Non è proprio il genere di libro da leggere sotto l’ombrellone. Lingua e identità, di Massimo Arcangeli (ed. Maltemi) non è fatto per una lettura distratta. Ma può interessare molti. Ad esempio, tutti coloro che ogni giorno usano la Rete. E inevitabilmente partecipano degli effetti che il web produce sull’identità di ognuno.
“Nel libro c’è un’unica tesi” spiega l’autore a Panorama.it: “oggi, in Occidente, percepiamo la nostra identità come minacciata e, per difenderci, cerchiamo di riformularla. Il web” continua Arcangeli “è uno dei luoghi in cui questo fenomeno si vede meglio. Su Second life, ad esempio, c’è chi cerca semplicemente di svagarsi” spiega “ma c’è anche chi è alla ricerca di un’identità nuova e diversa, che lo faccia sentire al sicuro e più protetto di quanto non lo sia nel mondo reale. In questo secondo caso però” sottolinea l’autore “non si tratta di sminuire l’identità reale, bensì di arricchirla con quella virtuale, che si nutre di relazioni”. “In sostanza, non c’è più soltanto l’io” spiega ancora Arcangeli “L’io nel nostro tempo diventa anche l’altro, e in questo modo si rafforza. Questo fenomeno” conclude “avviene in tutti i social network, e anche negli ensamble creativi alla Kai zen o Wu Ming, dove il singolo sacrifica la propria individualità in favore di un lavoro collettivo, ma al contempo si arricchisce dei contributi di tutto il gruppo”.
I sei capitoli del volume indagano gli ambiti più diversi, anche fuori dal web, dai giornali alla televisione. E il concetto di identità è sempre legato a quello di linguaggio. Perché anche fenomeni come il politically correct, gli stereotipi, il gossip e i modi di dire cambiano il nostro modo di pensare. Con ripercussioni che investono il nostro approccio ai temi sessuali, razziali, culturali, politici e sociali. Gli esempi di questo processo sono tutti nelle 191 pagine del libro (qui un estratto scaricabile in .pdf). E il dibattito è aperto.
- Giovedì 14 Giugno 2007

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Commenti
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Il 18 Giugno 2007 alle 15:03 rino.bosso ha scritto:
Il libro di Arcangeli non può che catturare l’attenzione dei linguisti e dei sociologi in quanto si pone come interessantissimo spunto di riflessione sulla comunicazione e sull’odierna concezione dell’identità delle persone, tema centrale in ambito sociologico: nella nostra società, grazie ad Internet, l’identità viene ridefinita nei suoi tratti caratteristici, non essendo più esclusivamente vincolata a limiti biologicamente stabiliti, ma venendo arricchita di nuovi elementi che completano il quadro generale su di essa.
Per via della grande attualità dell’argomento trattato, anche il lettore non esperto in materia sociologica risulta essere coinvolto e incuriosito: la personale percezione del contesto sociale di appartenenza da parte dell’individuo permette a quest’ultimo di rimodellare se stesso in risposta ad un mondo in continua evoluzione; se questo processo può non essere ancora del tutto palese nel contesto della vita “reale”, è alquanto evidente nella realtà virtuale del web, in cui il mezzo di comunicazione aumenta notevolmente le potenzialità espressive della scrittura sia in termini di numero di interlocutori che è possibile raggiungere, sia in termini di ampliamento del ventaglio delle possibilità espressive che vengono offerte agli utenti.
“Lingua e identità” è un libro che ci parla di come tutti noi stiamo modificando oggi, rispetto al passato, la nostra visione di noi stessi, del mondo che ci circonda e delle nostre possibilità di interagire con quest’ultimo.
