Archivio di Maggio, 2007

Luna Pac Serafini: il cataBlogo

[i]Etant donné: 1° La femme-carotte - 2° Les lapins  - 3° Le gaz d'éclairage[/i], 2007<br /> progetto di installazione ad hoc per la mostra LUNA-PAC Serafini</p> <p>[color=red][b]LUNA-PAC Serafini. Una mostra ontologica[/b][/color]<br /> PAC - Via Palestro 14 - Milano<br /> 11 maggio - 17 giugno 2007

Prendete dei dipinti visionari, uno scritto di Achille Bonito Oliva e un breve testo che spiega perché Topolino ha le mani con quattro dita. Incastrateli tra loro. E otterrete uno spaccato del libro Luna Pac Serafini (Federico Motta editore). È il volume che documenta l’omonima mostra di Luigi Serafini al Pac di Milano (qui la gallery).

Ma non è un catalogo, bensì un catablogo, come l’ha definito l’artista stesso. Perché - come in un blog - ad ogni pagina si salta in discorsi sempre privi di un unico registro. Alto e basso si capovolgono, s’incontrano e si sommano fino a smarrire le definizioni tradizionali di arte, critica d’arte, e illusionismo. Niente a che fare con i canonici resoconti di mostre, dunque. Niente saggi critici nebbiosi. Solo puro gioco. Ma un gioco dei più nobili, dove l’illustrazione di Serafini - che si sposta anche nella metafisica - mette insieme testi fatti di irriverenza e poesia. E il risultato ha lo stesso sapore caleidoscopico della mostra al Pac.

Così si passa dai versi di Aldo Palazzeschi a quelli Fosco Maraini. Si arriva alle parole delicate di Italo Calvino, a quelle scorbutiche di Federico Zeri, a quelle incomprensibili (perché frutto di una calligrafia tutta inventata) del Codex Seraphinianus di Serafini stesso. E poi, sempre intervallati dalle opere, i testi di tanti amici e complici che dell’artista assecondano il mondo immaginario e strampalato.

Dopo aver sfogliato, letto e guardato tutto, alla fine del libro, si scopre che l’unico filo conduttore è quella breve avvertenza all’inizio del volume: “Questo lavoro è stato realizzato nella consapevole finzione che esista una realtà”.

LEGGI ANCHE: L’intervista a Luigi Serafini

Chris Anderson: senza il web, non troverete mai i libri che vi interessano

Il mercato dei libri è al centro dell’interesse di Chris Anderson e della sua analisi in The Long Tail (Hyperion, 2006; in Italia: La coda lunga. Da un mercato di massa a una massa di mercati, Codice Edizioni, 2007), il famoso libro (qui le prime pagine, in formato pdf) dedicato alla nuova economia dei consumi culturali (anche se non solo): nato da una serie di riflessioni pubblicate prima in un celeberrimo articolo su Wired (rivista che dirige), poi accompagnate da raccolta di dati e spunti sul suo blog.

Per semplificare: la long tail è la curva di domanda di prodotti culturali in un mercato dove, rimossi alcuni vincoli di scarsità, è facile per i consumatori arrivare a beni che soddisfino bisogni e interessi di nicchia; un mercato nel quale soddisfare questi interessi di nicchia sia conveniente per i produttori e i distributori.
In questa curva di domanda, alla “testa” (la parte alta della curva) ci sono i bestseller (pochi titoli che vendono molto) mentre nella coda (appunto) ci sono i prodotti di nicchia (molti titoli che vendono poche copie ciascuno). In un mercato long tail, la somma delle nicchie tende ad assumere un peso paragonabile al valore della “testa”, dei bestseller.

La parte gialla della curva è la coda che diventa “lunga” e piatta via via che le nicchie si fanno più piccole (Il grafico è tratto dal blog di Anderson)

Domani (31 maggio 2007) al BookExpo di New York Anderson presenterà anche una nuova creatura dedicata proprio al mondo/mercato dei libri: Booktour (lo slogan recita: Where authors and audiences meet). È una startup alla quale si dedicherà a tempo parziale (rimane a Wired, niente paura). Prima che venisse annnunciata l’iniziativa di Booktour, che ha sottolineato ancora una volta quanto Anderson consideri questo mercato, gli abbiamo fatto qualche domanda in tema.

