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Le doppiette dei cacciatori italiani sotto la lente dell’Ue.
È ricominciata da poco la stagione ufficiale della caccia: i circa 800mila cacciatori italiani potranno dedicarsi all’arte venatoria fino al 31 gennaio, anche se in quasi tutte le regioni l’apertura è stata anticipata. Ma il nostro paese rischia di pagare una multa salata dalla Ue a causa di sette di esse che, con la scusa dei danni apportati all’agricoltura, hanno dato il permesso di abbattere alcune piccole specie di uccelli, vietate in tutta Europa, come il fringuello, le pettole, i passeri e lo storno. E il Wwf, in particolare, torna alla carica contro le leggi di Lombardia e Veneto, oggetto di un esposto fatto all’Unione europea: niente polenta e osei, insomma.
“Perché siamo fuorilegge?”, ha spiegato Patrizia Fantilli a Panorama.it, direttore dell’ufficio legale del Wwf: “È semplice: sono cinque anni di fila che le giunte regionali venete e lombarde approvano l’apertura alla caccia a specie protette C’è una direttiva europea che ha fornito un elenco di specie non cacciabili, che però si possono cacciare in limitati casi: se fanno danni accertati all’agricoltura, per scopi scientifici o prelievi di piccola quantità. Non stupisce che l’Italia stia per essere condannata, per colpa di alcune regioni, dalla Corte di Giustizia europea proprio per una procedura d’infrazione aperta nel 2006″.
Poi c’è la questione delle specie migratrici. “Il nostro paese è come se fosse un’enorme autostrada tra i paesi scandinavi e il Mediterraneo, solo che qui da noi rischiano di essere colpiti, negli altri paesi europei invece è vietato”, ha aggiunto la Fantilli.
Alcune regioni, inoltre, hanno anticipato ai primi di settembre l’apertura della caccia senza rispettare il parere vincolante dell’Istituto nazionale della Fauna selvatica (Infs, oggi Ispra – Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), che stabilisce quali animali si possono abbattere. “Molte specie ai primi di settembre sono ancora in riproduzione. Non capiscono queste regioni i danni che si possono provocare a causa di leggi superficiali”, ha aggiunto la Fantilli.
E le vittime di queste leggi regionali, per il Wwf, sono soprattutto i piccoli uccelli. “Dobbiamo adeguarci agli standard degli altri paesi europei, soprattutto, per quanto riguarda i piccoli uccelli canori, che in Italia si possono cacciare.
Non credo che sia dignitoso, anche per un cacciatore, sparare ad animali così piccoli”, ha detto a Panorama.it Fulco Pratesi, giornalista e presidente onorario di Wwf Italia: “Eravamo in Italia a un livello passabile una volta, ma ora siamo tornati indietro. La caccia è accettabile se non interferisce con la conservazione e lo sviluppo della fauna. Il futuro sarà un po’ deteriorante, non solo per la tutela degli animali in Italia, ma anche per le salate multe che ci verranno inflitte”.
Federcaccia, la federazione che conta 400mila iscritti (la metà dei cacciatori italiani), invece, ha spiegato che su oltre 400 specie che frequentano l’Italia, si può sparare solo a una cinquantina e ha puntato il dito contro le troppe spese sostenute dai suoi associati. Un business, quello della caccia, che frutta alle casse dello Stato 138,5 milioni di euro, considerando che i cacciatori italiani pagano tre tasse: una allo Stato (per il porto del fucile di 173,16 euro), una alla Regione (per il tesserino che varia dai 32,65 ai 64,56 euro) ed una alla zona di caccia (che va da un minimo di 10 ad un massimo di 100 euro). “Un settore”, ha aggiunto il presidente di Federcaccia in un comunicato, “che dà lavoro a non meno di 45.000 persone ed il cui comparto della produzione ha prodotto nel 2007 circa 549.000 armi sportive e venatorie. La caccia oggi non è più il mero impossessamento della selvaggina ma un’attività congiuntamente diretta alla protezione dell’ambiente naturale e della fauna”.