Il 18 Giugno 2007 alle 15:17 marcella666 ha scritto:
In qualità di habituè dei social network vorrei aggiungere che a mio modesto avviso in rete solo i modelli basati su identità strutturate sono in grado di sostenere l’ espansione di scala degli utenti e le conflittualità sociali interne che una tale espansione per sua natura comporta: trovo legittimo, dunque, pensare che la (nuova) Internet sia e sarà uno strumento di sviluppo delle identità dei partecipanti e non il suo contrario, e quindi benché oggi sia possibile agire e comunicare in maniera anonima o per così dire non-anagrafica, l’identità in qualche modo documentata sarà una opzione obbligatoria per l’individuo che vorrà partecipare sul serio a processi creativi, di lavoro o semplicemente di relazione. Mi domando se in un lontano futuro si arriverà anche a una sorta di “certificazione” dell’identità digitale, purché questo avvenga ad esclusivo vantaggio dei singoli partecipanti o delle collettività da loro costituite, e su questo potrebbe essere interessante conoscere l’opinione dell’Arcangeli stesso.
Il 18 Giugno 2007 alle 16:32 elettra77 ha scritto:
Sono d’accordo con marcella purchè – va specificato - il comportamento adottato nei diversi ambienti sia non solo riconoscibile ma anche a suo modo consapevole di dover conservare la rispondenza che un’identità in quanto tale determina, e quindi generi attendibilità nella diffusione dei contenuti sviluppati in rete: in questo modo gli autori di contenuti finiscono per essere stimolati a rafforzare l’idea che gli altri hanno della loro identità, individuale o collettiva che sia; diversamente l’anonimato virtuale di lungo periodo non porterà né interesse nell’interlocutore “altro” né coinvolgimento da parte dell’intestatario dell’identità.
in questi casi l’utente non mette neppure in gioco se stesso visto che non esige di crearsi una reputazione da salvaguardare: non vuole comunicare, tantomeno vuole diventare un riferimento per il resto della comunità.
Il 18 Giugno 2007 alle 16:44 marcella666 ha scritto:
Ne convengo. Peraltro non capisco perchè il senso di identità minacciato o percepito come tale e di conseguenza in cerca di una nuova formula debba essere prerogativa di noi occidentali: forse l’autore potrebbe spiegarcelo meglio.
Il 18 Giugno 2007 alle 17:37 sanvito ha scritto:
Il confronto tra la partecipazione ai social network e il collettivo Wu Ming mi è del tutto oscuro (non vedo il nesso, forse il libro al riguardo è più esplicito) ma del resto da anni non riesco a concepire quale senso abbia il termine “virtuale” nè quale differenza vi sia tra il me che comunica e si relaziona con tecnologie tradizionali e il me che per le stesse finalità usa una rete sociale: siamo la stessa persona in carne e ossa, e non v’è nessuna compensazione tra due identità ma soltanto una molteplicità di strumenti a disposizione dell’individuo. Forse dovremmo smettere di utilizzare la parole “virtuale” per definire dei corpi anzichè delle identità.
Il 19 Giugno 2007 alle 11:34 massimoarcangeli ha scritto:
Credo che l’identità, oggi (sono l’autore del libro), sia qualcosa di molto difficile da definire. Forse dovremmo rinunciare al concetto stesso di identità (come a quello, opposto, di alterità) o, forse, dovremmo pensare a una identità realmente relazionale (quella difesa dalla più avvertita antropologia). Che il prossimo passo verso l’acquisizione di una identità “virtuale” (o comunque la si voglia chiamare) sia una sua certificazione mi pare sia fuori di dubbio; ne abbiamo bisogno, perchè sulla nostra identità “reale”, se la vogliamo preservare intatta, non possiamo ormai più contare molto. L’unico punto fermo dal quale si dovrebbe partire è la rinuncia alle pretese egoriferite e l’accettazione della contaminazione e dell’ibridismo; solo così, forse, si potrebbe tentare di comunicare veramente con l’altro da noi (il quale, a sua volta, dovrebbe naturalmente fare lo stesso). La costruzione di nuove identità individuali (in rete) e la fondazione di identità collettive (come nel caso del fenomeno Wu Ming) mi sembrano al riguardo le due facce di una stessa medaglia: la risposta profonda (non sempre, ovviamente, percepita in quanto tale) a una volontà di ridimensionamento o di rinuncia a una identità (anagrafica nel primo caso, autoriale nel secondo) che ci crea disagio, che sentiamo minacciata dalle mille lingue e dalle mille culture di questo nostro sempre più tormentato e pulviscolare Neo-occidente, che ci impegna troppo (nel caso volessimo ancora provare a difenderla), che non ci serve più (o non ci serve più come una volta). Credo, ripeto, che la parola “certificazione” si rivelerà una parola chiave nei prossimi anni. Anche gli autori collettivi (i condividui, come sono stati chiamati) esigeranno sempre più attestati di riconoscimento della loro esistenza e forse, fra qualche anno, il concetto di canone occidentale(su cui oggi tanto si discute)non reggerà più all’urto dei nuovi auctores, che rendono priva di senso l’idea stessa dell’esistenza di un canone: il canone si fonda su identità precise, strutturate, fornite di un nome e cognome (Omero o Cervantes? Shakespeare o Dante?) e non su identità labili, cangianti, in perenne ridefinizione. Propongo alla riflessione un’altra parola chiave di questi anni: flusso; che è come dire passare da unità discrete a realtà continue, non separabili al loro interno a meno di volerle forzare.
