Archivio di Aprile, 2007

Design anonimo: la storia sono loro, gli oggetti senza nome


Il motorino, il tram, le scarpe da ginnastica, i doposci, la pentola a pressione, la Bic, la moka, il tratto pen e i cerini (nel senso di fiammiferi). Ma anche il fiasco di vino, la tanica da benzina, il lucchetto antifurto o la grattugia per il formaggio parmigiano. Oggetti, semplici oggetti che tutti usiamo (o usavamo) ogni giorno. Quasi sempre senza sapere, né domandarci, chi li ha progettati. Cose che spesso identifichiamo con il loro valore d’uso o con il nome dell’azienda che li produce. Merci no brand e no name senza le quali, come già scriveva Umberto Eco più di vent’anni fa, “non si capisce né cosa sia l’Italia, né cosa sia il design”.

Si deve ad Alberto Bassi, critico del disegno industriale e docente dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, il merito di aver messo in fila uno dopo l’altro i tanti oggetti d’uso che popolano la nostra vita e di averli raccontati nel saggio “Design anonimo in Italia - Oggetti comuni e progetto incognito” (Electa). Una storia delle cose e delle merci (guarda le immagini) che si fa racconto dei consumi, del design e dell’industria italiana, e che soddisfa anche la curiosità di chi è cresciuto con un paio di Superga ai piedi, guidando il Ciao o mettendo sul fuoco la caffettieria napoletana. O anche la pentola a pressione. Correva l’anno 1960 e Lagostina lanciava il suo nuovo prodotto che tanti italiani avrebbero imparato negli anni a riconoscere anche grazie alle pubblicità televisive de “la Linea“, il personaggio disegnato dal grafico Osvaldo Cavandoli scomparso di recente.


La pentola a pressione: un oggetto, scrive Bassi, capace di interpretare il nuovo (doppio) ruolo della donna, casalinga e lavoratrice che ha bisogno di “strumenti pratici e versatili, in modo da velocizzare la preparazione del cibo con minore fatica mantenendone i valori nutritivi”. Dalla cucina al bagno, e il passaggio non indigni, grande successo ha registrato nel tempo anche il “Portascopino Cucciolo”: progettato per la Gedy di Varese da un designer giapponese da tempo in Italia assolve dal 1974 alla sua umile funzione. E, alla faccia degli scettici, è pure inserito nelle collezioni di importanti musei nel mondo, come per esempio il Moma di New York.

Design anonimo non significa perciò sguardo nostalgico rivolto al passato, anzi: “ancora oggi, la maggior parte degli oggetti che usiamo sono anonimi” racconta a Panorama.it Alberto Bassi, “basti pensare agli apparecchi elettronici, merci a tecnologia complessa che in genere scegliamo per la tipologia e le funzioni di utilità. Il computer e il cellulare, tra l’altro, forse oggi sarebbero da riprogettare” per renderli più facilmente utilizzabili dalle persone. “Da questo punto di vista il design”, sostiene Bassi, “dovrebbe sempre stare dalla parte di chi usa le cose e non essere solo immagine, come invece spesso accade”. Il tema è sicuramente di grande attualità, visto il Salone del Mobile ormai alle porte: “Si può progettare un utensile da cucina, per esempio, e tenere conto anche delle esigenze economiche e ambientali di risparmio energetico. Il nuovo” conclude Bassi “ha senso e può stimolare il mercato a condizione però di avere dietro un’idea, come dimostrano i prodotti Apple, i walkman o anche i post-it”. Altrimenti, tanto vale tenersi stretta la vecchia e gloriosa caffettiera napoletana.

La galleria di immagini del design anonimo italiano

Kai Zen: il copyleft contagia i libri Mondadori

Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani

Mentre si celebra la giornata internazionale del diritto d’autore, si moltiplicano i libri che lo mettono in discussione, lo adeguano ai tempi, ne rompono gli argini. Come Kai Zen, in libreria con La strategia dell’Ariete, il primo libro Mondadori in copyleft.

Panorama.it ha incontrato questo gruppo di anime diversissime, che partrecipano al fenomeno sempre più diffuso della scrittura collettiva con una nuova formula che ridisegna i confini del diritto d’autore (da Luther Blisset a Wu Ming). Si chiamano Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani. Vivono in città diverse (Bologna, Bolzano, Messina, Sesto San Giovanni-Milano). E comunicano solo via web, dove si sono incrociati nel 2003, partecipando ad un’iniziativa di scrittura a più mani.

Non c’è conflitto tra il copyleft e gli interessi commerciali di una grande casa editrice?
Non c’è nessuna contraddizione. Noi pubblichiamo tutto in copyleft. Questo significa che chiunque può riprodurre, esporre in pubblico, recitare e anche modificare le nostre opere. Le uniche condizioni che chiediamo sono di citare l’autore e non specularci sopra. Insomma, le regole del Creative Commons. Mondadori ha accettato subito l’idea, in modo molto naturale.

Eppure c’è ancora chi ha paura del copyleft…
Per noi il copyleft è questione di rispetto per il lettore e di onestà intellettuale. È un contatto diretto con il nostro pubblico. Ed è una possibilità creativa senza limiti.

