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Il Canale Youtube della Camera dei deputati
I politici italiani nella rete si muovono come i pesci e non come i ragni: prede e non predatori. Più vittime di prese in giro e dell’antipolitica che attivi con i propri siti (e/o blog) nel confronto con i cittadini e nell’auto-promozione. Continua

Il ministro dell'Interno Roberto Maroni durante un intervento
Gioco di scoietà? Scherzo di pessimo gusto? Sfogatoio on line delle sparate più “stravaganti”? Macché: le minacce al premier che si moltiplicano (di minuto in minuto: anche in questo momento…) con messaggi su Facebook (il sito più alla moda in Itala e nel mondo e di cui si dava conto anche qui), vanno prese sul serio. Continua
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di Antonio Calitri
Il Partito democratico e il candidato segretario Pier Luigi Bersani ripongono le speranze di rilancio in Fini. Non nel presidente della Camera, più volte accusato dai suoi detrattori di costruire ponti con l’opposizione per garantirsi un futuro quirinalizio. Ma in Emanuele Fini, classe 1972, diventato il punto di riferimento per tutti i progetti più importanti del partito sul web. Scoperto da Massimo D’Alema, ha conquistato negli ultimi anni anche la fiducia di Walter Veltroni, Piero Fassino, Bersani e, in parte, Dario Franceschini.
Sempre a sinistra, la sua società lavora anche per Il Fatto di Antonio Padellaro e per Europa (oltre ad avere lanciato Il Riformista).Per non parlare delle televisioni, da Red Tv di cui è socio fondatore alla rete del Pd. Ultimo acquisto, Italia Futura, il sito del pensatoio che fa riferimento a Luca Cordero di Montezemolo e dal prossimo settembre entrerà nell’agone politico-culturale con importanti novità.
Fini non ama definirsi un guru informatico al pari di Gianroberto Casaleggio, il web partner di Beppe Grillo e di Antonio Di Pietro. Anzi, non crede neppure nell’esistenza di un partito o popolo del web. “Partiamo dall’ultima grande manifestazione del popolo dei blog che doveva tenersi a Roma lo scorso mese contro il governo. Non c’era sito che non ne parlasse o non aderisse. Poi a manifestare a Roma c’erano meno di 50 persone. E anche per quel che riguarda Grillo non mi sembra che, al di là dei messaggi indignati che raccoglie, abbia creato un partito. Anzi, il partito che si ispira a lui e che si è presentato qua e là alle ultime elezioni ha raccolto pochissimo”.
Se non crede di raccogliere voti sulla rete, perché allora quasi tutto il Pd si rivolge a lei? Come pensa di poterlo salvare? “Non credo che il Pd si debba rifondare secondo una visione web. Il Pd si salva con le sue idee. La rete e quello a cui lavoriamo noi servono per una comunicazione diversa da quella degli ultimi cinquant’anni.
Una comunicazione diretta dove non esiste più il muro fra il leader politico e l’ultimo dei suoi sostenitori o critici. Se il politico entra in questa dinamica, non si può più sottrarre ai suoi impegni. Se uno gli pone una domanda anche scomoda e non risponde, in rete resta il fatto che non ha risposto e questo gli nuoce. Mentre, se spiega, risponde, partecipa, potrà chiarire bene le sue idee e le sue posizioni. Con il web 2.0 al quale lavoriamo già da anni si ha la vera partecipazione della gente alla creazione di contenuti”.
Fini e il suo socio Stefano Peppucci si sono incontrati a scuola studiando informatica e hanno fondato la Dol nel 1989, nel classico sottoscala. La prima svolta e l’entrata nella comunicazione politica la ebbero nel 1996 preparando il sito per il Pds. Poi con D’Alema a Palazzo Chigi crearono il primo sito del governo italiano.
E da lì centinaia di siti di politici, movimenti, istituzioni, enti, non abbandonando mai il rapporto privilegiato con i Ds prima e con il Pd ora. Attraversando senza problemi le varie gestioni. Da otto anni questa factory che impegna 25 persone e fattura 1,4 milioni di euro (+20 per cento rispetto al 2007) occupa tre piani del Palazzo Borghese nel cuore di Roma.
