Archivio del 2007
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10024/normal_libripost.jpg)
“La mia voglia di parlare di libri in tv parte da lontano”. Alessandra Casella, conduttrice qualche anno fa di A tutto volume, attrice, giornalista e soprattutto avidissima lettrice ha finalmente trovato il modo di soddisfare questa voglia senza dover passare la maggior parte del proprio tempo a convincere i dirigenti televisivi che leggere è bello. “Non è che le tv in generale siano molto disponibili: mi dicono sì per qualsiasi altra cosa ma non vogliono fare trasmissioni che parlino di libri. Invece secondo me si può parlare di libri in tv ed essere divertenti e vari”. E ci ha creduto al punto da crearsi la propria tv, tutta dedicata ai libri, che va in onda su internet.
Come nasce Booksweb.tv?
Digital Identity, il provider di una marea di televisioni, da quella del Senato a quella dell’Enel e di altre grandi aziende, aveva progetti per creare delle web tv aperte a tutti. Hanno sviluppato il sistema in tempi in cui nessuno parlava di tv sul web, perciò sono i più ferrati in assoluto e Booksweb.tv è il primo progetto “aperto” che hanno realizzato.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10024/normal_tvlibribigpost.jpg)
Come si mantiene una web tv che parla di libri?
Io lavoro con tecnici che per amicizia e fiducia nel progetto hanno dato il loro apporto e autori-amici che danno il proprio contributo su base volontaria. Abbiamo Roberta Schira, Raul Montanari, Marco Buticchi, Fabio Bonini attore e ora autore di un libro sul mare. Barbara Garlaschelli si è proposta per la rubrica Libri in carrozza. E poi Zap Mangusta, filosofo anomalo e grande comunicatore, Antonio Capitani, astrologo numero uno di Astra, che abbina libri e segni zodiacali… Inoltre diversi editori per fiducia mi hanno dato subito da intervistare dei pezzi da 90 (come Michela Chabon e altri grossi nomi). Questo è un ambiente in cui ci si conosce ed è una cosa molto positiva. Sono determinanti gli scrittori che rilasciano belle interviste. Arturo Perez Reverte, per esempio, come autore del nostro Libro del mese, ci ha rilasciato una sostanziosa intervista di un’ora e mezza - che noi abbiamo ovviamente tagliato e montato - dicendo anche cose molto personali. Tra di noi c’è un’amicizia letteraria che dura da 10 anni. Poi ci sono anche editori che hanno aspettato di vedere la tv prima di proporci i propri autori.
A parte il contributo volontario di persone dell’ambiente, immagino che avrete presto bisogno di inserzionisti…
Sì, cerchiamo sponsorizzazioni e abbiamo già due o tre contatti buoni. Noi non vogliamo editori come sponsor: devo essere libera di parlare dei libri che voglio come mi pare. Ci consideriamo uno spazio aperto. Per tutti. Abbiamo anche una rubrica dal titolo Mi raccomando… in cui ospitiamo uno scrittore che ci parla del proprio libro. E il titolo la dice lunga sul nostro atteggiamento: te lo proponiamo ma prendilo con le pinze. C’è anche spazio per gli esordienti (Stasera mi butto) e in pentola bollono molte altre cose che faremo quando avremo più soldi. Comunque per essere un sito nato nell’anonimato stiamo andando bene: nei primi due giorni abbiamo avuto 1300 contatti. E la buona notizia è che la permanenza è molto lunga, da mezz’ora a un’ora.
Quali opportunità offre il web rispetto alla tv?
L’apporto del web è fondamentale: il feedback e la partecipazione sono essenziali. Abbiamo in programma di fare delle dirette di alcuni eventi e dei dibattiti in diretta. Il pubblico si collega ed entra nel dibattito. Gli scrittori si mettono a disposizione del pubblico, come in un festival letterario perenne. Per ogni autore ci sarà una mail “@booksweb.tv” e noi ci prendiamo l’impegno di inoltrare la corrispondenza. Poi, come ogni tv, abbiamo un palinsesto, su cui però si può intervenire: puoi far partire in qualunque momento le cose che ti interessano. Ma Internet si fa facendolo, e tra un mese il sito sarà ancora più ricco e funzionale. Integreremo i video e le interviste con molti materiali scritti: biografie, bibliografie, citazioni. Siamo molto attenti anche alla qualità anche nell’immagine: per le riprese ci appoggiamo a persone di grandissima professionalità, che appartengono a due società di produzione conosciute tramite Francesco Grazzini, uno dei migliori cameraman di Mediaset con cui ho lavorato ai tempi di A tutto volume, e che si è messo in proprio. Infine apprezzo la libertà. La tv è un luogo di potere, è sempre stato così. Qui il potere ce l’ho io. Io sono il direttore editoriale e nella mia tv non ci sono i libri degli amici degli amici imposti da qualche dirigente, ma solo buoni libri, che vale la pena leggere.
Guarda il video
Booksweb tv
[/i]<br />](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10055/normal_brad_pitt_8.jpg)
Il mito di Jesse James sta per essere rilanciato a livello planetario da un film dal titolo L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, in uscita in questi giorni nelle sale italiane. Il bandito più famoso d’America - vissuto in Missouri tra il 1847 e il 1882 - in questo film, tratto dall’omonimo romanzo di Ron Hansen, verrà interpretato da Brad Pitt.
Ecco il trailer del film in lingua originale:
Forse a qualcuno, dopo aver visto o sentito parlare del film, verrà la curiosità di approfondire la storia di questo personaggio, leggendario per gli americani ma non così conosciuto in Europa. E allora vale la pena di citare un libro che racconta il “Jesse James privato”, scritto nel 1899 dal figlio Jesse James Jr detto “Tim”: La vera storia di Jesse James (Newton Compton).
Una biografia in cui vengono celebrati il coraggio, la buonafede e addirittura il ravvedimento finale di Jesse James (che, poco prima della morte, pare volesse costituirsi: “Mio padre moriva dalla voglia di farla finita con la sua vita da fuggitivo. La sua volontà, ormai, era quella di consegnarsi alle autorità competenti”, racconta il figlio nelle ultime pagine del libro).
Tra gli aneddoti, c’è roba da far venire la pelle d’oca ad animalisti e pacifisti. Si racconta della volta in cui, per dare prova alla madre della sua mira fuori dal comune, sparò a un uccellino. Il figlio la racconta così: “Un tenero picchio dalla testa rossa si posò su un ramo a una cinquantina di metri di distanza. Mio padre prese la mira e tirò il grilletto. L’uccellino cadde a terra come fulminato. Era un tiratore fantastico, mio padre”. Oppure quando, per far giocare i figli, metteva loro in mano le sue armi. Per fortuna il figlio scrittore, in un impeto di politically correctness degno dei giorni nostri, specifica sempre che le armi erano state preventivamente scaricate dal previdente genitore.
