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voti

La prima volta dell’Idv: un congresso o una resa dei conti?

Luigi De Magistris e il leader dell'Idv Antonio Di Pietro (Ansa)

Luigi De Magistris e il leader dell'Idv Antonio Di Pietro (Ansa)

Via un ex magistrato, potrebbe essercene subito un altro pronto a guidare gli antiberlusconiani. A Roma, Hotel Marriott, va in scena una prima assoluta nello scenario politico nazionale: il primo congresso dell’Idv, dal 5 al 7 febbraio. Fino ad oggi, infatti, si erano svolte solo assemblee programmatiche nelle quali il presidente, Antonio Di Pietro, veniva sempre confermato per acclamazione. Continua

Pdl-Lega, il derby Veneto: compatti con Zaia (ma senza esagerare)

Il ministro dell'agricoltura Luca Zaia candidato del centrodestra alla regione Veneto

Il ministro dell'agricoltura Luca Zaia candidato del centrodestra alla regione Veneto

Altro che calata dei barbari leghisti sul Canal (quasi ex) Galan grande. Dipingere Luca Zaia come il vichingo usurpatore della poltrona del “doge” Giancarlo Galan rischia di diventare un boomerang in mano agli avversari. Alle accuse di inadeguatezza sparategli dal Pd, dall’Udc e dallo stesso Galan (Pdl), il ministro dell’Agricoltura, candidato alla presidenza del Veneto dalla Lega e dal Pdl, risponde con il suo vangelo. Il vangelo secondo Luca. La pista delle sacrestie di questa religiosa terra è importante per la conquista di Palazzo Balbi da parte del primo doge in camicia verde. È la curva più pericolosa per la gara del sorpasso, ingaggiata dal Carroccio con gli alleati del centrodestra sulla via del Veneto. Continua

Ma quanto vale l’Udc? Sondaggisti al lavoro: ecco il peso di Casini

Una bandiera UDC | (Ansa)

Una bandiera UDC | (Ansa)

Rebus Udc: quanto conta Pier Ferdinando Casini? Umberto Bossi ha già detto la sua: “Casini è uno che fa molte chiacchiere, ma pochi numeri. Vedremo quanti voti piglia“. Gli analisti dei flussi elettorali sono già al lavoro per calcolarli. “Non è facile” avverte Luigi Crespi. Continua

