
Rapallo, un lunedi mattina qualunque. Una giovane segretaria viene uccisa. Non c’è nessun testimone e, almeno in apparenza, nemmeno un movente. Manca anche l’arma del delitto. Il caso si annuncia complicato. Il problema è che lo sarà davvero, molto più di quanto si possa immaginare. Anche perché la “vecchia conoscenza” Marco Luciani, commissario anoressico e old economy che ha un pessimo rapporto con l’universo-mondo (le donne, il cibo, i colleghi, il rumore e la tecnologia: è l’unico che ancora fa jogging ascoltando il lettore cd) è commissario per modo di dire, visto che si è dimesso dalla polizia. Come da precedente romanzo.
Inizia così Il Vicolo delle cause perse (Piemme), il nuovo romanzo di Claudio Paglieri, giornalista del Secolo XIX e scrittore che torna in libreria con un nuovo noir dopo il successo di Domenica nera (Bancarella Sport 2006). Il thriller, cinico e disicantato come deve essere e come promette (o minaccia) il titolo, coinvolge il lettore in una trama densa che regala colpi di scena a ripetizione.

Sullo sfondo, la riviera di Levante e Genova: una città vecchia e noir lontana anni luce dall’immaginario di chi la visita nei classici week end mordi e fuggi fatti di mare, foccaccia, acquario e vicoli pittoreschi. È Genova, probabilmente, come la vive, ama-odia e racconta un genovese doc:
“Intorno alle dieci e mezza fece una pausa per mangiare una piccola patata bollita con un po’ di stracchino, quindi si spostò sul divano e accese lo stereo per contrastare i rumori della strada. Cominciava la movida, si realizzava il miracolo della società multietnica, i giovani della Genova bene scendevano nei vicoli per pisciare sui muri fianco a fianco ai sudamericani ubriachi e agli spacciatori maghrebini, i padri di famiglia proseguivano la loro battaglia per convincere le prostitute albanesi a uscire dal giro e dargliela gratis, le cinquantenni separate si assicuravano che i venditori senegalesi di elefantini trovassero anche lontano da casa una carezza affettuosa e un poco di calore domestico. Il centro storico di Genova, il Patrimonio Mondiale della Subumanità, pensò mandando mentalmente a farsi fottere l’Unesco”.
- Martedì 7 Agosto 2007

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Commenti
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Il 22 Agosto 2007 alle 21:18 giuliaduepuntozero ha scritto:
Bella segnalazione, mi attira molto, lo cercherò in libreria. A proposito di noir genovesi, segnalo i gialli di Bacci Pagani scritti da Bruno Morchio http://gruppodilettura.wordpre.....tag…).
Il 17 Agosto 2009 alle 19:47 nhico ha scritto:
Rallo ora era dove aveva voluto essere, esponendosi a tutte le supposizioni che gli altri avrebbero fatto, e che si sarebbero discostate tra di loro soltanto per le differenze più minuscole, ma tutte concorde nel dargli addosso. Però i suoi occhi non gli davano le risposte che la sua mente, quantunque fortemente sollecitata, non era stata ancora in grado di elaborare.
Era possibile che lì dentro ci fosse un indizio di vitale importanza che lui non riusciva a vedere?
A parte i cassetti del comò, sui quali nel momento stesso in cui ne aveva sentito parlare si era cominciato a posare un denso velo di scetticismo, e tutti quei reperti in vetrina da sottoporre al giudizio dell’esperta, non riusciva a pensare ad altro. Obnubilato si aggirava in tondo per la stanza cercando il contatto che avrebbe dovuto dare ampiezza alle sue congetture e strapparlo dal suo stato d’angoscia sospesa.
«Capitano Rallo, si sente bene?», gli disse ad un certo punto la dottoressa Pecora, che dal maresciallo era stata trattenuta sulla soglia.
Come se quelle parole fossero state la svolta di un lungo ragionamento, lui le fece cenno di raggiungerlo. Davanti alle due vetrine che occupavano un’intera parete di quella stanza da letto dalle dimensioni regali, con la solennità che il momento richiedeva, si affidò alla sua competenza.
«Che mi può dire di tutto questo materiale?»