Ma chi era davvero Jesse James? Forse la descrizione più calzante è quella del maggiore John N. Edwards, autore di Noted Guerrillas, un’opera che Jesse James Jr. cita molto spesso nel suo libro: “Inseguito, braccato, circondato, colpito, ferito, reso vittima di agguati, sorpreso, controllato, tradito, proscritto, bandito, portato da stato a stato, messo nel mirino di infallibili investigatori: e tuttavia ha sempre trionfato. Da alcune persone intelligenti è considerato un mito; da altre una specie di adepto del demonio. Non è nessuna delle due cose, ma certamente è un uomo fuori dal comune”.
Edwards regala anche al lettore una descrizione fisica del bandito, che sembra tratteggiare alla perfezione le fattezze dell’attore che, oltre un secolo dopo, sarà chiamato a interpretarlo sul grande schermo: “Gli occhi blu, chiarissimi e penetranti, il corpo alto e raffinato, le dita lunghe e affusolate”. Il bandito Jesse James o la superstar Brad Pitt? Giudicate voi.
- Tags: Antonio-Veneziani, Arthur-Schnitzler, Catullo, Cecco-Angiolieri, Dante, Dino-Campana, Freud, Gracia-Lorca, Nietzsche, Orazio, Rimabud, Shakespeare
-

Un libro per chi è stufo dell’overdose di buoni sentimenti natalizi. Tra donazioni a Ong, regali solidali, collette alimentari, e tanto amore sapientemente dosato da tv e da vetrine addobbate, spunta anche un po’ di sano odio. Esce in questi giorni un libricino che ci riporta alla realtà e ci aiuta a distinguere: una raccolta, curata dal poeta Antonio Veneziani, dal titolo 100 Poesie d’odio e invettiva, dagli antichi a oggi (Coniglio editore).
Tra i tanti autori: Catullo, Nietzsche, Cecco Angiolieri. E non manca Dante (ora tornato di gran moda, almeno sul piccolo schermo), che fa dire al conte Ugolino il suo odio per Pisa allo stesso modo in cui tanti italiani d’oggi potrebbero dire della propria città. Ma lungi dall’essere animata da gratuita cattiveria, l’operazione editoriale in questione può servire - paradossalmente - proprio per capire l’amore. A dar retta a Freud, infatti, i due sentimenti sono legati da un inestricabile rapporto. E senza capire l’odio non si può sapere nemmeno cos’è il suo opposto.
Attenzione, pero: i componimenti nel volume vanno maneggiati con cura - avverte una nota - letti con attenzione e con occhio ironico, perché le parole tanto potenti e visionarie potrebbero spiazzare le anime candide capitate a vivere in quest’epoca di politically correct. Leopardi appare un po’ più vivace di come generalmente consigliano le reminiscenze scolastiche. Qualche iniezione di motivata violenza arriva dai versi di Shakespeare, Rimabud, Orazio, Dino Campana, Gracia Lorca, fino ad arrivare ad Arthur Schnitzler. E proprio con quest’ultimo torna a galla l’invettiva più attuale di questi tempi: “Quando l’odio diventa codardo / se ne va mascherato in società / e si fa chimare Giustizia”.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_natale-londra.jpg)
Il Natale moderno con l’albero, i regali, Babbo Natale, i buoni sentimenti e i biglietti d’auguri è un’invenzione quasi tutta inglese, per l’esattezza d’epoca vittoriana, e un contributo cruciale lo ha dato uno dei più grandi romanzieri dell’Ottocento, Charles Dickens.
Ad attribuire al Regno Unito la stragrande maggioranza dei diritti d’autore del Natale è lo scrittore Harry Bingham, sulle pagine del quotidiano Daily Telegraph, con un dotto articolo che la dice tutta già dal titolo: How Britain invented Christmas, come la Gran Bretagna ha inventato il Natale.
All’inizio c’e’ Dickens. In Un canto di Natale il romanziere avrebbe ideato un po’ tutta la mitologia che oggi è parte della tradizione natalizia: il pranzo, la famiglia, le vacanze, la neve, i regali, la beneficenza, i canti, i dolci e addirittura il il vin brulé. Sembra essersi dimenticato soltanto del panettone.
Il libro - racconto fantastico sul tirchio Scrooge che diventa generoso, dopo la visita di tre spettri proprio durante la notte di Natale - fu pubblicato il 18 dicembre 1843 e vendette seimila copie nella prima settimana (un’enormità per l’epoca).
Harry Bingham fa notare che Dickens, nel suo racconto, non si limita a tracciare la matrice del costume natalizio. Ma infila, uno dopo l’altro, tutti i concetti che stanno alla base della festività: parla della famiglia (insistendo sul Natale passato con i propri cari), si scaglia contro l’ingiustizia sociale e la povertà (da qui lo spirito caritatevole e un certo buonismo) e descrive in modo piuttosto edulcorato l’Inghilterra rurale dell’epoca destinata a fare da sfondo alle cartoline di auguri con idilliaci paesaggi innevati. Le stesse cartoline videro la luce proprio a Londra, sempre nel 1843, quando un uomo d’affari, Henry Cole, incominciò a venderle in un negozio d’arte nella centralissima Bond Street. “I vittoriani” sostiene Bingham “erano sempre pronti ad inventare una tradizione e poi pretendere che fosse sempre esistita. Loro hanno portato il Natale nei cuori della gente. Ovviamente il modello è stato adattato”.
- Tags: Aldo-Cazzullo, Azouz-Marzouk, Bruno-Vespa, Fabrizio-Corona, Filippo-Ceccarelli, Lele-Mora, Olindo-Romano, Padre-Pio, Pino-Corrias, Rosa-Bazzi, Sergio-Luzzatto
-

di Pasquale Chessa
Sarà per via della decadenza della politica nel vissuto collettivo del paese Italia, o piuttosto perché gli eventi epocali diventano storia in diretta tv nel momento stesso in cui accadono, il fatto nuovo è che per carpire la verità allo spirito del tempo è più utile illuminare la storia delle cose banali piuttosto che le vicende della grande storia. E si tratta di una profonda mutazione culturale: l’invenzione della lavatrice è più importante del centrosinistra, la nascita della Vespa vale come la macrostoria di tutta l’industria pesante italiana. È tempo di piccole storie.
“La domenica, le piazze italiane sono vuote. Quasi deserti gli stadi, le chiese, i cinema. Gli italiani sono tutti all’outlet”: l’incipit scelto da Aldo Cazzullo per Outlet Italia. Viaggio nel paese in svendita (Mondadori) non lascia scampo al lettore avvertito che capisce fin da subito di trovarsi al limite di una nuova frontiera, non soltanto geografica ma soprattutto storica e in ultima analisi politica. È la geografia dei “non luoghi” d’Italia: dal Valmontone fashion district, Ciociaria, un paese finto vicino all’Autostrada del Sole fra Roma e Napoli, fondato sulle vetrine e abitato solo da commessi, fino al Serravalle Scrivia, fra Milano e Genova, il primo d’Europa, a Cepagatti in provincia di Pescara, terzo nel mondo dopo Stati Uniti e Bahrein.