La crisi e i partiti: a sinistra è profondo rosso

Paolo Ferrero

di Stefano Brusadelli

Ironia della sorte (e della politica): sempre sprezzanti verso il primato del dio denaro, le forze italiane della sinistra radicale rischiano di chiudere bottega non perché mancano gli elettori (che peraltro negli ultimi tempi si sono ristretti), ma perché mancano i soldi. “La situazione” confessa a Panorama il tesoriere di Rifondazione, Sergio Boccadutri, “è drammatica. I soldi incassati alle elezioni del 2008 li abbiamo già tutti spesi per le europee. Dalle quali però, disgraziatamente, non ci arriveranno rimborsi”. E se il partito di Paolo Ferrero è alla canna del gas, sono preoccupanti anche le condizioni degli altri “nanetti” accampati alla sinistra del Pd, ossia i comunisti italiani di Oliviero Diliberto, Sinistra e libertà di Nichi Vendola, i Verdi di Grazia Francescato, i socialisti di Riccardo Nencini. L’incubo, per tutti, è rimanere senza più un soldo già nel 2010.
Per capire la situazione occorre ripassare il machiavello del finanziamento dei partiti (qui la Legge 3 giugno 1999, n. 157, qui le nuove norme per il finanziamento dei partiti europei). Che in verità sarebbe stato abolito da un referendum nel 1993, e che invece venne resuscitato 8 mesi dopo travestito da “rimborso “; con inganno anche lessicale, perché l’erogazione avviene senza bisogno di documentare le spese e dunque di finanziamento si tratta e non di rimborso. Le (ricche) torte a disposizione sono quattro: elezione della Camera, del Senato, elezioni europee e regionali. Per accedere alla spartizione delle prime due basta raggiungere l’1 per cento. Per la torta europea l’asticella è più in alto, sta al 4 per cento.
Ogni torta vale all’incirca 250 milioni di euro, e le fette, distribuite in rate annuali, sono proporzionali ai voti conseguiti. Va aggiunto che, grazie alla generosità che i partiti dimostrano sempre verso se stessi, i rimborsi per Camera e Senato vengono erogati per 5 anni anche nel caso la legislatura (come accadde a quella scorsa) duri di meno.
Il guaio per la sinistra radicale è che ormai colleziona un flop elettorale dietro l’altro. Alle politiche del 2008, tutti intruppati nella Sinistra arcobaleno, Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica (un gruppo di scissionisti ds guidato da Fabio Mussi) hanno raccolto un misero 3 per cento. Non sono quindi riusciti a eleggere né deputati né senatori (il che ha la sua importanza perché le trattenute sugli stipendi degli eletti sono un’importante voce di entrata), ma hanno almeno incassato i rimborsi; i quali però, divisi in quattro parti, si sono rivelati una miseria. Speravano di rifarsi alle europee succhiando voti al Pd e si erano baldanzosamente divisi in due squadre, ciascuna convinta di superare lo sbarramento del 4 per cento.
È andata male di nuovo: la Lista comunista (Prc e Pdci) si è fermata al 3,3 per cento mentre Sinistra e libertà (gli scissionisti del Prc capitanati da Nichi Vendola, Verdi, Socialisti e Sd) al 3,1. Niente eletti e, stavolta, zero finanziamento.
Con le banche che, non vedendo entrate certe per i prossimi anni, cominciano ad alzare i ponti levatoi. Conseguenza: crisi nera e rischio di finire l’ossigeno già l’anno prossimo, quando invece ci sarà da tirare fuori un mucchio di soldi per la campagna regionale. A viale del Policlinico, sede del Prc, girano cifre da brivido. La curva delle entrate è quella di un’azienda in crisi: 21 milioni di euro nel 2007, 15 nel 2008, 9,5 milioni nel 2009, 6,5 nel 2010, per finire a “zero euro” a partire dal 2011. Le uscite (mettendo da parte il buco di Liberazione, il quotidiano ufficiale) non scendono altrettanto velocemente: 13 milioni nel 2008, 10 milioni nel 2009 e altrettanti nel 2010. Quanto a Liberazione, le perdite ammontano, solo per il 2008, a 3 milioni. “Negli ultimi 5 anni ” si dispera Boccadutri “gli abbiamo dato 10 milioni: ora basta!”.

Come si fa ad andare avanti? La risposta è una drastica ristrutturazione, maneggiata con imbarazzo comprensibile da un partito che ha sempre condannato i licenziamenti fatti dagli altri. Per Liberazione è stato decretato il ridimensionamento: contratti di solidarietà per sei-otto giornalisti e cassa integrazione per tutti gli altri, una quarantina compresi i poligrafici. Ci si accontenterà di un giornale ridotto a quattro pagine. Ma saranno i dipendenti della direzione a dover subire i tagli più pesanti: dai 125 in organico, un’enormità, bisognerà scendere a non più di 40.
I lavoratori sono sul piede di guerra e minacciano azioni eclatanti. Il partito ha offerto 7 mila euro di buonuscita più una mensilità per ogni anno di anzianità. Finora nessuno ha accettato.