Ma siamo sicuri che i lettori apprezzino la long tail? Forse hanno l’impressione che tutta questa possibilità di scelta di libri sia più teorica che altro? La quantità, viene detto, rischia di nascondere la varietà e la capacità di soddisfare esigenze differenti
La scelta quasi “infinita”, tipica di un mercato long tail, è una straordinaria opportunità per i lettori.
Il fatto che Amazon abbia in catalogo un numero di libri decine di volte superiore a qualsiasi grande catena di librerie tradizionali, fatta di muri e pavimenti e vetrine, è una dimostrazione inequivocabile, difficile negarlo.
E non si tratta solo di quantità ma anche di varietà, capacità di soddisfare esigenze molto molto diverse. Da quelle di massa a, appunto, le nicchie, passando per l’enorme disponibilità dei cataloghi e dei libri usati. Senza dimenticare infine, che c’è quasi sempre un file digitale del libro che vorremmo e che questo, grazie alle tecnologie di print-on-demand, potrebbe essere stampato in una sola copia, quando lo desideriamo.

Certo, quantità e varietà da sole, non bastano.
Il fattore decisivo è la possibilità effettiva di scegliere. La possibilità di trovare quel che vorremmo trovare e di scoprire quel che non sappiamo esistere.
E qui sono fondamentali i cosiddetti “filtri”: gli strumenti tecnologici e i servizi in rete che propongono raccomandazioni esplicite, da parte di altri lettori, amplificando la pratica del passaparola; oppure i sofisticati software che ricavano suggerimenti dai comportamenti dei lettori, legandoli ai gusti di altri acquirenti, un’esperienza che chi va su Amazon a comprare conosce da anni.
Insomma, senza questi filtri la long tail è inutile.

Le assicuro che conosco decine di lettori accaniti che non usano né forse sono interessati a usare la rete e i filtri tecnologici, né conoscono le potenzialità di Amazon.
In effetti, questo discorso è ragionevole per tutte le persone che usano la tecnologia e Internet. Altrimenti l’idea della long tail non ha quasi senso. In generale, senza i filtri, quel che c’è nelle nicchie è quasi irraggiungibile, semplicemente si rischia di non sapere nemmeno che esista.

Eppure, il panorama del mercato editoriale non appare così sereno come sembra indicare l’idea della long tail. Le librerie occupano una parte eccessiva del loro costosissimo spazio con novità che spariscono dopo poche settimane, il lettore fatica spesso a trovare libri che dovrebbero essere in catalogo e non riesce a orientarsi fra novità che sembrano generar soprattutto rumore più che soddisfare le nicchie.
Non dobbiamo dimenticare che il mercato long tail è una tendenza più che uno stato raggiunto. Presuppone che vengano superate alcune condizioni di “scarsità”, tipiche dei mercati tradizionali, precedenti Internet: scarsità e quindi costi alti nei mezzi di produzione culturale; scarsità di spazio negli scaffali dei distributori e del punto vendita al consumatore; scarsità negli strumenti marketing per far conoscere il libro al potenziale lettore.
È evidente che alcune di queste diseconomie sono state quasi superate - per esempio, nella distribuzione, le librerie online hanno dimostrato quanto possano essere ridotti i costi associati all’avere un libro in catalogo. I filtri di cui abbiamo parlato prima, dovrebbero sostituire le attività di marketing, per moltissimi libri, unendo con efficacia offerta e domanda a costi quasi nulli.
Certo gli editori, specialmente i più grandi, non sembrano aver trovato il modello economico per prosperare in un mercato librario long tail. In questo senso, i piccoli editori, di nicchia o molto selettivi, dovrebbero avere una posizione migliore. Siamo in una situazione dove ancora le strategie si devono definire.