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Gli scontri con la polizia a Pianura, la sera del 7 gennaio
Pianura, vecchia discarica sequestrata e nuovo sito di stoccaggio. Distano pochi metri l’area nel mirino della magistratura per le ipotesi di reato di “epidemia colposa e disastro ambientale” e quella scelta dal commissario straordinario Gianni De Gennaro per depositare 20 mila tonnellate di rifiuti. Si tratterà però, assicura lo stesso commissario, solo di ecoballe. Si concentrano ancora intorno a questo quartiere, teatro delle proteste più violente di due settimane fa, i problemi e le possibili soluzioni dell’emergenza napoletana.
La procura di Napoli ha disposto il “sequestro probatorio” dell’intera discarica di Contrada Pisani, a Pianura. I carabinieri del comando provinciale hanno eseguito il provvedimento che nasce dalle segnalazioni di numerosi abitanti della zona. Da anni infatti le famiglie residenti denunciano malattie gravi, tumori, malformazioni e decessi legati alla vicinanza con la discarica. Ora la magistratura vuole verificare se l’inquinamento dell’impianto ha davvero causato dei morti.
Il sospetto è che in passato nel sito siano stati scaricati rifiuti tossici, speciali e nocivi. Secondo alcune stime, quelli accumulati nel solo periodo che va dal 1989 al 1993 sono pari al 23 per cento del totale. La discarica è rimasta attiva per quarant’anni ed è stata chiusa 12 anni fa. Non ha mai avuto un sistema di impermeabilizzazione, imposto da una legge del 1982, come hanno verificato i magistrati. Il governo aveva però intenzione di riaprirla. “Le malattie e, oggi, il sequestro della magistratura sono la conseguenza di oltre quarant’anni di attività dell’impianto durante i quali nessuno si è preoccupato di controllare che cosa veniva scaricato”, spiega Antonio Cariello, delle Guardie ambientali del Wwf.
Il piano di De Gennaro per superare l’emergenza prevede che proprio a Pianura, oltre che a Marigliano e Ferrandelle, sorga un sito di stoccaggio provvisorio. Sarà però fuori dalla vecchia discarica e solo per il deposito di ecoballe, per le quali verranno inoltre sperimentati i procedimenti di inertizzazione (cioè, un metodo che permette di “immobilizzare” le sostanze inquinanti all’interno delle balle, evitando che queste si disperdano nell’ambiente).
Il VIDEO servizio:
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![[i]2 gennaio 2008[/i] - Il corteo contro la riapertura della discarica prevista dal commissario di Governo per fronteggiare l'emergenza rifiuti avanza in mezzo all'immondizia accatastata del quartiere Pianura a Napoli.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-gennaio/rifiuti/normal_rifiuti12.jpg)
L’ultimo episodio è di lunedì 14 gennaio. La magistratura ha sequestrato l’inceneritore municipale di Terni e ha inviato nove avvisi di garanzia, tra cui al sindaco e ai consiglieri di amministrazione della società che gestisce l’impianto, per reati ambientali. I casi di chiusura di strutture per lo smaltimento dei rifiuti, autorizzati ma che si rivelano inquinanti, sono numerosi. Precedenti che a volte giustificano le paure dei cittadini e fanno nascere le proteste.
2 febbraio 2007: i carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico) sequestrano la discarica di Timpazzo, vicino a Gela. Stessa sorte per il termovalorizzatore di Montale (Pistoia), chiuso per fumi non a norma nel luglio 2007. Sigilli nell’agosto 2007 anche alla discarica comunale di Trapani e nell’ottobre 2006 a quella di San Giovanni a Piro (Salerno). Nel novembre 2007 il Noe sequestra la discarica di Lo Uttaro, nel Casertano, riaperta dal commissario straordinario per l’emergenza pochi giorni prima. L’impianto, destinato a rifiuti urbani, è ormai saturo di residui speciali e la concentrazione di sostanze pericolose è così alta che per alcuni dei 12 indagati si ipotizza il reato di disastro ambientale.
Non è sempre colpa della cosiddetta “Sindrome Nimby” (Not in my backyard). I dati sugli interventi del Noe, forniti dal Comando dei carabinieri per la tutela dell’ambiente parlano chiaro. Nel 2007 sono state controllate 358 discariche, autorizzate e non. Di queste, 262 (quasi i tre quarti) sono risultate fuori norma, quelle in regola erano solo 70 e in 26 casi è stato necessario approfondire le analisi. I motivi dell’irregolarità sono diversi. A volte si scelgono siti non adatti, come parchi naturali o zone archeologiche. Spesso i progetti sono buoni e hanno le carte in regola, ma una volta in funzione gli impianti cominciano a produrre emissioni e scarichi nocivi e a contaminare terreni e falde acquifere con sostanze cancerogene. In questo caso è la gestione che lascia a desiderare e nessuno vigila sul rispetto delle leggi.