Dalle parti dei comunisti di Diliberto la situazione è meno allarmante solo perché i dipendenti sono solo una ventina. “Non ci saranno licenziamenti” dice il tesoriere Roberto Soffritti “ma chi va in pensione non verrà sostituito”. Il bilancio 2008 si è chiuso con un disavanzo leggero, “però i problemi arriveranno già dal consuntivo 2009″. Anche qui c’è un macigno, il settimanale La Rinascita della sinistra, con 15 tra giornalisti, grafici e amministrativi.
I vendoliani si salvano (per ora) solo perché molti dei funzionari che hanno fatto lo strappo dal Prc sono in carico ai sindacati, non esiste un giornale e nemmeno una sede. Il tesoriere, Francesco Ferrara, confida in una sottoscrizione tra militanti e simpatizzanti. Problemi seri, invece, in casa dei Verdi, dove oltre alle entrate è in calo anche il numero degli iscritti e il bilancio 2008 si è chiuso con 1 milione di disavanzo. L’amministratore, Marco Lion, annuncia il taglio di un organico già scheletrico: “Abbiamo sei dipendenti e quattro lavoratori a progetto: li dimezzeremo”. Tutti i soci di Sinistra e libertà possono almeno sperare che la vittoria di Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema al congresso Pd riapra le porte o del partito (è il caso di vendoliani e Sd) o almeno porti a una riedizione dell’Unione sotto il cui simbolo superare le future soglie di sbarramento. Ma Rifondazione e Pdci non possono nutrire neppure questa speranza.

(ha collaborato Vasco Pirri)

Scuola, quei professori con la valigia

Maestra elementare in aula

Ogni anno nelle nostre scuole il 27 per cento degli insegnanti è “nuovo” rispetto all’anno precedente. Ciò significa che ogni anno un docente su quattro cambia istituto. Fenomeno imponente che, facendo due conti, come li ha fatti Ciccio Scrima, segretario nazionale della Cisl scuola, significa: “Alla fine dell’anno scolastico 2008-09 la mobilità è stata di 92.737 docenti. Su 701.305 insegnanti di ruolo significa il 12 per cento”. E sono state presentate 150 mila domande di trasferimento.
Insegnanti con la valigia, pendolari del sapere che vantano nella loro carriera una media di almeno tre scuole cambiate. Racconta Valeria Poggi, 36 anni nella scuola, da insegnante a vicepreside in un istituto alle porte di Milano: “Fra nomine tardive, precari, graduatorie incrociate, alla fine ci si capiva ben poco. La mobilità dagli anni Ottanta è aumentata in modo vertiginoso e, di conseguenza, sono aumentate le spese. Nella mia scuola avevamo una persona che lavorava solo fra telefono e telegrammi per comunicare gli spostamenti”.
Per circa il 14 per cento non si tratta di una scelta: sono obbligati dal meccanismo delle graduatorie. “La nostra scuola è come l’esercito, il sistema assegna gli insegnanti alle diverse scuole per anzianità, non c’è l’elemento scelta. In più c’è l’aggravante che nella scuola non esistono gradi. Tutti generali, o meglio tutti caporali” ironizza Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli che ha appena pubblicato lo studio recente più completo sulla scuola (Rapporto sulla scuola in Italia 2009, Editori Laterza).
Un capitolo è dedicato agli insegnanti, perché, come ricordava uno studio Ocse di qualche anno fa, “teachers matter”, gli insegnanti contano. O almeno dovrebbero, certo è che macinano chilometri. Ai globetrotter di ruolo vanno aggiunti precari e neoassunti, tutti costretti a una girandola, come racconta Giovanni Turra, 36 anni, insegnante di lettere in un liceo alle porte di Venezia: “Da supplente, da 24 a 26 anni, ho cambiato sette scuole. Allora mi sembrava anche divertente. Oggi ho colleghi che dopo 15 anni continuano a spostarsi, in una sorta di schizofrenia che impedisce di instaurare rapporti con gli allievi e i colleghi”. Turra oggi si sente un privilegiato: insegna sotto casa, ma ha già la valigia pronta: “Con la nuova riforma e la contrazione delle cattedre mi aspetto il trasferimento”.

