Archivio di Agosto, 2007

L’editore di Montalbano si schiera contro il noir. Dopo la pausa estiva, la casa editrice Sellerio riparte a settembre con un libro destinato a fare discutere, Il correttore di bozze di Francesco Recami. Il protagonista del romanzo è un redattore di mezza età, “solitario, un innocuo forzato della lettura, imprigionato nelle forme dei testi, obbligato a trovare gli errori come un segugio e a leggere quello che detesta”. L’esistenza dell’articolista si dipana placida fino a quando non si imbatte in un racconto in cui una signora benestante è adescata da un gigolo, cui alla fine decide di concedersi. Da quel momento inizia un incubo crudo e violento, che non coinvolgerà solo i personaggi libreschi, ma anche lo stesso redattore editoriale, incapace di definire i contorni, sempre più sfocati, tra finzione e realtà.
“Il correttore di bozze è un libro su cui noi puntiamo moltissimo - dice Antonio Sellerio - È un attacco netto e senza compromessi al giallo, ma anche una storia incalzante e surreale”. Negli ultimi anni l’editore isolano ha legato il suo nome al noir e al poliziesco, pubblicando molte delle opere di scrittori come Camilleri, Carofiglio, Piazzese e Bartlett. Inevitabile, quindi, che il libro di Recami sia destinato ad animare dibattiti e polemiche.

Un signore sui sessanta muore per un colpo di pistola. Un lunghissimo flash-back spiega cause, modi e dettagli di questa morte misteriosa, fino a trovare la soluzione in una mossa di scacchi. Protagonisti del serratissimo thriller La variante di Luneburg (Adelphi), di Paolo Maurensig, sono un ebreo e un ex ufficiale nazista. Stessi ingredienti (il gioco degli scacchi, e una partita tra un ebreo e un gerarca nazista) ne La novella degli scacchi (Garzanti), il romanzo che Stefan Zweig scrisse nel 1941, pochi mesi prima di suicidarsi. E per confermare la teoria del grande campione Kasparov: “gli scacchi sono lo sport più violento che esista”, il filone scacchistico-letterario continua poi in L’assassino degli scacchi e altri misteri matematici, di Benoit Rittaud (ed. Barbera).
Dalla scacchiera alla matematica il passo è breve. E ad abbeverarsi alla fonte di Piatgora sono stati molti scrittori del Novecento, da Italo Calvino a Dino Buzzati, da Isac Asimov a Ian McIwan, fino a José Saramago e tutti gli altri 25 autori nella raccolta Racconti Matematici (Einaudi). Tra loro anche Jorge Luis Borges, che ha messo tutta la sua fascinazione per i simboli e le combinazioni numeriche nel volume di racconti dal titolo Finzioni (Einaudi).


Di Sandra Petrignani
“Passavo il tempo a fare cose diverse da quelle che ci si aspettava, da quelle che si dovevano fare”. E se gli si chiede come mai ha aspettato di avere quarant’anni per mettersi a scrivere seriamente, risponde: “Per vigliaccheria”.
È nato a Bari nel 1961. Si è iscritto a giurisprudenza “per caso”, ha fatto il concorso in magistratura “quasi per gioco”, si è sposato con una collega a 28 anni, l’anno dopo aveva già un figlio maschio e dopo altri quattro una femmina. Ma dice che nella gerarchia familiare viene ultimo e che i figli lo prendono in giro “ferocemente” su tutto.
“Meno male che c’è Rocky, detto anche Rocco, il cane”, un boxer intelligentissimo che gli dà un sacco di soddisfazioni. È “bravino” ad addestrare i cani. Ne ha avuto uno che sapeva fare le addizioni. Le addizioni? “Sì, gli avevo insegnato qualche numero da circo. Insomma, davamo spettacolo”.
Non la conta proprio giusta il magistrato-scrittore Gianrico Carofiglio, con questo suo presentarsi sottotono e poi scalare le classifiche a ogni libro e a ogni libro ottenere un successo internazionale. È appena tornato dal Festival di Edimburgo dove ha registrato il tutto esaurito e file di fan con i suoi romanzi, tutti tradotti, da firmare. “Una bella iniezione per l’ego” commenta.