Outlet è una parola magica, con cui gli italiani hanno voluto ribattezzare il concetto più prosaico di centro commerciale. Un grimaldello passe-partout che consente a Cazzullo di rimettere in gioco la storia italiana: anche la politica è diventata un outlet, un prodotto da svendere. Alla fine c’è l’ideale iperuranio di un outlet totale che possa comprendere insieme la filosofia del Palacavicchi di Ciampino, outlet del ballo e della musica, con la Biennale d’arte di Venezia, vero e proprio luna park dell’estetica di oggi; per arrivare fino a San Giovanni Rotondo assunto alla funzione sacra, in un percorso tanto profano, di “outlet dell’anima”.
Una epidemia devozionale di massa, ben raccontata dallo storico Sergio Luzzatto, con un libro davvero eccezionale, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento (Einaudi). Luzzatto è uno di quegli storici, pochissimi, che non solo sanno scrivere anche sui giornali, ma sono capaci di fare uso, pure in sede accademica, di una speciale prosa narrativa che consente al lettore di entrare senza timore nel sofisticato laboratorio dello storico.
“Uno studio sulla vita di Padre Pio avrà offerto un contributo istruttivo alla storia dell’Italia novecentesca soltanto se sarà riuscito a illuminare paesaggi più vasti che un luogo di pellegrinaggio, situazioni più generali che un’avventura di santità: culture condivise, strutture del collettivo” spiega Luzzatto. Osteggiato dal Vaticano, di fatto processato e sicuramente perseguitato dal Sant’Uffizio, considerato alla stregua di un “idolo di stoppa” da Papa Roncalli, prima di essere santificato da Karol Wojtyla, il santo di Pietrelcina riuscì a fondare la sua santità sulla fiducia che la sua immagine irradiava nelle masse popolari. Così si spiega perché in sua difesa, anche contro la Chiesa ufficiale, si sarebbe puntualmente schierata la politica. Prima il fascismo poi la Dc.
Luzzatto è molto convincente quando attraverso Padre Pio ci mostra la natura reale del clericofascismo, quell’accomodamento cioè fra regime e religione che portò ai Patti Lateranensi, capolavoro politico del miscredente Benito Mussolini; oppure quando riesce a stabilire un legame stretto fra la protezione del cardinale Giovan Battista Montini, futuro Paolo VI, e i finanziamenti dell’Onu per la costruzione del grande ospedale di San Giovanni Rotondo, cominciato nel 1947 e ultimato nel 1956, in perfetta coincidenza con la disperata impresa della ricostruzione del Paese distrutto dalla guerra voluta e perduta dal regime fascista. Conclude Luzzatto: “Non si tratta di farsi beffe di Padre Pio, dei suoi devoti o della religione cattolica”, ma piuttosto di “riconoscere come la storia di Padre Pio parli di noi oltreché di lui”.
Una massima evangelica, “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, è quella che Filippo Ceccarelli, firma della Repubblica, ha collocato come una targa marmorea alla soglia dell’ultimo capitolo del suo libro, Il letto e il potere. Storia sessuale d’Italia da Mussolini a Vallettopoli (Longanesi). Finite le ideologie, tramontati i grandi sistemi ideali, nel gioco della politica sono diventate cruciali le persone, con i loro corpi materiali, le inclinazioni.
Ceccarelli, giornalista dotato del più potente archivio di notizie, con il suo libro aveva inventato un genere già dal 1994, costruendo una inedita controstoria sentimental-sessual-matrimoniale della politica italiana. Un tema che va al cuore dei lettori, come dimostra il contemporaneo successo di Bruno Vespa, con il più istituzionale L’Amore e il Potere (Mondadori).
A dimostrazione della bontà del prototipo, 13 anni dopo Ceccarelli ha raddoppiato la prima edizione. E completa così la fenomenologia di quel “nichilismo gaio” (la definizione è del filosofo Augusto Del Noce) che trova la sua piena realizzazione nella cronaca scollacciata della vicenda giudiziaria che da Vallettopoli porta alla canonizzazione mediatica del più cattivo di tutti, l’impunito Fabrizio Corona, consapevole di dovere soldi e successo proprio alle esecrabili prodezze di acchiappavip.
Lui è un crocicchio di storie spazzatura. Lo ritroviamo infatti in un posto dove non dovrebbe proprio esserci, insieme ad Azouz Marzouk, nel libro di Pino Corrias, Vicini da morire. La strage di Erba e il Nord divorato dalla paura (Mondadori).
Corrias è uno di quei cronisti del new journalism italiano che sa piegare gli aggettivi alla esatta rappresentazione del reale. Quei 9 minuti che bastano a Rosa Bazzi e Olindo Romano per cominciare e completare la strage di Erba, ultimo marchio garantito della fabbrica italiana di cronaca nera, sono il punto d’appoggio sul quale fa leva per scoprire un mondo. Ecco l’altra faccia di outlet, la Brianza ricca e affluente che consuma la cocaina ma non vuole gli spacciatori sotto casa: “Meglio l’erba del vicino che il vicino di Erba”.
Azouz Marzouk, tunisino di 26 anni, appena uscito di prigione con l’indulto, viene additato come il naturale colpevole della efferata uccisione della moglie, del figlioletto, della suocera; e per sovrappiù della vicina venuta in soccorso. Le sopravvive il marito ferito che racconta. Racconta che non si tratta di un delitto dalla “modalità tipicamente islamica”, ma invece dell’efferata vendetta di “Dü de noss”, come titola la Padania. È in questo contesto che troviamo Azouz Marzouk, occhiali neri, viso d’angelo con la faccia sporca.
La disgrazia gli ha portato, insieme al dolore, fama e fortuna. Corona lo prepara per l’Isola dei famosi. Lele Mora lo coltiva come un pigmalione. Ma tutto finisce con un nuovo arresto per spaccio di droga. Un’altra piccola storia destinata a passare alla storia.

di Manuela Grassi da Edimburgo
Dal castello di Hogwarts si leva il fragore di una battaglia sovrumana, malefici potenti sbriciolano le mura, banchi di legno galoppano nei corridoi, ragni giganteschi assaltano la scuola di magia più famosa della letteratura. È lo scontro finale. Presto Harry affronterà il malvagio mago Voldemort, pronto a sacrificarsi, pur di salvare il mondo. Il mondo dei maghi puri di cuore e quello dei “babbani”, vale a dire gli umani. Harry Potter e i doni della morte, settimo libro della saga creata dall’inglese J.K. Rowling, arriverà nelle librerie italiane il 5 gennaio, prima tiratura 1 milione di copie: un record nel nostro Paese.