«Crateri, lekythoi, kylikes, skyphoi, e tutti integri!» Si era lasciata prendere dalla gioia di un fremito intenso. Cercò di raffreddare l’eccitazione che le bolliva dentro, e che già in gran parte le si era affacciata agli occhi. «Se lo sapessi fare, mi metterei a danzare per ringraziarla. Con la stessa vibrante tensione di una leggiadra danzatrice persiana che, al cospetto del suo potente satrapo, vuole superare se stessa e la fama che l’ha preceduta.»
L’uovo di pasqua era stato rotto, e la sorpresa, e che sorpresa, era un fortissimo pugno nello stomaco. Si era preparato a sentire di tutto su quei reperti e sui loro oscuri traffici. In un certo senso, aveva sperato, anche per dare ossigeno alle sue ipotesi, di potere ascoltare qualcosa che non potesse essere scambiato con qualcos’altro, ma quella appena scoppiata era una vera bomba.
«Che tradotto significa?»
Lei era contenta di lanciarsi in un gioco d’acqua a tema libero dagli sviluppi certamente imprevedibili e forse anche inquietanti, ma che altrettanto certamente sarebbe stato molto appagante, perché le avrebbe dato l’occasione di essere effervescente tra quegli zampilli di bellezza artistica.
«Significa, capitano Rallo, che nessun museo al mondo ha nelle sue sale, o ha mai contemporaneamente ospitato, quello che c’è qui dentro!»
Rallo provò il forte desiderio di salire su quel carro della vittoria che portava al paradiso e a lei, ma si tenne lontano da quella overdose di euforia. Per fare da contrappeso.
«Sono anch’io ormai convinto che abbiamo scoperchiato una cloaca, e mi chiedo quant’altra gente ci sarà immischiata, ma tuttavia mi sembra un’affermazione troppo impegnativa, la sua.» Si irrigidì leggermente, ma abbastanza perché lei se ne accorgesse. «Non pensa di prendersi ancora un po’ di tempo, prima di pronunciarsi in modo così categorico?»
«Se fossi permalosa, capitano Rallo, ma non lo sono, per la poca considerazione professionale che mi ha appena dimostrato, mi sarei offesa a morte.»
«Ha ragione. Ma non volevo dire questo, dottoressa.»
«Lo spero bene per lei!» Gli regalò un bellissimo sorriso. «Ma il punto non è questo. Come avrà fatto a mettere insieme questa splendida collezione?»
«Domanda interessantissima alla quale io, purtroppo, sono ancora lontanissimo dal poter dare una risposta. Ma, la prego, premettendo che in materia sono tabula rasa, mi vuol dire come ha fatto, con una semplice occhiata, a capire che si tratta di pezzi di così gran valore?»
Pecora si umettò le labbra e, mentre lo faceva, dalla borsa tirò fuori una minuscola telecamera.
«Li dobbiamo inventariare, anche perché ci servirà per chiedere l’ordinanza di sequestro. Lo vuole la sua funzione, lo vuole la mia funzione. Prima, però, scioglierò i suoi dubbi.»
«Grazie. Ma le chiedo di farlo in modo semplice e molto sintetico.»
«Non ha di che preoccuparsi, amo la capacità di sintesi e le prometto che sarò chiarissima e telegrafica. Sulla materia si sa quasi tutto e si è scritto quasi tutto. Mi basteranno due soli esempi, per farle capire l’importanza di questi manufatti. Primo esempio, tra questo gruppo di vasi a figure nere, tutti dell’ultimo venticinquennio del sesto secolo avanti cristo, cosa c’è che si fa subito notare?»
«Questa specie di tegamino, per le sue figure rosse», rispose lui, indicandoglielo.
«E’ una kylix. E di questo periodo, prima di vedere questa, avevo conoscenza di una sola kylix con figure rosse.»
«Passiamo all’altra vetrina e al secondo esempio. In questo gruppo a figure rosse, secondo e terzo venticinquennio del quinto secolo avanti cristo, qual è l’oggetto che più di tutti attira il suo sguardo?»
«Ad occhio e croce, questa specie di gran vaso.»