Tra i loro clienti spiccano un centinaio di politici e gente non legata al Pd come il giornalista Marco Travaglio. Ognuno, però, spiega Fini, ha un approccio web diverso: “D’Alema è onesto, è interessato al nuovo ma non è uno smanettone e non lo lascia intendere. Fassino si è appassionato tantissimo e risponde direttamente a ogni domanda. Veltroni è davvero innamorato del nuovo e tante volte è stato lui a parlarci di nuovi fenomeni di rete. Franceschini si vede che appartiene a una generazione successiva e ha un approccio più naturale con la rete. Infine Bersani è un pragmatico del web“.
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Attivissimo di cognome e di fatto. Paolo Attivissimo, appunto, è il cacciatore di “bufale” più noto agli internauti italiani. Nato 46 anni fa a York, in Inghilterra, dopo aver vissuto in Italia per trent’anni, si è trasferito sulle sponde del lago di Lugano, nel Canton Ticino. E, come gli elvetici, apprezza la precisione; come gli inglesi, l’analiticità.
Giornalista e traduttore, ha scritto una decina di libri di informatica e collabora con la Radiotelevisione Svizzera. Ama i gatti e detesta, soprattutto, una cosa: le notizie non vere date in pasto alla gente. Come quella della fine del mondo nel 2012 secondo i Maya. Attivissimo ha scoperto che è una bufala messa in rete, per pura coincidenza, da siti che vogliono vendere amuleti e dvd. Falsa anche la foto dell’onda gigante dello Tsunami in Indonesia pochi istanti prima della tragedia. E il numero di Satana annidato in tutti i codici a barra di tutto il mondo? Falso, neanche a dirlo. Li ha elencati tutti nel suo blog, il Disinformatico, dove ogni giorno risponde con pazienza ai lettori, indagando sulle catene di sant’Antonio e su notizie ”strane” che compaiono sui media. Poi le cataloga e dà il responso: bufala, mezza bufala o autentica.
Attivissimo, le notizie corrono. Veloci. Sfrecciano dalle agenzie di stampa, ai giornali, alla Rete, in tv. E a una velocità, spesso, “oltre i limiti”. E a volte senza che nessuno le controlli. Non come è successo alle tre suore di Aosta che, preoccupate dopo la caduta del Papa, salgono in macchina per correre dal Santo Padre e vengono fermate a 180 all’ora in autostrada. O come quel prete, incappato in una pattuglia e risultato positivo all’etilometro per colpa del vino da messa. O ancora: la novizia di un convento denuncia l’ex fidanzato che ha messo su Facebook alcune sue foto in topless, fatte anni prima. Notizie diramate dalle agenzie stampa e riportate da tutti i giornali e i siti web negli ultimi giorni. Poi si è scoperto, grazie a due bravi giornalisti di Avvenire, che si trattava, per dirla con il servizio del Tg5, di “strani casi in odor di patacca”. Ma com’è che i maggiori quotidiani italiani non se ne sono accorti?
Principalmente si è persa nelle redazioni la cultura della verifica delle notizie e spesso di fronte a una notizia pruriginosa i redattori preferiscono pubblicarla senza verificare l’attendibilità, perché magari si crede che farà vendere qualche copia in più al giornale. Inoltre, devo ammettere che per le bufale non si viene puniti e l’ordine dei giornalisti spesso non interviene.
Capita che i giornalisti non verifichino le notizie e pubblichino quello che passano le agenzie stampa. Le quali, a volte, fanno il copia e incolla dai comunicati che arrivano in redazione. Mediocrità imperante o i tempi di lavoro stretti che non permettono la verifica delle notizie?
Spesso ci troviamo di fronte non a professionisti dell’informazione, ma a veri e propri manovali della notizia il cui scopo è riempire i vuoti in pagina a tutti i costi. Poi c’è la concorrenza e la corsa a dare la notizia per primi. Personalmente, preferisco una notizia data 24 ore in ritardo, ma corretta, rispetto a una notizia a grandi titoli, che viene regolarmente smentita il giorno dopo in una breve di cronaca nelle ultime pagine.