“Ecco perché non ci fidiamo più delle garanzie date dalle istituzioni”, dice Antonio Cariello, del Nucleo guardie ambientali Wwf di Salerno, che ha denunciato il disastro ambientale della discarica di Basso dell’Olmo e ha promosso le proteste contro quella di Serre. “Qui finisce ogni tipo di rifiuti, senza alcun controllo”, continua. “Tre mesi fa abbiamo sequestrato un tir con 300 quintali di materiali ritenuti pericolosi”. Secondo chi cerca di fermare lo scempio ambientale, in queste discariche vengono buttati scarti nocivi, che andrebbero adeguatamente trattati, oppure umidi che dovrebbero essere smaltiti nei siti di compostaggio. Tutti rifiuti per cui gli impianti non sono stati progettati.

Gli scarichi di Basso dell’Olmo, Salerno
Per Alessandro Beulcke, direttore del progetto Nimby Forum, gli allarmismi possono essere evitati. “Le proteste dei cittadini spesso nascono da una cattiva conoscenza dei progetti degli impianti”, spiega. “È normale che gli abitanti di una certa zona si preoccupino, quando si vedono aprire un cantiere davanti a casa senza sapere il perché oppure hanno solo informazioni che derivano dal passaparola. Ad esempio, pochi sanno che il tanto odiato termovalorizzatore di Acerra di fatto produrrebbe emissioni al di sotto dei limiti fissati dalla normativa europea. Sarebbe opportuno comunque ascoltare i cittadini in fase di progetto e successivamente è fondamentale il monitoraggio, certificato da enti indipendenti, di emissioni e scarichi. In questo modo si guadagna la fiducia della gente. L’azienda che gestisce i termovalorizzatori di alcune città dell’Emilia Romagna, per citare un caso, ha scelto questa strada già da qualche anno: i dati sulle emissioni vengono aggiornati in tempo reale e sono disponibili su Internet“.
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Il mondo del volontariato sul web non è efficace e non riesce a dialogare con i giovani. Lo dice una ricerca del gruppo di lavoro della dell’Università degli studi di Udine, coordinato da Francesco Pira, docente di Comunicazione sociale e pubblica e Relazioni pubbliche. Il rapporto ha preso in considerazione 23 siti, divisi per otto aree tematiche: pubblica assistenza, volontariato, tutela dell’ambiente, protezione animali, donazione del sangue, economia sociale, tutela dei minori e diritti umani. Di questi soltanto sei sono risultati accessibili: Wwf, Fare Verde, Altro Mercato, Banca Etica, Unicef, Emergency e Telefono Azzurro, che però ha soltanto la possibilità dell’ascolto audio di alcuni contenuti.
“Rispetto alla rilevazione del 2006″, spiega il professor Pira, “è cambiato pochissimo e le critiche che avevamo mosso non sono state raccolte. Non sono aumentati gli investimenti”. Alcuni miglioramenti ci sono stati, soprattutto nelle pagine di Wwf, Altro Mercato, Nessuno Tocchi Caino ed Emergency. Ma l’unica novità viene da Green Peace che trasferisce su You Tube le immagini di alcune attività importanti. Emercgency ha mantenuto alti gli standard dei contenuti, mentre Avis, Fratres e Caritas hanno compiuto piccoli passi in avanti. Nell’insieme, però, il lavoro svolto non è soddisfacente. Secondo Pira questo accade perché “il mondo del volontariato non si fida della rete e forse preferisce concentrarsi in attività sui territori. Ma le due cose non sono incompatibili. C’è un forte bisogno di trovare sul web risposte a quesiti che magari tantissime donne e uomini, ragazze e ragazzi mai riuscirebbero a porre di persona ma potrebbero invece farlo attraverso una mail o un sms”. Scarsa anche l’attenzione per le fasce deboli: “L’accessibilità per i non vedenti, gli ipovedenti e le persone che non fanno uso degli arti è quasi nulla. Non c’è, come abbiamo già detto in passato, nessun obbligo di legge al contrario che per i portali pubblici, ma rimane quello etico-morale”, sottolinea Pira.
