Si è come una bottiglia aperta sott’acqua e riempita del fluire delle cose: così diceva Goethe viaggiando in Italia. E così si è sentito anche Claudio Magris durante gli itinerari che ha descritto nel suo L’infinito viaggiare (Mondadori): un libro “fatto di pagine legate al momento in cui è avvenuto il viaggio”. Che per lui è “la capacità di vivere l’attimo, ogni attimo e non solo quelli privilegiati ed eccezionali, senza considerarlo” scrive “un momento da far passare presto per raggiungere qualcosa d’altro”. Insomma, bei momenti quelli di Magris. Non certo come quelli vissuti dai cinquantuno autori - da Isabelle Alliende a Dominique Lapierre - che raccontano i propri peggiori viaggi nella raccolta Era meglio se stavo a casa! (FBE).
In viaggio, ma per raccontare le case degli scrittori, ci si mette anche Sandra Pertignani. Il suo La scrittrice abita qui (Neri Pozza) spazia dalla Sardegna di Grazia Deledda all’America della Yourcenar. Mentre l’ America in tutte le sue contraddizioni è raccontata da Bernard-Henri Lévy in American vertigo (Rizzoli): il racconto di un un anno trascorso da una costa all’altra del Paese che ospita sfaccettature diversissime, dalla lussuosa villa californiana di Sharon Stone fino al filo spinato di Guantanamo. E le contraddizioni affiorano guardando da vicino anche il Continente Nero: Sergio Ramazzotti, in Afrozapping. Breve guida all’Africa per uomini bianchi (Feltrinelli) le snociola una ad una, mostrando una terra a cavallo tra il post-moderno e il medioevo.
- Giovedì 16 Agosto 2007
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Commenti
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Il 16 Agosto 2007 alle 22:11 stuarthwyman ha scritto:
Bamako Mali Febbario 2001, .
Aspetto una telefonata alla pensioncina dove avevo incontrato quell’algerino con cittadinanza italiana, che stava li per “pulire” letteralmente soldi.
Il giorno prima gli avevo mostrato una banconota presa a Dakar, annerita da una patina che lasciava intravedere il suo valore in controluce.
Me l’avevano data dei Gambiesi di Banjul (a loro dire) a Dakar in Senegal.
Mi fecero vedere una valigia d’acciaio di dimensioni 30×10X60 circa, piena di queste banconote.
Avendola trafugata nella guerriglia in corso tra Casamance (striscia di territorio di confine a sud del Senegal) e Guinea-Bissau, non sapendo come “pulire” gli dissi che se me l’avessero data, quando fossi rientrato in Italia, l’avrei fatta vedere ad un mio amico che forse mi avrebbe saputo dire qualcosa…
L’algerino il giorno prima chiamò dal suo cellulare un impiegato della Banque central des etates de l’Afrique de l’ouest, la Banca Centrale dell’Africa occidentale.
Arrivò un “nero” in vestiti tribali portando con sè una polverina bianca e una soluzione in una provetta, mi “pulirono” la banconota che andai poi a verificare allo sportello della banca cambiandola in valuta locale, il franco CFA, con successo.
Mi chiesero 1000 dollari per comprare da loro la soluzione, che inevitabilmente avrebbero trafugato al laboratorio chimico della banca…!
Non mi fidai e non ero disposto allora a prendermi quel rischio, ma tuttavia decisi che se il rischio se lo fossero preso i gambiesi a me sarebbe andata bene comunque come intermediario, parlando di cinque milioni (di dollari)…
I Gambiesi mi telefonarono per darmi il codice della Western Union, ero senza soldi e la persona che me li doveva inviare dall’Italia non ce li aveva…
Oltretutto alla pensione si stavano innervosendo e mi sarei cacciato nei guai se questa situazione fosse perdurata ancora.
Mi scrissi il codice, andai alla Western Union a ritirare i soldi e mi diressi alla stazione.
Fortunatamente beccai il treno che solitamente ha solo due partenze settimanali, ma che a notte inoltrata con il suo “splendido”, “profumato”, variopinto carico di persone, animali, cibi, cose, sarebbe partito alla volta di Dakar.
Avevo 20.000 franchi CFA, il necessario per arrivare a Dakar, tanto mi avevano spedito i Gambiesi.
Decisi di pagare il biglietto a tratte, quanto più fortuna avevo nel non incontrare il controllore tanto più avrei conservato soldi, valeva a dire 30 euro circa…!
