Non dire notte. È il titolo dell’ultimo romanzo di Amos Oz appena pubblicato da Feltrinelli. In Israele è uscito nel 1994. Ma questo è un libro che non invecchia. Parla delle notti di oggi, delle nostre notti. Della solitudine di una coppia di mezz’età, della fragilità della famiglia e della necessità di trovare un compromesso con l’altro, che amiamo, anche se non siamo felici. Non dire notte è la storia di due solitudini che cercano di coesistere, come in un’orchestra due strumenti molto diversi riescono a produrre un effetto corale.
Non dire notte parla della difficoltà di Noa e Theo, i protagonisti, di vivere insieme e di essere una famiglia. Amos Oz: lei ha definito il loro rapporto un dialogo solitario. Perché?
Perché non è un vero dialogo e nemmeno un monologo. Noa e Theo riescono a comunicare davvero quando l’altro non c’è. Quando, da soli, si rivolgono all’altro. Mentre stanno guidando, o cucinando o sono sotto la doccia. È come nei sogni: tu vedi l’altro a cui stai parlando, ma lui non può sentirti. Il libro parla di questo tentativo di comunicare, di cercare un compromesso, anche se è difficile e faticoso.
La difficoltà di diventare una famiglia riprende un tema di grande attualità in Italia. Nel nostro Paese molti pensano che questa istituzione sia in pericolo. Lei, che è cresciuto in un kibbutz, è d’accordo?
La famiglia sta cambiando e noi dobbiamo ampliare, modificare l’idea che ne abbiamo, adattarci a questo cambiamento.
Che cos’è per lei una famiglia?
Ho due cari amici, entrambi uomini, che vivono sotto lo stesso tetto con i loro due figli. Questa per me è una famiglia, una nuova idea di famiglia che noi dobbiamo capire. Le faccio un altro esempio: una mia cara amica ha avuto un bambino da un omosessuale che e a sua volta vive con il proprio compagno. Anche il partner del padre biologico di quel bambino fa ovviamente parte del gruppo familiare. La loro è una famiglia. Se siamo pronti a ragionare su questi nuovi legami affettivi, il senso di minaccia e di paura scompare.
Nell libro, Theo e Noa sono una coppia che riesce a convivere a denti stretti. C’è un parallelo con il progetto di coesistenza di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano?
Starei attento a creare un parallelo. I protagonisti del libro, pur avendo una convivenza difficile, si amano l’un l’altro. I palestinesi e gli israeliani non si amano affatto. Il mio libro in questo senso non è allegorico né è una metafora politica. È un libro su un uomo e una donna.
Anche se ebrei e palestinesi non si amano, lei ha sempre sostenuto il principio di due Stati e due popoli. Questi due popoli sono pronti a convivere?
Penso che la maggioranza di israeliani e palestinesi siano pronti per la soluzione della nascita dei due Stati . Non è esattamente ciò che che si chiama coesistenza, non devono diventare un’unica famiglia, ma due famiglie separate. È qualcosa di più vicino a un divorzio che a un matrimonio. E credo, in generale, che la maggioranza della popolazione sia pronta per questo compromesso: non felice, ma pronta.
Due appartamenti sono divisi da un muro: cosa ne pensa di quello in costruzione nel suo Paese per proteggere gli israeliani dal terrorismo?
Penso che il muro sia stato costruito nei posti sbagliati. Dovrebbe esserci un muro - anche se temporaneamente - tra Israele e la Palestina, non in mezzo alla Palestina. Mi spiego: sono favorevole a un muro che divida il mio giardino da quello del mio vicino. Ma se il muro passa attraverso il giardino del mio vicino, non sono d’accordo.
Nel libro il compromesso ha un ruolo centrale. Lei ha sempre sostenuto questo principio anche in politica. Negli ultimi giorni gli scontri armati tra palestinesi e israeliani sono tornati a intensificarsi. Il compromesso si allontana?
È difficile dirlo. Credo che Israele debba parlare e cercare un accordo con la parte moderata dei palestinesi, perché questo indebolirà le fazioni estremiste. Ogni progresso in questa direzione è in grado di isolare i fanatici, che sono il principale ostacolo al raggiungimento di una situazione stabile e pacifica.
I personaggi del suo libro però, più che nel dialogo con gli altri sembrano trovare pace nella solitudine del deserto. Perché?
Nel libro il deserto è un vero e proprio personaggio, come Theo e Noa, non uno sfondo. Un protagonista attivo, che aiuta quest’uomo e questa donna a trovare un equilibrio nel loro rapporto e nel mondo. E lo stesso è per me: il deserto mi aiuta a dare alle cose la giusta proporzione, diventa la misura di tutte le cose. Se leggo sul giornale che sta arrivando la fine del mondo, basta che dia un’occhiata al deserto. E capisco che non è vero.
- Lunedì 28 Maggio 2007

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