Ma quella che lei definisce la prima forza della long tail, la democratizzazione dei mezzi di produzione culturale, nel caso dei libri, potrebbe avere conseguenze disastrose… almeno sulla qualità del pubblicato, che già oggi riempie i banchi delle librerie di titoli quasi invendibili e soprattutto illeggibili?
Non credo. Non la metterei così. La long tail in effetti è così lunga che oltre ai bestseller e oltre ai titoli che vendono poco ma sono a tutti gli effetti commerciali, ci sono anche libri che ridefiniscono il concetto stesso di libro. E che si collocano al fondo della coda.
Fino a oggi chi si pubblicava i libri da sé veniva giudicato eccentrico, insomma era in qualche modo stigmatizzato.
Ora le cose cambiano. Pubblicarsi un libro autonomamente con servizi come Lulu.com (leggi l’articolo, ndr) è un po’ come scrivere il proprio blog. Nessuno pensa di raggiungere milioni di persone con il blog, ci basta il nostro pubblico, interessato proprio a quel che scriviamo. Lo stesso vale per questo tipo di “libri”.
Tutto dipende da quale si ritenga sia pubblico cui si ambisce: negli Usa sta diventando popolare la pubblicazione di memorie da parte di reduci della seconda guerra mondiale, i loro lettori son ovviamente pochissimi, la famiglia, gli amici. Vogliono lasciare testimonianze dirette di alcuni eventi straordinari che hanno vissuto.
La democratizzazione dei mezzi di produzione culturale sigifica anche contemplare l’idea che non tutti coloro che pubblicano lo facciano per motivi commerciali, via via che si scende lungo la long tail, avremo motivazioni come il prestigio, la reputazione, il piacere e l’orgoglio di avere solo qualche lettore.

Una guida turistica per Second Life

Paul Carr e Grahm Pond, i due autori della prima guida turistica di Second Life.

Secondo il Guardian, la sola differenza tra Second Life e una vera destinazione turistica è la mancanza di una sua guida decente. Ora quella guida è arrivata. Ha un titolo inequivocabile: Second Life. Guida turistica essenziale. È scritta dai due giornalisti inglesi Paul Carr e Grahm Pond. E l’8 giugno arriva in Italia, pubblicata da Isbn.

Il libro spiega come orientarsi, comportarsi, vestirsi, viaggiare, fare sesso o shopping in questo universo parallelo. Ma racconta anche la storia di un fenomeno sociale, e descrive i trucchi di un’economia che frutta moltissimi soldi. Veri.

Torna DeLillo con un 11 settembre tutto in famiglia

Si parla già molto di Falling Man, il nuovo romanzo di Don DeLillo, appena pubblicato in lingua inglese (Picador in Uk, Scribner in Usa).
E si capisce: l’accoppiata DeLillo/11 settembre in effetti è di quelle che non si possono perdere.
Il fine settimana ha portato alcune recensioni interessanti: in particolare le due da leggere sempre quando uno scrittore interessa: Il New York Times e il Guardian.
Toby Litt (Guardian) è deluso: a De Lillo riesce solo in modo “modesto” l’operazione che ci si attendeva da lui: creare il grande romanzo sulla tragedia americana di questo principio di secolo.
Frank Rich sul New York Times scrive invece invitando a entrare nelle pagine di De Lillo, anche se, ammette, non abbiamo di fronte il grande affresco alla Underworld (appunto viene da dire, di romanzi che fanno epoca, forse oggi è difficile che uno scrittore riesca a produrne più di uno) e nessun respiro epico: l’attenzione è quasi tutta per una famiglia della middle class di Manhattan nell’inferno di quella giornata.

Il romanzo incominicia così:

It was not a street anymore but a world, a time and space of falling ash and near night. He was walking north through rubble and mud and there were people running past holding towels to their faces or jackets over their heads.

Naturalmente il nuovo DeLillo va per la maggiore anche sui blog italiani. Da noi la vera discussione si aprirà però quando arriverà la traduzione Einaudi.