Non si può dire che non abbia recuperato il tempo perduto da quell’estate del 2000 in cui sprofondò nella depressione, “con la sgradevole sensazione che nulla avesse senso”, e per curarsi si mise a scrivere, sogno che coltivava da sempre senza il coraggio di metterlo in pratica. In pochi anni diventa un maestro del legal thriller italiano, che veramente non esisteva quasi prima di lui: Testimone inconsapevole esce nel 2002. Poi Ad occhi chiusi, poi Ragionevoli dubbi, tutti pubblicati dalla Sellerio e tutti costruiti intorno al personaggio di un giovane avvocato barese, Guido Guerrieri, eroe per caso, un po’ “sfessato” e un po’ Robin Hood. In mezzo un labirintico romanzo di formazione, Il passato è una terra straniera (Rizzoli), sul caotico processo d’individuazione di un ventenne tentato dal gorgo malavitoso.
Ancora più affollato il prossimo futuro. Il 12 settembre la Rizzoli pubblica uno stravagante esperimento, Cacciatori nelle tenebre, romanzo noir in forma di fumetto, dura storia sul traffico di bambini, firmato da lui e disegnato dal fratello Francesco, architetto, di tre anni più giovane. Partenza in grande stile: 35 mila copie. Volume in bianco e nero, elegante, attraente. Guerrieri vi compare solo di spalle, mentre un bel personaggio che ha preso corpo di libro in libro, Carmelo Tancredi, poliziotto senza macchia e senza paura, critico e disincantato, diventa protagonista. Bari è sullo sfondo, segnalata in una tavola delle ultime pagine da un cartello stradale.
Poi dalla Sellerio riuscirà con titolo diverso e riscritto, L’arte del dubbio, già Il controesame, un manualetto sulle tecniche di interrogatorio, strategia, psicologia e retorica del processo che apparve nel ‘97 dalla Giuffré e contiene le premesse dei legal thriller di Carofiglio.
Nel frattempo sta scrivendo per la Laterza un libro sulla sua città, la Bari che è diventata per Guerrieri quello che per Maigret è Parigi: non un semplice scenario, ma un reticolo di quartieri, bar, librerie, ritrovi capaci di attingere la dimensione del mito. E non basta. Il racconto che ha scritto per l’incontro col grande pubblico romano di Massenzio quest’anno, ispirato alla poetessa Anna Achmatova, diventerà la “prefazione” a un romanzo di sua madre, scrittrice anche lei, Enza Buono (Arielle è andata via, Schena; Storia di Zaira, Manduria). Il titolo: Quella mattina a Noto. Uscirà per la Nottetempo in marzo.
Insomma una famiglia di scrittori, visto che anche suo fratello, attore e regista teatrale oltre che architetto, è pure autore di un romanzo, “With or without you”…
A dirla tutta ora anche mio padre minaccia di scrivere. Ma per scherzo, fortunatamente.
La famiglia la imbarazza o la tiene dentro un forte legame?
Né l’uno né l’altro. Sani meccanismi di competizione.
La madre scrittrice ha avuto un ruolo nella sua decisione di diventare romanziere?
Fra me e mia madre c’è sempre stata polemica. A volte mi telefona dicendo: “Accidenti, oggi non trovo nemmeno un motivo per litigare con te”. Lo dice in latino, però. Faceva la professoressa di lettere. Ora è in pensione.
Avrà almeno influenzato il suo modo di vedere le donne. I suoi personaggi femminili sono fra i più credibili nella narrativa italiana (maschile) contemporanea.
Ah, può darsi. Si è sempre vantata di non averci mai fatto una torta con le sue mani. Nel senso del femminismo. Però sono contento dei personaggi femminili. In realtà mi ci immedesimo.
Vuol dire che lei somiglia di più ai personaggi femminili che a Guido Guerrieri?
Sì. E in particolare a suor Claudia di Ad occhi chiusi.
“Suora” che pratica una micidiale arte marziale ed è stata umiliata da piccola.
Io ho fatto karate vincendo anche qualche campionato. E a casa ho il sacco da boxe.
Un vero sportivo.
Non tanto vero. Non ero per niente dotato. L’ho fatto per spirito di rivalsa.
Rivalsa su cosa?
Ero timido, goffo, insicuro.
E adesso?