Tutta la vicenda editoriale del maghetto orfano è costellata di record: 400 milioni di copie vendute nel mondo, 15 miliardi di dollari il fatturato globale, 62 le lingue in cui è tradotto. Ma il risultato più strabiliante è che una generazione in tutto il globo si è formata sulle avventure di Harry, è entrata nel suo mondo magico, ha capito il valore dell’amicizia, della lealtà, della fiducia. La pubblicazione dell’ultimo libro è un evento culturale attesissimo che rinfocola la curiosità per la misteriosa J.K. Rowling. “Ci sono autori che nei loro libri mostrano la punta dell’iceberg” spiega Luigi Spagnol, editore della Salani (membro del “club dei milionari”, come sono stati etichettati gli editori di Potter). “Ma sotto la punta non c’è niente. Nel caso di Rowling, al contrario, c’è tutto l’iceberg”.
Un mondo dettagliato e complesso che ha preso forma nella sua mente quando aveva poco più di vent’anni e si è andato precisando col tempo fino a diventare un universo concreto che si spalanca a un passo da noi, basta prendere il trenino rosso per Hogwarts, al binario 9 e tre quarti di King’s Cross a Londra.
Joanne K. Rowling oggi ha 42 anni, tre figli, abita a Edimburgo dove, nonostante sia la donna più ricca del Regno Unito, vive una normalissima quotidianità. Bionda, minuta, occhi azzurri, in cardigan e pantaloni grigi, sembra quasi una ragazzina quando appare nella suite del Caledonian Hotel dove concede una delle sue rare interviste.

Che cos’ha di straordinario questa saga per conquistare milioni di persone?
Dalle lettere che ricevo, penso che i lettori siano innamorati dei personaggi. Essenzialmente racconto storie molto umane ambientate in un mondo fantastico e tocco problemi che coinvolgono tutti. Harry Potter e i doni della morte, per esempio, è attraversato dal tema dell’ambiguità tra il bene e il male. L’ambiguità, la dualità sono dentro di noi, qualcosa con cui ci troviamo a dover lottare in certi momenti della vita. Sarebbe sciocco fingere che ciò che è cattivo, malvagio, soprattutto ciò che è proibito non sia attraente, in particolare per i giovani.
Un altro dei grandi temi dei Doni della morte è quello della fiducia. Harry diventa uomo dovendo imparare a decidere in che cosa avere fede, nel mettere in dubbio perfino Albus Silente, il suo maestro, una figura di padre centrale nella sua vita di orfano.
Un po’ come Cristo con Dio Padre…
Sì, ma Silente non è un dio. Nell’ultimo libro volevo mostrare la sua fragilità di essere umano. Alla fine Harry va oltre Silente nella comprensione del loro destino.
È religiosa?
Sono attratta dall’idea di assoluto, ho una mia fede anche se combatto con essa. Tuttavia, non ho mai preso in considerazione di aderire a una dottrina cristiana. Penso si possa vivere una vita buona e utile senza credere in Dio. Al contrario, credere in Dio non garantisce una vita morale. Basta vedere gli estremismi religiosi.
Con quale personaggio si identifica di più?
Un misto: Harry, Hermione e un pizzico di Ron.
Ron?
Sì, perché ha senso dell’umorismo.
L’11 settembre ha cambiato qualcosa nella sua visione? Gli ultimi libri sono più bui e violenti.
Ho pianificato i sette libri di Harry Potter fin dall’inizio, e Voldemort è riapparso nei miei libri prima dell’11 settembre: è questo il punto di svolta. Il mio modello del mondo dopo il ritorno di Voldemort era indirettamente il governo di Neville Chamberlain in Gran Bretagna, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando cercò di minimizzare la minaccia del regime nazista, per convenienza politica. Molte cose che avevo in programma di scrivere le ho poi viste accadere.
Per esempio?
Ovunque ci siano dittature accadono le stesse cose. E i capri espiatori sono convenienti sia nelle dittature che nei regimi democratici. Sirius Black, uno dei miei personaggi, viene imprigionato e incolpato di molti crimini perché è comodo poter accusare una persona già in prigione. Nel terzo libro, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, riesce a evadere. Poi c’è stata Guantanamo Bay e ho letto che Il prigioniero di Azkaban era uno dei libri più popolari nella biblioteca del campo.
I suoi fan erano preoccupati per il destino di Harry.
Questo è il più grande complimento che potessero farmi. Ho lavorato duramente nei sei libri per ottenere questo risultato: far capire che tutti possiamo morire, è la nostra natura, nessuno è al sicuro. Non ho scritto le avventure di Indiana Jones, un eroe che sopravvive sempre.
Sua madre è morta di sclerosi multipla a 45 anni. Come ha influenzato il suo lavoro letterario questa esperienza?
Ho avuto un forte senso della mortalità fin dai miei 15 anni, quando mia madre si ammalò, credo che accada a tutti quelli che sperimentano la perdita di un familiare. Oggi che ne ho 42 resto scioccata a incontrare persone della mia età che non sanno che cosa significa perdere qualcuno di così vicino. Noi eravamo una piccola famiglia. Ma con il mio secondo matrimonio sono entrata in una famiglia enorme.
Il primo matrimonio in Portogallo con il giornalista Jorge Arantes. Il secondo nel 2001 con Neil Murray. Le donne di successo di solito fanno scappare i mariti.
È stato un caso. Ero decisa a non risposarmi. In 7 anni non avevo incontrato nessuno a cui desiderassi stare vicina. E mi ricordo che pensavo: ho una figlia che adoro, ho successo, in fondo sono felice. Mia sorella ci ha fatti conoscere: lui è una persona molto, molto, molto solida. È un medico, bravo nella sua professione, lavora in un mondo lontano dal mio. La cosa che apprezzo sopra ogni altra è che Neil incontra ogni giorno persone che vogliono sapere se può aiutarle, senza chiedere con chi è sposato.
Come fa una celebrità come lei a difendere la sua vita privata ? La sua famiglia non appare mai sui giornali. Ha un avvocato più cattivo di Voldemort?
Ovvio che sì! (ride) La mia risposta sincera è che si può, tranne rare eccezioni, vivere una vita normale, basta volerlo. Non sei obbligato ad andare a ogni evento da tappeto rosso, del resto io non sono una showgirl. Vivo la vita che volevo: puoi sceglierlo, se davvero lo desideri. Certo per lady Diana o Jackie Onassis era impossibile, anche volendo.
C’è un personaggio in Harry Potter che si ispira al suo primo marito?
(Ride). C’era un pettegolezzo secondo il quale uno dei personaggi del secondo libro era il mio ex marito.
Quale?
Gilderoy Allock (vanesio e inetto professore di Hogwarts, ndr), ma non è assolutamente vero. Gilderoy era effettivamente ispirato a un’altra persona che conosco. Nessuno nel libro è il mio ex. Qualsiasi cosa sia accaduta nel nostro matrimonio, lui ha contribuito per metà a una delle cose più belle della mia vita, la mia figlia maggiore. Per cui non lo mortificherei mai in un racconto. È suo padre.