«E’ un cratere a colonnette. Il ceramografo che ha dipinto questa scena di lotta tra centauri e umani è conosciuto come il pittore della Centauromachia. Così denominato perché è l’autore di un altro cratere a colonnette con scene di centauromachia, l’unico di cui la letteratura ha conoscenza, conservato al Louvre.»
A quel punto, gli diventò davvero difficile, non farsi trascinare in quella nube di entusiasmo.
«Mi sta dicendo che davanti agli occhi abbiamo un vero tesoro?!»
«Sì, ma non è solo questo. E’ soprattutto un avvenimento straordinario. Un ritrovamento eccezionale che entrerà nella storia dell’archeologia.»
Avrebbe voluto essere il suo satrapo, per potere affondare lì stesso, in quel preciso istante, il naso nel solco del suo seno e sentire il profumo naturale della sua pelle. Invece, seguì il solco del suo ragionamento.
«Ora però la prego di prestarmi molta attenzione, perché le devo chiedere una cosa della massima importanza, e ci terrei molto ad avere un suo parere professionale ponderato.»
«Ed io, da parte mia, se posso darglielo, lo farò con grande piacere.» Era molto compita e gratificata. «Significherebbe, in qualche modo, incominciare a sdebitarmi per questo momento di grande felicità che mi sta regalando.»
«Bene! Questa, mi è parso di capire, è una collezione che non ha prezzo. Ma volendole dare un valore, a quale cifra dovrei pensare?»
«Capitano Rallo, la sua è una gran bella domanda! Quale cifra?» Si sentì presa dall’ansia di esprimersi e vi rifletté su per un po’. «Ha un valore inestimabile! Lo so, lo so. Le sue orecchie vogliono ascoltare soltanto il concreto concetto di una cifra il più possibile esatta, perciò non m’inoltrerò tra le spire di un’iperbole fumosa.» Fissò quei reperti, con la modestia naturale di chi sa fare bene il suo lavoro. «Con il linguaggio del tintinnante denaro, le dico che può valere dai sessanta agli ottanta milioni. Ma potrebbe tranquillamente toccare anche i cento. Ed anche questa cifra potrebbe, tuttavia, non rappresentare il suo tetto massimo.» La sua mano libera diventava un uccello e con un’unghia laccata di rosso scarlatto picchiettò sul vetro. «Le variabili, in questo campo, sono davvero infinite. E non soltanto perché nel recinto di questa vera e propria borsa clandestina possono entrare per scornarsi solo quegli stessi caproni che, a vario titolo, hanno messo le mani sul mondo.»
«Mi ero fatto una certa mia idea, ma a queste cifre stellari non avrei mai pensato.»
Lei lo stava guardando con gli occhi pieni di apprensione e quando riprese a parlare l’allegria era scomparsa dalla sua voce.
«Appunto per questo, veda di muoversi con molta accortezza. Sta camminando su un terreno altamente minato.»
«E’ quello che pensa la gente o è quello che sta pensando lei, dottoressa Pecora?»
«E’opinione comune. Tuttavia, la gente, anche quella con la fantasia più sfrenata, non ha idea di quello che c’è in questa stanza.»
«Terrò presente le sue raccomandazioni. E a mia volta le raccomando di farmi avere al più presto possibile una copia del suo video. La prego, inoltre, di condividere questo segreto con me per qualche altro giorno ancora.»
«Sempre ai suoi ordini!»
Aveva pronunciato quelle parole con una sottile venatura di malizia, poi accese la telecamera e lo inquadrò. L’approccio era stato avanzato e non faceva che confermare le parole del procuratore. Parole che, lo capì subito, non gli sarebbe stato possibile tesaurizzare. Tuttavia non era questa la sua preoccupazione maggiore, ma la sulfurea assenza del ragioniere Criscimanno. A che cosa era dovuta la sua mancanza? Possibile che non aveva trovato neppure il tempo per fare una telefonata?
A vedere scendere sotto la cintura l’obiettivo, arrossì. Per sottrarsi alla zumata, niente potendo fare per il sorrisino che si era acceso sulle labbra del suo maresciallo, non gli restò che andare ad aprire quegli stramaledetti cassetti.
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