Uguale. Un disadattato.
Il successo non ha aiutato?
Le donne mi scambiano per Guerrieri e mi fanno la corte, qualche volta.
Continuerà a fare il magistrato?
C’è stato un momento in cui ho seriamente pensato di non farcela a fare lo scrittore e il magistrato insieme. Ma ora lavoro come consulente alla commissione Antimafia a Roma. È più compatibile con l’organizzazione personale. Ci tengo a continuare la professione, è un modo per restare con i piedi per terra.
Cos’è scrivere per lei?
Come diceva Scott Fitzgerald, “scrivere è nuotare sott’acqua trattenendo il fiato”.
Continuerà a scrivere di Guerrieri?
Considero i tre libri con lui un unico romanzo di formazione. È un eroe che cambia, evolve. Non è seriale. Quella di scrittore di legal thriller è una definizione che mi hanno dato e io mi ci sono graziosamente accomodato. Per ora.

Ha 39 anni, due figli, una compagna (Ambra Angiolini) e una carriera scintillante come cantante, prima dei Timoria e poi da solista. È il breve identikit di Francesco Renga che, a ottobre, è atteso da una doppia sfida: l’uscita del suo nuovo album Ferro e cartone e il debutto come scrittore, Come mi viene – Vite di ferro e cartone (Feltrinelli), questo il titolo.
Renga non è, però, il primo cantante che, oltre a pubblicare dischi, si cimenta nella difficile opera di scrittore. E non sempre il buon nome che ci si è costruiti nel mondo della musica vale anche per la letteratura. Esempi clamorosi, di flop intendiamo, ce ne sono stati. La memoria ci viene in soccorso indicandoci Non si muore tutte le mattine (Feltrinelli) di Vinicio Capossela. Che, per quanto stimato autore, nel suo libro non è riuscito a rendere tutta la sua arte. I critici hanno scorto nella sua fatica letteraria il cosiddetto flusso di coscienza. In pratica un libro tanto complicato che pare difficile da capire.
Storie dalla giovinezza in poi sono state quelle raccolte da Massimo Zamboni, ex chitarrista dei Csi. Il mio primo dopoguerra (Mondadori) è forse il più riuscito dei tre scritti del riccioluto compositore emiliano. Di In Mongolia in retromarcia (Giunti) (elaborato con Giovanni Lindo Ferretti) ed Emilia Parabolica (Fandango libri), non si ricorda nessuno.
Autore sempre in bilico tra narrazione brillante e noiosa è Francesco Guccini, il più prolifico tra i musici tricolore. Per lui il record di otto uscite, molte scritte a due mani. Così come, a livello internazionale, è stato moderatamente prolifico Nick Cave. Ma E l’asina vide l’angelo (Mondadori), non è il miglior esempio delle qualità del songwriter australiano.
Il successo ha strizzato, benevolo, l’occhio a una colonna del rock italico: il signor Luciano Ligabue da Correggio. Il suo La neve se ne frega (Feltrinelli), che diventerà, nella primavera del 2008, anche un fumetto, vendette 150mila copie circa. Mica male per un poppante della scrivania.
Ha suscitato curiosità e apprezzamento anche Reduce (Mondadori) di Giovanni Lindo Ferretti, capobanda storico dei tramontati Cccp, diventati Csi e approdati ai Pgr. Da dominatore delle scene punk degli anni ’80 a pensatore solitario e filosofo, ai giorni nostri.
Ultimamente, gli Stati Uniti hanno strabuzzato gli occhi davanti al successo ottenuto dall’ex chitarrista dei Korn, Brian “Head” Welch. Passato, in un batter di ciglia, dallo zampettare sui palchi di tutto il mondo alla professione, serissima, di predicatore. “Ho smesso di drogarmi quando mi è apparso Dio”, ha detto. Intanto ha fatto un miracolo, il suo libro Save Me From Myself (Salvami da me stesso) è già un bestseller ed è entrato nella top 20 del New York Times.