I cronisti di Avvenire, nell’inchiesta sulle suore sprint, hanno ammesso che è bastato un solo minuto e mezzo per verificare con la Polstrada la fondatezza della notizia. Eppure quasi tutti i giornali italiani l’hanno pubblicata lo stesso (e solo alcuni - qui e qui - hanno fatto marcia indietro). Pigrizia dei redattori…
Senza dubbio c’è anche di mezzo la pigrizia, la scarsa abitudine a verificare i fatti, e anche poca conoscenza dei mezzi informatici, per esempio su come estrarre dati corretti e veritieri da Internet e dagli archivi online.
Quelli di Avvenire hanno anche scoperto che dietro a queste notizie c’erano dei comunicati di uno studio legale mandati ai mass media “per scopi pratici”, come ha ammesso uno dei due avvocati a Il Giornale. Quanto è alto il rischio che lo “strano ma vero” sia un modo per farsi pubblicità gratuita sui media italiani?
Il rischio c’è ed è elevato. Si chiama marketing virale, il cui scopo è far parlare del proprio prodotto a basso costo, attraverso una notizia, a volte anche falsa. Come è capitato con la notizia dei cellulari che cuociono i pop-corn. Si è scoperto che poi era una bufala congegnata da un’azienda che vendeva accessori per cellulari e che aveva caricato un video su Youtube. La stessa azienda, intervistata dai telegiornali preoccupati (se cuociono i popcorn, cosa potrà capitare al cervello?), ha poi smentito pubblicamente dicendo che i cellulari non facevano male e che comunque i loro accessori erano utili.
Mass media a prova di bufale: chi ne spara di più? La tv, la radio, internet o la carta stampata?
Numericamente internet. Purtroppo il pregio e il difetto della Rete è che dà voce a tutti, dagli esperti ai ciarlatani. Comunque anche la Tv è pericolosa e sto pensando a trasmissioni che propongono al pubblico tesi assurde, senza il minimo di fondamento scientifico.
L’interattività della Rete, la possibilità di commentare le notizie nei siti e quindi anche di smentirle immediatamente, dovrebbe smascherare possibili falsi. Invece lei dice che proprio in Rete si concentra il maggior numero di bufale. Come mai?
Da una parte c’è il fatto che molti commenti dei lettori dei siti sono a livello di chiacchiere da bar ed è anche un bene che sia così: mai prendersi troppo sul serio. Dall’altra ho notato che in molti forum o nei commenti ci sono sia coloro che cercano di agomentare con prove e documenti, spesso con link, e altri che hanno un atteggiamento più isterico e che vogliono solo confermare la loro visione del mondo. C’è poi anche un problema deontologico per i giornalisti: quando si accorgono di un errore, possono fare i furbi e cambiare l’articolo, cancellando frasi o dati sbagliati, senza avvertire il lettore.
È esagerato dire che al crescere delle bufale dei giornali potrebbe corrispondere anche il decrescere delle copie vendute, in questi ultimi tempi di crisi?
Non credo che dipenda dalle notizie false, la crisi dei giornali. È legata piuttosto al sistema di distribuzione, che è costoso, complesso e poco ecologico. Tuttavia, c’è il rischio di perdere credibilità di fronte ai pochi lettori, come è capitato a La Stampa quando pubblicò in prima pagina la copertina di Vogue con Sarah Palin, che non era mai uscita e mai esistita. Repubblica pubblicò ai tempi del blackout generale la foto satellitare dell’Italia senza luci, quando poi si scoprì che era un fotomontaggio di un grafico, anche perché nella foto non c’erano nuvole e quella notte a Roma pioveva. E il Corriere della sera pubblicò la foto di un avvistamento degli Ufo che invece erano giocattoli Kinder tratti dal film Chicken Little: è stato smentito dagli ufologi stessi.
“2043 l’ultima copia del New York Times”, scriveva l’anno scorso Vittorio Sabadin. Ma pubblicando queste notizie non è pensabile che la fine arrivi prima?
Il rischio più grande è il calo di qualità e della figura professionale del giornalista. Come cittadino non ho il tempo di seguire e di capire quali sono i fatti importanti per la mia vita. Per questo delego al giornalista questo compito di indagine, ma se si rompe il meccanismo di fiducia, la sua funzione viene meno. Comunque, anche quando non ci saranno più i giornali, avremmo sempre bisogno di cronisti in grado di trasferire il loro talento investigativo sul web.
A proposito di bufale internettiane, qual è la più incredibile (e divertente) che è riuscito a smascherare?
