne su un presunto e indimostrato amorazzo (negato dai diretti interessati) fra il direttore dell’Avvenire Dino Boffo e un aitante assistente di volo ternano.
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Dino Boffo senza Avvenire: dà le dimissioni e Bagnasco le accetta‎

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Guarda la GALLERY: i protagonisti della battaglia mediatica

E alla fine Dino Boffo ha lasciato. Si è dimesso dalla direzione di Avvenire (oltre che dalla direzione di TV2000 e RadioInblu), il giornale cattolico che guidava da 15 anni. Lo ha fatto, con una lettera di quattro pagine (qui il testo integrale in .pdf) indirizzata al Presidente della Conferenza Episcopale Angelo Bagnasco, in cui spiega di sentirsi al centro di una “bufera gigantesca” frutto della campagna di stampa contro di lui che ha “violentato la mia famiglia“. E che per tanto intende allontanare il più possibile la sua persona, oggetto dell’attacco di Vittorio Feltri, dal giornale voce dei Vescovi italiani . “Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora per giorni e giorni una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani“.
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Scontro Giornale-Avvenire: battaglia a mezzo stampa, con risvolti politici

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Battaglia a mezzo stampa, con risvolti politici. Protagonisti: il direttore de il Giornale, Vittorio Feltri, e il direttore di Avvenire, Dino Boffo.

Feltri all’attacco
Comincia Feltri, che in un editoriale esprime l’intento di “smascherare” i cosiddetti “moralisti” che hanno attaccato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, su vicende di carattere privato: “Mai quanto nel presente periodo” scrive Feltri, nell’editoriale di prima pagina sul Giornale “si sono visti in azione tanti moralisti, molti dei quali, per non dire quasi tutti, sono sprovvisti di titoli idonei. Ed è venuto il momento di smascherarli. Dispiace, ma bisogna farlo affinché i cittadini sappiano da quale pulpito vengono certe prediche“. Il quotidiano della famiglia Berlusconi ha pubblicato oggi in prima pagina la notizia di una presunta vicenda giudiziaria, in cui il direttore di Avvenire, secondo il Giornale, sarebbe stato coinvolto.

La difesa di Boffo
E Boffo? Questa la sua reazione: “Diciamo le cose con il loro nome: è un killeraggio giornalistico allo stato puro”, scrive il direttore del quotidiano della Cei. “La lettura dei giornali di questa mattina mi ha riservato una sorpresa totale, non tanto rispetto al menù del giorno, quanto riguardo alla mia vita personale. Evidentemente Il Giornale di Vittorio Feltri sa anche quello che io non so, e per avvallarlo non si fa scrupoli di montare una vicenda inverosimile, capziosa, assurda“. Boffo conclude: “Al direttore del Giornale ora l’onere di spiegare perché una vicenda di fastidi telefonici consumata nell’inverno del 2001, e della quale ero stato io la prima vittima, sia stata fatta diventare oggi il monstre che lui ha inqualificabilmente messo in campo”.
Schierata a fianco del direttore del giornale cattolico la Cei, che in una nota dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, conferma “piena fiducia” a Dino Boffo che dirige Avvenire “con indiscussa capacità professionale, equilibrio e prudenza”.

La controreplica di Feltri
A stretto giro di posta arriva anche la controreplica di Feltri: nessun killeraggio ma solo la trascrizione “di un documento del casellario giudiziario, cioè pubblico”. “Abbiamo semplicemente ricordato” prosegue Feltri “che Boffo ha dovuto rispondere in tribunale di una vicenda, che si è conclusa con patteggiamento e ammenda, e che risulta in modo chiaro dal casellario giudiziario di Terni. Ebbene, questa vicenda attiene alla sfera dei comportamenti sessuali”.

Risvolti politici
Ma essendo la vicenda capitata alla vigilia del gran giorno della “Perdonanza Celestiniana” dell’Aquila, dove tutto era pronto per la cena che avrebbe visto allo stesso tavolo il premier Silvio Berlusconi e il segretario di Stato vaticano cardinal Tarcisio Bertone, il caso ha messo in fibrillazione anche il mondo politico. Tanto che più d’uno si è spinto a collegare lo scontro Feltri-Boffo con la notizia, della sala stampa vaticana, che la cena “è stata annullata”. Nella stessa nota anche l’annuncio della decisione del presidente del Consiglio di delegare, quale rappresentante del governo alle celebrazioni, il sottosegretario Gianni Letta. L’incontro era stato interpretato dagli osservatori politici come una nuova riconciliazione dopo lo strappo della Lega con la chiesa sull’immigrazione, e dopo le tante critiche rivolte al governo dai giornali vicini al Vaticano.

Di fatto, a fianco del direttore Boffo si è schierato anche il presidente del Consiglio Berlusconi: “Il principio del rispetto della vita privata è sacro e deve valere sempre e comunque per tutti. Ho reagito con determinazione a quello che in questi mesi è stato fatto contro di me usando fantasiosi gossip che riguardavano la mia vita privata presentata in modo artefatto e inveritiero. Per le stesse ragioni di principio non posso assolutamente condividere ciò che pubblica oggi il Giornale nei confronti del direttore di Avvenire e me ne dissocio”.