Il Cavaliere, la morte e il diavolo è il titolo di un’incisione di Albrecht Dürer. Leonardo Sciascia ne trae ispirazione per un romanzo. E lo chiama Il cavaliere e la morte (Adelphi). Senza il diavolo. Che tolto dal titolo finisce dentro la storia, come lo spettro di un male che attanaglia la Sicilia e l’Italia tutta. Dentro la vicenda - un commissario di polizia che indaga sull’omicidio di un avvocato - lo scrittore siciliano racconta anche paure private che altrove aveva nascosto. Si legge del commissario e si vede in controluce l’autore: drogato di caffé forte, di passioni civili, di sigarette, di amore per le donne. E dolorosamente messo all’angolo da una brutta malattia.
“Quando non ho ispirazione, prendo in mano un libro a caso di Sciascia. E mi torna la voglia: si rimette a girare il cervallo”, ha dichiarato Andrea Camilleri in un’intervista. I frutti del metodo si vedono: La vampa d’agosto (Sellerio) è solo un esempio. Mentre in Vi racconto Montalbano. Interviste (Datanews), lo scrittore snociola altri segreti della sua scrittura, e anche della sua terra.
Un tuffo nel passato con un altro siciliano: Elio Vittorini, che in Uomini e no (Mondadori) sposta l’attenzione a Milano, con la vicenda di un partigiano che vive la Resistenza nel 1944.
Poi ancora Sicilia e un po’ più indietro nel tempo con Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il suo capolavoro, Il Gattopardo (Ediz. speciale, Feltrinelli) parte con Don Fabrizio, principe di Salina, che all’arrivo dei Garibaldini sente inevitabile il declino e la rovina della sua classe. Un libro - e un personaggio - che parla del passato raccontando una Sicilia che c’è ancora, fatta di un misto di rassegnazione e cinica realtà.


Non solo spiagge e ombrelloni. L’estate siciliana del 2007 sarà anche ricordata per un libro che rischia di divenire un best-seller, quantomeno isolano. Ma chi aspetterà un intrigante romanzo, magari fantasiosamente ispirato a vicende religiose come quello di Dan Brown, resterà presto deluso. L’enigma Omero (pp.151, euro 15) - è questo il titolo dell’opera - non ha infatti nulla a che spartire con trame massoniche e complottarde. Al contrario: è uno studio documentatissimo sulla questione omerica, secondo cui i due più celebrati canti epici dell’Occidente non recano la firma del “poeta mendico e cieco” cantato da Ugo Foscolo, ma vanno attribuiti a Tisia di Himera, o Stesicoro, già celebrato dal grande Quintiliano.
A sostenere la tesi è Michele Longo (nella foto), un bancario termitano che ha dedicato più di vent’anni alle ricerche, visitando musei e biblioteche di mezza Europa e consultando oltre trecento fonti, molte delle quali in lingua originale.
Il libro - pubblicato dall’editore Armando Siciliano, grazie anche alla segnalazione di un giornalista di lungo corso, Franco Amodeo, è disponibile nelle librerie isolane e a settembre arriverà nelle rivendite di tutta Italia. Mentre la prima edizione sta ormai esaurendo le copie, sono già state annunciate due traduzioni, in francese e in tedesco.
Ora Longo attende un giudizio da filologi e accademici: se anche da loro giungerà il semaforo verde, a poco più di duemila anni l’enigma Omero potrebbe ricevere un nuovo e inaspettato contributo.
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Si è come una bottiglia aperta sott’acqua e riempita del fluire delle cose: così diceva Goethe viaggiando in Italia. E così si è sentito anche Claudio Magris durante gli itinerari che ha descritto nel suo L’infinito viaggiare (Mondadori): un libro “fatto di pagine legate al momento in cui è avvenuto il viaggio”. Che per lui è “la capacità di vivere l’attimo, ogni attimo e non solo quelli privilegiati ed eccezionali, senza considerarlo” scrive “un momento da far passare presto per raggiungere qualcosa d’altro”. Insomma, bei momenti quelli di Magris. Non certo come quelli vissuti dai cinquantuno autori - da Isabelle Alliende a Dominique Lapierre - che raccontano i propri peggiori viaggi nella raccolta Era meglio se stavo a casa! (FBE).