Insomma, a fronte di una richiesta sempre maggiore degli utenti (soprattutto giovanissimi), le associazioni italiane non riescono a dare risposte soddisfacenti e non sanno utilizzare il mezzo più immediato a loro disposizione: internet. “Anche perché”, dicono dall’università di Udine, “il volontariato a differenza della politica, delle istituzioni e delle imprese non ha utilizzato e non utilizza per implementare i contenuti i laureati in Relazioni pubbliche o Scienze della comunicazione che hanno il giusto know how per lavorare a questi progetti”.
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L’eolico in Italia continua a dividere. E in modo del tutto trasversale. Il Ministero dell’Ambiente è strattonato e criticato da tutte le parti. Riceve da Legambiente e da Greenpeace una lettera di protesta per due provvedimenti “contro le fonti rinnovabili”: il decreto legge 16 agosto 2006, n. 251 che, per la conservazione della fauna selvatica, vieta la realizzazione di impianti nelle ZPS (zone a protezione speciale) e il Decreto Legislativo approvato il 12 Settembre 2007, che istituisce la Valutazione di impatto ambientale nazionale per gli impianti eolici di potenza superiore ai 20MW. Le due associazioni ambientaliste non criticano tanto il primo decreto, che trovano più che altro inutile in quanto gli impianti eolici già devono superare numerose barriere come e più di altre opere meno impattanti, quanto il secondo. La valutazione d’impatto ambientale finora doveva essere realizzata dalle regioni, e diventava responsabilità statale solo per gli impianti superiori ai 300 Mw. Greenpeace e Legambiente considerano l’introduzione della valutazione nazionale per impianti eolici sopra i 20 Mw una novità preoccupante senza eguali in Europa, che esautorerebbe le Regioni da una procedura che le era stata affidata per Legge nella valutazione di tutti gli impianti da fonti rinnovabili. E soprattutto che porterebbe a un allungamento dei tempi di approvazione per i campi eolici che potrebbe anche farci bacchettare dall’Unione Europea. Altri ambientalisti si schierano nel campo diametralmente opposto: Italia Nostra, Amici della Terra, Comitato nazionale del paesaggio continuano a ricordare che l’eolico è un business che è stato aperto dall’incentivo dei certificati verdi a fine anni ’90, piatto ricco cui potevano aspirare soprattutto le imprese che erano già allenate, cioè quelle straniere. Del resto anche Prodi lo ha detto a chiare lettere un mese fa, al momento della conferenza sul clima alla Fao, che è ovvio che il mix energetico italiano deve cambiare e prevedere anche una risposta produttiva nazionale, ma molta della tecnologia necessaria non è italiana, per questo c’è una forte resistenza del mondo industriale all’eolico. Fuori dal dibattito si pone il Wwf, che si compiace degli interventi legislativi: per Michele Candotti, segretario generale, “Tutti questi atti servono a dare certezze, ad evitare proprio quel far west normativo che ha alimentato finora gravi conflitti locali sulla gestione delle aree protette e sulla localizzazione degli impianti energetici. E queste norme non possono essere viste come anti - eolico, non possono essere viste come un ostacolo agli investimenti in energie alternative, delle quali l’Italia ha assoluto bisogno”. Per il resto, gli ambientalisti sono tutti d’accordo: l’Italia ha promesso all’Unione Europea che entro il 2020 avrebbe portato la sua potenza eolica dagli attuali 2.123 Mw (alla fine del 2006, dati Enea) a 15.000 Mw. Urge una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici che comprenda un piano energetico nazionale, che non lasci alle Regioni il potere di agire senza punti di riferimento e senza raccordo.