Ha fatto scalpore la sua rivelazione che Albus Silente era omosessuale. Perché ha scritto sette libri senza dirci niente prima?
Perché nessuno me l’ha mai domandato! Tutti erano soprattutto interessati alla sorte di Harry, più che alla vita amorosa del suo maestro. Fino alla serata alla Carnegie Hall, dove una teenager ha preso il microfono e ha chiesto se Silente avesse mai avuto una storia d’amore. Ho risposto sinceramente: nella mia testa il personaggio era così.
Silente assomiglia a quei vecchi professori di Oxford la cui vita sessuale è un autentico mistero. Lei in fondo è una scrittrice realista.
Sì, nel senso che non idealizzo gli esseri umani. Ma se avessi scritto in maniera davvero realistica sui teenager, ci sarebbero anche sesso e droga, e molte di quelle cose che sappiamo succedere. È chiaro che l’innocenza dei miei adolescenti è necessaria: altrimenti i miei libri sarebbero stati lunghissimi.
Lei è impegnata in tante buone cause. Il denaro crea sensi di colpa?
È difficile da spiegare, all’inizio ero grata per il denaro che mi arrivava, ma anche un po’ sopraffatta. E sicuramente mi sentivo un po’ in colpa. Col passare del tempo sono diventata più pragmatica, mi sono detta: che cosa posso fare con questo denaro? Ho creato un trust per la beneficenza e mi sono dedicata alle cause che mi stanno a cuore, per esempio Children’s voice campaign di cui sono cofondatrice: si occupa dei bambini chiusi negli istituti, soprattutto nell’Europa dell’Est. È per questa associazione che ho messo all’asta una copia manoscritta delle Favole di Bela il bardo, un libro che compare in Harry Potter e i doni della morte.
È vero che ancor oggi va a scrivere nei caffè di Edimburgo? Nessuno la disturba?
Sono molto abile nel trovare il caffè giusto, non ho un look appariscente, e non mi siedo certo nel bel mezzo guardandomi intorno. Nel 90 per cento dei casi è lo staff del locale che mi permette di lavorare indisturbata.
Perché non a casa?
Perché, come qualsiasi altra donna, se sto a casa mi sento in colpa a non occuparmi di qualcosa di utile, poi ci sono le e-mail, il telefono, un milione di cose. Ma appeno esco di casa e so che sto andando in un caffè, la mia mente fa clic, io scivolo in un altro mondo dove penso solo a quello che sto scrivendo.
Porta con sé il suo pc?
Scrivo con carta e penna.
Carta e penna?
Solo alla fine riverso tutto nel mio pc. Per Harry Potter e i doni della morte, le ultime quattro settimane ho affittato una stanza al Balmoral Hotel, ci andavo soltanto il giorno, come in un ufficio: se volevo un caffè bastava chiedere, mi sentivo accudita. Un modo davvero lussuoso di finire un libro.
Vive in un castello o in una casa?
In una casa.
Ha molti libri?
Sì, ne compro tanti.
Gli autori preferiti?
I miei favoriti sono tutte donne: Jane Austen, Colette, Katherine Mansfield, ma a dire la verità leggo tutto.
Pensavo ci fosse J.R.R. Tolkien fra le sue letture.
(Abbassando la voce) Mi imbarazza dirlo ma non sono neppure riuscita a finire il secondo libro del Signore degli anelli.
Che cosa sta scrivendo?
Al momento penso al Natale, che i miei figli aspettano con impazienza. Comincerò a lavorare sul serio l’anno prossimo, e credo che continuerò a scrivere per i bambini, perché è quello che mi piace.
Le manca Harry Potter?
Molto. Tuttavia, penso sia un bene per me e per i miei lettori che io mi metta al lavoro su qualcosa di diverso. Se mai ritornerò a quel mondo sarà per i giusti motivi: perché avrò una nuova storia da raccontare.
LEGGI ANCHE: Torna il maghetto, feste nelle librerie di tutta Italia - J.K. Rowling: la donna più ricca del Regno - Tutti gli articoli su Harry Potter

Pochi lo sanno ma anche lo scrittore americano Mark Twain era massone. Così come, saltando da un secolo all’altro, il compositore Wolfgang Amadeus Mozart e il nostro Garibaldi. Personaggi diversissimi fra loro, uniti dunque dal segreto. O meglio: dai segreti, come lasciano intendere due volumi usciti quasi contemporaneamente in Italia e dedicati entrambi, seppure sotto prospettive diverse, all’invisibile mondo della massoneria.
Il Britannico Robert Lomas in Il segreto dei massoni. Finalmente svelati i misteri di una tradizione millenaria pubblicato da Mondadori accompagna il lettore in un lungo viaggio a tappe, dove ogni tappa corrisponde ad una diversa iniziazione. Chi meglio di lui del resto? Lomas, ex ingegnere si è affiliato nel 1986. ”La mia massoneria” scrive “era iniziata con un pellegrinaggio. Il rituale mi richiedeva di viaggiare e per farlo mi doveva essere mostrato un percorso”. Inevitabili le domande. Quali sono le tecniche di affiliazione? Come si diventa massoni? Quali procedure è necessario seguire per essere ammessi alla ”Libera Muratoria”? Alla fine il risultato c’è stato. Lomas è riuscito a diventare frammassone. E perfino a parlarne. Nel suo volume dedica ampio spazio anche all’excursus storico. Tra le figure più significative compare Hirim Abif maestro architetto ucciso circo tremila anni fa al tempo della costruzione delle grandi Piramidi. Il lungo viaggio, secondo Lomas, comincia da lì.
A scattare la fotografia del presente, invece, è Fratelli d’Italia, di Ferruccio Pinotti, pubblicato da Bur-Rizzoli, una lucidissima e poderosa (750 pagine) inchiesta dedicata alla massoneria italiana che è in continua crescita se si pensa che ogni anno si registrano ben 2000 nuove domande di affiliazione. Il Grande Oriente d’Italia, la Gran Loggia Nazionale d’Italia, la Gran Loggia Regolare d’Italia, registrano insomma una vera e propria ”corsa al grembiulino” cui fa da contrappunto una società iniziatica fitta di misteri. Pinotti ha consultato atti giudiziari e intervistato testimoni eccellenti. Da Giuliano Di Bernardo, l’ex Gran maestro del Grande Oriente d’Italia che ne è uscito nel 1993 al senatore a vita Francesco Cossiga, che spiega il controverso rapporto della massoneria con la Chiesa, al capo della P2 Licio Gelli. Per arrivare all’emblematica vicenda dell’intreccio tra massoneria deviata, potere politico, servizi segreti: il caso dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo, scomparsi nel 1980.

