Lo potevo fare anch’io, ovvero come (non) parlare d’arte

Lo potevo fare anch’io. Già solo per il titolo, lo si dovrebbe comprare (Mondadori, 15 euro). E il sottotitolo - perché l’arte contemporanea è davvero arte - dice subito dove vuole arrivare.
Questo è un libro per i “distratti ai lavori”, come dice il suo autore, Francesco Bonami, insigne critico d’arte contemporanea, e lo dice con un linguaggio inusuale per un esperto: semplice, diretto e molto, molto ironico. Come dire: l’arte è importante, ma non tiriamocela.
Infatti, nella prima pagina spiega: “L’arte è come il cibo, nessuno dice ‘non me ne intendo’ quando va al ristorante. È il cibo dell’anima e della mente: dopotutto si mangia anche per piacere, non solo per sopravvivere. Gusterete l’arte come mangiare la pasta, senza pensarci tanto, criticando quella scotta e apprezzando quella al dente. L’arte contemporanea è l’arte più fresca, quella freschissima. Per gustarla bisogna essere pronti a dei sapori nuovi, come quando si viaggia all’estero e si sperimentano piatti sconosciuti, come le unghie di topo al tegame in Laos”.
Insomma, basta con i superesperti che ci spiegano perché un’opera è un capolavoro e l’altra è una crosta. Oggi, davanti a un’installazione, non conta saperla decodificare: periodo storico, conoscenza dell’artista, tecnica utilizzata sono criteri ormai obsoleti. Come spiega Bonami: “L’arte contemporanea è come una partita di calcio o di tennis in diretta, ci si diverte perché non si sa come finisce. Per chi è abituato all’arte tradizionale, antica o moderna, trovarsi davanti a un’opera d’arte contemporanea è come guardare per la prima volta una finale di campionato del mondo dal vivo avendo sempre visto solo partite in differita, e conoscendone peraltro già il risultato. (…) Voi direte” scrive ancora l’autore “ma con quale criterio, e diritto, facendo a meno di una solida storia dell’arte alle spalle, puoi decidere cosa è bello, buono, brutto, interessante o ripugnante? Se vi dicessi che c’è un criterio vi racconterei forse una grossa bugia, o comunque non vi direi la verità”.
Questo libro non è in ordine cronologico (”le emozioni che l’arte è in grado di offrire non seguono un ordine prestabilito”) e procede per capitoli dedicati a differenti artisti.
Così, Hai rotto le palle è quello dedicato ad Arnaldo Pomodoro (e alle sue rotonde sculture di bronzo), Che pacco! parla di Christo e Jean Claude e della loro ossessione per l’impacchettamento, Dacci un taglio! si riferisce alle tele squarciate di Lucio Fontana e via, di paradosso in paradosso, ma sempre con la giusta dose di competenza e ironia che fanno di questo libro un vero strumento di conoscenza.

Insomma, fine delle certezze e dei criteri oggettivi, non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace ovvero: è arte tutto ciò che sa emozionare, colpire, attrarre ma anche irritare e indisporre. Largo alle emozioni, quindi, ricordando che: “Chi odia l’arte contemporanea rimpiangendo le opere del passato rifiuta di accettare il fatto che i capolavori che tanto ama hanno rappresentato anch’essi il presente per la propria epoca. (…) Perché l’arte contemporanea siamo noi, così come ci vediamo oggi nello specchio del presente”. E la morale è che capirete (anche di fronte alla Merda d’artista) che no, non potevate farlo anche voi, perché l’idea è venuta prima a lui, Manzoni. Che vi piaccia o no.

Siete d’accordo con le opinioni di Francesco Bonami? Dite la vostra nel FORUM

Commenti

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Il 23 Luglio 2007 alle 06:06 giov_50 ha scritto:

bonami sta all’arte come il sofista sta alla filosofia…

Il 17 Settembre 2007 alle 12:43 La Biennale di Istanbul mette in mostra le tante facce della modernità » Panorama.it - Cultura e società ha scritto:

[...] Lo potevo fare anch’io, ovvero come (non) parlare d’arte [...]

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