Amos Oz: bisogna cercare un accordo con i palestinesi moderati


Non dire notte. È il titolo dell’ultimo romanzo di Amos Oz appena pubblicato da Feltrinelli. In Israele è uscito nel 1994. Ma questo è un libro che non invecchia. Parla delle notti di oggi, delle nostre notti. Della solitudine di una coppia di mezz’età, della fragilità della famiglia e della necessità di trovare un compromesso con l’altro, che amiamo, anche se non siamo felici. Non dire notte è la storia di due solitudini che cercano di coesistere, come in un’orchestra due strumenti molto diversi riescono a produrre un effetto corale.
Non dire notte parla della difficoltà di Noa e Theo, i protagonisti, di vivere insieme e di essere una famiglia. Amos Oz: lei ha definito il loro rapporto un dialogo solitario. Perché?
Perché non è un vero dialogo e nemmeno un monologo. Noa e Theo riescono a comunicare davvero quando l’altro non c’è. Quando, da soli, si rivolgono all’altro. Mentre stanno guidando, o cucinando o sono sotto la doccia. È come nei sogni: tu vedi l’altro a cui stai parlando, ma lui non può sentirti. Il libro parla di questo tentativo di comunicare, di cercare un compromesso, anche se è difficile e faticoso.
La difficoltà di diventare una famiglia riprende un tema di grande attualità in Italia. Nel nostro Paese molti pensano che questa istituzione sia in pericolo. Lei, che è cresciuto in un kibbutz, è d’accordo?
La famiglia sta cambiando e noi dobbiamo ampliare, modificare l’idea che ne abbiamo, adattarci a questo cambiamento.
Che cos’è per lei una famiglia?
Ho due cari amici, entrambi uomini, che vivono sotto lo stesso tetto con i loro due figli. Questa per me è una famiglia, una nuova idea di famiglia che noi dobbiamo capire. Le faccio un altro esempio: una mia cara amica ha avuto un bambino da un omosessuale che e a sua volta vive con il proprio compagno. Anche il partner del padre biologico di quel bambino fa ovviamente parte del gruppo familiare. La loro è una famiglia. Se siamo pronti a ragionare su questi nuovi legami affettivi, il senso di minaccia e di paura scompare.
Nell libro, Theo e Noa sono una coppia che riesce a convivere a denti stretti. C’è un parallelo con il progetto di coesistenza di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano?
Starei attento a creare un parallelo. I protagonisti del libro, pur avendo una convivenza difficile, si amano l’un l’altro. I palestinesi e gli israeliani non si amano affatto. Il mio libro in questo senso non è allegorico né è una metafora politica. È un libro su un uomo e una donna.
Anche se ebrei e palestinesi non si amano, lei ha sempre sostenuto il principio di due Stati e due popoli. Questi due popoli sono pronti a convivere?
Penso che la maggioranza di israeliani e palestinesi siano pronti per la soluzione della nascita dei due Stati . Non è esattamente ciò che che si chiama coesistenza, non devono diventare un’unica famiglia, ma due famiglie separate. È qualcosa di più vicino a un divorzio che a un matrimonio. E credo, in generale, che la maggioranza della popolazione sia pronta per questo compromesso: non felice, ma pronta.
Due appartamenti sono divisi da un muro: cosa ne pensa di quello in costruzione nel suo Paese per proteggere gli israeliani dal terrorismo?
Penso che il muro sia stato costruito nei posti sbagliati. Dovrebbe esserci un muro - anche se temporaneamente - tra Israele e la Palestina, non in mezzo alla Palestina. Mi spiego: sono favorevole a un muro che divida il mio giardino da quello del mio vicino. Ma se il muro passa attraverso il giardino del mio vicino, non sono d’accordo.
Nel libro il compromesso ha un ruolo centrale. Lei ha sempre sostenuto questo principio anche in politica. Negli ultimi giorni gli scontri armati tra palestinesi e israeliani sono tornati a intensificarsi. Il compromesso si allontana?
È difficile dirlo. Credo che Israele debba parlare e cercare un accordo con la parte moderata dei palestinesi, perché questo indebolirà le fazioni estremiste. Ogni progresso in questa direzione è in grado di isolare i fanatici, che sono il principale ostacolo al raggiungimento di una situazione stabile e pacifica.
I personaggi del suo libro però, più che nel dialogo con gli altri sembrano trovare pace nella solitudine del deserto. Perché?
Nel libro il deserto è un vero e proprio personaggio, come Theo e Noa, non uno sfondo. Un protagonista attivo, che aiuta quest’uomo e questa donna a trovare un equilibrio nel loro rapporto e nel mondo. E lo stesso è per me: il deserto mi aiuta a dare alle cose la giusta proporzione, diventa la misura di tutte le cose. Se leggo sul giornale che sta arrivando la fine del mondo, basta che dia un’occhiata al deserto. E capisco che non è vero.