Il 19 Giugno 2007 alle 11:41 alearesti ha scritto:
Credo abbia pienamente ragione l’autore dell’articolo nel dire che non siamo, con molta probabilità, dinanzi al classico libro da leggere sotto l’ombrellone, tra una spalmata di olio superabbronzante o una cruciverbata di gruppo. Perché se c’è una cosa a cui Arcangeli ci ha abituato già con “Lingua e società nell’era globale”, anch’esso edito da Meltemi, è che con lui sono al bando le riflessioni semplicistiche e superficiali. Pertanto, con rassegnazione di chi vorrebbe una lettura (più) scorrevole, aspettiamoci un libro di acute e illuminanti osservazioni su alcune dinamiche attualmente in atto, affrontate da diverse angolature, riguardo il rapporto tra lingua e nuove identità individuali e nazionali.
Penso che appena in possesso del libro, comincerò col leggere il capitolo finale, dedicato all’analisi sui processi e significati sottesi ad una delle pratiche più evidentemente connaturate all’uomo (e alla donna): il pettegolezzo, dalla sfera ristretta del microcosmo familiare a quella più ampia del martellante spettegolare nei circuiti mediatici. Perché sono convinto che il gossippare sia uno dei momenti in cui noi tutti, chi più chi meno, ci uniformiamo e ci omologhiamo ad un unico grande IO che sostituisce le singole ed eterogenee entità individuali.
Il 20 Giugno 2007 alle 12:08 georgia ha scritto:
Ottima scelta alearesti! dei sei saggi contenuti nel volume ho letto per primo quello dedicato al gossip e ti confesso che non credevo che tale fenomeno avesse ricevuto così tanta attenzione da parte degli studiosi. Dall’analisi di Arcangeli emerge che il gossip è un fenomeno eterogeneo che non è stato univocamente definito dagli studiosi che se ne sono occupati. Ciò dipende, almeno in parte, dal fatto che il pettegolezzo può essere analizzato da diverse angolature, come ad esempio quella antropologia, psicologica e linguistica. Un ulteriore tratto da prendere in considerazione è che esistono delle peculiarità intrinseche che contraddistinguono il pettegolezzo pubblico da quello privato. Senza nulla togliere al fascino delle diverse teorie formulate a questo riguardo, ciò che attira maggiormente la mia attenzione è l’interrogarsi dell’autore sul rapporto tra lingua e identità, peraltro filo conduttore dell’intero volume. Anch’io, nel mio piccolo, mi sono spesso interrogata sul legame che sussiste tra la propria lingua e la propria identità. Se è vero che, come dice l’autore, “la nostra identità è minacciata dalle mille lingue e dalle mille culture di questo nostro sempre più tormentato e pulviscolare Neo-occidente”, è anche vero che la lingua è lo strumento, forse più efficace, per preservarla intatta. Preservare la propria lingua per preservare la propria identità non significa però rifiutare i cambiamenti apportati dai nuovi sistemi di comunicazione. Ciò significherebbe rinunciare al dinamismo intrinseco sia alla lingua che all’identità. Il legame tra lingua e identità è stato analizzato anche da molti scrittori, soprattutto da quelli appartenenti a minoranze linguistiche. Mi viene in mente Sergio Atzeni, scrittore sardo, che scriveva in un italiano aggraziato da innesti di lingua sarda. Secondo lo scrittore il ricorso alla lingua sarda nei suoi romanzi gli permetteva di esprimere al meglio la propria identità, quella sarda appunto, e con essa la propria visione del mondo.
