Archivio di Luglio, 2007

I libri Marsilio finiscono su Youtube, nei book trailer

Book trailer, il nuovo modo di fare promozione ai libri, con uno spot. In Olanda, ormai da anni, questo genere di video vengono proiettati sulle pareti delle librerie. In Italia, con un po’ di ritardo su Usa e resto d’Europa, questa forma multimediale di spot si sta affermnando lentamente. Soprattutto sul web.

A dare il via a questa pratica anche nel nosro Paese è stata la casa editrice Marsilio. “Abbiamo cominciato a produrli nel 2005″ spiega a Panorama.it il direttore editoriale Jacopo De Michelis “inoltre, pochi mesi prima, il concorso Ciak si legge, indetto dalla rivista di cinema Ciak, aveva invitato giovani filmmaker a realizzare brevi trailer ispirati a libri: si trattava di book trailer in fase embrionale. E poi ci siamo ispirati ad alcune esperienze viste negli Stati Uniti dal ‘94-’95″.

Attraverso quali mezzi diffondente i book trailer?
Youtube è senz’altro il principale. Poi, oltre all’invio di newsletter, a volte sono creati siti ad hoc o partnership. Ad esempio l’anno scorso due video sono stati realizzati in collaborazione con l’Istituto Europeo di Design (IED) di Milano. Comunichiamo le nostre iniziative ai siti con cui siamo in contatto, a siti letterari, a blog sul marketing alternativo. Contiamo molto sull’effetto virale: i contenuti in Rete si autodiffondono.

Pensate di farli passare anche in tv?
Assolutamente sì. Con il digitale terrestre ci potrebbe essere una piccola apertura ai book trailer, se fosse possibile ne saremmo contenti. Sarebbe interessante diffonderli anche nei cinema, nelle postazioni video in aeroporti, stazioni o metropolitante, ma il nostro limite sono i costi.

Tutti i vostri libri diventano book trailer?
No, scegliamo i libri che ci sembrano più adatti, diretti ai giovani, anche per via della diffusione dei trailer sul web, più alla portata di chi è sotto i vent’anni. La scommessa è cercare di conquistare quel pubblico che è portato alla lettura ma non legge molto. La realizzazione di un book trailer però è onerosa, anche se finora abbiamo trovato soluzioni sempre a poche migliaia di euro. Bisogna pertanto trovare una serie di circostanze positive, non ultimo l’interesse dell’autore del libro.

L’autore ha una sua influenza sulla realizzazione?
A volte sì, a volte no. Dipende dai casi. A Simone Sarasso, ad esempio, piace molto il cinema e ha subito gradito l’idea, partecipando attivamente. Ancora non ci sono metodologie consolidate. Per il book trailer del suo Confine di Stato abbiamo cercato di essere semplici ed efficaci, usando immagini documentaristiche. Lo scrittore ha aperto anche un blog, per avere un rapporto diretto con i lettori, ed è interessante leggere come scrive sul web un autore che pubblica per la prima volta un romanzo.

Chi gira i vostri book trailer?
Il primo, Baciami, Giuda, è stato fatto da un gruppo di ragazzi, i Bonsaininja Studio, allora agli esordi della loro attività. Altri li abbiamo realizzati con lo IED. La cosa più lineare sarebbe rivolgerci costantemente a un’agenzia. Ma i costi non ce lo permettono perciò ogni book trailer ha una storia a sé.

Avete verificato riscontri nelle vendite?
È difficile quantificare se con i book trailer sono aumentate o meno le vendite. Non disponiamo degli strumenti per farlo. Di sicuro ci sono molto commenti favorevoli e siamo riconosciuti come i pionieri in Italia. Recentemente sono stato contattato da alcuni studenti che stanno realizzando un tesi di laurea proprio i book trailer: questo è indicativo dell’interesse che suscitano.

Prossimo book trailer che realizzerete?
Abbiamo il progetto, però ancora da sviluppare, di organizzare una specie di concorso: scegliere 5-6 nostri libri e invitare chiunque a trarne book trailer. Selezioneremo il vincitore che sarà usato come video promozionale.

LEGGI: Anche i libri hanno lo spot. Sul web (con i VIDEO)

Booklist: vite stravolte e balzi nel tempo

Gli piacciono proprio i titoli meterorologici. E dopo Il principe della nebbia, Carlos Ruiz Zafon arriva in Italia con L’ombra del vento (Mondadori). Uscito in sordina in Spagna nel 2001, è diventato un best seller in tutto il mondo grazie al solo passaparola di chi si è appassionato alla vicenda di Daniel, il giovane protagonista che incappa in un libro fitto di intrighi e misteri fino a vedersi stravolgere la vita.