In che modo?
Su kaizenlab.it è in corso un nostro progetto di scrittura a più mani. Per quanto riguarda la Strategia dell’Ariete, sul sito dedicato abbiamo aperto le porte ai lettori e ai navigatori che possono agire direttamente sulla storia, sui personaggi, e sugli spin off. L’iniziativa sta avendo un successo enorme. E ogni dieci giorni nasce un nuovo racconto apocrifo che mettiamo online.

C’è un anche un blog di Kai Zen?
C’è un myspace, che contiene anche un blog

Avete blog personali?
No. Il formato blog in realtà non ci è molto congeniale, preferiamo il wiki, e presto inseriremo delle parti in wiki sul sito del libro.


C’è un rapporto tra le dinamiche della rete e la genesi di un’opera corale come kai zen?

Il web ha influito soprattutto sulla struttura de La strategia dell’artiete, che è fortemente ipertestuale. È possibile far nascere da ogni pezzo del romanzo un intero racconto (o perché no, un nuovo romanzo). Si possono far germogliare i semi piantati con il glossario alla fine del libro, aproffondire le ricerche storiche, tracciare mappe, aggiungere suoni e immagini… Per questo abbiamo costruito il romanzo assieme al sito, in modo da lasciare molti punti aperti.

I consigli di Kai Zen per chi vuole cimentarsi con la scrittura di gruppo?
Il nostro metodo è piuttosto semplice. Ognuno di noi parte da una prima stesura individuale. Poi si montano le parti. Si continua con una serie infinita di editing di ognuno su tutto e, se si è ancora amici dopo le discussioni, si taglia, si aggiusta, si riscrive quanto necessario.

E i consigli per chi vuole approfondire il concetto di copyleft?
Ci sono molti siti che se ne occupano. Per esempio il sito Copyleft Italia, il sito di Creative Commons in cui è possibile creare una licenza ad hoc per i propri progetti. E poi c’è il blog di Antonella Beccaria che si occupa di queste tematiche da lungo tempo. E non possiamo dimenticare i15, un gruppo di lettori molto particolare che diffonde e promuove la scrittura in CL. Poi c’è Terra nullis, un atelier di scritture a sorgente libera… Ma ce ne sono molti altri legati anche al software open source e a Linux.

Che cosa significa Kai Zen?
Ha a che fare con un’espressione giapponese che significa “In continuo miglioramento”. Ma non si pensi che siamo vicini a filosofie orientali o misticheggianti. In realtà è anche il nome di una band che fa una musica piuttosto violenta. Ci piaceva la loro musica, il loro nome… e l’abbiamo preso.

Nuda & cruda, il blog di Stephanie Klein diventa libro

http://stephanieklein.blogs.com/

È come una puntata di Sex and the city. Solo che le avventure sessuali sono più piccanti. E ciò che si racconta è successo davvero. Almeno, così si avverte nel blog Greek tragedy, dove per tre anni Stephanie Klein ha raccontato le sue giornate a Manhattan. Ora i suoi post sono diventati un libro, pubblicato in Italia da Sonzogno col titolo Nuda & Cruda.
Il diario nasce nel 2004, quando a Stephanie cade in testa un macigno. Giovane, bella, ricca e sposata con l’uomo perfetto, si accorge che tutto le calzava come un guanto, tranne il marito perfetto, che si rivelerà invece “un porco”. Tradimento e divorzio cambiano la sua vita. Seguono momenti di depressione sfogati sul cibo e dollari sperperati sul lettino dell’analista. Poi la svolta. Meglio provare il metodo Manhattan: “dove pullulano uomini che non fanno altro che chiederti di uscire con loro”. La cura funziona meglio della psicanalisi. Le giornate (e le notti) prendono un’altra piega. E le loro cronache si trasferiscono sul blog, che in poco tempo diventa uno dei più cliccati al mondo (al 2132.mo posto in classifica, sui 13milioni di blog presenti in Rete).
Ogni giorno 200mila persone cliccano su Greek Tragedy per sapere come e con chi ha passato la serata Stephanie. Lei è ormai una celebrità. The Indipendent le consegna lo scettro di “Regina Internet di Manhattan” visto che viene fermata per strada e i giornali si occupano del suo caso. Il Guardian definisce il suo blog “Il paradiso dei guardoni” perché Stephanie, che ormai frequenta i party più esclusivi, riversa foto e impietosi resoconti sulle sue pagine web.
Nel libro si alternano pomeriggi di shopping, chiacchiere intime tra amiche e approcci con improbabili corteggiatori. Non mancano i momenti drammatici, come dividere il conto della cena con un nuovo spasimante: una pratica “più disgustosa del sesso orale dopo il sesso anale”. La scrittura è sempre molto disinibita, ma il suo umorismo sa anche essere più sottile. E pagina dopo pagina si scopre anche un’altra Stephanie: una sorta di Bridget Jones in versione Prada e tacchi alti. Dietro flirt più o meno appaganti e un grande successo mediatico, si scopre una single come tante, alla disperata ricerca del grande amore. È anche questo il motivo di tanto successo. Che continua oltre l’approdo in libreria. E sarà presto sugli schermi tv in una serie prodotta da NBC Universal.

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