Leggi tutte le notizie su:
Why-Not


Luigi Bisignani (Contrasto)
L’inchiesta napoletana sulla cosiddetta P4, condotta dal pm Henry John Woodcock (insieme con il collega Francesco Curcio), ha origini lontane. E curiosamente s’intreccia con l’indagine Why not del neosindaco di Napoli Luigi De Magistris, nata e morta nel 2007, quando l’ex magistrato lavorava a Catanzaro. In una confusa intercettazione, due degli indagati di Woodcock, il deputato Alfonso Papa e il maresciallo dei carabinieri Enrico La Monica, sostengono che il fascicolo partenopeo altro non sarebbe che un clone di Why not. Continua
- Tags: Angelino-Alfano, catanzaro, csm, giustizia, inchiesta, Luigi-Apicella, Luigi-De-Magistrs, Procura, riforma, scontro, Walter Veltroni, Why-Not
-

Il procuratore capo di Salerno Luigi Apicella va sospeso in via cautelare dalle funzioni e dallo
stipendio. A inoltrare la richiesta è il ministro della Giustizia Angelino Alfano, titolare, assieme al pg della Cassazione, dell’azione disciplinare, al Csm, in merito allo scontro tra procure avvenuto in relazione al caso De Magistris.
Secondo il Guardasigilli, i pm di Salerno hanno compiuto atti abnormi, come il sequestro del fascicolo Why not e le perquisizioni ai colleghi di Catanzaro, non per cercare prove, ma nell’ottica di una “acritica difesa” di Luigi De Magistris, e con l’intento di “ricelebrare” i processi che gli erano stati avocati.
La sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli è già stata convocata per domani per esaminare l’istanza di trasferimento cautelare dalla sede e dalle funzioni inoltrata
nei confronti di Apicella dal pg della Suprema Corte Vitaliano Esposito il 29 dicembre scorso. A carico del procuratore capo di Salerno pende anche una procedura di trasferimento d’ufficio
per incompatibilità aperta dalla Prima Commissione del Csm: se Apicella domani sarà trasferito dal Csm, la pratica della Commissione sarà naturalmente accantonata.
Il procuratore di Salerno Luigi Apicella ha presentato istanza di ricusazione nei confronti della sezione disciplinare del Csm che domani dovrà decidere se trasferirlo d’ufficio in via d’urgenza, come ha chiesto il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito.
A quanto si è appreso Apicella ritiene di non poter essere giudicato dal “tribunale delle toghe”, in quanto tra gli addebiti a suo carico c’è quello di aver fatto proprie, integrandole nel provvedimento di sequestro del fascicolo Why not, “accuse allusive” e “giudizi denigratori” su decisioni giurisdizionali assunte non solo da altre autorità giudiziarie ma dalla stessa sezione disciplinare del Csm. Inoltre Apicella ritiene che non possano giudicarlo quei componenti della sezione disciplinare che hanno partecipato ai lavori della Prima Commissione del Csm che nei suoi confronti ha aperto la procedura di trasferimento d’ufficio. Sull’istanza del procuratore si pronuncerà un collegio diverso da quello chiamato a decidere sul suo trasferimento, presieduto dal laico di An Gianfranco Anedda.
Il VIDEO servizo:
Il pubblico ministero Pierpaolo Bruni, dopo un anno di lavoro, lascia l’inchiesta Why not. Oggi scadevano i termini della sua applicazione all’indagine. La procura generale di Catanzaro, titolare dell’inchiesta, ha preso atto della sua decisione. Il magistrato aveva sostituito Luigi de Magistris, dopo che al sostituto procuratore napoletano era stato avocato il fascicolo. I primi scricchiolii nel rapporto tra il pm crotonese e i colleghi del pool Why not si erano avvertiti in estate quando il pubblico ministero aveva inviato alcune lettere al procuratore generale Enzo Iannelli per lamentarsi della conduzione dell’inchiesta Per Bruni l’indagine, in particolare il filone su Romano Prodi (ma non solo) non procedeva come avrebbe dovuto e anzi aveva subito dei rallentamenti. A fine settembre, poi, erano state consegnate alla procura le consulenze degli esperti, l’ex ispettore della Banca d’Italia Piero Sagona e lo studio Perotti di Torino. Secondo Bruni le carte dimostravano che l’indagine su Prodi e il suo entourage (a partire dal deputato del Pd Sandro Gozi) avrebbe dovuto proseguire, per la procura generale l’esatto contrario: la posizione dell’ex premier va archiviata. Risultato: l’addio di Bruni.