Il 21 Giugno 2007 alle 12:31 evelina ha scritto:
Il problema del doppio, dell’identità digitale in rete, dell’alter ego virtuale è di grande attualità in questo periodo, le scuole di pensiero sono fondamentalmente due: chi sostiene che in rete si crei uno sdoppiamento della propria personalità aiutato dall’anonimato anagrafico ed “estetico” e chi invece sostiene che il sè che si sviluppa in rete non sia “altro” ma parte integrante della nostra stessa natura, complementare, intrinseco.
Ma che senso ha, nell’era del villaggio globale, interrogarsi ancora sul rapporto endemico tra lingua e identità? Semplice,la lingua è duttile, in continuo movimento, sempre al passo con i tempi, anche con quello digitale. La lingua si adatta trasformando i suoi parlanti. Si plasma ai tempi che vive ma li plasma a sua volta. Così antica e affezionata al passato eppura così pronta a trasformarsi, adattarsi e cambiarsi d’abito ogni volta che i dio tempo gliene faccia esplicita richiesta.
La lingua e il linguaggio sono le armi che ci permetteranno di sviluppare e coltivare il nostro “sè digitale” (in qualsiasi modo lo si voglia intendere) senza rinunciure alla nostra identità grazie alla sua enorme capacità di adattamento, si pensi ai già citati fenomeni di gossip e di politically correct, e il suo “innato” spirito di sopravvivenza, basti ricordare tra tutti la tendenza nella nostra lingua informale all’abbandono del congiuntivo in nome di un più diretto e intuitivo indicativo, o la più antica scomparsa dei trapassati e simili, troppo macchinosi e impegnativi per tempi più scorrevoli e semplici.
Il 21 Giugno 2007 alle 14:33 mattia ha scritto:
Ricordo che provai la stessa sensazione di iniziale straniamento sia nel leggere Wu Ming che la prima volta che mi trovai davanti alle veloci righe di testo della chat che scorrevano sullo schermo.
Credo che in entrambi casi si possa rintracciare senza troppa fatica e con larga condivisione una molteplicità di voci che si vanno a sovrapporre e miscelare tra loro.
L’accostamento lingua/identità è richiamato da sempre con funzioni diverse, vuoi per legittimare l’una con l’altra (”siamo italiani, dobbiamo parlare italiano” o “parliamo l’italiano quindi siamo italiani”), vuoi per lanciare allarmismi sulla morte dell’una o dell’altra (per la legittimazione di cui sopra).
Il punto, a mio avviso (e mi pare emerga anche dalle parole di Massimo Arcangeli), è che le recenti esperienze di scrittura e il web (e le cose non si sono certo ignorate a vicenda), nuovo o vecchio che sia (Second Life viene pur sempre dopo i MUD), hanno messo in luce cosa non va nel vedere lingua e identità come elementi monolitici, reciproci e immutabili.
L’ipertesto, la rete e la scrittura collettiva hanno portato agli estremi un fatto evidente: che le reti cognitive (anche la lingua che vi si modella) e la realtà stessa (se si vuole considerare la realtà in quanto tale o come rappresentazione mentale) sono composte sì da oggetti (le persone, le parole e gli oggetti linguistici) ma soprattutto dalle relazioni che intercorrono tra loro. Che cosa è un uomo in un mondo composto da un solo uomo? Può avere forse un’identità? Che cosa è una parola fuori dai legami con le altre parole e dal mondo che la circonda?
Insomma, identità e lingua sono elementi intrinsecamente interazionali, e quindi ibridabili. Identità e lingua sono principalmente relazioni tra oggetti piuttosto che oggetti. I link dell’ipertesto, la sintassi grammaticale, la destrutturazione dell’autore sono tutti elementi di relazione, e di rottura delle relazioni.