Quella delle scie bianche lasciate dagli aerei che non sono tutte innocue e che sarebbero lasciate da aerei militari americani, camuffati da aerei di linea, e contengono sostanze chimiche fatte per uccidere 4 miliardi di persone o per imporre le coltivazioni geneticamente modificate o per altri scopi altrettanto nefasti. Ho consultato alcuni piloti ed esperti. Il responso? Una panzana.
Ce l’ha una dritta per i navigatori del web?
Mi viene sempre in mente una frase di Piero Angela, che diceva: “Leggere sempre tutto e sforzarsi di avere la mente aperta, ma non così troppo da far cadere il cervello.

Per fortuna, giugno non è il periodo di massima attività per le stufe. Ma il caso del pellet radioattivo sequestrato in 29 province in tutta Italia mette in allarme i tanti consumatori di questo particolare tipo di combustibile ricavato dalle biomasse. La contaminazione al Cesio 137 è stata scoperta sabato da un valdostano che ha notato come il materiale bruciava in modo molto anomalo. Dalle analisi dei vigili del fuoco è emersa la radioattività. Il combustibile, di marca Naturkraft, proviene dalla Lituania ed è stato importato in Italia da una ditta di Varese che lo ha poi distribuito, dall’ottobre 2008, su tutto il territorio nazionale.
Non sono ancora chiare le effettive pericolosità dei fumi, mentre è probabile che le stufe che risultino contaminate dovranno essere distrutte.
Lo spettro di Chernobyl
La notizia ha presto fatto il giro della penisola, allertando i consumatori. La Protezione civile consiglia di non utilizzare il combustibile della mara Natur Kraft e di contattare Vigili del fuoco e Questura per provvedere allo smaltimento. La pericolosità sembra comunque molto ridotta se il materiale non viene bruciato. Sui blog dedicati all’ecosostenibilità (il pellet è considerato molto più sostenibile rispetto alle tradizionali forme di riscaldamento) e nei forum dei consumatori la preoccupazione si fa sentire: “Se la contaminazione è ancora da mettersi in relazione con l’incidente di Cernobyl del 1986 (il peggiore mai avvenuto nella storia del nucleare ad uso civile) non è riportato da nessuna agenzia, anche se la provenienza del pellet e il tipo di radioattivo che lo ha contaminato, farebbero pensare che non si tratti di una strana coincidenza” scrive Faber su l’alternativa-isaia. Per questo (anche se Chernobyl è in Ucraina, ndr) Tuttisostenibili rilancia l’appello della Coldiretti che invita a “privilegiare le biomasse locali” per avere maggiori garanzie di tracciabilità.
I consigli dalla rete
Su “pellets blog” invece scrivono in molti per chiedere consigli su come comportarsi con le scorte di pellets: c’è chi chiede se una determinata marca possa considerarsi sicura, “Ho fatto montare la scorsa settimana una stufa a pellet e la dittà l’ha collaudata con un sacco di pellet della NATURKARFT. Adesso scopro che la procura di Aosta l’ha messo sotto sequestro, dove posso farlo analizzare? E per le ceneri?” chiede un utente.
A dare le risposte sono gli altri utenti: “Cercando informazioni su “pellets radioattivi” ho visto che c’è una ditta di Milano che fa verifiche sulla salubrità delle case e che verifica anche la radioattività dei pellets” scrive A.G. Carsana, mentre Ludo consiglia “Un laboratorio di analisi ambientali” che “può effettuare la spettrometria gamma dei materiali cui si sospetti una qualche contaminazione radioattiva“.
E c’è anche chi non è preoccupato per averlo bruciato: “Sono altamente agitata. Ho preso un solo sacco di quel pellet a castorama qui a genova verso dicembre gennaio..nn m ricordo..lo uso nn per le stufe ma come lettiera igienica per il mio animaletto…è capitato che ne ingerisse rosicchiandolo..sono davvero preoccupata..fatemi sapere qualcosa…” scrive Valentina.
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E voi dove vi siete fatti un’idea in relazione al voto europeo?
Guardando i “soliti” talk show, le “vecchie” tribune politiche”, i “più o meno identici” programmi di approfondimento in televisione, dove si è parlato tanto (troppo?) di veline e poco (o nulla) di Europa?