Video pro-eolico realizzato dal regista Francesco Cabras e prodotto da Greenpeace in collaborazione con Ganga Film
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Era addirittura più famoso dell’orso Yoghi, quello dei cartoons. Almeno nei centri abitati del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm). Perché l’orso “Bernardo” era vero, vivo e non disdegnava fare “visita”, la notte, ai pollai della zona. “Era” perché è stato trovato morto, insieme alla sua compagna e a un terzo esemplare (oltre agli altri due orsi trovati morti, per cause naturali pare, una quindicina di giorni fa e di cui si è saputo solo ora), nel territorio montano di Gioia dei Marsi, nel cuore del Parco (uno dei più antichi d’Italia con una superficie di 80mila ettari). E ora scatta l’allarme, visto che si fa sempre più probabile l’ipotesi, portata avanti dagli investigatori del Corpo forestale dello Stato, dell’avvelenamento.
Il ritrovamento è stato fatto dal personale che seguiva l’orso Bernardo attraverso il radiocollare satellitare che aveva smesso di trasmettere il segnale: in seguito a successive perlustrazioni attuate dal personale del Servizio di Sorveglianza, de Cta del Corpo Forestale dello Stato e la collaborazione dei ricercatori del Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo dell’Università La Sapienza di Roma, nella stessa zona, è stata ritrovata un’altra carcassa di un’orsa adulta.
“È una grave perdita - ha detto il direttore del Parco, Aldo Di Benedetto - che incide sul potenziale riproduttivo della popolazione dei plantigradi già numericamente esigua; per di più viene a mancare l’orso “Bernardo” che, negli ultimi anni, tanto ha fatto parlare di sé per gli incontri ravvicinati nei centri abitati e che ha battezzato una delle tante associazioni costituitesi per la tutela della specie”.
“La stretta sequenzialità dei ritrovamenti rafforza la tesi di un possibile avvelenamento” dichiara Livia Mattei, esperta biologa e funzionario del Corpo forestale dello Stato “anche se non è escluso che sia stato accidentale e non necessariamente legato alla volontà di sopprimere Bernardo, considerato in passato un orso problematico”.
Dello stesso avviso anche il Wwf, che ha messo una taglia di 10mila euro sui responsabili dell’uccisione dei tre orsi marsicani, due femmine e un maschio, nel Parco nazionale d’Abruzzo: “Si tratta di un atto criminale gravissimo”, ha detto il presidente onorario dell’associazione Fulco Pratesi. “Un Paese civile non può permettersi questi scempi”, ha aggiunto. La somma verrà versata a chi consegnerà i responsabili alla giustizia.
Stando alla denuncia del Wwf, in Abruzzo si sta compiendo una vera e propria mattanza della fauna. Un fenomeno che colpisce non solo gli orsi, ma anche i lupi. Per risolvere il problema, l’associazione ha chiesto “la creazione di una speciale task-force, una sorta di Ris, per la tutela dell’orso marsicano, in grado di condurre indagini puntuali e rintracciare i responsabili di un reato gravissimo che distrugge la nostra fauna”.
Ecco, ci mancano solo i Ris specializzati in “orsocidi”…
Il VIDEO servizio:

Il Parlamento sta per chiudere per ferie, e tra una riforma della giustizia e un Dpef ha deciso di rimandare a settembre una normativa che le associazioni ambientaliste chiedevano a gran voce di approvare subito. Lipu, Italia nostra e Wwf sono inferocite.
Claudio Celada, Direttore Conservazione Natura Lipu-BirdLife Italia, spiega a Panorama.it le sue ragioni: “Era importante che il decreto Rete Natura 2000 passasse adesso. Ci sono due direttive europee ormai decennali (“Uccelli” del 1979 e “Habitat” del 1992) che chiedono di fissare dei criteri minimi uniformi per tutelare le cosiddette zone di protezione speciale (ZPS), importanti per la conservazione della biodiversità, in particolare degli uccelli”. Queste zone andrebbero a far parte della Rete di tutela ambientale voluta dall’Europa.
“L’Italia spezza la continuità della rete”, lamenta Celada: “non fissando delle semplici misure di conservazione per queste aree”. Che il decreto sia stato rimandato a settembre “è certamente per qualche giorno di caccia in più”, rincarano in una nota congiunta Lipu, Italia Nostra e Wwf: “Un provvedimento di questa portata, relativo allo strumento comunitario più importante per l’attuazione della Convenzione Biodiversità e contenente norme per la tutela di fauna, flora, habitat naturali e quasi 3mila aree di altissimo valore naturalistico, merita ben altra sorte che quella di ritrovarsi condizionato dai cacciatori italiani e dalle Regioni, condizionamento che ha portato il nostro Paese a subire procedure di infrazione a iosa e che non ci permette di uscire dalla violazione comunitaria”.