Gli spostamenti, secondo lo studio della Fondazione Agnelli, sono per il 77,4 nell’ambito della stessa provincia, per il 14,4 nell’ambito dello stesso comune e solo il 4,4 per cento fra regioni diverse. Ciò significa, come spiega Scrima, che per dieci anni ha insegnato a Quarto Oggiaro (”Il cosiddetto Bronx milanese”) e poi è tornato a casa in Sicilia, “un perverso gioco dell’oca al contrario. L’insegnante che dal Nord vuole tornare a casa al Sud può impiegare anche trent’anni”.
“Un turnover vorticoso, più è forte la mobilità, più è bassa la qualità di apprendimento dei ragazzi” continua Gavosto. Dagli studi Pisa (Programma per la valutazione internazionale dell’allievo) emerge, sottolinea Stefano Molina, dirigente di ricerca della fondazione torinese, “che uno dei fattori che spiegano il risultato deludente degli alunni è il grado di mobilità che si è avuto in quella scuola”
Ma perché questa giostra? “La carriera degli insegnanti è piatta, con un solo passaggio decisivo: l’immissione a ruolo. Dopo, non potendo aspirare all’aumento di merito, o alla promozione, si sogna almeno di cambiare sede di lavoro. Magari per avvicinarsi a casa” continua Molina. Non si stupisce Alessandro Cavalli, sociologo della scuola (Gli insegnanti nella scuola che cambia, Il Mulino 2000; la sua prossima ricerca sarà pronta in autunno): “È così dal dopoguerra, è uno degli aspetti della questione meridionale, della disoccupazione dei laureati nel Sud. E la scuola resta la valvola di sicurezza contro la disoccupazione intellettuale. Non credo esista un solo insegnante in Italia che non abbia mai cambiato istituto”. I giovani insegnanti meridionali lavorano in media a una distanza di oltre 400 chilometri dal luogo di nascita, distanza che negli anni riescono ad accorciare fino a 150 chilometri. E nelle scuole del Nord oltre metà dei docenti di 25-30 anni proviene dal Sud.

I traferimenti dei professori italiani

“Vanno via ma poi fanno di tutto per tornare a casa. Avuto il posto, mettono in moto i meccanismi del sistema per potersi spostare. Con effetti tutt’altro che positivi sull’insegnamento. Il senso di appartenenza si indebolisce, si insegna a spezzoni, senza investire nel rapporto con gli studenti, che diventa sempre più simile a una prestazione. Come quando si va dal medico per una ricetta”. Racconta Turra: “Ho una collega che insegna nove ore latino e greco al classico, le altre nove invece in una scuola media in un altro comune. Ha trent’anni e una strada in salita davanti”.

Il rischio è il “burn-out”, la caduta dell’identità, la liquefazione del ruolo, ha spiegato Giuseppe Favretto, docente di organizzazione del lavoro all’Università di Verona nel suo Lo stress degli insegnanti, ricerca su oltre 2 mila docenti del Veneto (in uscita per la Franco Angeli): “Alcuni resistono e combattono, altri si fanno trascinare dalla corrente. E sembra paradossale, ma sono i migliori: quelli che hanno accettato di diventare dei perfetti funzionari asburgici”.
La Fondazione Agnelli lancia l’allarme e per la prima volta registra da parte degli insegnanti la volontà di uscire dallo stritolamento delle graduatorie e dai meccanismi da gosplan. “Non è un fenomeno solo italiano” continua Gavosto “però mentre in altri paesi si cerca di attenuare la pianificazione sovietica delle graduatorie, da noi lo stesso sistema è accentuato”.
Deve cambiare il reclutamento e i primi a chiederlo sono gli insegnanti, perché, come aggiunge Valeria Poggi, “oggi sembra di assistere a una partita a scacchi dove le pedine vengono spostate a caso e alla fine si perde sempre”.
Purtroppo di valigie il prossimo anno se ne faranno ancora molte.