Lavoravano a vario titolo nel mondo dell’editoria, si sono radunati intorno a una rivista letteraria, poi sono passati a fare gli editori tout-court e in pochi mesi hanno fatto il botto. Pubblicano romanzi a cavallo tra l’horror e il comico, l’ultimo è Un lavoro sporco, graphic novel e saggi. Sono quelli di Elliot Edizioni, giovanissima casa editrice romana che ha più di una peculiarità. Tanto per cominciare non c’è un solo direttore editoriale - ma un team composto da Giovanni Arduino, Felice di Basilio e Loretta Santini, tutti provenienti da case editrici (rispettivamente Sperling & Kupfer, Arcana e Fazi) - che sceglie i libri da “pubblicare seguendo esclusivamente il proprio gusto”. Lo racconta Giovanni Arduino, editor, scrittore (molto prolifico e sotto numerosi pseudonimi) e adesso parte dello staff editoriale di Elliot.
Ci vuole coraggio per fondare una nuova casa editrice in un mercato come quello italiano?
Il bello dell’editoria, come mi hanno detto molte delle persone che ho incontrato sul mio cammino, consiste nel fatto che è per il 30 per cento fiuto e per il 70 per cento puro culo. Si possono fare tutti i calcoli del mondo ma arriva sempre qualcosa che scombina le carte.
È stato il caso, per voi, del Metodo Antistronzi, saggio di un professore di Stanford su come sopravvivere in un ambiente di lavoro ostile: ottimo successo di vendite.
Il metodo antistronzi ci ha dato grande visibilità e ottime vendite. Nel viaggio che abbiamo fatto negli Stati Uniti nell’autunno del 2006, quando stavamo creando la casa editrice, abbiamo incontrato un agente a New York che ci ha proposto questo titolo, ci è piaciuto e lo abbiamo preso. È andata bene.
Quanto conta la pubblicità? Voi ne fate parecchia sui giornali.
Cerchiamo di essere presenti, le proviamo tutte. La pubblicità sui giornali è ancora relativamente abbordabile. Riusciamo a strappare buoni prezzi perché ci appoggiamo a Vivalibri, che possiede varie case editrici e quindi acquista pacchetti pubblicitari. Poi abbiamo una buona presenza sul web, con il nostro sito e anche con una pagina su MySpace, che contribuiscono a creare uno zoccolo duro di lettori che ci seguono. Gli spot tv sono invece troppo cari. La pubblicità comunque serve sopratutto per singoli titoli da evidenziare. Avremmo voluto fare della pubblicità al Metodo Antistronzi nelle stazioni della metropolitana di Roma e di Milano, ma non abbiamo trovato l’accordo per via del titolo, considerato troppo esplicito. Del resto è la traduzione del titolo americano, forse un editore generalista italiano lo avrebbe smorzato in Manuale no mobbing…
Gli italiani sono lettori difficili da conquistare?
Ogni tanto si sente dire che gli italiani leggono di più. A parte il fatto che si tratta sempre di cifre vergognose, la verità è che c’è un maggior numero di persone che legge meno titoli. Insomma i grandi best-seller vendono di più, mentre un tempo la lettura era spalmata su più titoli. E la durata media di un volume in libreria è di una settimana.
Quanto conta il rapporto con gli autori e perché non pubblicate autori italiani?
Il rapporto che vogliamo instaurare con gli autori è di lunga durata. Noi ci siamo a sostenere il libro, non solo quando esce ma anche nel tempo. E se un libro ci piace vogliamo pubblicare anche gli altri dello stesso autore. Il rapporto è molto personale. Li facciamo venire in Italia, li facciamo conoscere. Autori italiani ancora non ne prendiamo perché faremmo loro un cattivo servizio: l’autore italiano va seguito e curato, dalla stesura all’editing al lancio. Magari all’inizio costa meno accaparrarselo ma sul lungo periodo è un investimento molto più oneroso. Troppe case editrici pubblicano 10 esordienti all’anno, li buttano fuori e poi vedono chi sopravvive. Non è quello che interessa a noi.
Puntate su libri che hanno già avuto un buon successo in America?
C’era una volta il libro che era andato benissimo in America e vendeva anche in Italia. Ora il fenomeno è ridimensionato. Il Metodo antistronzi ha venduto oltre 200 mila copie, ma non è detto che funzioni con tutti i titoli che hanno avuto successo negli Usa. Secondo noi molti libri trasversali, di economia e psicologia del lavoro, se sono scritti bene, sono tra i migliori saggi che ci possano essere perché trattano molte discipline (sociologia, psicologia ecc). Ci abbiamo puntato molto e abbiamo ottenuto risultati al di là delle nostre aspettative.
Infine i booktrailer, video che presentano i libri. Funzionano?
Il booktrailer va in posti in cui il libro non arriva. Negli aggregatori di video su Internet come MySpace tv, ad esempio, ma anche MTV e All music li passano ogni tanto. Il senso è quello di trovare nuove strade per far parlare di libri. Quale funzioni ancora non lo so…
Il book trailer di Un lavoro sporco

“Il tesoro dell’umanità…al costo di un caffè”. Lo slogan della pubblicità recita più o meno così. Ma poi a rimanere impresso non è il prezzo che viene reclamizzato quanto quello che alla fine il consumatore si può portare a casa: la Bibbia, a soli 1,50 euro. Da comprare al supermercato.
Agli scettici si può tappare la bocca dicendo che l’iniziativa lanciata in Francia e in Svizzera in queste ultime settimane ha avuto un successo incredibile: 550 mila copie andate letteralmente a ruba. Perfino Auchan, la grande catena di supermercati, non ne ha potuto fare a meno per i suoi scaffali. “Mettendo in vendita la Bibbia con questa modalità” ammette Jean-Pierre Bezin responsabile della Società Biblica Protestante di Ginevra “noi cercavamo l’acquisto istintivo. Ci siamo riusciti”.
Già ma quale Bibbia si trova in vendita ad un prezzo così irrisorio? La domanda è meno impertinente di quello che sembra. L’idea infatti per primi l’hanno avuta i protestanti che dunque ad 1, 50 euro hanno messo in vendita negli scaffali delle grandi catene di distribuzione la loro versione. Ma siccome il successo raccolto è andato oltre le previsioni, è cominciata una vera e propria corsa all’oro, anzi alla Bibbia, che ha visto scendere in campo anche i Cattolici. I quali si sono alleati con la Società Biblica Protestante di Ginevra, autrice dell’iniziativa, creando scandalo in tutto il mondo protestante.
Alla fine per protesta a gennaio altre associazioni protestanti metteranno sul mercato una Bibbia più cara. 3 euro. Il Paradiso forse, adesso, aprirà definitivamente le sue porte.

Un romanzo in forma di sms. Un anno di vita di un ragazzo raccontato attraverso i messaggini del cellulare. La novità arriva dall’Ungheria: il primo romanzo a mezzo sms è appena uscito con il titolo 160, che rappresenta appunto il numero massimo di caratteri per un messaggio sul cellulare. L’autore si firma con uno pseudonimo, Danke.