Romain Gary: Daniel Pennac, ma vent’anni prima

Chi ha apprezzato i romanzi di Daniel Pennac, ma dell’ultimo-
Pennac-sempre-uguale-a-se-stesso non ne può davvero più, è invitato a leggere Romain Gary (La vita davanti a sé, Neri Pozza) che, dei cantori della Francia multietnica, è un po’ il padre nobile. Inventore di quel gergo da banlieu e di immigrazione di secondo pelo che avrebbe fatto scuola, Romain Gary è stato un partigiano, un eroe di guerra e uno scrittore di fama caduto in disgrazia. Negli ultimi anni della sua vita, per superare l’ostracismo della società letteraria parigina, scelse di firmare i suoi romanzi con lo pseudonimo di Emile Ajar. Che dietro Emile Ajar (noto al pubblico parigino come uno dei più promettenti scrittori degli anni 70) ci fosse proprio lui, il vecchio Romain Gary, non lo sapeva quasi nessuno. Fino a quel colpo di pistola con cui si tolse la vita il 3 dicembre 1980. La vita davanti a sé uscì postumo pochi mesi dopo. Con la firma del suo vero autore.
Ambientato nel quartiere parigino di Belleville, questo capolavoro poeticamente antirazzista narra, con commuovente leggerezza, le vicende di un ragazzino arabo, Momò, figlio di nessuno (anzi di una prostituta) e accudito da un’altra prostituta, questa volta ebrea: Madame Rosa. Per Momò le puttane sono “gente che si difende con il proprio culo” e gli incubi “sogni quando invecchiano”. Per il critico letterario Stelio Solinas (Il Giornale) La vita davanti a sé è un “romanzo toccato dalla grazia” e scritto - per dirla con Jerome Garcin - con un linguaggio “chiaro, aereo, energico, come in certe pagine di Hemingway”.

La pista di sabbia: Camilleri torna con Montalbano

Andrea Camilleri

Corse clandestine e aristocrazia locale faranno da sfondo alla nuova indagine di Montalbano, il commissario più famoso d’Italia. Torna infatti nelle librerie Andrea Camilleri con La pista di sabbia (ed. Sellerio) il prossimo 7 giugno.

I resti di un cavallo ritrovati sulla spiaggia antistante la casa del commissario e la sparizione di altri due purosangue spingono Montalbano a indagare in un ambiente lontano anni luce dal suo modo di vivere. Tra le novità della storia che avrà sempre come sfondo gli splendidi scenari della Sicilia e della immaginaria Vigata, c’è il ritorno di Ingrid, l’amica svedese del commissario e l’entrata in scena di un’altra amica Rachele. È il dodicesimo titolo della fortunata serie e sicuramente ripeterà il successo dei precedenti.

J.K. Rowling, tutti i trucchi per salvare i segreti di Harry Potter

Che Harry Potter fosse il maghetto più amato al mondo si sapeva. Ma che la fervida attesa dell’uscita dell’ultimo libro della saga abbia addirittura scomodato l’autrice scozzese Joanne Kathleen Rowling a lanciare un appello a non rivelare il finale della storia “per non rovinare la festa a milioni di fan” è una novità. Non solo. La Rowling, che ha ceduto tutti i diritti economici di Harry Potter alla casa editrice inglese Bloomsbury Publishing Plc, ha pure preteso che venissero siglati gli “embargo agreement” tra l’editore e i distributori dei diversi Paesi.
In Italia l’esclusiva dell’ultimo libro, che verrà diffuso in lingua originale solo allo scoccare delle una e un minuto del 21 luglio prossimo (mezzanotte secondo l’orario britannico), è stata concessa alla Penguin Italia la quale lo farà recapitare entro la sera del 20 luglio in 350 librerie sparse sul territorio nazionale. Neanche tantissime, visto che si stima che ammontino a 400mila i fan italiani in attesa del settimo capitolo. Gli appassionati italiani pur di scoprire se il mago Potter sopravvivrà all’ultima avventura, sarebbero disposti a spendere, nel complesso, fino a 7 milioni di euro.

L’embargo chiesto dalla Rowling serve a far sì che i distributori con i quali è stato siglato l’accordo non mostrino a scopi promozionali né immagini della copertina né parti del libro, prima di quella determinata ora. Il legale dell’autrice, Neil Blair, non contento, ha pure chiesto a uno studio legale milanese, Cajola & associati, e a un’agenzia di investigazione di Firenze (International consulting agency) di vigilare affinché gli accordi di embargo vengano rispettati. “In realtà non ci preoccupa la contraffazione del libro in arrivo da oltre confine - pure se, a scopo precauzionale, abbiamo già allertato le dogane - ma quella che serpeggia in Iternet” spiega Riccardo Cajola titolare dello studio “Abbiamo infatti già cominciato a presidiare numerosi siti non ufficiali e blog in lingua o con dominio italiano”.