Stravolta anche la vita del professor Victor Henrik Askenasi, eroe romantico de L’isola (Adelphi), di Sándor Márai. L’attempato intellettuale protagonista del romanzo lascia moglie e cattedra di greco antico, per andare a vivere con un’equivoca ballerina russa. Rotta la routine, il vecchio prof si trova alle prese con esperienze tutte nuove, come il crimine, la follia e forse anche la verità.

Verità e mito si confondono nella storia di Teresa, venduta ancora tredicenne a un orco stupratore, e poi giustiziera del suo tiranno, fino a diventare icona immortale nella leggenda. Lo racconta Jorge Amado in Teresa Batista stanca di guerra (Einaudi). Raccogliendo indizi e testimonianze da chi l’ha conosciuta, la voce narrante sbircia la vita nelle cantine di Bahia e sulle banchine del porto. E insieme con la storia della bella ragazza, racconta anche quella di tutto il popolo brasiliano.

Rewind nel tempo con Pier Vittorio Tondelli e il suo Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta, (Bompiani). Un viaggio nella Provincia italiana, fra l’esercito di creativi che - contro ogni preconcetto sugli anni di Drive in - “non erano affatto vacui e superficiali”, almeno, così dice l’autore.

Ancora rewind, ma a doppia velocità, per Mille anni che sto qui (Einaudi), di Mariolina Venezia. Una storia lunga un secolo, dal 1889 fino al crollo del muro di Berlino. Vicenda genealogica di una famiglia lucana, della quale passano rapide le immagini di intere generazioni. Ogni personaggio è messo a fuoco nel momento più acceso della propria esistenza. Poi scompare e cede il posto a figli, nipoti, cugini, con le loro guerre, passioni politiche, amori, delusioni e ricordi.

Paghi 1 leggi 3 con Panorama.it e Bol

È un mondo d’acqua. Parola di Frank Schatzing


Ero nella sala degli squali dell’Acquario di Genova seduta a una tavola imbandita per una cena molto speciale. La presentazione alla stampa italiana del best-seller tedesco Il quinto giorno di Frank Schatzing. Era il 2005 e il libro, che aveva venduto oltre mezzo milione di copie in Germania, replicò il successo anche da noi. Per quel romanzo Schatzing, che fino ad allora aveva fatto il pubblicitario, raccontò di essersi documentato in maniera molto estesa, consultando centinaia di studi, valutando i risultati di tutte le più recenti ricerche sul tema della vita marina e della genesi degli oceani. Il quinto giorno è un thriller catastrofico e contiene la descrizione di uno tsunami che somiglia in maniera inquietante a quello che si era appena abbattuto sui Paesi affacciati all’Oceano Indiano. Ma Schatzing aveva terminato il libro ben prima del tragico 26 dicembre 2004 e questa sua “premonizione” ha contribuito ad accrescerne la fama. Il suo secondo romanzo, Il diavolo nella cattedrale, uscito nel 2006, ha appena vinto il Premio Bancarella, e in libreria è da poco uscita la sua terza fatica, nata, se così si può dire, dalle ceneri della prima. Perché buttare l’80 per cento del materiale radunato per scrivere Il quinto giorno e mai utilizzato? Meglio razionalizzarlo, dargli una struttura e farne un agile volumetto divulgativo sulle origini del mare.

Dalle 150 pagine che avrebbero dovuto comporre l’opera secondo il suo editore tedesco, Schatzing, da autore prolifico qual è, è velocemente giunto a scriverne oltre 500. Il risultato è Il mondo d’acqua, (Editrice Nord, 19,60 euro), un libro che assomiglia, per il presupposto da cui muove (informare anche i profani su un argomento interessante ma ostico) e per il tono lieve con cui accompagna il lettore, a un altro gradevole libro di divulgazione scientifica scritto da un neofita della scienza: Breve storia di quasi tutto dell’umorista americano Bill Bryson.

Raccontandoci come si è passati dalla prima rozza cellula all’homo sapiens sapiens e quale ruolo ha avuto l’acqua come culla di questa portentosa evoluzione, Schatzing non risparmia battutine, metafore e alleggerimenti vari, avendo ben presente di essere prima di tutto un intrattenitore. E anche se non sempre il tono beffardo giova all’opera, Il mondo d’acqua ha sicuramente il pregio di avvicinare materie ostiche, studiate come “verità sacre” impartite in modo autoritario da professori spesso ottusi, e rendere il lettore partecipe del processo di scoperta: l’emozione più autentica che la scienza possa riservare ai suoi appassionati.
Il libro può essere letto come un thriller, e anzi il marketing ha puntato tutto su questo, ma anche, lo suggerisce lo stesso autore all’inizio, come un manuale più accessibile di altri, in cui saltabeccare da un argomento all’altro, sentendosi liberi di saltare qualche pagina quando i concetti cominciano a diventare troppo complicati. Insomma: capire sì, ma annoiarsi mai.
Il mondo d’acqua mantiene la promessa, il sito dell’autore, ancora in costruzione nonostante il successo internazionale, un po’ meno.