Oppure leggendo i giornali (organi di partito compresi, ovviamente). O, ancora, sbirciando il materiale di propaganda dei partiti (santini, brochure, volantini e manifesti)? O, infine, navigando nel mare magnum della Rete, alla ricerca di news, programmi, liste, proposte?
Come si sono informati gli italiani
Quale che sia la vostra risposta, la “verità” sta nei numeri di un’indagine del Censis. Che ha certificato come la tv resti il principale medium utilizzato dagli italiani per formarsi un’opinione sull’offerta politica, mentre solo un quarto degli elettori si è affidato ai giornali, uno su dieci per informarsi ha letto il materiale dei partiti, mentre Internet rappresenta la fonte di informazione per una fetta ancora minoritaria del corpo elettorale, eccetto che tra i giovani.
Nella campagna elettorale per le elezioni europee il 69,3% degli elettori si è informato attraverso le notizie e i commenti trasmessi dal piccolo schermo, per scegliere chi votare. Nello specifico, in base ai dati del Censis, i Tg restano il principale mezzo per orientare il voto, soprattutto tra i meno istruiti (il dato è del 76 per cento), i pensionati (78,7) e le casalinghe (74,1).
Dall’approfondimento tv dipendono le scelte del 30% degli elettori
Al secondo posto ancora la tv, con i programmi di approfondimento come Porta a porta, Matrix e gli altri, dai quali dipendono le scelte del 30 per cento degli elettori.
L’identikit di questi ultimi? Soprattutto persone con un grado maggiore di istruzione e residenti nelle città con più di 100mila abitanti, mentre i giovani risultano meno coinvolti da questi format televisivi. I canali satellitari o digitali specializzati in informazione, invece, sono stati seguiti dal 6,6 per cento degli italiani, soprattutto maschi e più istruiti.
La carta stampata meglio della radio
Quindi, i giornali? Per la carta stampata, una poco onorevole terza piazza: i giornali sono stati determinanti per il 25,4% degli elettori (il 34% tra i più istruiti, e il dato sale a oltre un terzo degli elettori al Nordest e nelle grandi città, e raggiunge il 35% tra i lavoratori autonomi e i liberi professionisti). Comunque più di quanti si sono informati attraverso la radio: il 5,5%. Più o meno la stessa quantità di italiani che lavora (in casa o fuori) e viaggia (cioè artigiani e commercianti, liberi professionisti e lavoratori autonomi), stando sempre sintonizzata con i canali radiofonici.
Non fanno molto, ai fini della scelta su chi (e se) votare, i rapporti non mediati, cioè il confronto con familiari e amici: è importante per il 19% degli elettori, in particolare per i più giovani (18-29 anni: 26%), residenti nel Mezzogiorno (22,2%) e nei centri urbani minori (città con 10.000-30.000 abitanti: 22,5%). Il materiale di propaganda dei partiti (volantini, manifesti, ecc.) è stato utilizzato dal 10,9% degli elettori, con una punta di attenzione al Nordest (17,4%).
Internet? Al palo. Ma non tra i giovani
Sempre secono il Censis, sono del tutto inutili le manifestazioni dei partiti, le riunioni, i comizi, i meeting, che toccano solo il 2,2 per cento degli elettori più grandi e lo 0,7 dei giovani dai 18 ai 29 anni.
Assemblee di piazza ininfluenti anche nel mondo “virtuale” del web.
Su Internet, il giudizio del Centro Studi Investimenti Sociali, è categorico: durante la campagna elettorale, per formarsi un’opinione solo il 2,3 per cento degli italiani maggiorenni si è collegato ai siti web delle forzze politiche e solo il 2,1 per cento ha visitato blog, forum, community, gruppi di condivisione, ecc. Il dato aumenta solo tra gli studenti, dove raggiunge il 7,5 per cento nei contatti coi siti dei partiti ed il 5,9 er quanto riguarda il web dalla forte connotazione politica.
E allora, alla luce di questi dati, due domande.
Come si spiega (ammesso che ci sia) la relazione tra l’alta quota di astensione in Italia e l’influenza della tv sul voto, radiografata dal Censis?