Arrivato a Kidira via treno, alla frontiera con il Senegal, 600 km circa da Bamako di ferrovia senza altre strade se non uno sterrato pieno di buche polverose di color rosso mattone spesso impestate di acquitrini di zanzare da malaria, scesi per tentare in autostop l’arrivo a Dakar in autostop e percorrere i 650 km con tutti imezzi fuorché quel lentissimo treno che si fermava continuamente.
Comunque ci sarebbero voluti altri due giorni e per me in Italia 650 km si percorrono in cinque ore al massimo…
Arrivato al confine, fortunatamente non avevo la spesa dei visti, in Senegal gli Europei non ne hanno bisogno (quindi risparmiai!), attraversai il ponte sul fiume e fui dall’altra parte…
Con stupore mi accorsi che un gruppo di ragazzi, uomini donne e bambini erano acquattati sul ciglio dei binari e incuriosito, non capendo come mai, mi avvicinai chiedendo lora che facessero.
Uno di loro, un ragazzo, mi sorrise e mi disse che aspettava il treno merci che arrivava dritto dritto a Dakar e che data la sua lentezza in partenza era possibile prenderlo in corsa saltando su alcuni vagoni che rimanevano con gli sportelloni aperti.
Comunque per un passaggio in auto o altro era notte e non se ne parlava fino all’indomani mattina di autostop, anche se non lavrei giurato, quindi aspettai la partenza del merci accuattandomi anch’io, divertito, sul ciglio dei binari e quando passò lo presi in corsa.
Era assai più lento del loro treno passeggeri, anche se l’indomani mattina, annoiatomi scesi nel paese dove avevo conosciuto, passando la volta prima, il capovillaggio.
Da li in autostop fino a Tambacounda, città nel cuore del paese (ero a metà strada), fino a Dakar, per la strada ci dovemmo fermare perchè un camion di arachidi si era ribaltato e aveva riversato tutto il suo contenuto, una moltitudine di gente era indaffarata a raccoglierne quanto più poteva mentre l’autista rideva di gusto nell’osservare la scena che si presentava. Anch’io riempii un sacchetto intero.
La sera per caso incontrai l’amico francese che mi aveva ospitato qualche settimana prima e mi aiutò a farmi mandare i soldi dall’Italia.
Era in procinto di partire quella sera stessa, ma per qualche perversa coincidenza che non so ancora spiegarmi, di notte al buio nel tro-tro (minibus da 5 posti adattati a 14!), lo notai intento a bersi una birra e discutere con qualcuno, fermai il mezzo e scesi, lo incontrai e gli chiesi di ospitarmi qualche giorno ancora nella sua villetta nella zona turistica vicino al mare.
Contento di aver risparmiato giorni preziosi scendendo dal treno prima, mi diressi a casa di Michel dove sapevo già quello che mi aspettava, una serata all’insegna del divertimento…
Il giorno dopo, chiamai i Gambiesi e mi incontrai ma capii che era meglio lasciar perdere tutto, dal momento che da “pulire” volevano vendermi il contenuto, figuriamoci!
A distanza di 6 anni, dopo un viaggio durato sei mesi in 15 Stati nell’Africa “Nera”, ricordo ancora come se fosse ieri, la soddisfazione provata nel superare questi “ostacoli” che forse qui in Italia sarebbero stati insormontabili…
Quante volte ho attraversato i deserti improvvisando sul momento passaggi di oltre che fortuna!
Quella stupida barriera di ordinario razzismo inculcata nelle nostre teste nel vivere quotidianamente i luoghi comuni della “nostra civiltà” è stata abbattuta definitavemente e di questo ne sono contento.
Fortunatamente di viaggi simili ne ho fatti parecchi e ho provato più gusto quanto maggiore fosse l’impossibilità nel superare l’ostacolo che mi si presentava lì per lì.
Ho cominciato a credee che un’educazione autodidatta si può imporre a se stessi tramite il viaggio.
Soprattutto in età giovane come ho fatto allora in Africa che avevo ancora 25 anni (adesso non sono vecchio ho 32 anni…!).
Quindi colgo anche l’occasione per dire alla gente che legge questo post di viaggiare quanto più possibile.
Saluti
PS
Stuart hwy è una strada lunga 5000 km in Australia, dove sono stato in un altro viaggio, collega Darwin ad Adelaide.
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