Anobii: la passione per i libri si condivide sul web



Leggere sarà pure un’esperienza solitaria, ma da sempre gli appassionati di libri hanno escogitato gli espedienti più vari pur di socializzare questa pratica: bookcrossing, cene letterarie, gruppi di lettura, festival o i sempre validi consigli del vecchio (e ormai mitologico) libraio di fiducia. In fondo, il passaparola tra conoscenti è pur sempre il metodo più efficace per andare a colpo sicuro. Poi è arrivata Amazon e la sua intuizione delle recensioni generate dagli utenti si è rivelata un’arma formidabile per spostare le vendite e orientare le scelte degli acquirenti.

Ora, però, c’è chi prova ad andare ancora più lontano. aNobii è un social network di nuova generazione pensato per mettere in contatto tra loro i lettori con gusti simili e aiutarli a scoprire libri interessanti: sempre di passaparola si tratta, ma in salsa 2.0.
A un livello base, il servizio si presenta come un valido strumento per schedare l’intera biblioteca personale (tipo l’ormai superata Library Thing), gestire liste di desideri, tenere traccia dei prestiti e finanche rivendere o scambiare libri usati. Ma al di là dell’indubbia utilità di un simile sistema di catalogazione, il bello di aNobii sta tutto nelle sue spinte funzionalità sociali. Si può curiosare nelle librerie degli altri membri, creare collezioni tematiche (una delle più grandi è questa degli “imperdibili”), seguire le ultime letture degli amici, prendere parte ai gruppi di discussione più vari, e ovviamente recensire, votare, etichettare e tutto quanto fa web 2.0. Una tendenza, questa di socializzare le passioni, che ormai ha investito anche la musica (si veda l’ottimo Last.fm, cui le case discografiche Emi, Warner Music, Sony BMG e Universal Music hanno deciso di autorizzare la diffusione in streaming del proprio intero catalogo) o il cinema (si veda I heart movies, nuovo tool per condividere la videoteca personale).

Sviluppato a Hong Kong ma dal raggio d’azione globale, aNobii è disponibile anche in versione italiana: a pochi mesi dal lancio si è già aggregata una attiva comunità di bibliofili del Belpaese.
Prima che vi iscriviate, però, un’avvertenza è d’obbligo: come tutti i social-network ben fatti, anche aNobii può dare forte dipendenza e, magari, sottrarre un po’ del tempo che prima si dedicava alla lettura.

P.S. Per chi se lo stesse chiedendo, il nome curioso del servizio deriva Anobium punctatum, l’insetto conosciuto anche come bookworm, il “verme dei libri”, espressione usata nei paesi anglosassoni per indicare chi passa molto tempo sui libri.

Aldo Grasso e Doctor House: dai romanzi alla tv, e ritorno

È possibile che le serie televisive di qualità siano il vero romanzo dei nostri anni? Se ne discute su questo blog. Ma recentemente la domanda se la sono posta in molti. Ultimi, in ordine di tempo, alcuni critici americani che dopo la fine di The Sopranos non hanno esitato a definire l’autore della serie, David Chase, il Charles Dickens di oggi.

Da noi, in Italia, sposa la tesi Aldo Grasso. Che in Buona maestra (Mondadori) spiega come queste series siano diventati i feuilleton della contemporaneità, grandi narrazioni pubbliche spesso più importanti della letteratura. È il caso ad esempio di Lost, Sex and the City, Desperate Housewives e Doctor House.

E proprio da Doctor House spunta a sorpresa un nuovo autore di romanzi. È Hugh Laurie (nella foto), il protagonista della serie tv (guarda il video), ora anche autore di Il venditore di Armi: un libro d’esordio che è già diventato un best seller in Gran Bretagna e in America. E che in questi giorni arriva nelle nostre librerie, pubblicato da Marsilio. La storia non ha nulla a che vedere con il cinico medico interpretato da Laurie in Tv. Anzi, è la vicenda di un ex militare diventato mercenario che però non ha perso i propri solidi principi etici. E che proprio a causa di questi incappa in una serie di avventure per salvare l’uomo che era stato incaricato di assassinare.
Il merito del successo di vendite del romanzo è forse dovuto alla celebrità televisiva raggiunta negli ultimi anni dallo scorbutico medico di Doctor House. Ma la qualità letteraria del Venditore di armi ha comunque convinto i critici del Daily Telegraph e del New York Times Book Review.