LEGGI ANCHE:
Harry Potter 5 in Italia il 13 luglio, qui la gallery

  • Venerdì 25 Maggio 2007

Design del popolo: il vero no logo è made in Russia

La gallery

Sarà anche riuscito a scappare dall’esercito russo costruendo una mongolfiera con dei vecchi lenzuoli il vecchio agente segreto MacGyver. Ma la sua proverbiale inventiva impallidirebbe leggendo Design del popolo, di Vladimir Archipov (Isbn edizioni, illustrato). 220 invenzioni della Russia post sovietica, tra aspirapolvere, macchine per cucire, attaccapanni e attrezzi per massaggiare la schiena realizzati con mezzi di fortuna da operai o contadini mossi da semplice necessità.

Gli anni dell’Urss e quelli della Perestrojka erano avari di comodità. Operazioni banali come aprire una bottiglia di vino o pulirsi le scarpe sull’ingresso di casa erano allora un vero lusso. Bisognava ingegnarsi. Così un portachiavi a forma di stivale poteva diventare un cavatappi. Una serie di tappi a corona montati su un pannello si trasformavano in zerbino. E delle lampadine multicolore trovate in una base missilistica finivano per addobbare un albero di Natale.

Vladimir Archipov è cresciuto in mezzo a queste invenzioni. È grazie a loro che da bambino poteva fare le bolle di sapone con un cucchiaio bucherellato; guardare la televisione con un apparecchio collegato a una ruota di bicicletta; ascoltare alla radio trasmissioni proibite. Quando si è accorto che la qualità di vita di moltissimi suoi connazionali dipendeva da quei guizzi di genio, ha comiciato a esplorare città e campagne russe a caccia di oggetti autocostruiti, per collezionarli. La sua ricerca dura da quasi vent’anni, e alimenta una raccolta in costante crescita. Ora è finita in parte in questo volume, che ad ogni oggetto illustrato affianca la storia e il ricordo di chi l’ha inventato e costruito.

La gallery

Gli Usa si accorgono di Philip K. Dick. Dopo 25 anni

Ci son voluti 25 anni, un quarto di secolo, a Philip Dick per ricevere il dovuto riconoscimento negli Stati Uniti, suo paese natale, un’ennesima conferma al famoso detto latino “nemo propheta in patria”. Il prossimo 31 maggio l’editore americano The Library of America, che con le sue edizioni consacra nell’Olimpo delle lettere i più grandi scrittori a stellestrisce, pubblicherà in un elegante volume quattro racconti degli anni Sessanta del padre della letteratura fantascientifica. Autore di oltre quaranta romanzi e di circa 130 racconti ambientati nel futuro e nella realtà enigmatica, Dick nel corso della sua esistenza non è stato mai considerato un vero scrittore e solo dopo la sua morte avvenuta nel 1982 per infarto, la sua opera ha ottenuto l’apprezzamento di critici e lettori. Alcune storie da lui scritte hanno ispirato anche film di successo come Blade Runner di Riddley Scott e Minority Report di Steven Spielberg.

Memorie di un bambino soldato. Il libro per ricordare una guerra dimenticata


“Se ne sentono talmente tante sulla guerra, che sembrava fosse scoppiata in una nazione lontana e sconosciuta”. Inizia così Memorie di un soldato bambino, il romanzo edito da Neri Pozza, scritto da Ishmael Beah ricordando la sua lunga esperienza di guerra in Sierra Leone. Ishmael Beah aveva tredici anni quando ha perso tutto e si è ritrovato un fucile in mano, reclutato dalle truppe regolari per combattere contro i ribelli, in una guerra tra fratelli iniziata nel 1991 e terminata dieci anni dopo. Ma dov’è la Sierra Leone? In Africa. Giusto, ma l’Africa è grande, e a molti di noi ricchi occidentali sono serviti 100 mila morti e 2 milioni di profughi per scoprire dov’è esattamente questo paese. Il bilancio è stato tragico, come in tutte le guerre, e i racconti dei superstiti sono agghiaccianti, soprattutto se si considera che si tratta di bambini. Bambini che sono allo stesso tempo sopravvissuti ed ex guerriglieri, vittime e carnefici.

Memorie di un soldato bambino parla della fame, dei lunghi cammini da un villaggio all’altro, della dipendenza da droghe, della guerriglia notturna con la stessa semplicità con cui descrive una partita a calcio o la totale assenza di speranza. Gela il sangue di chi legge. “Una delle maggiori fonti di disagio mentale, fisico ed emotivo del mio viaggio era l’impossibilità di capire quando e dove sarebbe finito” racconta l’autore, che dedica questo libro a tutti i figli della Sierra Leone derubati della loro infanzia.