Dove insegnano i maestri

Università: quando sono i professori a prendere i voti

Corteo alla Sapienza contro i tagli alle universitÃ

Di Elena Porcelli

C’è chi dà i voti ai professori universitari. E i risultati sono su internet, consultabili da chiunque abbia voglia di sapere se sotto il tocco c’è un pozzo di scienza o solo un barone più dedito agli intrallazzi che alla ricerca. I siti più apprezzati a livello internazionale sono due: Isi Thomson, che fornisce i punteggi se si paga un abbonamento, e Harzing, che è gratuito e aperto a tutti.
Entrambi si basano sul cosiddetto impact factor. In pratica ad avere il punteggio più alto sono quei ricercatori le cui scoperte vengono citate molte volte negli articoli di altri studiosi. Questo vuol dire che si tratta di idee che hanno un forte impatto nel mondo scientifico e costituiscono il punto di partenza per i progressi successivi. Per dimostrare l’importanza dell’impact factor, Isi Thomson tira a indovinare i nomi dei possibili vincitori del premio Nobel prima che vengano annunciati ufficialmente e ci azzecca spesso: quest’anno ha fatto centro per la chimica, la medicina e l’economia.

Nei paesi anglosassoni gli indici di impatto, come quelli forniti da Harzing e Isi Thomson, sono tenuti in gran conto quando si assegna una cattedra universitaria, soprattutto nelle facoltà scientifiche. In Italia la situazione varia a seconda delle discipline. “Nei concorsi della mia materia” dice a Panorama Vincenzo Balzani, professore ordinario di chimica generale e inorganica all’Università di Bologna, “l’impact factor è la prima cosa che guardiamo per valutare un candidato”.
È più autorevole Isi Thomson o Harzing? “Lo sono tutti e due, in modo diverso” risponde il docente. “Il primo tiene conto solo delle pubblicazioni più recenti e segnala chi sta lavorando bene al momento, il secondo dà una visione più ampia dell’intera carriera, perché tiene conto di tutte le pubblicazioni presenti su Google Scholar, il motore di ricerca specializzato nelle pubblicazioni scientifiche”.
Balzani è fra gli 83 studiosi italiani presenti nel sito Isihighlycited.com, che è basato sui punteggi Isi Thomson ed elenca i ricercatori che si classificano tra i 250 a più alto impatto nella propria materia al mondo. La lista riserva alcune sorprese. Non ci sono, per esempio, l’oncologo Umberto Veronesi e il Nobel per la fisica Carlo Rubbia, ai quali Harzing attribuisce invece un h-index (punteggio che misura l’impact factor) ragguardevole: 62 al primo e 44 al secondo.
David Pendlebury, uno dei “citation analyst” di Thomson Reuters, cioè un professionista che si occupa di spulciare le riviste scientifiche e contare le citazioni, spiega così le assenze: “Nel caso di Rubbia si tratta di quel fenomeno che i sociologi della scienza chiamano obliterazione per incorporazione. La scoperta delle particelle W e Z da parte del fisico italiano è stata assorbita così rapidamente e profondamente dalla comunità scientifica che gli addetti ai lavori la danno per scontata. Del resto succede lo stesso con la teoria della relatività: gli scienziati la usano sempre ma nessuno cita Albert Einstein, tanto tutti sanno chi è”. Per Umberto Veronesi è diverso, ammette Pendlebury: “I suoi lavori più citati sul tumore al seno risalgono alla fine degli anni Novanta, ma la lista è stata preparata sulla base delle pubblicazioni tra il 1981 e il 1999, per cui il grosso delle sue citazioni non è stato contato. Ci stiamo aggiornando e presto avrà il posto che gli spetta”.