Fra gli scaffali delle librerie, poi - tra chi da attore si inventa romanziere e chi definisce i serial tv come nuovi romanzi - c’è anche chi eleva i telefilm a quiz. O meglio I telefilm a test, come recita il titolo di un libretto scritto da Igor Vazzaz, illustrato dalle vignette di Giovanni Vannini, introdotto da Aldo Grasso e pubblicato da Alpha Test. Protagonisti del volume sono gli antesignani degli odierni feuilletons di dottori e casalinghe. Ovvero: Ralph supermaxieroe, Hazzard, Strega per amore, i Robinson… 252 pagine di quesiti e curiosità su tutti quei telefilm che hanno nutrito la generazione nata negli anni Settanta. E le cui sigle risuonano ancora nelle orecchie di molti.

Booklist: l’estate si tinge di noir

Tango e gli altri. Romanzo di una raffica, anzi tre (Mondadori): complicato titolo per un affollatissimo giallo, che Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli hanno ambientato tra le lotte dei partigiani e gli anni Sessanta, con un ex carabiniere che indaga su un mistero del passato.
Matrice simile ma in chiave americana nel poliziesco Lame di luce (Piemme), di Michael Connelly. Dove un ex detective torna dopo diversi anni su un caso irrisolto. E dà il via a una trama fitta di belle donne, ville hollywoodiane e tantissimi dollari intorno a un omicidio inspiegabile.
In 5 è il numero perfetto (Rizzoli), la graphic novel di Igort, a tornare sulla scena del crimine è invece un ex farabutto in pensione. Credeva di andare incontro a un meritato riposo, ma una trappola lo costringe a tornare in battaglia. Il tutto in una Napoli degli anni Settanta, in bilico tra bellezza e brutalità.
Bellezza e brutalità si mischiano anche ne Il mambo degli orsi (Einaudi), dove Joe R. Lansdale mette in scena la sua coppia preferita di detective per caso: Leonard, grintoso omosessuale di colore che vota repubblicano, e Hap, bianco malinconico e pacioso che vota per i democratici. I due si mettono alla ricerca di Florida, un’amica scomparsa, ma incappano malauguratamente in una serie di nostalgici del Ku-Klux-Klan.

Ancora crimini con Giancarlo Carofiglio. Il suo sguardo è nelle aule dei tribunali, dove vigono non solo le regole scritte ma anche quelle non dette. Una di queste dice: “un avvocato non difende un cliente buttando a mare un collega”. Quali conseguenze comporti violare questa regola l’autore lo racconta nel noir Ragionevoli dubbi (Sellerio).

Paghi 1 leggi 3 con Panorama.it e Bol

Lo potevo fare anch’io, ovvero come (non) parlare d’arte

Lo potevo fare anch’io. Già solo per il titolo, lo si dovrebbe comprare (Mondadori, 15 euro). E il sottotitolo - perché l’arte contemporanea è davvero arte - dice subito dove vuole arrivare.
Questo è un libro per i “distratti ai lavori”, come dice il suo autore, Francesco Bonami, insigne critico d’arte contemporanea, e lo dice con un linguaggio inusuale per un esperto: semplice, diretto e molto, molto ironico. Come dire: l’arte è importante, ma non tiriamocela.
Infatti, nella prima pagina spiega: “L’arte è come il cibo, nessuno dice ‘non me ne intendo’ quando va al ristorante. È il cibo dell’anima e della mente: dopotutto si mangia anche per piacere, non solo per sopravvivere. Gusterete l’arte come mangiare la pasta, senza pensarci tanto, criticando quella scotta e apprezzando quella al dente. L’arte contemporanea è l’arte più fresca, quella freschissima. Per gustarla bisogna essere pronti a dei sapori nuovi, come quando si viaggia all’estero e si sperimentano piatti sconosciuti, come le unghie di topo al tegame in Laos”.
Insomma, basta con i superesperti che ci spiegano perché un’opera è un capolavoro e l’altra è una crosta. Oggi, davanti a un’installazione, non conta saperla decodificare: periodo storico, conoscenza dell’artista, tecnica utilizzata sono criteri ormai obsoleti. Come spiega Bonami: “L’arte contemporanea è come una partita di calcio o di tennis in diretta, ci si diverte perché non si sa come finisce. Per chi è abituato all’arte tradizionale, antica o moderna, trovarsi davanti a un’opera d’arte contemporanea è come guardare per la prima volta una finale di campionato del mondo dal vivo avendo sempre visto solo partite in differita, e conoscendone peraltro già il risultato. (…) Voi direte” scrive ancora l’autore “ma con quale criterio, e diritto, facendo a meno di una solida storia dell’arte alle spalle, puoi decidere cosa è bello, buono, brutto, interessante o ripugnante? Se vi dicessi che c’è un criterio vi racconterei forse una grossa bugia, o comunque non vi direi la verità”.
Questo libro non è in ordine cronologico (”le emozioni che l’arte è in grado di offrire non seguono un ordine prestabilito”) e procede per capitoli dedicati a differenti artisti.
Così, Hai rotto le palle è quello dedicato ad Arnaldo Pomodoro (e alle sue rotonde sculture di bronzo), Che pacco! parla di Christo e Jean Claude e della loro ossessione per l’impacchettamento, Dacci un taglio! si riferisce alle tele squarciate di Lucio Fontana e via, di paradosso in paradosso, ma sempre con la giusta dose di competenza e ironia che fanno di questo libro un vero strumento di conoscenza.