È caduta l’ultima testa mozzata dall’inchiesta “Why not” del pm di Catanzaro Luigi De Magistris: dopo quella dell’ex ministro della giustizia Clemente Mastella, che ha trascinato giù il governo di Romano Prodi, oggi a doversi dimettere dall’incarico è stato il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Simone Luerti. A travolgere il quarantacinquenne gip di Milano, eletto alla guida delle toghe lo scorso 24 novembre e vicino a Comunione e Liberazione, sono state le polemiche seguite al suo incontro, avvenuto il 25 ottobre 2006 a Via Arenula con Mastella (che ha definito “innocente” l’episodio) e con l’imprenditore calabrese Antonio Saladino, poi indagato da De Magistris (anche lui vittima della sua stessa inchiesta e punito dal Csm).
Luerti aveva sostenuto di non vedere Saladino da dieci anni ma L’Espresso lo ha smentito. Sono stati i più autorevoli esponenti di Unicost - la corrente moderata dei giudici, della quale Luerti fa parte - a spingere alle dimissioni il “loro” presidente per evitare uno scontro mortale con le altre correnti, soprattutto con “Magistratura democaratica”. Se, infatti, Luerti non avesse deciso di farsi da parte (cosa avvenuta con qualche resistenza) sarebbe più difficile - per Unicost - rivendicare il diritto ad indicare il successore che sarà eletto sabato dal “parlamentino” dell’Anm. E, ironia della sorte, a prendere il posto del presidente dimissionario in pole position potrebbe esserci il pm romano Luca Palamara: Unicost lo aveva sacrificato facendolo dimettere da segretario dell’Anm quando, meno di un mese fa, il 23 aprile, il “governo” delle toghe si è allargato a sinistra dando la segreteria a Giuseppe Cascini di Md. Tecnicamente, Luerti presenterà le sue dimissioni solo nella giornata di sabato.
“Il senso di responsabilità verso l’intera magistratura e il desiderio di assoluta trasparenza”, ha spiegato Luerti al termine della riunione nella quale ha maturato il suo passo, “mi suggeriscono di rassegnare le dimissioni per evitare strumentalizzazioni e condizionamenti esterni all’indipendenza delle scelte dell’Anm”. E il presidente uscente ha puntato l’indice contro “recenti articoli di stampa che hanno riportato informazioni incomplete e non approfondite che si sono tradotte in un sostanziale travisamento dei fatti in danno dell’immagine del presidente dell’Anm e dell’Anm stessa”.

Clemente Mastella non doveva essere indagato nell’inchiesta Why not, su presunti illeciti nell’uso di fondi pubblici, perché “mancavano assolutamente i presupposti”. La posizione dell’ex ministro della Giustizia viene archiviata dal gip di Catanzaro, Tiziana Macrì, che si allinea alla richiesta fatta il 4 marzo dalla Procura generale del capoluogo calabrese.
Mastella è infuriato e chiede i danni, appellandosi al capo dello Stato Giorgio Napolitano, che presiede anche il Csm. Secondo i suoi colleghi, il pm Luigi De Magistris ha sbagliato a iscriverlo nel registro degli indagati per abuso d’ufficio, nell’autunno, per i suoi presunti rapporti con Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria e principale indagato. Motivi concreti non ce n’erano allora, né “successivamente sono sopravvenuti elementi nuovi”, spiega il Pg Enzo Jannelli.
A giudizio del segretario dell’Udeur, se è vero che mancavano i presupposti per l’iscrizione tra gli indagati “si tratta di un fatto gravissimo”, visto che si è trattato, dice ancora Mastella, di un “vero e proprio attentato a libertà e prerogative costituzionalmente riconosciute”. Per questo motivo Mastella ha annunciato di avere dato mandato ai suoi legali di valutare “tutte le possibili azioni giudiziarie e amministrative a tutela della mia persona e per chiedere il risarcimento dei danni a chi ha lavorato (sul piano giudiziario, sul piano mediatico e su quello politico) per la mia eliminazione politica”. Mastella giudica quindi “irreparabile” il danno che gli è stato arrecato, invitando “i responsabili” a “vergognarsi moralmente avendo costruito un vero e proprio linciaggio su un fatto che non c’è mai stato e che loro sapevano che non c’era”.

La Procura generale di Catanzaro ha chiesto l’archiviazione della posizione dell’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, indagato nell’inchiesta Why Not sull’utilizzo di finanziamenti pubblici. La notizia, pubblicata stamani dal Corriere della Sera, è stata confermata dalla Procura generale. Al momento, invece, sempre secondo quanto riferito dalla Procura generale, non c’è alcuna richiesta di archiviazione per il presidente del Consiglio, Romano Prodi, di cui scrive il quotidiano milanese.