Questo dimostra che gli indici di impact factor basati sulle citazioni non sono affidabili al 100 per cento. Anne-Wil Harzing, docente di management interculturale e internazionale all’Università di Melbourne e ideatrice del programma Publish or perish (Pubblica o muori), liberamente scaricabile dal suo sito www. harzing.com, confessa a Panorama: “Uno studioso che ha un punteggio alto è sicuramente molto bravo. Ma non vale l’inverso. Chi, per esempio, studia un argomento molto ristretto o scrive in lingue diverse dall’inglese può avere poche citazioni malgrado il valore dei suoi lavori”.
Molti studiosi anglosassoni hanno il provincialismo di leggere e citare quasi solo le ricerche scritte nella loro lingua (spesso non ne conoscono altre). “Per questo noi scienziati pubblichiamo solo in inglese” commenta Balzani “ma non si può certo pretendere lo stesso dagli umanisti”.
Questo provoca strane differenze tra studiosi. Umberto Eco, ordinario di semiotica a Bologna, ha un rispettabile h-index di 27, Tullio De Mauro, autore del celebre dizionario e docente ordinario di linguistica italiana alla Sapienza, un misero 3. “Penso che dipenda dal fatto che le ricerche di Eco sono state tradotte in inglese mentre De Mauro ha pubblicato quasi solo in italiano, e che pochi dei suoi lavori sono su internet” spiega Harzing. “Publish or perish, infatti, non cerca le citazioni, si limita a elaborare quelle trovate da Google Scholar, che, a differenza di Isi Thomson, tiene conto di più riviste e anche dei libri, ma non è affatto perfetto”.

Piergiorgio Odifreddi

Il matematico impertinente Piergiorgio Odifreddi sconta con un 5 la scelta di dedicarsi più alla propaganda antireligiosa che ai numeri. I filosofi Giulio Giorello e Massimo Cacciari rimediano un 2. E lo psicoanalista Umberto Galimberti li eguaglia tristemente.
Nelle facoltà umanistiche italiane, per questo motivo, gli indici non sono tenuti in grande considerazione. E per le materie giuridiche non ne esistono, né di internazionali, anche perché avrebbero poco senso, visto che ogni paese ha il proprio sistema giuridico, né di nazionali. Per valutare un docente bisogna affidarsi ad altri strumenti. “In ogni caso” sostiene Harzing “secondo me il giudizio deve sempre essere olistico. Ci sono studiosi poco citati nelle riviste scientifiche che hanno un impatto importantissimo sulla vita delle persone. Per esempio, in Australia abbiamo sociologi che hanno cambiato il modo in cui le aziende trattano le donne e gli immigrati. Non sempre il contributo di un docente al progresso si può misurare con un numero”.

Le idee di un filosofo o di un economista, pubblicate su un giornale a larga diffusione, possono cambiare la politica e la società di una nazione, eppure questo non fa salire il suo h-index o l’Isi Thompson.
L’impact factor, infatti, è misurato esclusivamente sulla base delle citazioni nelle riviste “peer reviewed”, cioè quelle pubblicazioni scientifiche specializzate che accettano solo articoli approvati da due o più autorevoli esperti della materia, ufficialmente ignari dell’identità dell’autore.
Tenuto conto di questi limiti, sarebbe utile introdurre per legge la valutazione dell’impact factor nei concorsi per le discipline scientifiche e tecniche? “Certo” risponde il prorettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone “perché introdurrebbe un elemento di trasparenza. Tuttavia non può essere l’unico fattore. Noi preferiamo valutare i dipartimenti del Politecnico chiedendo ai massimi esperti mondiali di ciascuna materia di esaminare le pubblicazioni dei nostri ricercatori. E in base ai loro giudizi assegniamo i finanziamenti per gli anni successivi. Secondo me anche lo Stato dovrebbe fare così: invece di tagliare i fondi per la ricerca indiscriminatamente, potrebbe assegnare i soldi solo alle università con i risultati migliori. Allora le altre sarebbero spinte davvero a darsi da fare”.