Come si spiega il boom della novità targata Pd Debora Serracchiani che, proprio grazie all’innovazione (nel linguaggio e nell’uso dei mezzi di comunicazione: El Paìs l’aveva ribattezzata la Obama italiana, all’indomani del suo intervento critico, scaricato migliaia di volte da YouTube, contro i leader del Pd durante un’assemblea dei circoli friulani del partito), in Friuli ha vinto la sfida delle preferenze contro il premier Silvio Berlusconi?
Secondo il Censis, la tv ha condizionato il voto degli italiani. Voi dove e come vi siete fatti un’idea su chi votare?
Partecipa al Forum: Cosa pensi del risultato di questa tornata elettorale?

Scatta il conto alla rovescia per le decine di migliaia di studenti italiani che affronteranno a breve il fatidico esame di maturità. E dalla comunità scientifica del Cnr scatta l’allarme per gli esami dopati. Se in passato per resistere alle nottate sui libri gli studenti si limitavano ad aumentare la dose quotidiana di caffè, confidando nelle sue proprietà stimolanti, oggi, infatti, in prossimità di una prova d’esame alcuni fanno ricorso alle “smart drugs”, sostanze legali ma dall’effetto dopante. E devastante. Perché, spiegano i neuroscienziati, se nell’immediato ‘regalano’ una maggiore efficienza mentale, dopo qualche giorno gli effetti svaniscono, provocando dipendenza e danni gravi alla memoria.
“I cosiddetti nootropi (dal greco noos=mente e tropein=volgersi verso) o ‘cognitive enhancers’, sono prodotti in grado di aumentare le capacità cognitive. Questa categoria, spiega Anna Lisa Muntoni dell’Istituto di neuroscienze (In) del Cnr di Cagliari, comprende svariate sostanze psicoattive, sia di sintesi che naturali, efficaci non solo nei pazienti con disturbi neurologici o cognitivi, per i quali sono nate, ma anche in persone sane”.
“In pratica, l’uso delle smart drugs” prosegue Muntoni “migliora i processi cerebrali che sottendono l’attività mentale come attenzione, concentrazione, percezione, apprendimento, memoria, linguaggio, motivazione, capacità organizzativa e decisionale”. Ma sempre più spesso questi farmaci sono assunti al di fuori della prescrizione medica. “Stimolanti come metilfenidato, destroanfetamina e modafinil, normalmente prescritti per la terapia del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Adhd), dell’autismo e di disturbi del sonno” prosegue Muntoni “si possono acquistare anche online e vengono presi in dosi massicce dagli studenti, soprattutto alla vigilia degli esami”.
“Queste sostanze” spiega ancora la neuroscienziata Muntoni “agiscono fondamentalmente aumentando i livelli cerebrali dei neurotrasmettitori dopamina e noradrenalina. In questo modo, da un lato migliorano le capacità di concentrazione e di elaborazione delle informazioni, i livelli di allerta e di attenzione, la motivazione allo studio, e, dall’altro, riducono le sensazioni di sonno, fame e fatica. Di qui la tendenza ad abusarne per migliorare le proprie prestazioni e prendere voti più alti”. Un’abitudine insana e pericolosa poiché per la maggior parte di tali droghe non si conoscono gli effetti a lungo termine nei soggetti sani.
“In generale, disturbano i meccanismi del sonno” precisa la ricercatrice dell’In-Cnr “vanificando dopo qualche giorno la loro azione e mettendo a repentaglio la memoria. Una buona qualità del sonno è infatti indispensabile per immagazzinare le informazioni e consolidare i ricordi”. E i pericoli non finiscono qui.
“Altri effetti collaterali” riferisce Muntoni “sono rappresentati da diminuzione dell’appetito, perdita di peso, ansia e irritabilità. Per quanto riguarda il problema della dipendenza, gli stimolanti metilfenidato e anfetamina, amplificando le azioni della dopamina, rendono più interessanti e gratificanti lo studio e le attività quotidiane e ciò può portare all’uso compulsivo e alla dipendenza”.
- Tags: adesione, campagna, comitato, divorzio, iniziativa, motivazioni, Nobel, pace, premier, premio, Silvio Berlusconi, sito, social-network, veronica-lario, web
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Recentemente lo si è visto con l’elmetto da pompiere tra gli sfollati dell’Abruzzo o con il berretto da capotreno all’inaugurazione dell’Alta Velocità Milano Roma. E prima ancora, Silvio Berlusconi era apparso con la bandana, il cappello da cowboy, il colbacco russo. E in futuro? Essendo tipo da grandi sorprese, bisogna solo stare ad aspettare.