La richiesta di archiviazione della posizione di Mastella, indagato per abuso d’ufficio, fatta dal procuratore generale Vincenzo Iannelli e dai sostituti Domenico De Lorenzo ed Alfredo Garbati, è motivata dall’assenza di elementi di responsabilità a carico dell’ex Ministro della Giustizia. Clemente Mastella era stato indagato nell’inchiesta Why Not in relazione ai suoi presunti rapporti con l’imprenditore Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria ed anch’egli coinvolto nell’inchiesta.
Mastella era stato iscritto nel registro degli indagati dal pm Luigi De Magistris, ex titolare dell’inchiesta Why Not. L’indagine era stata successivamente avocata dalla Procura generale per l’incompatibilità di De Magistris dopo che Mastella, nella sua qualità di ministro della Giustizia, aveva chiesto il trasferimento del pm per presunte irregolarità nella conduzione delle sue inchieste. L’avvio di indagini su Mastella era stato deciso dopo che De Magistris aveva sentito come testimone l’ex consigliere regionale della Calabria Pino Tursi Prato, che aveva riferito dei rapporti tra l’ex ministro della Giustizia e Saladino. Tursi Prato, in particolare, aveva parlato di un presunto sostegno elettorale che Saladino avrebbe garantito a Mastella in occasione delle scorse elezioni politiche. La richiesta di archiviazione della posizione di Mastella, contenuta in 19 cartelle, è stata trasmessa dalla Procura generale al gip il 4 marzo scorso.
“Dopo questa richiesta di archiviazione, mi chiedo chi mi ripagherà del male che mi è stato fatto”. Così ha commentato Mastella. “Nacque a Catanzaro con l’inchiesta Why Not”, afferma in una nota, “il mio calvario giudiziario e politico, con una gran cassa mediatica sui giornali e soprattutto con trasmissioni televisive, che attinsero a quelle vicende in modo costante e cattivo per farmi apparire davanti agli italiani per quello che non sono”.
“Oggi viene chiesta l’archiviazione del procedimento nei miei confronti che salda il conto solo con la mia dignità che rimane alta e ferma. Dichiarai all’epoca, per fatti che mi erano del tutto estranei, la mia innocenza. Così come continuo a dichiararla per tutto quello che giudiziariamente da allora in poi mi sta toccando. Non ci fu verso perché si era deciso che dovevo essere umiliato, lapidato, cacciato dalla scena politica e istituzionale. Dopo questa richiesta di archiviazione”, prosegue la nota, “mi chiedo chi mi ripagherà del male che mi è stato fatto. Un male costruito senza alcun riguardo per fatti che non c’erano. Nonostante tutto voglio dichiarare che la giustizia comunque c’è e che in essa bisogna avere fiducia, e che ci sono in Italia tantissimi magistrati onesti e seri che svolgono le loro funzioni tra indicibili difficoltà ”.

L’inchiesta Why Not della Procura Generale di Catanzaro si sta concentrando sempre di più sulle campagne elettorali delle regionali del 2005 e delle politiche del 2006 e sulla ”rete” di personaggi che avrebbe garantito i successi del centrosinistra di Romano Prodi. Lo rivela l’inchiesta di Panorama, da domani in edicola.
Tra le carte sequestrate al presidente della Regione Calabria Agazio Loiero, accusato di corruzione, ci sarebbe anche un elenco di somme di denaro e relativi donatori che il governatore dovrà giustificare ai pm nei prossimi giorni. Intanto, i flussi di soldi riconducibili alla rete portano sempre più decisamente verso la Repubblica di San Marino. Gli investigatori stanno cercando conferma alle testimonianze che raccontano di scambi di fatturazioni sospette tra alcune società sotto indagine (per esempio la Met Sviluppo) e la Pragmata di Piero Scarpellini, vecchio amico di Prodi e consulente non pagato di Palazzo Chigi per le questioni africane.
Presto - annuncia l’articolo - dovrà essere ascoltato l’amministratore unico della Pragmata, Claudia Mularoni. Secondo quanto rivela Panorama, però, a interessare gli investigatori non sarebbe solo la Pragmata srl, fondata nel 2000, ma anche la meno pubblicizzata gemella Pragmata sa (società anonima, di cui non è possibile conoscere i soci), costituita nel 1995 da una costola della Nomisma, centro ricerche fondato da Prodi. La Pragmata sa nel 2005 ha cambiato nome ed è diventata la Perspective.
Gli inquirenti sono interessati anche agli affari della Teresys foundation, ideata da Scarpellini, e dal Laboratorio democratico europeo il cui presidente è il deputato Sandro Gozi e nel cui comitato esecutivo c’è proprio Mularoni.
LEGGI ANCHE: Il dossier sull’inchiesta

Anche senza Luigi De Magistris, il pm finito nel mirino del Csm come il giudice per le indagini preliminari Clementina Forleo, l’inchiesta Why not che lui aveva avviato a Catanzaro e che ha coinvolto anche Romano Prodi e Clemente Mastella, va avanti. E continua a riservare sorprese.