Celada chiarisce: “L’Italia ha la maglia nera del numero di procedure di infrazione a suo carico: ben 80 solo in materia ambientale al giugno 2006. Questo è un Paese che si ostina a non accettare il fatto che le direttive sull’ambiente dell’Unione europea sono una garanzia per il nostro benessere e vanno prese sul serio”.
C’è da precisare che per ogni caso di condanna della Corte di Giustizia europea si rischia una multa fissa di 10 milioni di euro più svariate centinaia di migliaia di euro al giorno fino a quando non verrà ripristinato lo stato di cose precedente al danno subìto.
“Se scatterà la multa, con le sue ripercussioni sulle tasse dei cittadini, qualcuno dovrà prendersene la responsabilità”.
![[i]24 luglio 2007[/i] - Nell'immagine un vigile del fuoco intento a domare un incendio in un bosco alle porte di Cosenza. Anche stamani la situazione incendi - complice il gran caldo - è gravissima, con dieci roghi di grandi dimensioni attivi nelle province di Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria, alcuni dei quali minacciano anche le abitazioni, e altrettante richieste di intervento aereo.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/fotogiugno/incendi/normal_01cosenza1.jpg)
Emergenza dovuta al gran caldo di questi giorni. Sì, certo. Ma non solo. Dal Nord al Sud d’Italia nell’ultimo anno ci sono stati 5.643 incendi boschivi, che hanno trasformato in cenere quasi 40.000 ettari di territorio, di cui oltre il 40% di boschi pregiati e foreste. Ma si tratta di una piaga endemica, di un fenomeno che si ripresenta puntualmente ogni estate.
E’ possibile che sia la piromania a dilagare? Perché la prevenzione e la lotta agli incendi non sono abbastanza efficaci?
Maurizio Santoloci è consigliere per i crimini ambientali del Ministero dell’ambiente. Scongiura di non chiamare “piromani” i responsabili, poiché “sarebbe come chiamare cleptomane chi rapina le banche. Qui si parla di un fenomeno criminale, anzi di una criminalità vicina a quella terroristica. Non è vero che la maggioranza degli incendi sono colposi, non è il mozzicone di sigaretta buttato distrattamente il vero colpevole”.
La legge in vigore sarebbe anche efficace, perché prevede pene severe per chi commette il reato di incendio boschivo (definibile incendiario, dunque, non piromane). Il problema è che per individuare i responsabili serve uno sforzo collettivo.
Tutta la polizia deve essere chiamata a sorvegliare i boschi e a fare le indagini, non solo il corpo forestale, che paradossalmente è talmente impegnato a spegnere gli incendi che non ha tempo per evitarli.
“In linguaggio poliziesco una banca viene definita un obiettivo sensibile” aggiunge Patrizia Fantilli, direttrice dell’ufficio legale di Wwf Italia “chiediamo che anche i boschi siano considerati tali. Non sono forse altrettanto preziosi?”
Il punto più debole del sistema di prevenzione degli incendi sembra essere però quello dei deterrenti. “Non c’è certezza della pena” secondo Santoloci. Se tanti di questi incendi bruciano per mano umana è perché dietro ci sono degli interessi forti di speculazione edilizia o sugli appalti per il rimboschimento. E poi ancora per far spazio ai pascoli, o per la caccia. Per questo la legge (n. 353 del 2000, art. 10) prevede che i terreni bruciati da un incendio non possano avere una destinazione diversa da quella precedente, in particolare non sono edificabili e non vi si può pascolare o cacciare per almeno 10 anni e per 5 anni non si possono riforestare.
Ma questo divieto è valido solo se la zona è stata censita come “percorsa dal fuoco” nel catasto comunale.
Secondo un’indagine di Legambiente e della Protezione civile solo il 24% dei comuni italiani realizza il catasto delle aree bruciate. Per il restante 76% dei comuni, quindi, il deterrente dell’inutilizzabilità del terreno è un’arma del tutto spuntata.
Il dossier Ecosistema incendi 2007 di Legambiente
Il decalogo antincendi del Wwf
Il rischio incendi secondo la Protezione Civile