Eppure c’è qualcuno che, per il 2010, la sorpresa vorrebbe farla a lui. Immaginandolo, metaforicamente, con in testa l’alloro del Nobel. Per la Pace.
Sul web è infatti nato un gruppo che candida il Cav. al prestigioso riconoscimento “per il suo impegno umanitario in campo nazionale ed internazionale”, si legge nel sito del comitato, costituito il 30 aprile scorso e guidato dall’avvocato Emanuele Verghini, da Giammario Battaglia, che del Comitato è il portavoce, e da Valerio Cianciulli, tutti e tre provenienti dal Movimento dei Popolari-liberali di Carlo Giovanardi.
Il comitato, il prossimo 1 febbraio 2010 sarà inviata al comitato Nobel norvegese la proposta di candidare il premier all’ambito riconoscimento internazionale. Mentre il 26 maggio prossimo, davanti a palazzo Chigi o in Piazza del Popolo (la “location” è ancora da stabilire), partirà la campagna di adesione all’iniziativa. Intanto però, entro la fine di questa settimana “sarà spedita una lettera a tutti i parlamentari di maggioranza e opposizione, a tutti i candidati alle prossime europee ed ai consiglieri regionali e provinciali del Lazio e ai consiglieri capitolini”.
Che le polemiche degli ultimi giorni, per l’annunciato divorzio tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario, non avessero intaccato la popolarità del premier si sapeva. In un sondaggio di Panorama, della scorsa settimana (propio a ridosso della vicenda), due terzi (67 per cento) degli italiani dichiaravano di essere rimasti indifferenti alla questione (giudicata di carattere personale), mentre l’84% degli intervistati giuravano che l’affaire non ha cambiato la loro opinione rigurado al presidente del Consiglio.
Che, soprattutto in rete, sta spopolando: a sotegno del Cavaliere e dell’azione del suo governo ecco Forzasilvio.it: nato, grazie a Marco Camisani Calzolari, blogger e imprenditore multimediale: “a seguito del successo di Obama”, si legge sul sito “correlato all’uso corretto di internet e delle sue potenzialità, il Presidente ha affidato a Speakage l’incarico di produrre un network altrettanto moderno e performante”.
Tornando al premio, le motivazioni che giustificano tale iniziativa riguardano alcune controversie che Berlusconi con il suo intervento avrebbe contribuito a risolvere in maniera determinante: la risoluzione del conflitto tra Russia e Georgia quando Berlusconi grazie ai suoi buoni rapporti con Vladimir Putin si è adoperato per fermare lo scontro in campo aperto trai due eserciti, ottenendo il riconoscimento del successo di tale operazione dallo stesso presidente francese Nicolas Sarkozy. Non meno importante è stata la positiva mediazione tra Usa e Libia per la ripresa dei rapporti diplomatici anche grazie al riconoscimento da parte del premier dei danni morali e fisici causati alla Libia quando era ancora colonia italiana con la storica firma del trattato di amicizia e cooperazione tra i due Stati oltre al ritrovato spirito di amicizia che è riuscito a ricreare con i nuovi rapporti con la Turchia e con Erdogan che hanno permesso a Berlusconi di avere un ruolo decisivo nella nomina di Anders Fogh Rasmussen a segretario generale della Nato.
Tra le altre motivazioni sono elencati gli intervinti del premier durante il suo atuale governo come quando si è adoperato e ha risolto il problema dei rifiuti di Napoli che il precedente esecutivo non era riuscito a risolvere, fino al deciso intervento che ha coinsentito di ripare il disastroumanitario causato dal terremoto in Abruzzo.
Il comitato che vuole candidare Silvio Berlusconi al Nobel per la pace è dotato di un proprio statuto che in 12 articoli riassume l’organizzazione dell’iniziativa che si avvale, oltre che di un sito internet, anche di un gruppo ben nutrito di sostenitori su Facebook.
Dopo poco più di cento anni dalla conquista del premio Nobel per la pace da parte di un italiano (era il 1907 quando il giornalista Ernesto Teodoro Moneta ricevette il premio) chissà che non sia giunta l’ora di far tornare in patria l’illustre riconoscimento umanitario.
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