Gli indici di impact factor valutano la ricerca ma c’è qualcuno che verifica che i docenti sappiano anche insegnare? A livello individuale il controllo in Italia avviene una volta sola: il concorso da professore associato prevede anche una prova didattica, durante la quale il candidato deve tenere una lezione davanti alla commissione, che gli dà il voto. Poi basta. Alcune facoltà distribuiscono questionari anonimi sui professori agli studenti, però i risultati non hanno effetti concreti sulla carriera di quelli che risultano noiosi, assenteisti o eccessivamente esigenti.
Gli unici punteggi internazionali che tengono conto della didattica vengono dati alle università, non ai singoli docenti. Per esempio dai siti www.arwu.org e www.timeshighereducation.co.uk. Tra i fattori considerati nella valutazione dell’ateneo, oltre ai risultati delle ricerche, c’è il numero di ex studenti che sono diventati alti funzionari o top manager, oppure l’opinione dei direttori del personale delle più importanti aziende del mondo.

Studenti in marcia senza sapere perché. Il video commento di Belpietro

Studenti fanno lezioni all'aperto

Scuole vuote e alunni in piazza, accompagnati da maestri e genitori. Università occupate e studenti in rivolta. Proteste che si susseguono da giorni. Nel mirino la riforma del ministro Mariastella Gelmini. Il cui disegno prevede di cambiare molte cose nel mondo dell’istruzione (maestro unico, voto in condotta) ma, solo nella scuola primaria. Cioè alle elementari. La riforma Gelmini non colpisce infatti né le scuole medie superiori, né gli atenei. E allora, perché si protesta? Forse la risposta, come dice un reportage pubblicato su La Repubblica che cita i ragazzi in mnifestazione, sta in questa frase: “Siamo in marcia ma senza sapere dove andare”.

Guarda il VIDEO COMMENTO del direttore Maurizio Belpietro:

La Gelmini sfida la piazza: chi parla di tagli dice una cosa non vera

Mariastella Gelmini

Scuola ad alta tensione. E il ministro Gelmini accetta la sfida dei contestatori: “Nel pubblico impiego non si possono licenziare le persone. Chi parla degli 87 mila tagli dice una cosa non vera e soprattutto non precisa che oggi gli occupati nella scuola sono 1.300.000: se il governo non intervenisse, contenendo la spesa, da 1.300.000 si passerebbe a 1.400.000. Chi protesta, ci dica dove trovare i soldi per occupare altre 100 mila persone nella scuola. Purtroppo non è possibile”.
Il ministro attacca il centrosinistra, presunto regista della contestazione: “Le ragioni della protesta francamente non le comprendo, e sono sempre più convinta che in realtà molti di quelli che scendono in piazza non hanno letto il provvedimento” dice .”Si protesta nelle università e si fanno manifestazioni nelle scuole secondarie quando il provvedimento non li tocca minimamente, perchè riguarda prevalentemente la scuola elementare e media”, sottolinea il ministro, per il quale la situazione è colpa della sinistra che “sta facendo disinformazione e dice bugie”.
La Gelmini, poi, torna sui provvedimenti. Le famiglie italiane che hanno figli alla scuola elementare, spiega, “non hanno nulla da temere” sull’introduzione del maestro unico: “in questo modo avremo la possibilità di potenziare il tempo pieno”. Il ministro continua: “Sappiamo che oggi entrambi i genitori lavorano e non c’è nessuna volontà di ridurre il tempo pieno”, ha assicurato, spiegando che “crediamo che il bambino a 6-7 anni non ha bisogno di tre maestri per tre insegnamenti specifici, ma di uno solo che sia una guida ed un punto di riferimento, come è in tutta Europa”.
Sulla mozione della Lega che ha spaccato la politica insiste: “Non è un problema di razzismo, ma un problema didattico. La scuola oggi non riesce ad assolvere al meglio alla funzione di integrare gli alunni immigrati che non conoscono l’italiano. Io sostengo che molti classi rallentano l’apprendimento dei ragazzi stranieri perché non ci sono corsi specifici di lingua italiana” sottolinea il ministro. “È giusto investire risorse perché questi bambini possano conoscere la lingua italiana e integrarsi al meglio”.

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