Se dovessi rappresentare l’evoluzione della lingua e dell’identità negli ultimi vent’anni vedrei una rete in cui i nodi si sono fatti sempre più piccoli e in cui si sono via via ingrossati i fili che li formano e li legano (qualche apocalittico potrebbe osservare che questi nodi andranno a disfarsi e presto non sapremo più né comunicare né qual è la nostra identità).
Quando Massimo Arcangeli cita Remotti (nel file scaricabile citato nell’articolo, estratto del secondo capitolo del libro) e mette in relazione la scrittura con l’identità viene fuori un altro problema. La stabilità della scrittura ha da sempre dato stabilità all’identità.
Ma quando la scrittura è figlia dell’oralità più libera (chat e web in generale), quando la scrittura è figlia di un numero imprecisato di teste (Wu Ming ecc.), quando la scrittura non costituisce un testo chiuso e autonomo (ipertesti e ultime derive superipertestuali), allora anche la solidità dell’identità inizia a crollare.
E, se posso condividere una mia intima riflessione, credo che questo crollo sia un bene. Perché la lingua fa fatica a stare ferma, come le identità sono una grande palla.
Lingua e identità sono momenti di passaggio di un flusso, ma mentre la lingua è libera per sua natura (e nel web sguazza liberamente senza ancore) l’identità deve fare i conti con lo strato epiteliale dei nostri corpi (che sono reali e non virtuali), nostro confinamento alleviato dal ponte della comunicazione.
PS: per la questione della certificazione dell’identità credo che si debba considerare il fenomeno come inevitabile, la sicurezza è limitazione di libertà e garanzia sociale (non necessariamente individuale, dunque). Se davvero potessimo rimbalzare liberamente da un’identità all’altra saremmo in regime di anarchia. E la cosa potrebbe essere dannosa per alcuni (non per tutti).
Il 28 Giugno 2007 alle 14:21 lucio83 ha scritto:
Penso che riportare l’analisi della relazione tra lingua e identità dalle ricerche psicanalitiche e antropoligiche all’indagine linguistica sia, soprattutto oggi, non solo un bisogno, ma una vera necessità.
Credo che a molti sia capitato di trovarsi fuori dall’Italia e di doversi esprimere in un’altra lingua; al di là della maggiore o minore padronanza linguistica, è evidente come la necessità di utilizzare una lingua diversa dalla propria costringa a modificare il proprio modo di esprimersi e, di conseguenza, il proprio modo di apparire agli occhi degli altri.
Lo stesso credo capiti (o almeno capita a me) quando ci si trova a scrivere in rete; anche in quel caso si ha a disposizione uno strumento linguistico diverso da quello abituale e la possibilità (o la necessità) di variare la propria identità.
Mi si perdonerà la sovrapposizione fra lingua scritta e lingua parlata, fra diversi registri e codici stilistici ed espressivi, però mi sembra che il paragone colga il senso dell’influsso che una lingua diversa come è quella della rete può esercitare sulla (costruzione della) propria identità.
Mi sembra dunque che valga la pena di riflettere non solo sul modo con cui la lingua possa influire sulla propria identità (modificandola, alterandola, determinandola), ma anche sul modo in cui, e il discorso non vale solo per le giovani generazioni, la lingua possa essere “piegata”, “asservita” e utilizzata per costruire la propria (o un’altra) identità.
Sarebbe inoltre interessante conoscere il grado di consapevolezza che giovani e adulti hanno della propria lingua e dell’uso che ne fanno nel mondo della rete.
Il 6 Luglio 2007 alle 21:53 OsvaldoDuilioRossi ha scritto:
Ho l’impressione che si stia nuovamente diffondendo la dialettica negativa di adorniana memoria e questo fenomeno investe ovviamente anche l’identità.