Veltroni, Feltri e i pedofili. Due pesi e due misure


Niente tutela della privacy: i pedofili devono essere riconoscibili. Walter Veltroni, candidato leader del Pd, nell’intervista pubblicata oggi dal Corriere della Sera usa parole inequivocabili contro i pedofili.
”Occorre essere molto duri e molto severi: l’effettività della pena - sottolinea Veltroni - deve essere una cosa seria. Non è possibile che un truffatore si arricchisca dalla galera.
O che un incendiario in galera non vada neppure. O che circoli liberamente chi si è macchiato di pedofilia. Dove per pedofilia intendo non solo la violenza sui minori ma anche il possesso e lo scambio di materiale pornografico. Occorre che queste persone siano messe in condizione di essere riconoscibili. Se per sei mesi un medico, un dirigente, un impiegato è costretto ad affidarsi ai servizi sociali dovrà pur spiegare i motivi, renderli pubblici”.
Dopo Sarkozy, che ha rilanciato la castrazione chimica per i pedofili tanto cara a Calderoli, oggi anche Veltroni ha sentito la necessità di occuparsi del tema. Riprendendo un tema, quello della “pubblicità” del reato di pedofilia, che aveva tenuto banco nell’estate del 2000. Allora Vittorio Feltri pubblicò su Libero le liste dei nomi dei pedofili condannati con sentenza definitiva. E, soprattutto da sinistra, fioccarono le polemiche. L’allora ministro della Giustizia Piero Fassino la definì una “lapidazione mediatica” e Livia Turco, che era ministro della Solidarietà sociale, dichiarò: “La considero una decisione grave. Non so quanto aiuti la lotta alla pedofilia, alimenta una psicosi che non serve. Tutto questo è profondamente sbagliato”. Oggi, sul tema, tutto tace.

Trattare o non trattare, questo è il dilemma

Rapimento Mastrogiacomo

Mastrogiacomo, i titoli del Manifesto e di Libero

Ritornano, all’indomani della liberazione di Daniele Mastrogiacomo, i fantasmi di un dibattito che nel 1978 ha spaccato in due il nostro Paese: è giusto fare concessioni ai terroristi per salvare la vita di un ostaggio? Allora, erano i 55 giorni della prigionia di Aldo Moro, c’erano il partito della fermezza (Pci e Dc) e quello della trattativa (Psi e Partito radicale) che si fronteggiavano nelle piazze e in parlamento.

Oggi, a coprire il fronte del no al negoziato con i sequestratori, c’è il quotidiano diretto da Vittorio Feltri che, su questi temi, è sempre andato a nozze. Il dilemma - trattare o no?- si pone con drammatica puntualità anche ora che Mastrogiacomo è stato rilasciato. Basti pensare che nelle mani dei guerriglieri iracheni ci sono oggi due cittadini tedeschi. Per ottenerne il rilascio il premier tedesco Angela Merkel dovrà scegliere: trattare (cedendo alla richiesta di ritirarsi dall’Afghanistan o magari favorendo la liberazione di qualche detenuto iracheno) o scegliere la linea della fermezza (condannando indirettamente a morte i due cittadini tedeschi)?

Il dilemma si pone ovviamente con maggior forza, in quei Paesi come l’Iraq o l’Afghanistan, dove pagare sempre e comunque un prezzo ai sequestratori rischia di essere controproducente soprattutto nel lungo periodo. Del resto, come dichiara l’esperto di cose militari Angelo Nativi, i sequestri dei cittadini di uno Stato trattativista (come l’Italia) sono considerati più appetibili, più remunerativi, per i guerriglieri rispetto a quelli di cittadini di Stati, come gli Usa, attestati sulla linea della fermezza. I politici italiani lo sanno bene. Ed è per questo che, durante i precedenti rapimenti, hanno sempre negato che fossero state soddisfatte richieste di riscatto, anche di tipo economico. Ammetterlo significa invitare i potenziali rapitori a sequestrare altri nostri connazionali, senza contare le ricadute politiche interne di un eventuale ammissione di aver concesso soldi in cambio del rilascio di un italiano.

Sul piano interno, sembra inoltre che lo Stato utilizzi un doppio registro, a seconda che il sequestro avvenga nel nostro Paese o in un contesto internazionale. Ai tempi dei rapimenti in serie in Barbagia , lo Stato approvò un decreto d’urgenza (15/1 n.8 del 1991), successivamente convertito in legge n. 82 15/3 1991, che impose il sequestro dei beni dei familiari dei rapiti. Ne scaturirono polemiche a non finire. E’ possibile che questa legge abbia avuto l’effetto di dare un colpo mortale al business dei sequestri nell’isola (che oggi sono azzerati). Ma è chiaro che oggi, in Afghanistan e anche in Iraq, lo Stato ha scelto una linea diversa, attingendo spesso (secondo molti, tra cui l’inviato Lorenzo Cremonesi) a un fondo speciale e segreto del Sismi, per ottenere la liberazione dei nostri concittadini (da Giuliana Sgrena alle due Simone, dai bodyguard italiani in Iraq a Gabriele Torsello). I tempi cambiano, la ragion di Stato anche.

Gli insulti di Feltri a Baldoni

A sequestro in corso, il direttore di Libero ricorse agli epiteti di “giornalista della domenica” e il suo vice, Daniele Farina, rilanciò dando al reporter di Diario del “simpatico pirlacchione”. Una scelta che scatenò l’ira di Enrico Deaglio e dei colleghi del settimanale milanese. Era la fine di agosto del 2004. Il giornalista Enzo Baldoni fu assassinato dall’Esercito islamico dell’Iraq pochi giorni dopo.

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