Insomma, fine delle certezze e dei criteri oggettivi, non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace ovvero: è arte tutto ciò che sa emozionare, colpire, attrarre ma anche irritare e indisporre. Largo alle emozioni, quindi, ricordando che: “Chi odia l’arte contemporanea rimpiangendo le opere del passato rifiuta di accettare il fatto che i capolavori che tanto ama hanno rappresentato anch’essi il presente per la propria epoca. (…) Perché l’arte contemporanea siamo noi, così come ci vediamo oggi nello specchio del presente”. E la morale è che capirete (anche di fronte alla Merda d’artista) che no, non potevate farlo anche voi, perché l’idea è venuta prima a lui, Manzoni. Che vi piaccia o no.

Siete d’accordo con le opinioni di Francesco Bonami? Dite la vostra nel FORUM

Geronimo, il topo italiano sbanca il mercato mondiale


All’estero siamo forti perché lo dobbiamo a loro. Geronimo Stilton, il topo giornalista e le Winx, fatine in lotta contro streghe demoniache, tengono alto il tricolore ovunque nel mondo. Peccato però che non si tratti di persone in carne ed ossa ma di personaggi da fumetti e cartoon, che si sono conquistati nel giro di pochissimo tempo la simpatia e l’affetto dei bambini di mezzo mondo. Sono nati dalla matita intinta nella fantasia di due italiani, rispettivamente Elisabetta Dami delle edizioni Piemme e Iginio Straffi.

In Canada Stilton è popolarissimo e addirittura si è raggiunto il record con 250 mila copie vendute, che per il genere sono un’enormità. Dietro questi risultati, però, c’è un lavoro certosino fatto di passione e cura del dettaglio nella costruzione dei personaggi. La vita di Geronimo, per esempio, è intensa come può esserlo quella di un topo giornalista: viaggi, reportages, scoop. E un grande coraggio in ogni nuova storia che comincia. In suo onore è stato creato addirittura un sito internet, cliccatissimo dai ragazzini e tutto made in Italy, www.geronimostilton.it. E il successo del curioso reporter è stato tale che in Gran Bretagna i produttori dell’omonimo formaggio Stilton, odorando il business, si sono addirittura mossi sul piede di guerra per difendere quello che hanno definito un loro marchio.
Quanto al Winx Club, le sue fatine continuano a vivere miriadi di avventure grazie all’instacabile lena produttiva di Iginio Straffi, classe 1967 e della Rainbow, la società da lui fondata che nel giro di pochi anni è riuscita a penetrare un mercato supercompetitivo dominato tradizionalmente da Giappone e Stati Uniti. Italiani, insomma, popolo di navigatori e adesso anche di grandi disegnatori.

Booklist: libri caldi per la stagione calda

Una giovane donna compra Le Monde e sale sul treno per La Rochelle. A destinazione l’aspetta il suo compagno. Sul giornale che lei legge c’è una lettera di lui, che comincia così: “Voglio farti una proposta. A partire da questo momento, tu farai tutto quello che ti dico”. È Facciamo un gioco (Einaudi), di Emmanuel Carrère. E già dalle prime pagine si apprende che il gioco in questione sarà tutt’altro che casto.
Storie piccanti e ironiche anche in Alta infedeltà (Mondadori). Che non è il contrappunto osè al celebre romanzo di Nick Hornby, bensì il meglio dell’eros italiano a fumetti.

In Pablo Neruda il sesso è invece in chiave metafisica. Una chicca sono le sue Poesie erotiche (Guanda), del 1933. Niente metafore invece per Donatien Alphonse François de Sade. Suo un pilastro del genere: Le centoventi giornate di Sodoma (ES editrice), dove quattro libertini si adoperano in un’interminabile orgia con le mogli e altre trentadue persone asservite al loro piacere.