Il libro di 300 pagine - si vede che di sms Danke ne scrive e riceve parecchi - racconta le vicende amorose di un giovane e dei suoi coetanei.
Si parla della ragazza, di un fratello drogato, di un amante maniaco sessuale, di amici e di nemici, come ha spiegato l’agente che sta lanciando il libro: “Il telefono cellulare e gli sms hanno creato un nuovo linguaggio, nuovi rapporti sociali, e rappresentano momenti caratteristici della vita dei giovani di oggi”. Sarà ma da qui a tirarne fuori un libro ce ne passa. In tutti i casi, il romanzo sul cellulare non è una invenzione magiara: in Giappone sono già uscite opere di questo nuovo genere letterario.
LEGGI ANCHE: Mobile books, nuova moda giapponese

12 dicembre 1969, quattro e mezza del pomeriggio: scoppia una bomba nella sede della banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Brescia. Sedici morti e oltre ottanta feriti. È l’inizio di un decennio buio, fitto di attentati terroristici.
La bomba di Piazza Fontana nell’immaginario collettivo è l’avvio degli anni segnati dalla “strategia della tensione”. Oggi, dopo 38 anni, per quella strage la giustizia italiana non ha individuato colpevoli.
Da più parti viene chiesto di non dimenticare. Lo chiedono prima di tutto i parenti delle vittime, frustrati da decenni di fallimenti nella ricerca della verità. Lo chiedono gli intellettuali e gli storici.
Per ricordare e per cercare di sciogliere i tanti nodi di quella vicenda si può attingere ai tanti documenti, immagini dell’epoca, ricostruzioni delle indagini, dichiarazioni ufficiali e non ufficiali.
Tra i tentativo di mettere ordine e ricostruire una memoria, c’è il recente lavoro di Carlo Lucarelli, che con Einaudi ha pubblicato Piazza Fontana: un libro e un dvd (tratto dalla sua trasmissione Blu Notte) . Il suo obiettivo è ripercorrere minuziosamente quella storia ancora “piena di segreti, in cui resta intatto il mistero e ancor più l’orrore”, per dimostrare i punti oscuri delle indagini, i tentativi di insabbiare la verità, e per capire meglio “questo strano e assurdo Paese di misteri e di segreti”.
Foto di gruppo da Piazza Fontana (Melampo), invece, è stato scritto un paio d’anni fa dal giornalista del Giorno Mario Consani per mettere ordine nella selva di protagonisti, comprimari e comparse di quella tragedia. Scattando una “fotografia virtuale” di Piazza Fontana, Consani si propone di tracciare passato presente e futuro di quel 1969. La prefazione è di Dario Fo, che a partire dal 1970 insieme alla moglie Franca Rame portò a teatro Morte accidentale di un Anarchico: uno spettacolo di denuncia ispirato alla morte di Giuseppe Pinelli, primo indiziato della strage, poi precipitato da una finestra del commissariato dove lo stavano interrogando. Nell’home page del sito di Fo viene ricordato oggi l’anniversario di Piazza Fontana.
Un altro giornalista, Luciano Lanza, fu “testimone diretto degli eventi” e li ha voluti raccontare nel volume Bombe e segreti - Piazza Fontana, una strage senza colpevoli (Eleuthera). Lanza riparte proprio dalla sentenza del maggio 2005, che mandò assolti gli ultimi tre imputati e chiuse definitivamente il sipario sulla ricerca di una verità giudiziaria. Il libro è un atto d’accusa contro lo Stato italiano, arricchito da un’intervista a Guido Salvini, l’ultimo giudice incaricato, dal 1989, di seguire il caso.
Forse un po’ datato (è stato pubblicato da Feltrinelli nel 2002) ma sempre pregevole, è anche La strage - Piazza Fontana. Verità e memoria, scritto da Gianfranco Bettin e Maurizio Dianese per descrivere una “sequenza di verità offese che devono venire alla luce”. Prima fra tutte, quella dei mandanti e degli esecutori della strage: troppo frettolosamente vennero accusati, all’inizio, gli anarchici, e troppo superficialmente si indagò sul fronte del terrorismo nero. Ma c’è anche chi non crede a questa versione “da sinistra” dei fatti. Piazza Fontana: una vendetta ideologica è un pamphlet anonimo “Per fare il verso al celebre volumetto La strage di stato, anch’esso anonimo, (poi ripubblicato da Odradek, ndr) che inaugurò la lettura da sinistra del delitto del ‘69″, spiega l’autore a Panorama.it. Il pamphlet si scaglia contro “l’insolenza delle ultime sentenze che si permettono di insinuare dubbi sul giudicato che assolve Freda e Ventura”. L’editore è Ar, di proprietà dello stesso Freda.
Qui sotto, una parte dello speciale che il giornalista Giovanni Minoli curò per Rai Educational sulla strage di Piazza Fontana
IL FORUM
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10024/normal_pencil.jpg)
Helsinki chiama, New York risponde. Ma stavolta il grido di dolore che rimbalza da una metropoli all’altra del pianeta si trasforma in un’ironica ribellione alla malattia, sia essa cancro o artrite terminale con mutilazione dei piedi. Contro la sofferenza in generale quest’anno si è schierato, per strane geometrie che solo la sorte sa intrecciare, un vero esercito di agguerrite e talentuosissime illustratrici che non hanno seguito una moda editoriale ma risposto alla malattia che le ha colpite in prima persona con l’unica arma che sanno destreggiare con leggerezza: la matita. E così ecco negli Usa il bellissimo e coraggiosissimo Cancer Vixen di Marisa Acocella Marchetto pubblicato anche in Italia da Salani, un graphic memoir in cui la Marchetto, una star del fumetto per giornali culto come The New York Times e The New Yorker, racconta dal di dentro luci e ombre del suo calvario. Grazie alla sua poesia una volta rotto il tabù, il cancro assume forme ironiche e leggere e il sorriso diventa l’unico modo per schiacciarlo. La vita ha premiato il coraggio della Marchetto. Il St. Vincent’s Manhattan Hospital ha voluto realizzare un’edizione da distribuire a tutte le pazienti dell’ospedale colpite da cancro al seno.
La ragazza senza piedi della finlandese Kaisa Leka, pubblicato dalla Coniglio editore è invece la cronaca a suon di vignette di un’odissea che molti farebbero fatica ad accettare. Quella di un’artrite talmente complicata da richiedere come soluzione finale quella dell’amputazione dei piedi. Ma la storia scorre via leggera, forte nei suoi contenuti e nei valori che tira fuori, dalla paura dell’operazione al dolore fisico, alla fatica del recupero, al trauma delle protesi. La matita di Kaisa Leka riesce a dire quello che le parole fanno fatica a formulare. Un modo di guarire anche questo e soprattutto di testimoniare al mondo che la malattia può essere una forma di arricchimento.