In viaggio, ma per raccontare le case degli scrittori, ci si mette anche Sandra Pertignani. Il suo La scrittrice abita qui (Neri Pozza) spazia dalla Sardegna di Grazia Deledda all’America della Yourcenar. Mentre l’ America in tutte le sue contraddizioni è raccontata da Bernard-Henri Lévy in American vertigo (Rizzoli): il racconto di un un anno trascorso da una costa all’altra del Paese che ospita sfaccettature diversissime, dalla lussuosa villa californiana di Sharon Stone fino al filo spinato di Guantanamo. E le contraddizioni affiorano guardando da vicino anche il Continente Nero: Sergio Ramazzotti, in Afrozapping. Breve guida all’Africa per uomini bianchi (Feltrinelli) le snociola una ad una, mostrando una terra a cavallo tra il post-moderno e il medioevo.


La filosofia da sempre esplora i fenomeni e i noumeni in tutte le loro sfumature. La storia delle idee ha spesso incrociato il suo percorso con la letteratura, con la storia, con la scienza, con il cinema e con l’arte in generale attraverso l’estetica, la poetica e la critica. In questo il ‘900 è stato particolarmente “bravo” riuscendo a teorizzare un approccio alla realtà di stampo fenomenologico che fosse in grado di sospendere il giudizio e di ampliare l’orizzonte della speculazione. Un orizzonte da mantenere sempre e comunque fluttuante ed elastico.
Può allora la metafisica misurarsi con un serial televisivo? Con una sit-com? La risposta secondo il collettivo filosofico genovese Blitris è sì, può farlo. Come per ogni indagine filosofica però non basta fermarsi a una semplice affermazione senza entrare nei dettagli e sviscerare l’argomento, per questo a settembre il collettivo darà alle stampe per i tipi della Ponte alle Grazie un libro che indaghi l’argomento. Di tutti i serial che invadono l’etere, i satelliti, i decoder, i browser peer to peer ecc., Blitris ha scelto Dr. House Medical Division.
Il volume La filosofia del Dr. House. Etica, logica ed epistemologia di un eroe televisivo da settembre sarà in tutte le librerie ed è nato nel corso di un dottorato in filosofia dal sodalizio di Maria Cristina Amoretti, Daniele Porello, Simone Regazzoni e Chiara Testino che si occupavano di materie diverse (logica, epistemologia, filosofia politica, estetica) ma che si sono trovati accomunati dalla curiosità intellettuale che un personaggio come House, caustico come Cioran e ironico come Hume, può suscitare al di là dei meri meccanismi narrativo-commericiali dei serial. “Per House” spiegano “ogni malattia è una sfida, un nuovo e intrigante puzzle da risolvere con acume, spirito di osservazione, abilità analitiche e intelligenza. E la sfida, per noi, è House” continuano gli autori “Come ragiona? Come fa a indovinare la diagnosi? Come fa a sapere che è corretta? È buono o cattivo? O è al di là del bene e del male? E perché, in fondo, ci affascina tanto? Ecco perché abbiamo deciso di discutere di filosofia con Gregory House” concludono “Perché oltre a mostrarci qualcosa di assolutamente originale ha anche qualcosa di appassionante da dirci”.
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Una lingua indecifrabile, secondo Borges. Un fantasma inafferrabile, secondo Melville. Ci hanno provato in tanti a descrivere il mare. Qualcuno ci ha rinunciato. E qualcuno ci ha costruito sopra un’intera carriera letteraria. Come Jack London, autore di un superclassico del genere: Il lupo di mare (Mursia). Qui, una navigazione a caccia di foche intreccia le vicende di un rude comandante e di un giovane e delicato scrittore, accomunati soltanto dalla passione per la stessa donna. Inevitabili i duelli, le sfide d’orgoglio e le onde in burrasca a lambire ogni pagina fino cambiare il destino dei personaggi.
Dai mari del Nord si approda a quelli del sud con Alvaro Mutis. Il suo capolavoro è La neve dell’ammiraglio (Einaudi): il primo e più fortunato romanzo delle avventure di Maqroll il Gabbiere, che s’infila nell’oscurità della selva amazzonica, risale un fiume e s’imbatte in indios misteriosi e commercianti senza scrupoli, a caccia di ricchezze e tesori.
Tra banditi, arrembaggi e tempeste improvvise, la navigazione prosegue con l’eroe che Stevenson aveva fatto sparire ne L’Isola del tesoro e che Bjorn Larsson fa riapparire vivo e ricco nel 1742 in Madagascar, intento a scrivere le sue memorie: La vera storia del pirata Long John Silver (Iperborea).