Per i più curiosi, infine la Storia del pene. Da Adamo al Viagra (Castelvecchi). Dove David M. Friedman indaga le culture, i rituali e le simbologie che ruotano intorno al fallo, dall’antichità a oggi.

Paghi 1 leggi 3 con Panorama.it e Bol

Aki Kaurismaki: la mia vita da bohème

Jadel Andreetto

Aki Kaurismäki ha l’aspetto di un camionista russo sbronzo e un tono di voce appena percettibile. Ha appena ricevuto il premio Pasolini e nella sala Scorsese del cinema Lumiere di Bologna siede vicino a Paolo Mereghetti, che da buon critico gli rivolge domande a cui Kaurismäki risponde con qualche monosillabo denso di feroce e tenera ironia. L’occasione della conversazione è la presentazione del libro Aki Kaurismäki (ISBN edizioni, 224 pagine - 19 euro) curato dall’amico Peter Von Bagh con cui il regista di Orimattila ha inventato il Midnight Sun Film Festival e che siede all’altro capo del tavolo.
La poetica di Aki è tutta nel libro, le risposte sono tutte lì. Tra le sue pagine c’è molto più di quello che Mereghetti chiede. La vodka, le strade di Helsinki di notte, il (non) senso della vita, la marginalità di certe esistenze, l’amore per il cinema e la Finlandia. Kaurismäki non può in nessun modo venire meno alla “finlandesità”, anche nei suoi film “americani”, anche se ora si è trasferito in Portogallo per essere il più lontano possibile dalla sua terra natia e il motivo è semplice: La Finlandia è uno stato della mente. E la sua scorza, fatta di umor nero e malinconia avvolge tutto il libro Kaurismäki come tutta la storia del Paese.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, i finlandesi imbastirono un commercio clandestino di caffè con la Svezia e ogni notte nel golfo di Botnia c’era un eterno avvicendarsi di imbarcazioni, nonostante i sottomarini tedeschi e le fregate inglesi giocassero a darsi la caccia. I contrabbandieri suomi rischiavano di saltare in mille pezzi di legno, catrame e budella per il caffè. In Finlandia ci sono poche ore di luce, o troppe, zanzare feroci lunghe qualche centimetro, grappe distillato di tristezza pura e molta voglia di suicidarsi. Non rimane che il caffè. Ettolitri di caffè, a tutte le ore e a tutte le età. Qualcosa che possa distrarre dalla vita per qualche sorso. Rischiare la vita per distarsi da essa. Sopravvivere ai problemi. Al destino. Come fanno i personaggi di Kaurismäki.
La Finlandia è uno stato della mente come i suoi tango. Struggenti, melanconici, cupi ma passionali più di quelli argentini. Tango cantati in una lingua che costringe a sentirsi sempre e comunque lontani.
La Finlandia infine è uno stato della mente perché vive con ironia la sua condizione di amarezza. Un finlandese potrebbe lasciarsi morire su un divano per le sue colpe, come un russo, ma avrebbe la battuta pronta da sussurrare prima del salto. Un finlandese potrebbe uccidere per gelosia come un latino, ma non negherebbe mai prima una vodka e un motto di spirito al suo rivale in amore. Come in un film di Kaurismäki.

I disastri dell’uomo bianco: il libro scandalo sugli aiuti occidentali


Dal sito della Banca mondiale, si apprende che il più importante istituto finanziario internazionale per sconfiggere la povertà nel mondo ha approvato pochi giorni fa un finanziamento di oltre 500 milioni di dollari per salvare il Bacino del Niger (Africa) da una morte ecologica sicura. La notizia dovrebbe quanto meno rallegrare chiunque nutrisse un minimo di fiducia sulla capacità dei donatori internazionali di rimediare all’attuale stato di povertà del continente africano. Ora, rivolgendomi a coloro che hanno avuto la (s)fortuna di leggere l’ultimo saggio dell’economista statunitense William Easterly, do per scontato che i fondi sganciati dalla Banca Mondiale al Niger vi hanno con ogni probabilità raggelato il sangue. Come mai? La risposta sta tutta iscritta nel titolo che Easterly, professore alla New York University, ha dato al suo libro, vero e proprio pamphlet contro le politiche di aiuti della Comunità internazionale: I disastri dell’uomo bianco. Perché gli aiuti dell’Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene (Bruno Mondadori, p. 437) mette de facto in mostra le conseguenze peggiori (più che l’inutilità) dei piani escogitati in Occidente per trarre in salvo il Sud del mondo.