Non sempre il lieto fine è assicurato, nella vita si intende non nei libri. Ma alla fine resta in eredità il coraggio e il talento per esprimerlo. È il caso dell’americana Miriam Engelberg. Con i suoi fumetti in Il cancro mi ha reso più frivola, pubblicato da Tea si è avvicinata alla morte con serenità e perspicacia. Miriam non ce l’ha fatta. Ma quelle tavole ancora parlano per lei.

È in libreria il nuovo romanzo di Paolo Roversi “Niente Baci alla Francese” (Mursia, pp. 224, 15 euro). Un inizio fulminante in cui il protagonista si ritrova nella metro di Parigi con una pistola puntata in volto e odore di terra nelle narici; uno svolgimento cinetico con due morti eccellenti e Milano e Parigi a fare contemporaneamente da sfondo e da protagoniste. Panorama.it ha incontrato il giallista, già vincitore del Premio Camaiore nel 2007 con La Mano Sinistra del Diavolo.
Dopo la provincia mantovana de “La Mano Sinistra del Diavolo” torni a raccontare il capoluogo lombardo, creando anche un po’ di “maretta glam” a livello mediatico inscenando l’omicidio del primo cittadino meneghino. Come hai trovato la città?
Milano è una città che dà le vertigini. Io ci vivo da otto anni e i ritmi rilassati della Bassa mantovana, cui ero abituato, qui vengono spazzati via in un attimo: ti senti come risucchiato in un vortice. Alla fine, però, se non scappi via, ti ci abitui. È una metropoli che impari a conoscere piano piano prima di apprezzarla a fondo. Se ci vieni da turista hai un’impressione solo superficiale: il Duomo, Brera, i Navigli, le vie della moda… Se la vivi, invece, se la giri in vespa come il protagonista dei miei romanzi, se frequenti certi luoghi non così turistici, che sono poi quelli che ho cercato di descrivere, allora assume un volto più umano. E può diventare il luogo ideale per ambientarci un romanzo. Raccontare le sue tante anime è stato per me molto stimolante: questurini, spacciatori, prostitute d’alto bordo, universitari, giornalisti, portinai… Un mondo intero. Milano è letteraria; con le sue atmosfere e le sue contraddizioni è la metropoli italiana noir per eccellenza. Qui ci trovi tutto e il contrario di tutto. La Grande città violenta di McBain ma, allo stesso tempo, anche il quartiere dove si conoscono tutti e la vita sembra scorrere come in un paese di provincia.
Per quanto riguarda la “maretta glam”, confesso, un po’ me l’aspettavo: difficile che passi inosservato un romanzo in cui si racconta dell’omicidio del sindaco alla Prima della Scala. Agenzie stampa, televisioni e giornali, infatti, si sono sbizzarriti.
I protagonisti dei tuoi libri, Radeschi e “soci”, devono fare i conti con uno scenario sempre più attuale: scioperi dei precari, allarme ambientale ecc. ecc. Il noir e il giallo possono ancora raccontare il presente? Hanno un ruolo sociale?
La realtà e la cronaca sono sempre il punto di partenza per me. Il mio romanzo prende le mosse dall’attualità: il ticket antismog che presto entrerà in vigore qui a Milano. Proprio questo provvedimento si pensa sia il movente dell’omicidio del sindaco. Naturalmente è solo un espediente narrativo per raccontare una Milano diversa, una Milano reale ma allo stesso tempo nuova. Una metropoli più ecologica e dal volto quasi umano, dove un sindaco, Senio Biondi, cerca di affrontare realmente i problemi della cittadinanza senza ricorrere ad inutili palliativi. Questo esempio per dire che il giallo è da sempre, e lo sarà ancora per molto credo, il genere privilegiato per raccontare il presente oltre che una sorta di cartina tornasole per aiutarci a capirlo meglio.
Organizzi il festival letterario NebbiaGialla, una manifestazione dedicata al genere, e gestisci il sito Milanonera. Non pensi però che i generi in questione stiano mostrando un po’ la corda?
Il giallo è stato spesso vituperato ma sempre riscoperto; ci ha regalato autori come Agatha Christie e Giorgio Scerbanenco che, a distanza di tanti anni, resistono e appassionano ancora.
In questo momento, sono d’accordo, nell’editoria italiana c’è una sovraesposizione di giallisti. Penso, e spero, che questa onda si calmi a vantaggio della qualità. Il problema è che molti scrivono romanzi di genere perché va di moda, nell’illusoria convinzione che basti metterci un morto e un poliziotto che indaga per essere dei giallisti. Secondo me è un po’ più complesso di così. Prima di essere giallisti, infatti, si è innanzi tutto scrittori e magari si utilizzano i canoni del giallo per raccontare al meglio una storia. Molti di coloro che si cimentano con il giallo possono davvero affermare di appartenere a questa categoria? La questione è tutta qui. Per quanto mi riguarda sia per il festival NebbiaGialla, che quest’anno si svolgerà dal 1 al 3 febbraio 2008, che per il portale Milanonera, cerco di dare spazio agli autori più meritevoli: conosco e leggo tantissimi bravi scrittori che inseguono la propria voce, la propria originalità anche quando scrivono storie gialle. Non si lasciano trasportare dalla corrente e si sforzano di non cadere nei cliché, negli stereotipi. E proprio per questo, credo, piacciono ai lettori. Perché non barano.
La Milano che racconti è la stessa che in qualche modo raccontavano in maniera diametralmente opposta eppure complementare Scerbanenco e Bianciardi?
Rispetto a loro, penso di avere intrapreso una terza via. Mi sento vicino a Bianciardi che, come me, era milanese d’adozione ma, allo stesso tempo, mi reputo quasi nipote, e sicuramente debitore, di Scerbanenco: un maestro. La prima volta che sono arrivato in stazione centrale avevo in tasca un suo romanzo: mi ha fatto da guida turistica. E ha rappresentato un prezioso insegnamento letterario!
Parlaci della scelta delle playlist musicali dell’iPod di Radeschi che aprono ogni capitolo.
Mi piaceva l’idea di abbinare al mio romanzo una colonna sonora, una musica di sottofondo. Ho così pensato di corredare ogni capitolo con alcune canzoni che descrivessero la scena che si stava per leggere. Ogni brano della mia ideale playlist può essere interpretato in tre modi diversi. Ossia: cinematograficamente, come la colonna sonora più adatta per quella scena (per la Prima della Scala, ad esempio, il sottofondo scelto è la Marcia trionfale dell’Aida); letterariamente, il testo della canzone descrive la scena (quando si ritrova il sindaco morto la canzone scelta è Murder on the dance floor); evocativamente, il titolo della canzone richiama il contenuto della scena (in un capitolo di caos totale la colonna sonora è Bruci la città). La lettura è per sua natura evocazione: quando leggiamo nella nostra testa creiamo un mondo, proiettiamo le situazioni. Le canzoni suggerite sono, secondo me, la colonna sonora adatta per quelle proiezioni.
Gli ultimi commenti