Sul mare ha ambientato il suo romanzo perfetto anche William Somerset Maugham: Acque morte (Adelphi). Dove il protagonista è un medico drogato d’oppio, radiato dall’Albo, a suo agio “solo nella futilità”, che guida il lettore tra omicidi e pericolosi innamoramenti.
Infine un saggio scritto come fosse un romanzo: Il Mediterraneo e l’Europa (Garzanti). Sono le lezioni al Collège de France di Predrag Matvejevic. Che ci riporta alla realtà e al presente. Il libro è del 1997 ma ha pagine tutt’altro che datate: descrivere il rapporto tra Mediterraneo e Vecchio Continente, mostra i cambiamenti geopolitici, e ricorda che il Mare Nostrum non ha una sponda soltanto.


Ci sono due notizie che in questi giorni hanno scosso il mondo editoriale internazionale ed entrambe riguardano la scrittrice austriaca Elfriede Jelinek, premio Nobel per la Letteratura nel 2004. La prima è che sta scrivendo un nuovo libro dal titolo Neid (Invidia), e già questo è importante perché era assente dalla scena letteraria dal 2000, anno in cui pubblicò Voracità (ed. Frassinelli). La seconda notizia forse è la più importante: la nuova opera non arriverà mai nelle librerie. Infatti la Jelinek la sta pubblicando a puntate sul suo sito internet e i suoi fan - che abbiano dimestichezza con il tedesco - potranno leggerlo gratuitamente.
Non capita spesso che uno scrittore famoso, in questo caso addirittura un Nobel, decida di utilizzare il web per promuovere le proprie creazioni. Il primo a cimentarsi nella scrittura on line è stato il re dell’horror Stephen King che nel 1999 scelse di vendere il racconto Riding the bullet esclusivamente sul suo sito, pubblicando gratuitamente un’anticipazione del prologo. Solo un anno fa lo scrittore brasiliano Paulo Coelho per il lancio del suo ultimo romanzo La strega di Portobello ha utilizzato il suo blog per la diffusione dei primi capitoli. Dopo l’uscita nelle librerie ha inserito tutto il libro e ha dato la possibilità ai lettori di scrivere i propri commenti e discutere con lui.
In Italia dopo l’esperienza iniziale di Alessandro Baricco che in occasione dell’uscita del libro City nel 1999 creò un sito ad hoc per pubblicizzare il romanzo senza partecipare ad alcuna conferenza stampa né intervista, recentemente nessuno scrittore da best seller si è cimentato con la Rete, anzi. Il fenomeno editoriale del momento, Federico Moccia, per il suo Tre metri sopra il cielo è passato addirittura alla fotocopiatrice…

Rapallo, un lunedi mattina qualunque. Una giovane segretaria viene uccisa. Non c’è nessun testimone e, almeno in apparenza, nemmeno un movente. Manca anche l’arma del delitto. Il caso si annuncia complicato. Il problema è che lo sarà davvero, molto più di quanto si possa immaginare. Anche perché la “vecchia conoscenza” Marco Luciani, commissario anoressico e old economy che ha un pessimo rapporto con l’universo-mondo (le donne, il cibo, i colleghi, il rumore e la tecnologia: è l’unico che ancora fa jogging ascoltando il lettore cd) è commissario per modo di dire, visto che si è dimesso dalla polizia. Come da precedente romanzo.
Inizia così Il Vicolo delle cause perse (Piemme), il nuovo romanzo di Claudio Paglieri, giornalista del Secolo XIX e scrittore che torna in libreria con un nuovo noir dopo il successo di Domenica nera (Bancarella Sport 2006). Il thriller, cinico e disicantato come deve essere e come promette (o minaccia) il titolo, coinvolge il lettore in una trama densa che regala colpi di scena a ripetizione.