Pensando a questo ragazzo si prova un misto di compassione e ammirazione. Ma Ishmael Beah è vivo, migliaia di altri ragazzi non ce l’hanno fatta, e non solo in Sierra Leone. Nel mondo ci sono ben 29 guerre in corso.

Firenze, quando i lettori fanno festival


E se per una volta non fossero i vari Wilbur Smith e Isabelle Allende i protagonisti ma i loro lettori? Firenze ha detto sì e ha scelto di puntare i riflettori proprio su quest’ultimi, i “fruitori” di libri. Con la prima edizione del Festival dei Lettori (25 maggio - 3 giugno) e la definizione di Firenze Città dei lettori.
L’intero progetto, curato da Stas’ Gawronski, ha sede a pochi passi dalla Cupola del Brunelleschi, nella nuova biblioteca delle Oblate, dotata di chiostro, terrazza e giardino silenzioso, ben confacente a sfogliare pagine in tranquillità.
In programma laboratori e letture, ma non solo in biblioteca, anche a piazza della Signoria, piazza della Repubblica, piazza San Giovanni, in altrettante librerie (tredici in tutto). Per scoprire e approfondire il piacere della lettura.

Ci saranno scrittori e personaggi della cultura e dello spettacolo, sì, ma anche loro innanzitutto in veste di lettori: e così, nel giorno dell’inaugurazione, Paolo Hendel, David Riondino, Claudio Piersanti e Lella Costa leggeranno la pagina di un libro a loro particolarmente cara.
Ai laboratori BombaCarta prenderà parte anche Piero Pelù, il 27 maggio: al centro della sperimentazione una pagina di romanzo, racconto o poesia amato (o detestato) particolarmente.
E ancora scambi tra musica e lettura, spettacoli di burattini tratti da testi letterari, incontri con giovani scrittori, Libri in campo ovvero spazi attrezzati dedicati alla vendita di libri. E anche animazioni e laboratori per i più piccoli. Ogni lettore può trovare il palco che più si rifà ai suoi gusti: basta leggere… il programma.

Feedback: un libro su Franco Vaccari, fotografo dell’inconscio tecnologico

Feedback, scritti su e di Franco Vaccari: un libro d’arte che costa come un tascabile (18,60 euro) e ripercorre l’opera di uno dei più grandi artisti concettuali italiani.

Vaccari ha scelto come suo mezzo privilegiato la macchina fotografica. E per quanto ogni artista si aspetti che le proprie opere generino conseguenze, Vaccari si è mosso fin dal principio della sua attività con l’intento preciso di innescare dei processi realmente osservabili: creare nuove situazioni determinate dalle sue opere. Ovvero generare feedback, come recita appunto il titolo del volume.

Un esempio tra i tanti è nell’opera Il mendicante elettronico (del 1973), in mostra allo spazio Oberdan di Milano nella rassegna dedicata all’artista fino al 27 maggio (qui la gallery con le alcune delle opere esposte). La location dell’opera è un angolo qualunque di una città qualunque, dove generalmente un mendicante tende il proprio cappello chiedendo l’elemosina e i passanti gli transitano davanti indifferenti. L’intervento dell’artista altrea però il comportamento dei passanti. Vaccari sostituisce il mendicante in carne ed ossa con un televisore che mostra soltanto l’immagine del cappello. Attorno al monitor cominciano così a fermarsi delle persone incuriosite. E dopo un po’ c’è un intero drappello di spettatori immobili davanti all’insolito spettacolo. L’operazione (ripresa a sua volta in un diversi scatti fotografici) mostra il paradosso tra l’indifferenza nei confronti di un clochard e la curiosità per un comune monitor. Ma si presta anche a riflessioni sul potere dei media e del gesto artistico.

Feedback, a cura di Nicoletta Leonardi, è edito da Postmedia books. E il titolo, parola chiave di ogni opera di Vaccari, si riferisce anche alla composizione interna del volume: un’antologia dei più importanti scritti usciti fin’ora sull’artista i quali, accostati a quelli dello stesso Vaccari, assumono la forma di in un botta e risposta tra le opinioni di critici e le idee del fotografo. Tra i contributi dell’antologia, gli scritti di Renato Barilli, Gillo Dorfles e Roberta Valtorta.

Qui una video intervista a Franco Vaccari 

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