Nel mondo della musica aumentano continuamente artisti che appaiono in pubblico solo se mascherati (Tre Allegri Ragazzi Morti, Slipknot) o comunque celando la propria identità (i Gorillaz appaiono in video tramite alias cartoonistici). Qualcosa di simile accade nell’ambiente letterario (non è dato conoscere i nomi dei membri di Wu Ming; ma lo pseudonimo è sempre stato in voga tra gli scrittori). Vari artisti figurativi si firmano con soprannomi che non si fatica ad avvicinare alle tag dei writer metropolitani. I writer si firmano con segni che rendono difficile addirittura la comprensione del tag, figurarsi l’identificazione della persona. Oggi, insomma, è d’obbligo sottolineare la propria presenza tramite una falsa assenza. Falsa in quanto lo pseudonimo funziona da marchio e trasforma l’opera in brand (ma spesso chi compie operazioni simili si professa no-logo…) e niente più del brand, nell’era dell’economico, è un’affermazione d’identità.
Forse questa rivendicazione è dovuta all’effetto di dispersione continua che colpisce i messaggi nel mondo della comunicazione libera: tanto libera che la libertà individuale di dichiarare qualcosa travalica la curiosità per ciò che qualcun altro, con altrettanta libertà, ha voluto dire.
Il 16 Agosto 2007 alle 18:39 l.davide ha scritto:
Essendo chatter occasionale ma comunque assiduo fruitore della rete l’argomento mi interessa molto e vorrei condividere qui alcune mie riflessioni, per lo più sottoforma di frammenti e possibili spunti di riflessione futura.
Il mio primo pensiero riguarda il termine stesso ” identità”, non tanto riferito al testo di cui si parla qui ma più in generale.
Non amo questo termine, non riesco a dargli una collocazione e un significato precisi nella mia mente, preferisco parlare di “originalità” come di una qualità che le persone ricercano per conservare una propria .. ehm.. identità ( intesa come qualità/aggettivo più che come sostantivo designante un oggetto, seppur astratto e mentale )
in questo mondo.
L’idea è semplice : siamo così tanti su questo pianeta che cerchiamo semplicemente, e comprensibilmente, di distinguerci dagli altri, di essere originali, di “farci notare” in un certo senso.
Condivido anche l’idea che l’identità alternativa che ci si costrisce in rete non sia una sostituzione della propria identità reale( una fuga quindi ) ma un arricchimento, un qualcosa in più, come un tatuaggio, un piercing, un abito che aggiungiamo al mosaico del nostro sè per distinguerci, per essere speciali, per arricchire l’immagine di noi che diamo agli altri.Un’estensione di noi stessi quindi, un prolungamento dell’identità reale.
Sull’anonimato in rete.
Non credo che esso possa persistere nel tempo, anzi non può, tranne rare eccezioni credo, perchè se vogliamo usare la nostra “identità virtuale” ( virtuale nel senso di informatica, digitale, non non-reale )per avere delle relazioni con le altre persone con cui interagiamo in rete ( chat, blogs, giochi online ) questo anonimato viene eroso ( come nei rapporti reali in fin dei conti, col proceso di conoscenza reciproca ) e siamo in qualche modo costretti a scoprirci, a far fluire nella nostra identità virtuale quella reale ( la nostra vita, i nostri interessi, ecc. ).
Per quanto riguarda l’esempio dell’uso di maschere da parte di certi gruppi musicali, mi viene in mente e ritengo proficuo un paragone col Teatro, paragone che ritengo valido per tutto ciò che riguarda la rete e l’argomento di questo libro ( che non ho ancora letto completamente ci tengo a precisare )
Da sempre, quando sento parlare di teatro , sento mettere in risalto come l’uso di maschere e delle identità di personaggi non reali sia in realtà occasione e mezzo per eprimere la propria identità più liberamente, e lo stesso viene detto quando si parla del carnevale o delle maschere tradizionli o del ruolo dei giullari di corte.
scusate se non so essere più preciso, solo un’idea ..
Quindi ritengo che l’identità virtuale sia qualcosa che usiamo per costruirci un ulteriore spazio di libertà e di espressione, un qualcosa dietro il quale a volte ci nascondiamo si, ma per essere più liberi di esprimerci.
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