Sullo sfondo, la riviera di Levante e Genova: una città vecchia e noir lontana anni luce dall’immaginario di chi la visita nei classici week end mordi e fuggi fatti di mare, foccaccia, acquario e vicoli pittoreschi. È Genova, probabilmente, come la vive, ama-odia e racconta un genovese doc:
“Intorno alle dieci e mezza fece una pausa per mangiare una piccola patata bollita con un po’ di stracchino, quindi si spostò sul divano e accese lo stereo per contrastare i rumori della strada. Cominciava la movida, si realizzava il miracolo della società multietnica, i giovani della Genova bene scendevano nei vicoli per pisciare sui muri fianco a fianco ai sudamericani ubriachi e agli spacciatori maghrebini, i padri di famiglia proseguivano la loro battaglia per convincere le prostitute albanesi a uscire dal giro e dargliela gratis, le cinquantenni separate si assicuravano che i venditori senegalesi di elefantini trovassero anche lontano da casa una carezza affettuosa e un poco di calore domestico. Il centro storico di Genova, il Patrimonio Mondiale della Subumanità, pensò mandando mentalmente a farsi fottere l’Unesco”.
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“Un ragazzo che si firma Train Man lancia un appello su un sito per conquistare una ragazza vista una sola volta in metropolitana. La community del forum più popolare del Giappone risponde in massa. Così, tra consigli sbagliati e incidenti di percorso, gli utenti si appassionano a una semplice storia d’amore”: letta la stringata introduzione di Train Man (Isbn edizioni), uno si aspetterebbe di voltare pagina e trovare l’incipit di un romanzo. Invece ciò che appare è la schermata di una pagina web. O almeno, la trascrizione su carta di una tipica pagina di forum, dove i post si impilano, uno dopo l’altro, in ordine cronologico.
È così per tutte le 368 pagine di Train Man: un forum, un libro e un romanzo d’amore. Anzi, un romanzo d’amore collettivo, perché scritto da tutti i frequentatori della community di Channel 2, che ai loro consigli per l’Uomo del treno mescolano lettere digitate in modo da formare disegni, faccine, personaggi. Ci sono i riferimenti ai cartoni animati, ai manga, ai videogames: a tutti quegli universi paralleli in cui passano le giornate i ragazzini giapponesi. Ma Train Man è un mondo fatto anche di rossori, timidezze, indecisioni, aspirazioni, solidarietà, e poi di tempeste ormonali, stimoli ad agire, a farsi avanti, a mettere il naso fuori di casa per conquistare veramente la donna vista sul treno. Insomma, un viaggio lungo un paio di mesi in un forum pieno zeppo di umanità. Un’incursione in una realtà che sembra davvero strano continuare a definire virtuale.

2 agosto 1980. Strage di Bologna. La bomba che esplode nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione uccide 85 persone, ne ferisce 200. È uno degli attentati più gravi della storia della Repubblica. Dopo una lunghissima e controversa vicenda processuale vengono condannati Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Ma i due ex militanti di Nar (rei confessi di rispettivamente 13 e 16 omicidi) hanno sempre negato ogni responsabilità nella strage. Da quasi 15 anni si battono per ottenere la revisione del processo. Ora, a oltre 27 anni da quell’episodio tremendo, Mambro e Fioravanti hanno deciso di raccontare la loro verità: su Bologna e anche su tutta la stagione del terrorismo nero. Insieme ad Andrea Colombo, rileggono una parte drammatica della storia italiana in Storia nera (Cairo Publishing).
Se Mambro e Fioravanti abbiano ragione o torto cerca di scoprirlo anche Riccardo Bocca, che in Tutta un’altra strage (Bur) ripercorre le centinaia di migliaia di pagine del processo, riascoltando la parole dei principali protagonisti della vicenda e andando alla scoperta di nuove voci di testimoni e nuovi documenti.
La città ferita. Memoria e comunicazione pubblica della strage di Bologna, 2 agosto 1980 (Il Mulino) è invece il saggio in cui Anna Lisa Tota getta uno sguardo che va oltre il dolore privato. E analizza le pratiche sociali commemorative che ad ogni anniversario della strage portano in piazza centinaia di persone. L’obiettivo è comprendere come si combatte la guerra quotidiana contro l’oblio e contro il terrorismo.
10.25, cronaca di una strage (Gamberetti), di Daniele Bianchessi, riporta invece, come fosse un romanzo, le testimonianze di chi è scampato alla bomba, di chi ha voluto cercare la verità, di chi ha indagato e di chi è stato indagato.
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