Forte della sua lunga esperienza trascorsa nella Banca Mondiale tra il 1985 e il 2001, William Easterly non risparmia nessuno: dalle agenzie Onu (Fao, Undp etc.) al Fondo Monetario Internazionale (Fmi), passando per il G8 e, ovviamente, la stessa Banca Mondiale, c’è infatti da interrogarsi, e seriamente, sul fatto che “l’Occidente abbia speso 2300 miliardi di dollari senza riuscire a fornire ai bambini medicine da venti centesimi di dollaro che avrebbero permesso di prevenire metà di tutte le morti infantili da malaria”. Oppure di rivelarsi incapace “a dare i tre dollari a ogni neomadre per prevenire cinque milioni di decessi neonatali”. Certo, non è la prima volta che uno specialista si mette a fare le pulci alla comunità dei donatori. Basti ricordare le critiche ferocissime sferrate da Joseph Stiglitz (ex alto responsabile della Banca Mondiale e Premio Nobel per l’economia nel 2001) nel suo libro La globalizzazione e i suoi oppositori. Oppure le logiche di profitto messe talvolta a segno da un protagonista “insospettabile” come le organizzazioni non governative (leggere per credere Le multinazionali del cuore. Le ong tra politica e mercato di Marc-Olivier Padis e Thierry Pech).

Ciò che tuttavia colpisce nel saggio di Easterly è l’originalità della teoria che percorre tutto il pamphlet. Partendo dal presupposto che non bisogna “abbandonare gli aiuti per i poveri, ma fare in modo che essi giungano effettivamente a destinazione”, Easterly mette a confronto Pianificatori e Cercatori. Il Male contro il Bene. Alla prima categoria appartengono personaggi degni del peggior burocrate dell’era sovietica: menti brillanti protagoniste di piani quinquennali calati dall’alto e con pochissimi riscontri con le realtà a cui gli aiuti sono destinati. Esempio parossistico di questi “Grandi Piani” come li definisce Easterly sono gli Obiettivi del Millennio fissati dall’Onu nel 2000 per dimezzare la povertà entro il 2015 e coordinati da Jeffrey Sachs (fino al 2006), la sua bestia nera. In un’intervista rilasciata a Le Monde (scarica il .pdf), l’economista americano ricorda come “le Nazioni Unite hanno già riconosciuto che gli Obiettivi non saranno raggiunti alla data prevista”. Questo perché “nessuno dispone di informazioni sufficienti per elaborare un piano globale in grado di avere successo. Le realtà sono talmente differenti a livello locale, talmente complesse”. Ma ciò che più urta Easterly è il fatto che nonostante gli insuccessi, “nessuno sarà ritenuto responsabile. Ecco perché così tanti soldi sono stati sprecati”. Da cui la necessità di “introdurre un sistema di responsabilità individuale”, che l’economista americano sintetizza con due concetti chiave: Feedback (ritorno) e Accountability (responsabilità). “Coloro che sono incaricati di gestire l’aiuto delle istituzioni internazionali o delle agenzie nazionali devono rendere conto e dimostrare i loro risultati. In caso contrario, i loro budget vanno tagliati”. Fuori i Pianificatori e spazio quindi ai Cercatori. Il loro pregio? “Hanno un approccio molto più pragmatico” alla povertà. “Cercano soluzioni concrete a problemi riscontrati sul terreno, esattamente come l’ultimo Premio Nobel per la pace Muhamed Yunus con la Grameen Bank, la prima banca di microcredito”.

Teorie campate per aria? Sì, assicurano i suoi più convinti detrattori. Tra loro, non poteva mancare l’ex braccio destro di Kofi Annan, l’economista Jeffrey Sachs. In un botta e risposta pubblicato dal The New York Review of Books, Sachs sostiene che scandali e disfunzioni della macchina umanitaria tendono “a offuscare i progressi notevoli segnati dalle recenti politiche di sviluppo”. Prendendo Easterly in contropiede, Sachs cita il libro del suo rivale sottolineando “gli aiuti hanno fatto registrare successi notevoli su scala globale. Quarant’anni fa, 131 bambini su 1000 nati nei paesi poveri morivano, oggi il tasso è sceso a 36 per mille”. Il polverone suscitato da Easterly tra gli esperti e i media ha visto addirittura la scesa in campo di Amartya Sen, Premio Nobel per l’economia nel 1998, pronto a difendere il suo collega sostenendo sulla rivista Foreign Affairs che, nonostante alcune debolezze riscontrate nell’approccio scientifico, il testo di Easterly offre molti spunti sulla capacità creativa dei microprogetti nati nel Sud del mondo. Nessun dubbio: dibattiti e polemiche non sono mancati, e tanto meno mancheranno nel prossimo futuro…