Stamattina sono state perquisite case e uffici di Agazio Loiero, il presidente della Regione Calabria, a Catanzaro, Roma, Staletti e Reggio Calabria.
Nella sede del consiglio regionale è stato perquisito l’ufficio di Eugenio Ripepe, capo struttura del capo gabinetto del Presidente e stretto collaboratore di Loiero. Nel decreto di perquisizione, una decina di pagine in tutto, firmato dai magistrati Alfredo Garbati e Pierpaolo Bruni, le ipotesi di reato avanzate sono corruzione elettorale (reato tra l’altro che sarebbe già prescritto) e corruzione semplice e si farebbe riferimento a finanziamenti dati alla campagna elettorale da Antonio Saladino (ed in tal senso si spiega il ruolo di Ripepe, che collaborava all’epoca delle elezioni regionali del 2005 nella struttura del candidato presidente margheritino).
Loiero non ci sta e attacca. Il governatore della Calabria, che si trova da ieri a Roma per impegni istituzionali, ha diffuso una nota in cui scrive che “a parte il trauma di vedere i militari frugare tra le mie cose più intime in maniera generalizzata (hanno preso di tutto senza un mandato o una direttiva precisa), non riesco a perdere la serenità . Convinto come sono che emergerà la mia totale estraneità ai fatti che mi vengono contestati”. “Fatti vaghi: si fa riferimento a presunti finanziamenti che avrei ottenuto durante la campagna elettorale del 2005 in cambio di favori. Ma nel capo d’imputazione di quei favori non c’è alcuna traccia. C’è semmai prova del contrario: nelle intercettazioni telefoniche di Saladino lo stesso lamenta proprio l’atteggiamento estremamente rigido che io avevo assunto nei confronti dei giovani di Why Not. Mi sembra quindi chiaro che le perquisizioni di oggi solo in apparenza sono finalizzate a trovare prove degli assunti favori, mentre nella sostanza è evidente che hanno lo scopo di mettere sotto la lente di ingrandimento la mia intera attività politica”.
Non basta: ”D’altra parte capisco che i magistrati di Catanzaro che mi hanno indagato, Pierpaolo Bruni e Alfredo Garbati, non potevano che agire così: non potevano cioé che essere più realisti del re. Basti ricordare che l’ex pm De Magistris, inizialmente titolare dell’inchiesta, ha denunciato presso la Procura di Salerno i seguenti magistrati: l’avvocato generale dello Stato Dolcino Favi, che ha avocato l’indagine; il precedente procuratore generale della Corte d’appello di Catanzaro, dott. Pudia; l’ex procuratore della Repubblica di Catanzaro e quello attuale, Lombardi e Murone; il presidente del Tribunale della libertà , Rinardo; il sostituto procuratore generale della Corte d’appello, D’Amico; l’ex presidente di sezione della Corte d’appello, Baudi, nonché diversi appartenenti alle forze dell’ordine. Insomma nel palazzo di giustizia di Catanzaro il clima è tutt’altro che sereno e purtroppo per me chi oggi ha in mano il procedimento non può che essere condizionato di riflesso da questo clima. A questo punto però mi auguro fortemente che l’esito della perquisizione, certamente per me positivo, segni l’ultimo passaggio di quest’inchiesta”.
”Infine - conclude Loiero - una riflessione: sono già stato indagato da De Magistris in un’altra inchiesta per la quale lo stesso magistrato mi aveva assicurato in presenza del suo procuratore capo e del mio avvocato che avrebbe chiuso le indagini nel giro di quindici giorni. In verità la chiusura è avvenuta dopo un anno circa e con la richiesta di rinvio a giudizio. Lungo questo interminabile arco di tempo sono stato demonizzato da più parti da figure istituzionali ma anche da imputati di omicidio e furfanti vari. Con riflessi inimmaginabili sulla Regione. Quando un giorno, spero non lontano, risulterò anni luce lontano dagli addebiti che mi si attribuiscono, chi mi potrà mai risarcire e chi soprattutto risarcirà la mia difficile regione?”
L’inchiesta che era stata avviata da De Magistris ruota attorno alla figura dell’imprenditore Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria. Per ricostruire il percorso seguito dai finanziamenti che sarebbero stati utilizzati illecitamente, sono state affidate una serie di perizie contabili. Si sta provvedendo, inoltre, ad un esame approfondito del voluminoso fascicolo processuale, che vede una quarantina di persone iscritte nel registro degli indagati. Per il lavoro di segreteria collegato all’esame del fascicolo è stata applicata alla Procura generale un’impiegata della Procura della Repubblica che in passato, tra l’altro, aveva collaborato col pm Luigi De Magistris.
LEGGI ANCHE: Il dossier sull’inchiesta Why Not