Francesco Fagioli: il romanzo in un certo senso

Un certo senso (ed. Marsilio), il tragicomico romanzo d’esordio di Francesco Fagioli, comincia ancora prima di sfogliarlo. Le prime tracce della storia arrivano già dalla cover, che ricorda un plico di documenti: una busta giallina piena di fogli e una frettolosa scritta a pennarello.
Letta la prima pagina, si scopre che quella busta giace sulla scrivania di un Procuratore della Repubblica. Che è un fascicolo messo insieme dai Carabinieri. Che riguarda tale Senso Antonio. E contiene decine e decine di lettere. Tutte dirette all’amministratore del condominio di Via Monte Bianco 22, a Roma. Tutte firmate dal proprietario dell’appartamento n.7, piazza Elba, 16 (Antonio Senso, appunto, artista fallito e disperato). E tutte mai spedite.
“Egregio amministratore, le sarà certamente noto che dall’aprile 2001 si verificò un’occlusione nella colonna di scarico delle acque nere…”. L’insopportabile fetore che invade l’appartamento dà il via a un esilarante sfogo epistolare del protagonista. Ma presto il problema idraulico lascia il posto ad altri temi. E inizia così una sorta di autobiografia comica e rabbiosa, fatta di lettere amare, confidenziali, ossessive. Sono monologhi e bilanci di una vita indirizzati a un interlocutore improbabile ma che è l’unico disponibile nell’assoluta solitudine di Antonio Senso. Le lettere sono piene di dilemmi, ricordi di amori e di dettagliati amplessi che si mischiano ai racconti delle vicissitudini quotidiane, alla meschinità della vita di condominio, tra personaggi involontariamente comici e universali, vicinanze forzate e rancori.
Tutto in un fiume di missive di cui il lettore diventa contemporaneamente destinatario e mittente: ovvero la persona rispettabile e distinta che legge con tenerezza gli sproloqui di uno squinternato e però anche lo squinternato stesso, come lo sarebbe chiunque messo (senza alternative) di fronte alla buona dose di assurdità che è in ogni esistenza.
A tenere vivo l’interesse per tutte le 239 pagine non è soltanto l’umorismo amaro, la scrittura puntigliosa e divertente dell’autore, ma anche quella scrivania di un Procuratore su cui giace il plico all’inzio del romanzo: quell’interesse poliziesco che già dalla prima pagina annuncia cioè una sorpresa finale.
E una sorpresa l’hanno avuta anche iQuindici, il collettivo di lettura della Wu Ming Foundation, che ha selezionato all’unanimità questo romanzo, consigliandolo all’editore Marsilio. Una bella sorpresa che si è sommata poi alla candidatura al premio Strega, per il quale le statistiche del Sole24ore pronosticavano addirittura un posto nella cinquina finale. Ottime referenze, per un romanzo d’esordio che a qualcuno ha fatto venire in mente Kafka e Buzzati. Che a Wu Ming ha fatto dire: “è un romanzo spiazzante e innovativo” e che, come tutte le cose nuove, “può essere amato oppure odiato”.

La pioggia prima che cada, il nuovo romanzo di Jonathan Coe

Jonathan Coe, autore di grandi romanzi come la Famiglia Winshaw, La casa del sonno, L’amore non guasta e La banda dei brocchi, torna con una nuova saga familiare: La pioggia prima che cada, in uscita il 5 luglio per Feltrinelli.

Tutto comincia con la morte dell’anziana zia Rosamond. Tutto comincia con il ritrovamento delle registrazioni fatte dalla donna nei giorni prima della morte. Quattro cassette indirizzate a Imogen. Chi è Imogen? Gill deve sapere e capire. Gill è una delle protagoniste di questa storia di donne che si sviluppa in mezzo secolo, lei è lo sguardo sul presente che scopre un incredibile passato. Amori, passioni, amicizie, abbandoni e addii vengono scoperti ascoltando (o meglio leggendo) i ricordi di una zia anziana che sfoglia e descrive venti fotografie scelte per spiegare tutta una vita.

Jonathan Coe descrive sentimenti e fatti attraverso il filtro del tempo: ogni cosa viene ridimensionata, anche i folli gesti dalle conseguenze drammatiche. Una serenità in profondo contrasto con la narrazione al presente che scivola (più o meno volontariamente) nel patetico.

Da leggere, anche per capire la vera dimensione umana delle piccole tragedie riportate ogni giorno da stampa e televisione.

segui panoramalibri-su-twitter


I libri più venduti
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS

Archivi

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia



  • Applicazioni Mondadori
  • R101